martedì 23 agosto 2022

Le lacrime non hanno colore di Edgardo Rossi

La frase non è mia l’ho letta su di un muro, una mano anonima l’ha scolpita lì, essa dice: “Ho visto piangere insieme un bimbo bianco e un bimbo nero, le lacrime avevano lo stesso colore”, quasi inutile risulta l’aggiunta posto al di sotto: “abbasso il razzismo”. Quella frase mi ha indotto una serie di considerazioni riguardo quello che per alcuni è il problema del nostro Paese e della nostra città la sicurezza, problema che spinge alcune forze politiche ad autoproclamarsi difensori dell’ordine, che le spinge a dare vita ad una sorta di vigilanza fai da te, nella incrollabile certezza che la sicurezza sia messa in discussione solo ed esclusivamente da una certa parte dei residenti nel territorio e che questa parte sia formata da extracomunitari irregolari. Trascuriamo il paradosso insito nella parola extracomunitario (ovvero coloro che non fanno parte della Comunità Europea e quindi buona parte dei cittadini del Mondo); trascuriamo anche il fatto che molti generalizzano e considerano un pericolo tutti coloro che non parlano italiano e hanno facce straniere; consideriamo che molti hanno paura solo perché le barriere le hanno nell’animo e nessun ragionamento logico le potrà rimuovere; aggiungiamo che molti mezzi di informazione creano la paura enfatizzando tutto ciò di illegale che proviene dai non italiani e che alcuni dell’italianità ne hanno fatto una bandiera con cui guadagnare proseliti e guadagni; pensiamo che di fronte a statistiche che ci dimostrano che di fatto il livello di delinquenza in Italia è stabile (anzi in leggera diminuzione) molti si ostinano a vedere pericoli dove pericoli non ce ne sono o ad ingigantirne la portata; e, forti di quanto affermato (e l’elenco potrebbe continuare) chiediamoci: da dove proviene questa rappresentazione della paura? Che è reale, è presente, è esagerata, che fa vivere male (perché chi ha paura vive male). E soprattutto chiediamoci: cosa fare per vivere più sereni? Non basterebbe smettere di avere paura?, non basterebbe guardare gli altri con fiducia, pensando che la maggior parte della gente (da dovunque provenga) ha gli stessi nostri sogni, le stesse nostre speranze, gli stessi nostri bisogni. Non solo le lacrime non hanno colore, anche gli uomini non hanno colore, quello che spesso vediamo è il colore che le nostre menti chiuse costruiscono, nient’altro. Siamo noi a vedere come un pericolo solo ciò che è diverso, a rappresentare come una minaccia quello che ci rifiutiamo di capire. Le autorità e i mezzi di informazione dovrebbero cercare di comunicare tolleranza, dovrebbero eliminare i ghetti che portano alla separazione e allo scontro, quei partiti che fanno della paura la loro bandiera dovrebbero pensare ai danni che stanno facendo a se stessi e ai loro figli. Se non impariamo la tolleranza oggi il seme della violenza germoglierà, tempo una o due generazioni e gli scontri diventeranno terribili e la guerra già in atto sarà senza fine. D’altronde niente di nuovo, è l’eterna lotta tra l’amore e l’egoismo che continuerà ad esistere finché ci saranno i confini della mente che portano sempre a dividere mai a condividere, uomini e donne, bianchi e neri, giovani e vecchi, ricchi e poveri, e così via sempre come categorie contrapposte e mai come parti diverse di uno stesso progetto. Se siamo davvero animali pensanti dovremmo fermarci a riflettere sulle nostre scelte o è forse vera quell’affermazione che asserisce che la cosa più presente nell’Universo è la stupidità umana? Allora ogni mio stupore cesserebbe, è risaputo che gli stupidi sono coloro che fanno il proprio male e quello degli altri. Io però credo che la maggior parte degli uomini sia solo confusa e che esistano enormi spazi di crescita, l’importante è partire insieme il prima possibile.

martedì 26 luglio 2022

Ulisse Odissea

https://fb.me/e/27J4uFYxf

venerdì 15 aprile 2022

La Pandemia raccontata da due libri Pan e Spillover

PAN Romanzo di Federico Audisio di Somma Edito da SEM / Spillover Saggio di David Quammen Adelphi La Pandemia raccontata da due libri Pan e Spillover Ci sono strane, ma non casuali, combinazioni che possono unire i percorsi di due libri nati e scritti in luoghi e momenti diversi. Sono occasioni determinate da eventi che possono essere narrati e studiati in modi differenti, ma che hanno in comune la stessa storia. I due libri sono un romanzo (PAN) e un saggio (Spillover) scritti: da un medico che ama il genere narrativo - perché più libero e meno dogmatico dei libri di ricerca (ma questo non vuol dire che i romanzi siano privi di realtà oggettive, la fantasia non nega il fatto reale lo amplifica, lo rende più avvicinabile, la creatività coglie l’oggetto in un attimo e poi percorre la strada del racconto) e da un saggista e divulgatore scientifico - ma la ricerca sul campo, verificando i fatti e analizzandoli, non esclude l’uso di un linguaggio divulgativo e comprensibile (la lezione di Galileo Galilei è stata compresa da molti scienziati e divulgatori, purtroppo non ancora da tutti). Si potrebbe obiettare che si tratta di due generi differenti, che poco hanno in comune tra loro, e che i due autori appartengono a due ambiti che partano da visioni differenti. Leggendo i due libri (in tempi diversi, ma vicini l’uno all’altro – letti a distanza di poco più di un anno) non ho potuto fare a meno di notare che in realtà il loro percorso di scrittori e ricercatori è solo in apparenza diverso. Vero e verosimile non sono slegati tra loro, si completano usando sempre l’arte della comunicazione e entrambi nascono (quando raccontano o informano in modo pieno la conoscenza umana) dalla voglia di capire e stupire, dalla meraviglia che produce e dal desiderio di comunicare fatti verificati (analizzati o interpretati); non esiste tutta questa differenza tra la mente di chi inventa storie e quella di chi raccoglie dati per poi trasformarli in scritti scientifici o divulgativi. Federico Audisio di Somma – autore di Pan - è un medico (quindi in possesso di una formazione scientifica) e uno scrittore di romanzi, ma è anche un divulgatore letterario, uomo di profonda cultura, impegnato da anni nella ricerca di una comunicazione non solo tecnica ma anche emozionante, che sia capace di inventare i fatti, o meglio di trasformarli (verosimile e vero). Il primo che ho citato nell’introduzione di questo “invito” alla lettura (ha il merito di aver stimolato la mia voglia di comunicare, in una sorta di dialogo tra me e chi leggerà queste righe, le sensazioni che mi ha piacevolmente “creato”) è un romanzo dove il narratore delle vicende è il Dio Pan, il dio caprone, il satiro che simboleggia la forza cieca (in apparenza) della natura. Il secondo – Spillover - è un libro nato sul campo per opera del saggista e divulgatore scientifico statunitense David Quammen. Definito anche, dai mezzi di informazione, giornalista d'indagine. Quammen ha “costruito” il suo libro indagando di persona, andando e vivendo per oltre sei anni in varie parti del mondo per verificare i focolai di epidemie che si accendevano, focolai che potevano essere dei segnali di un qualcosa di molto grave che sarebbe inevitabilmente seguito. Nel suo libro egli anticipa che il non rispetto delle antiche foreste, delle “regole” che la Natura segue da sempre, violando e violentando l’ambiente in cui tutti gli esseri viventi abitano avrebbe portato al “famigerato Big Next One”, ovvero a un disastro senza precedenti. Chi aveva la mente attenta, antenne aperte e conoscenza scientifica, apprezzò subito quell’indagine anche se in molti erano propensi a credere che l’evento si sarebbe manifestato non prima del 2023 (c’erano quindi i tempi, seppure molto stretti, per provvedere ed evitare l’ennesima grave pandemia e sarebbe stato possibile farlo o, perlomeno, ridurne l’impatto). Altri invece (la maggioranza) di tanti presuntuosi opinionisti erano convinti che il “ricco” Occidente non sarebbe stato toccato da un attacco virale che riguardava solo i Paesi poveri”. Il libro è rimasto ignorato, o quasi, fino a quando, con l’arrivo, o meglio, la diffusione rapida in praticamente tutto il pianeta della pandemia di COVID-19, iniziata nei “Paesi ricchi” nei primi mesi del 2020, Spillover ha avuto un improvviso successo di vendite a quasi sei anni dalla sua pubblicazione e a almeno venti dai chiari segnali che Quammen aveva visto e documentato raccogliendo dati inequivocabili. Dalla sua ricerca risultava che la possibilità di una nuova e pericolosa pandemia era moto probabile e i danni che avrebbe prodotto sarebbero stati devastanti. Non solo: nelle pagine finali del libro l'autore cita studi, ricerche e pubblicazioni di scienziati, epidemiologi e ricercatori che indicavano i coronavirus tra i più pericolosi e “adatti” a effettuare il salto di specie e quindi in grado di scatenare una futura pandemia in grado di colpire la specie umana. I precedenti c’erano tutti, dalla SARS, ad altre epidemie che da tempo colpivano varie parti del mondo, la “famiglia dei coronavirus” si era già dimostrata molto attiva, data la capacità di entrare in contatto per via aerea con gli esseri viventi da infettare. Sarebbe bastato un casuale incontro, un contatto con animali affini e infetti e esseri umani, che in tempi di globalizzazione e di viaggi intercontinentali erano molto più facile da realizzare, e il contagio avrebbe avuto inizio. La nostra specie è quella che occupa praticamente tutte le aree del pianeta e ormai viaggia quasi incurante dei rischi che questo può comportare, la specie più impegnata a modificare l’ambiente. Virus innocui nel cuore dell’Africa o dell’Asia potevano diventare letali nel cuore di una grande metropoli, bastava l’occasione… Non casualmente, a pagina 389 di Spillover (edizione italiana), Quammen ci riporta una frase pronunciata durante una conferenza tenuta nel 1997 dall’infettivologo ed epidemiologo Donald S. Burke, in cui elencava e precisava i criteri che rendevano certi virus i più probabili candidati al ruolo di propagatori di epidemie: «Il primo criterio è il più ovvio, per la sua responsabilità nelle recenti pandemie umane». Il riferimento era agli orthomyxovirus (gruppo che comprende le influenze), ai retrovirus (tra cui gli HIV) e su altri ancora. «Il secondo criterio è la provata capacità di causare serie epidemie in popolazioni di animali non umani». Questo chiamava in causa ancora gli orthomyxovirus, ma anche i paramyxovirus, come Hendra e Nipah, e i coronavirus, come SARS-COV». Federico Audisio fornisce un’altra chiave di lettura, non così differente come può sembrare a lettori distratti, la fantasia non è distorsione della realtà è semplicemente un raccontare le vicende non escludendo lo stimolo all’interesse che esse determinano, perché la narrativa può prendersi qualche libertà in più. Anche Audisio, in quanto medico, conosce e ha studiato la scienza e conosce, per essere presente nelle cure, cosa sono i virus; ma sceglie l’apparente racconto verosimile per meglio spiegare il vero. Il modo diverso nel raccontare la pandemia ha numerosi punti di contatto, in PAN e Spillover, evidenze scientifiche e mitologia si mischiano, con due narrazioni solo apparentemente lontane. Il condominio di viale venti settembre, il mondo e l’umanità. L’apparente volontà della Natura (il dio Pan) che entra in gioco per punire, o la drammatica e realmente scientifica legge dal caso (ben sintetizzata nella frase che David usa per definire la pandemia o meglio le pandemie: «Tutte le malattie infettive sono in ultima analisi delle zoonosi». Ovvero determinate da un salto di specie (aggiungo io). Telmo Pievani, lo ha ben spiegato in un suo breve filmato, girato e divulgato da Il Bo, dell’Università di Padova, con una lezione (ipotesi, proposta) che provocatoriamente ha intitolato: “La Pandemia dal punto di vista del virus”. Di fatto sintetizzando la visione artistica e quella scientifica con un pensiero filosofico, di matrice humiana e leopardiana. Da Hume era nata la consapevolezza che non esistono certezze assolute (un fatto anche se non è mai avvenuto fino ad oggi, non significa che non avverrà mai). Giacomo Leopardi, con la sua chiara e illuminante visione consapevole della realtà (definita per molto tempo e per comodità di molti, pessimismo). La consapevolezza dovrebbe portare al ridimensionamento della presunzione, ma la nostra specie (salvo rare eccezioni) preferisce credere di essere il centro dell’universo, d’altronde per molti è più facile illudersi che ci siano dietro grandi complotti; dei vecchi e occulti poteri che mirano dominare il Mondo; piuttosto che accettare la realtà e modificare l’atteggiamento. O delegare la responsabilità ad alcuni e aspettare la salvezza per l’intervento di qualche divinità benevola, severa, ma disposta al perdono (con tutte le varianti del caso). Federico Audisio di Somma usa la scrittura per affascinare lettrici e lettori. David Quammen per informare partendo dall’analisi dei dati oggettivi riscontrati sul campo. Sono entrambi ricercatori, partono da una base analoga, usano due linguaggi differenti per ottenere lo stesso risultato. La storia dei loro scritti, la loro produzione scientifica e letteraria indica bene la strada che hanno percorso. Quammen cita i dati, le evidenze e gli studiosi, Audisio lascia la parola a Pan, figlio di Ermes, il dio signore dell’Universo selvaggio. Entrambi gli autori ci dicono che siamo noi esseri umani i responsabili di questa terribile pandemia che ora sta passando di moda perché troppi mezzi di informazioni si sono improvvisamente accorti di una guerra alle porte dell’Europa. Ora si parla di Ares, come se fino a poco fa regnasse solo la Pace, come se la distruzione in atto delle Natura fosse dovuta a forze misteriose. Nella quarta di copertina di Pan, Federico ci fa notare che «La situazione è talmente spropositata, che non si può attribuire a solo un virus vagante. Occorre una fantasia globale. La Terra desiderava uno stop». David ci ha avvisato, Federico ci propone di ragionare sul perché è avvenuto Entrambi ci dicono che “ovviamente” l’umanità cercherà di assolversi e di attribuire le colpe a fattori esterni o a presunte punizioni divine. Noi umani siamo sempre pronti a sottoporci a invocazioni e a geremiadi, ma dimentichiamo spesso e ci assolviamo con troppa facilità. INVITO A LEGGERE QUESTI DUE LIBRI, a leggerli entrambi (sapendo leggere), forse arriverà la risposta che molti non vogliono conoscere. Non è il fato il responsabile… Buona lettura, per chi vuol capire. Saper scegliere è una necessità che può determinare la fine o l’inizio di qualsiasi evento. Epitteto ha detto tanti secoli fa: «La realtà si divide in cose soggette al nostro potere e cose non soggette al nostro potere», frase su cui occorre meditare. Se tutti ci provassimo sarebbe già un buon inizio. Prof. Edgardo Rossi

martedì 15 dicembre 2020

mercoledì 4 marzo 2020

Il risveglio del demone (poesia, maledetta poesia) libro di Giuseppe Giordano Impremix Edizioni Visual Grafika

Il risveglio del demone (poesia, maledetta poesia) libro di Giuseppe Giordano Impremix Edizioni Visual Grafika
Un libro che è un saggio, un insieme di storie, una duplice raccolta di poesie (scritte in due distinti momenti della vita dell’anziano autore, come Giordano stesso si definisce). Ma non solo, Il risveglio del demone è anche un diario, un dialogo aperto dell’autore con i lettori e con se stesso, è una testimonianza, è un percorso nella storia culturale e sociale che parte dagli anni Sessanta del XX secolo per giungere ai giorni nostri. A scandire e unire il tempo ci pensano i nomi degli autori e della autrici citati e gli argomenti che si inseguono tra dotte citazioni, pensieri in libertà e riflessioni su ciò che era l’altro ieri ed è ancora oggi (tutto così uguale – tutto così diverso). Va specificato che a fondere insieme le varie parti non c’è solo la maestria di Giuseppe Giordano, c’è il demone, lo spirito guida che riporta a Allen Ginsberg e Alda Merini, a Socrate e Platone, a Teeteto, Glaucone e Alice (sì proprio lei quella del Paese delle meraviglie e forse ancora di più quella del Dietro lo specchio - o meglio di Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò) e a Galileo Galilei (ma di già che si parla di stelle l’autore non si dimentica di Samantha Cristoforetti l’AstroSamantha di cui l’Italia di oggi mena vanto e che l’immagine viva del presente). La poesia e le poesie diventano il tramite per una riflessione universale che ha come protagonista la vita stessa, raccontata unendo eventi culturali, testimonianze, scene di vita, ricordi lontani e vicini. Filosofi, poeti, scienziati e letterati e le parti in prosa (quasi saggi storici) fanno da tramite tra le poesie di ieri che parlano di follia, che vogliono essere uno spettacolo teatrale, che riprendono i versi di un antico poemetto per raccontare il Processo a una strega (questo per quel che riguarda il passato ritrovato) e le poesie di oggi che diventano elegie e aforismi. Il tutto unito sì in un’unica sinfonia, che però è ricca di miriadi di sfumature e che quindi sa rinnovarsi ad ogni pagina percorsa. Parole che si presentano, che cercano la provocazione, che invitano a essere lette per essere capite. Ma tanti altri sono i momenti e gli autori/autrici evocati dalla forza del demone (in greco antico δαίμων, traslato in dáimōn, cioè “essere divino”) che ha la facoltà di generare ricordi e trasmetterli attraverso le parole che in questo libro scorrono in prosa e versi, in un prima, un durante e un qui e ora. Davvero l’anima, il soffio vitale della memoria e dell’immaginazione, compie bene il suo lavoro e si bea ( e fa beare chi legge) di suoni e immagini che ci raccontano la vita nella sua bellezza e nel suo orrore (due facce dello stesso stupore). La commedia narrata si chiude con brevi aforismi, ma il demone lascia aperta la strada ad altri percorsi, che in parte ha già narrato in altri libri e ci dice che ancora molto c’è da scoprire. Il cerchio non si chiude, altre storie ci aspettano. Edgardo Rossi

giovedì 20 febbraio 2020

Altezza è mezza bellezza?

Altezza è mezza bellezza? Saggio sulla statura umana di Maurizio Molan (con il contributo di Riccardo Battaglia) Lindau Maurizio Molan è autore di un saggio che affronta un tema antropologico in modo originale, scientifico, ironico, storico e divertente (e con curiosità e scoperte interessanti). Il libro si presenta informando che: “L’autore prova a rispondere alla domanda scherzosamente riportata nel titolo, attraverso un’ampia analisi, che spazia dalle ricerche scientifiche alle indagini storiche, fino alle descrizioni dei personaggi che appartengono all’immaginario popolare, tra cui celebri nani e giganti, nonché alla tradizione letteraria”. Un impegno che Molan risolve brillantemente, partendo dalla riflessione iniziale sulla statura umana, specificando che cos’è l’antropometria, ricordando come la nostra specie è comparsa sul pianeta, aprendosi ad annotazioni scientifiche e informative, tutte documentate. Anche i casi curiosi vanno a completare un corollario di fatti che rispondono alla domanda proposta dal titolo. Molan non risolve il quesito (né lo pretende), troppe sono le varianti che caratterizzano la formazione del carattere e dell’aspetto fisico di ogni singolo individuo (unico e irripetibile), ma propone delle ipotesi, degli esempi, dei confronti che dimostrano che comunque la misura dell’altezza – o meglio – l’esigenza di misurare l’altezza è presente nella storia della nostra specie, che la percezione di noi è condizionata dal nostro aspetto fisico e che l’altezza è uno dei parametri più utilizzati. D’altronde il termine alto è usato per indicare doti positive, mentre basso è spesso usato per indicare delle mancanze in tante espressioni popolari, ed è in uso anche nel linguaggio giuridico e persino in sociologia. Molan non manca di far notare come la statura sia un problema più “sentito” e “misurato” nei maschi che nelle femmine (dal punto di vista psicologico è molto utile il capitolo curato dallo psicologo Roberto Battaglia, che apre ad altre riflessioni sul tema mantenendo la rotta sull’argomento trattato), narra di alcuni casi famosi e di alcune coincidenze (e stranezze). La narrazione è ben equilibrata, soddisfa e stimola la curiosità del lettore, invogliandolo ad approfondire i temi trattati, a confrontarsi anche con le proprie esperienze (lo stesso Molan usa la propria memoria per motivare ulteriormente il perché di questo libro, che nasce anche dalle sue esperienze di medico e dalla sua voglia di capire), a trovare riscontro con la quotidianità, fatta di abitudini che non nascono mai a caso e che andrebbero sempre analizzate. Chi osserva il mondo è portato a vedere prima ciò che appare evidente e solo in seconda battuta ciò che è meno evidente, sembra un fatto scontato, invece è frutto di tante varianti ed è legato alla nostra voglia di non fermarsi all’apparenza, ma l’azione di andare oltre ciò che si vede va coltivata, va sviluppata, può costare fatica. Questo libro ha il pregio di invitare a non fermarsi alla prima impressione, quindi è un buon libro che fornisce strumenti utili alla conoscenza di se stessi. Edgardo Rossi ISBN: 9788833532141

sabato 1 febbraio 2020

"La Shoah dei bambini" La persecuzione dell'infanzia ebraica in Italia, 1938-1945

"La Shoah dei bambini" La persecuzione dell'infanzia ebraica in Italia, 1938-1945 Bruno Maida Einaudi Editore Un libro che, come dice l'incipit della quarta di copertina "riattraversa «con occhi di bambino» le tragiche vicende della persecuzione antiebraica". Un libro potente che non solo ripercorre le tragiche vicende della comunità ebraica italiana, ma che dimostra come il raccontare la storia sia non un semplice ricordare o elencare fatti, ma un costante impegno ad attualizzare le vicende narrate per dare un nome ad ogni vittima e per riportare in vita quello che è stato. La storia diventa maestra di vita solo quando incide la consapevolezza di chi la studia e di chi la legge. Il passato non è solo l'evento che è stato ma è l'oggi, è la vicenda che rivive, è la voglia di conoscere veramente. Non si può capire un dramma orribile come fu la Shoah, una delle maggiori stragi perpetrata da uomini su altri uomini, se non si capisce che quello che è avvenuto potrebbe riavvenire, anzi, come giustamente sottolinea Maida, tali vicende sono nuovamente avvenute e stanno riavvenendo. Come dimenticare le guerre avvenute nella seconda metà del Novecento e quelle in corso e avvenute nei primi anni del Ventunesimo secolo? guerre che hanno coinvolto i bambini, che li hanno usati, li hanno snaturati, brutalizzati. È cronaca quotidiana di eradicazioni, di espropriazioni dei valori stessi, di quei valori che rendono la vita un qualcosa di più di un semplice percorso biologico. Maida, narrando le vicenda della persecuzione dei bambini ebrei ci insegna che essa fu una duplice persecuzione, i bambini si trovarono a convivere con un qualcosa che non potevano ancora capire, furono privati della loro quotidianità, del loro diritto ad essere bambini. Questa tragica verità vale sia per i bambini che morirono nei campi di stermino, sia per quelli che scamparono alle retate ma furono costretti a nascondersi, a distaccarsi dalle famiglie, a vivere sotto mentite spoglie, a imparare a dire bugie, il tutto per sopravvivere ad un qualcosa che non si comprendeva, a un mostro che aveva l'aspetto spesso del vicino di casa. Maida ci fa conoscere anche le azioni meritevoli, di chi aiutò e salvò molti ebrei, ma non dimentica il ruolo che ebbe il regime fascista nel creare un sistema persecutorio basato su un'informazione distorta, trasformata addirittura in materia da insegnare nelle scuole. Creare il nemico era un dovere, non importava se gli ebrei erano stati patrioti, o erano addirittura militanti fascisti, gli ebrei erano da considerarsi stranieri, erano una razza inferiore. Maida ha la capacità di narrare le vicende con la puntualità dello storico e la penna dello scrittore, il libro si colloca in un filone di indagine che vede un interesse costantemente in crescita verso la storia dell'infanzia del ventesimo secolo. Una scelta necessaria per un mondo che ancora non ha imparato bene a proteggere il proprio futuro, perché i bambini sono il futuro del mondo, il male che viene fatto a loro avrà ripercussioni nella storia che sarà. La storia è figlia di se stessa, non conoscere il passato significa negare il presente e inquinare il futuro. Edgardo Rossi Bruno Maida è ricercatore di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Studi Storici dell'Università di Torino. Tra i suoi libri ricordiamo: Il futuro spezzato. Il nazismo contro i bambini (con Lidia Beccaria Rolfi, La Giuntina 1997); Dal ghetto alla città. Gli ebrei torinesi nel secondo Ottocento (Zamorani 2001); Prigionieri della memoria. Storia di due stragi della Liberazione Angeli 2002 (premio Ettore Gallo, 2005); La stampa del regime. Le veline del Minculpop per orientare l'informazione (con Nicola Tranfaglia) Bompiani 2005; Artigiani nella città dell’industria. La Cna a Torino 1946-2006 (Edizioni Seb27 2007); Non si è mai ex deportati. Una biografia di Lidia Beccaria Rolfi (Utet 2008); La Shoah dei bambini. La persecuzione dell'infanzia ebraica in Italia (1938-1945) (Einaudi 2013), Auschwitz e la Shoah. Storia per immagini dell'olocausto (1933-1945) (Edizioni del Capricorno 2015), L' infanzia nelle guerre del Novecento (Einaudi 2017).

martedì 14 gennaio 2020

De bello Gallico di Gaio Giulio Cesare - traduzione e note di Davide Cazzola

Il De bello Gallico è uno dei libri più noti della letteratura latina, opera scritta da Cesare non solo per raccontare la sua impresa ma anche (e soprattutto) per motivi propagandistici, libro in cui il condottiero e politico romano dimostra le sue grandi capacità di narratore e di curatore della propria immagine. Opera di grande valore letterario caratterizzata da una forma narrativa chiara, semplice, stringata. Dove Cesare attua scelte stilistiche precise e nette come dimostra il frequente uso del participio, sia come predicativo sia nel costrutto dell’ablativo assoluto, scelta che gli permette di sostituire le proposizioni esplicite, conferendo rapidità e scorrevolezza al periodo; o il ricorso alla proposizione relativa, arricchita dall’utilizzo di una molteplicità di usi e forme stilistiche (nesso relativo, relativo prolettico, proposizione relativa apparente) che gli consentono di assecondare le circostanze e la struttura armonica del periodo; utilizza anche il discorso indiretto, con la chiara intenzione di eliminare qualsiasi ostentazione di drammaticità, ridimensionando la retorica delle parole dei personaggi. D’altronde nello scorrere della narrazione Cesare non fa uso di nessuna nota superflua e di nessun fronzolo retorico, rendendo il racconto come un evento naturale, quasi come se fossero i fatti stessi a parlare, senza passionalità e senza riflessioni personali; in tal modo la narrazione scorre come un documentario di guerra. Interessante anche la scelta di parlare di se stesso in terza persona. Nella sua traduzione Davide Cazzola non solo dimostra di aver ben compreso la narrazione dell’autore, ma ne rispetta pienamente le scelte, ne esalta lo stile, dimostrando come la traduzione possa diventare essa stessa opera narrativa. Tradurre è una delle attività più complesse, spesso chi traduce tende ad interpretare il testo, a forzarlo. Talvolta è scelta obbligatoria, non sempre la traduzione rende appieno i significati di uno scritto di un’altra lingua, ma molti abusano di questa “presunta necessità”, Cazzola invece sceglie la coerenza e la linearità del testo originario e si regala (e ci regala) le sue considerazioni con delle note che giustamente definisce “serie, curiose ed ironiche”. Sceglie anche di dividere il testo latino da quello italiano, invitando implicitamente il lettore a percorrere le due strade in modo autonomo l’una dall’altra, per chi sa il latino una “sfida” a rileggere ciò che Cesare ci ha narrato; per chi non lo conosce la proposta della lettura del testo in italiano (ma con sempre la possibilità di confrontarlo con quello latino) che rispetta pienamente il testo latino e non lo travisa. Un lavoro di pregio, in cui ben si vede la competenza del curatore e la sua passione, in cui nulla è lasciato al caso, comprese le scelte fatte del testo proposto, tutto ben precisato nella pagine di presentazioni, con poche e misurate parole. Non resta che augurare buona lettura a chi vorrà accettare l’invito che Davide Cazzola porge a chiunque voglia accostarsi a quest’opera che in tanti conoscono e pochi hanno letto per intero (e questa “offerta” potrebbe essere una bella occasione per farlo). Edgardo Rossi

sabato 20 aprile 2019

Siddharta Rave, recensione

Siddharta Rave Romanzo di Federico Audisio di Somma Cairo Editore Con il romanzo Siddharta Rave Federico Audisio ci propone una ricerca, lo fa partendo da un presente (l’intervista con cui il libro si apre) che però forse è già passato e che comunque ha le sue profonde radici in un passato fatto di flashback, che sono di fatto dei racconti del perché la storia è avvenuta e sta avvenendo. Il protagonista è Sid, un giovanissimo dj alla ricerca della musica perfetta, ma in realtà alla ricerca di un padre perduto (in che modo e come, è giusto che il lettore lo scopra da sé), ma in realtà Sid è l’ultimo arrivato di una storia partita cinquant’anni prima, una storia che aveva per protagonisti un gruppo di ragazzi e ragazze apparentemente privilegiati dalla vita, figli di famiglie ricche e benestanti ma abbandonati a se stessi, sono creativi, provocatori, ribelli o, forse, solo naufraghi in balia della vita e alla ricerca di un approdo. Di fatto sono dei ragazzi di vita, o meglio ragazzi che vogliono vivere la vita e lo fanno diventando un punto di riferimento per tanti altri che cercano di colmare un vuoto che è presente in tutte le storie che via via si manifestano e che mai viene colmato. I vari protagonisti compaiono uno per volta, apparentemente a caso (così ce li vuole proporre Audisio) portati dalla succedersi degli eventi (come è nella vita), alcuni sono arroganti, altri sono fragili, tutti inseguono i loro sogni e li realizzano con pieno successo, quasi avulsi dal mondo che li circonda, mondo con cui anzi hanno poco in comune e con cui si scontrano ripetutamente, ma interessante è leggere come tali scontri avvengono e come si risolvono. Il rifugio, l’Eden dove tutti in qualche modo vivono o ritornano è un lago (il lago di Avigliana), lago dove tutti i giorni si pratica lo sci d’acqua, dove l’inverno è pausa e rinascita per la nuova primavera, quel lago è lo specchio dove tutto si dissolve e tutto si rigenera, Ma in realtà anche l’apparente calma del lago (quando non è in tempesta) non è che un simbolo e un altro luogo diventerà importante per la ricerca che tutti i personaggi stanno svolgendo, consapevolmente e inconsapevolmente. Vicino al lago una casa di sogno, costruita all’interno di una collina, con la sua bolla di vetro, è l’astronave dove tutto sembra avere il suo centro, fino a quando quell’equilibrio perfetto si rompe, ma la rottura è il pretesto perché tutto rinasca, prima in una chiesa, poi in un eremo montano, per ritornare e dissolversi e risolversi infine ancora una volta nel lago (o meglio sulle sue rive). Tutti sono liberi (eppure prigionieri del loro ruolo, che hanno scelto o da cui sono stati scelti?) a ben vedere quasi malati di libertà eccessiva (o prigionieri di quella che sembra essere libertà di essere), possono non curarsi delle regole comuni, gli è permesso dalla loro posizione sociale, dal fatto di sentirsi diversi e di essere, in fin dei conti, protetti dal loro eremo (in questo “gioco” fondamentale è il ruolo di Luigi Xella, il nume tutelare del gruppo, della radio, della memoria). Un’umanità scomposta e variegata, tipi umani, maschere, compongono un caleidoscopio dove natura e tecnologia si fondono in un’unione impossibile eppure armonica. Questo romanzo racconta una generazione, lo fa citando cantanti e musiche, dimostrandosi fedele fino all’ossessione ai vinili che scorrono sul piatto, guidati da mani capaci di affascinare. Un ruolo viene lasciato anche al misticismo, dei tarocchi ogni tanto sembrano dipanare la nebbia del destino che sembra attendere tutti. Vengono in mente Richard Bach, Robert Pirsig, Pier Paolo Pasolini e altri narratori della trasmutazione del quotidiano in mito. Un’epoca è passata e ha lasciato tracce indelebili, oggi le rovine sono diventate monumenti, ma una volta erano vita e quella vita continua e continuerà, questo è, forse, il messaggio che Siddharta Rave vuole trasmettere… Edgardo Rossi

sabato 23 dicembre 2017

Recensione di: VERSO I MARI DEL SUD

VERSO I MARI DEL SUD L’ESPLORAZIONE DEL PACIFICO CENTRALE E MERIDIONALE DA MAGELLANO A MALASPINA di Francesco Surdich Aracne editrice Verso i mari del Sud è un libro storico che ci racconta - come il sottotitolo bene evidenzia - un particolare periodo della storia delle esplorazioni, scegliendo un’area geografica ben precisa l’emisfero meridionale. In quegli, dopo la scoperta dell’Oceano Pacifico da parte della spedizione di Magellano, molte nazioni europee si lanciarono alla ricerca sia di nuovi continenti sia di un passaggio per raggiungere agevolmente l’Asia. Si tratta di un libro rigoroso nei contenuti e nelle fonti, completo negli argomenti trattati e con un grande pregio: quello di essere un saggio che si legge come un libro di avventure. Scritto da Francesco Surdich docente di Storia della esplorazioni e scoperte geografiche dal 1970 al 2015 presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Genova, giustamente considerato come uno dei più validi conoscitori dell’epopea delle esplorazioni e di storia medievale. Si tratta di un libro che si aggiunge ad una lunga serie di pubblicazioni scientifiche e divulgative che hanno caratterizzato (e caratterizzano) la produzione accademica del professor Surdich, un libro che conferma la continuità di una ricerca che ancora dura e soprattutto la coerenza di questo storico che ha scelto di narrare e spiegare cosa sono state le esplorazioni geografiche e quali cause hanno determinato nella storia dell’umanità. Nella sua vastissima produzione, Surdich ha sempre narrato come i vari eventi sono avvenuti, ha utilizzato i documenti e le testimonianze per portare il lettore all’interno dei vari viaggi, degli incontri e, purtroppo, degli scontri, che quei viaggi hanno causato. Viaggi che, nel periodo esaminato dalla presente opera, avevano lo scopo ufficiale di esplorare e scoprire nuove terre e nuove popolazioni, ma che a ben guardare erano sempre spinti da motivi legati al guadagno e al commercio. L’autore fa ben notare come le prime esplorazioni dell’Oceano Pacifico, nacquero più sulla spinta della ricerca di nuove vie per giungere nella tanto agognata Asia, e di come esse fossero comunque concepite come azioni di conquista. Per le potenze europee del XVI secolo non era concepibile che i cosiddetti selvaggi avessero diritto alcuno sulle terre da loro abitate. Ma il libro non si ferma solo su questo periodo, anzi giunge fino a Malaspina, un italiano discendente da una nobile famiglia della Lunigiana che mise le sue competenze marittime al servizio della corona di Spagna, e a James Cook; non trascurando però le spedizioni francesi e non dimenticando le presenze portoghesi e olandesi in quelle che allora erano considerate Indie Olandesi (appunto), evidenziando il mutamento di opinione che gli europei iniziarono ad avere verso queste nuove terre. Importate è il passaggio che avvenne nella mentalità dei vari governi e nei vari esploratori soprattutto nel secolo XVIII, quando si sentì la necessità di esplorare sia le nuove terre (ormai conosciute) sia le possibili terre ancora sconosciute - il mito del continente australe si era andato rinforzando nel corso degli anni – con un approccio più scientifico e etnografico (si disegnano mappe sempre più accurate, si analizzano le culture dei popoli via via incontrati, si valutano le possibilità commerciali e i vegetali e gli animali che in quelle latitudini vivono) e quando gli ordini che accompagnavano queste spedizioni si invitano i vari comandanti a trattare le popolazioni incontrate con rispetto. Non è un caso che proprio in quegli anni nascesse il mito del buon selvaggio e non è per caso che i vari esploratori fossero in qualche modo condizionati da tale visione. Surdich sceglie di dividere le varie esplorazioni seguendo le rotte delle varie spedizioni, che pure talvolta si incrociarono, riscoprendo più volte – ma dando a loro nomi diversi – le stesse isole, o confondendole con altre e decide di chiudere il libro facendo riflettere sulla grande utopia, molto popolare in Europa, delle Isole Felici e sullo stato di natura. Un tema che era presente nella cultura e nella letteratura europea da secoli, e che aveva dato vita alla ricerca (e ritrovamento) del possibile Paradiso perduto, il perenne desiderio che l’umanità sognava di rendere reale. Il saggio fa notare ai lettori cosa si è ottenuto da quei viaggi, quali contributi alla conoscenza scientifica sono stati apportati e quali furono le conseguenze dei vari incontri tra europei e indigeni, tra illusioni, disillusioni, riflessioni e contaminazioni. Da bravo storico, Surdich, tiene le giuste distanze dalle emozioni che pure ci racconta, ma nello stesso tempo riporta documenti che attestano come l’uomo europeo fosse comunque intimamente convinto della sua superiorità sulle altre culture lasciando intendere le conseguenze che tale “cultura” finirà per determinare. Voglio chiudere questa mia segnalazione bibliografica citando la dedica che apre questo libro, nella quale Francesco Surdich, alla vigilia del suo pensionamento, ha voluto ricordare le migliaia di studenti che hanno seguito le sue lezioni all’Università di Genova permettendogli di “dare significato e sostanza alla sua passione didattica”. Edgardo Rossi Di seguito parte delle numerosissime pubblicazioni di Francesco Surdich, qui di seguito alcune delle sue Monografie. Genova e Venezia fra Tre e Quattrocento, Genova, Bozzi, 1970 Le grandi scoperte geografiche e la nascita del colonialismo, Firenze, La Nuova Italia, 1975 Fonti sulla penetrazione europea in Asia, Genova, Bozzi, 1976 Momenti e problemi di Storia delle esplorazioni, Genova, Bozzi, 1976 Esplorazioni geografiche e sviluppo del colonialismo nell'età della rivoluzione industriale. I: Fasi e caratteristiche dell'espansione coloniale. II: Espansione coloniale ed organizzazione del consenso, Firenze, La Nuova Italia 1979-1980 Barone di Lahontan, Dialoghi con un selvaggio, a cura di F. Surdich, Ivrea, Herodote, 1984 Corso di storia. I. Il Medioevo, Milano, Librex, 1992 L'esplorazione italiana dell'Africa, a cura di F. Surdich, Milano, Il Saggiatore, 1982, Un'antologia che è stata definita “la prima, vera, scientifica antologia di scritti sul'apporto italiano alla conoscenza dell'Africa” dal maggiore studioso della storia del colonialismo italiano (vedi A. Del Boca, La nostra Africa , Vicenza, Neri Pozza Editore 2003, p.12) Il Medioevo, in La Storia: gli avvenimenti e i personaggi, Busto Arsizio, Bramante, 1987, pp. 11-479 Verso il Nuovo Mondo. L'immaginario europeo e la scoperta dell'America, Firenze, Giunti 2002 C. Cavalli, Più neri di prima. Colonizzazione e schiavitù in Congo nel diario di viaggio di un italiano agli inizi del Novecento, a cura di F. Surdich, Reggio Emilia, Diabasis, 1995 M. Guattini – D. Carli, Viaggio nel Regno del Congo, a cura di F. Surdich, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 1997 L'attività missionaria, politico-diplomatica e scientifica di Giuseppe Sapeto. Dall'evangelizzazione dell'Abissinia all'acquisto della baia di Assab, Comunità Montana “Alta Val Bormida”, Millesimo, 2005 La via della seta: missionari, mercanti e viaggiatori europei in Asia nel medioevo, Trento, Genova, Il Portolano, 2007 La via delle spezie. La Carreira da India portoghese e la Cina, Centro Studi Martino Martini – Il Portolano, Trento – Genova, 2009 Verso i mari del sud. l'esplorazione del Pacifico centrale e meridionale da Magellano a Malaspina, Aracne, Roma 2015 Nel 1975 ha fondato il periodico “Miscellanea di Storia delle Esplorazioni” (codice ISSN: 2280-0891), rivista scientifica con periodicità annuale, che è diventata il più longevo e costante periodico italiano su questo tema. L’ultima pubblicazione è del 2016. VERSO I MARI DEL SUD L’ESPLORAZIONE DEL PACIFICO CENTRALE E MERIDIONALE DA MAGELLANO A MALASPINA di Francesco Surdich Aracne editrice (Roma, 2015) Verso i mari del Sud ci racconta - come il sottotitolo bene evidenzia - un particolare periodo della storia delle esplorazioni, scegliendo un’area geografica ben precisa, l’emisfero meridionale, dove, dopo la scoperta dell’Oceano Pacifico da parte della spedizione di Magellano, molte nazioni europee si lanciarono alla ricerca sia di nuovi continenti, sia di un passaggio per raggiungere agevolmente l’Asia. Si tratta di un libro rigoroso nei contenuti e nelle fonti, completo negli argomenti trattati e con un grande pregio: quello di essere un saggio che si legge come un libro di avventure. . L’autore fa ben notare come le prime esplorazioni dell’Oceano Pacifico nacquero, a partire da quella guidata da Ferdinando Magellano, sulla spinta della ricerca di nuove rotte per giungere nella tanto agognata Asia; ma il libro giunge fino a Malaspina, un italiano discendente da una nobile famiglia della Lunigiana che mise le sue competenze marittime al servizio della corona di Spagna, e a James Cook, non trascurando naturalmente le spedizioni francesi e non dimenticando le presenze portoghesi e olandesi in quelle che allora erano considerate per l’appunto Indie Olandesi.. Importate è il passaggio che avvenne nella mentalità dei vari governi e nei vari esploratori soprattutto nel secolo XVIII, quando si sentì la necessità di esplorare sia le nuove terre (ormai conosciute), sia le possibili terre ancora sconosciute - il mito del continente australe, che affonda le sue radici addirittura nel mondo classico, si era andato rinforzando nel corso degli anni – con un approccio più scientifico e etnografico (si disegnano mappe sempre più accurate, si analizzano le culture dei popoli via via incontrati, si valutano le possibilità commerciali e i vegetali e gli animali che in quelle latitudini vivono) e quando gli ordini che accompagnavano queste spedizioni cominciarono ad invitare i vari comandanti a trattare le popolazioni incontrate con rispetto. Non è un caso che proprio in quegli anni nascesse il mito del buon selvaggio e non è per caso che i vari esploratori fossero in diversi modi condizionati da tale visione. Surdich sceglie di dividere le varie esplorazioni seguendo le rotte delle varie spedizioni, che pure talvolta si incrociarono, riscoprendo più volte – ma dando a loro nomi diversi – le stesse isole, o confondendole con altre e decide di chiudere richiamando l’attenzione sulla grande utopia, molto popolare in Europa, delle Isole Felici e sullo stato di natura. Un tema che presente peraltro nella cultura e nella letteratura europea da secoli e che aveva dato vita alla ricerca (e ritrovamento) del possibile Paradiso perduto, il perenne desiderio che l’umanità sognava di rendere reale. Il saggio fa notare ai lettori cosa si è ottenuto da quei viaggi, quali contributi alla conoscenza scientifica sono stati apportati e quali furono le conseguenze dei vari incontri tra europei e indigeni, tra illusioni, disillusioni, riflessioni e contaminazioni. Surdich, mantiene sempre tiene le giuste distanze dalle emozioni che pure ci racconta e ci trasmette, ma nello stesso tempo riporta numerosi documenti che attestano come l’uomo europeo fosse comunque intimamente convinto della sua superiorità sulle altre culture lasciando intendere le conseguenze che tale “cultura” avrebbe finito per determinare. Voglio chiudere questa mia segnalazione bibliografica citando la dedica che apre questo libro, nella quale Francesco Surdich, alla vigilia del suo pensionamento, ha voluto ricordare le migliaia di studenti che hanno seguito le sue lezioni all’Università di Genova permettendogli di “dare significato e sostanza alla sua passione didattica”. Edgardo Rossi