giovedì 12 agosto 2010

Generazione mille euro, ovvero largo ai peggiori.

Generazione mille euro, ovvero largo ai peggiori.
di Edgardo Rossi

Esiste un paese dove quasi tutte le migliori menti sono condannate al precariato, sono costrette a vivere inventandosi attività o accettando contratti a tempo determinato, buttando il loro tempo nella spasmodica ricerca di un lavoro che permetta loro di realizzarsi.
Un paese dove i ricercatori (se viene concesso di diventarlo) sono spesso pagati con cifre ridicole e senza garanzia alcuna che l’attività intrapresa possa continuare nel tempo. Un paese dove la cultura è considerata un peso, peggio una perdita.
Un paese dove gli incarichi importanti si trasmettono di padre in figlio (da zio a nipote, da parente a parente, ecc.), i ruoli dirigenziali si conquistano con le “spintarelle”, dove l’incompetenza è considerata una virtù, al punto che importanti dirigenti vengono premiati per aver fatto fallire l’impresa di cui erano amministratori.
Certo esistono le eccezioni (come potrebbe se no quel paese di cui si parla sopravvivere), ogni tanto qualcuno dotato di competenze e capacità arriva a ricoprire il ruolo che gli compete, ma è una variante confermativa, e comunque non devono essere troppi, cambierebbero le regole del gioco.
D’altronde in tale “felice” paese è stato inventato uno spazio apposta per favorire il mantenimento costante dell’incompetenza (se non addirittura l’aumento della stessa). Tale spazio è la politica (o meglio l’uso che viene fatto della politica), dietro la parvenza democratica vi è un sistema di regole che garantisce la scelta della classe politica più gradita alle varie consorterie che detengono il potere economico, esso si divide in due grandi “filoni”, quello diretto e quello condizionato.
Attraverso il sistema diretto i candidati sono scelti dai partiti, che li pongono in ordine, secondo un gradimento personalistico e di interesse. In questo filone il candidato ideale, futuro e certo deputato, deve essere o cointeressato al progetto o totalmente ignaro di esso, o tutte e due le cose assieme, deve però garantire la totale accettazione degli ordini di partito. Guai mancare di rispetto alle regole. Tale principio è brillantemente applicato nelle elezioni nazionali.
Il sistema condizionato è meno sicuro, può portare anche a spiacevoli incidenti, tipo l’elezione di persone non gradite, ma i rischi sono bassi. A monte c’è un capillare lavoro di appiattimento delle menti, si tende a far ragionare la gente per slogan, a creare ad arte delle paure fittizie, ad indurre la massa ad identificarsi in presunti leader carismatici a cui bisogna credere con fede cieca ed assoluta.
Se il gioco riesce (e spesso riesce) tutto è quasi garantito, per cui il candidato consigliato verrà prontamente “scelto” dall’elettorato, garantendo la continuità del sistema stesso ed evitando pericolose intrusioni. È grazie a tale metodo che in altri ambiti elettorali sono stati votati ed eletti personaggi di una tale bassezza morale ed intellettuale da rasentare lo scandalo. So che molti pensano ad un noto figlio di (per altro culturalmente deprivato come il padre), ma in realtà quello a cui pensate è uno dei tanti, guardatevi attorno e soppesate chi sta “governando” con mente libera e forse ci si sveglierà da questo “sonno della ragione” che sembra ottenebrare la mente di troppi.
A questo punto avrete capito che il paese di cui vi ho parlato è l’Italia, che la generazione condannata al precariato è quella attuale, che il processo in corso è attivo da molti anni, che le prospettive di una rinascita sono molto limitate e sono legate alla nascita di una coscienza morale autentica, capace di riscrivere le regole applicando finalmente i principi della nostra Costituzione, e in particolare i primi cinque articoli. Per chi non li ricordasse varrebbe la pena di rileggerli e farli diventare parte del proprio comportamento civico.

Art. 1
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Art. 2
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Art. 5
La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.

domenica 8 agosto 2010

L'uomo dei vetri - racconto di Silvano Baracco

Un piccolo regalo, un delizioso racconto-favola del grande Silvano. Buona lettura a chi frequenta questo blog.
L’ U O M O D E I V E T R I
Di Silvano Baracco (Walko)
L’uomo dei vetri aveva anche un nome. Nessuno lo sapeva, ma si chiamava Zeno, perché suo padre aveva letto un libro, una volta, da giovane, non ci aveva capito granché, e anche quel poco se lo era subito dimenticato, ma gli era rimasto impresso il nome del protagonista, e il titolo del libro, per cui aveva deciso che, se il suo primo, e anche unico figlio doveva essere un uomo di coscienza, come in effetti avrebbe desiderato, già nel suo nome doveva essere rappresentato un augurio, ed insieme una premessa in tal senso. Zeno, l’uomo dei vetri, era ancora un ragazzo quando cominciò a lavorare al Palazzone, nel centro commerciale della Città, come pulitore delle sue grandi vetrate. Nel Palazzone c’erano solo uffici, tantissimi uffici, pieni di uomini e donne affaccendati, non si sa bene in quali mansioni e per quali finalità, ma l’opinione comune era che in quel palazzo, appunto il Palazzone, alto quarantotto piani e lungo un’intera via di duecento metri, la Via del Palazzone, si facessero cose molto importanti, addirittura decisive per la Città, e forse anche per la Nazione, tanto è vero che, ogni quattro o cinque anni, veniva in visita il Presidente in persona: arrivava sempre intorno alle undici del mattino, con una fila di automobili scure, attorniato da una settantina di persone estremamente rumorose, e tutto il corteo veniva risucchiato dal Palazzone nel volgere di dieci convulsi minuti. La gente, in quell’occasione, dietro le transenne applaudiva e sorrideva, gli uomini adulti sollevavano i bambini e dicevano: “Guarda, quello è il Presidente!”. Con il tempo, quei bambini crescevano, diventavano adulti, e a loro volta sollevavano nuovi bambini dicendo “Guarda, quello è il Presidente!”, e anche lui, il Presidente, non era più lo stesso di prima. Poi anche i nuovi bambini diventavano adulti, e così via. Di uguale, col tempo, restavano solo la scena, le transenne e il Palazzone. E l’uomo dei vetri. Zeno era nato lì, nella Via del Palazzone, ma quando lui era nato si chiamava ancora Via dei Prati Fioriti, e del Palazzone c’erano solo le fondamenta. All’età di un anno, quando aveva cominciato a dare un contorno ed un significato alle cose che lo circondavano, il Palazzone c’era già, tutto intero, completo delle sue grandi vetrate che la luce trasformava in apparenti specchi, e tutto intorno la strada, i marciapiedi, l’asfalto. Il suo mondo era lì, la sua casa di fronte al Palazzone, la scuola di fianco. A quattordici anni, finita la scuola dell’obbligo e dimenticata del tutto l’infanzia, era entrato per la prima, ed unica, volta proprio dentro al Palazzone, accompagnato da suo padre che nell’occasione non si dimostrava molto autoritario, ma anzi, di fronte al tipo in giacca, camicia, cravatta e occhiali che sedeva dietro a una scrivania, stava con la testa china e un sorriso permanente stampato in faccia, in una mano stringeva il cappello e teneva l’altra appoggiata sulla testa del figlio, ogni tanto abbozzando una specie di carezza. Il giorno stesso Zeno era salito sul ponteggio volante, un’asse appesa con due corde laterali, sistemate a carrucola, tirando le quali poteva salire fino al quarantottesimo piano e ridiscendere sino al primo, a piacimento. Era diventato, così, il ragazzo dei vetri, armato di secchio, spazzolone e strofinacci, che lavorava sino a sera e poi rientrava a casa. Questo per un certo periodo, forse qualche anno. Poi, ritrovatosi solo al mondo, divenuto ormai l’uomo dei vetri, cominciò a non rientrare più, la sera. All’ultimo piano c’era il rubinetto esterno per riempire il secchio e la cabina del cambio degli strofinacci, dove qualcuno nottetempo veniva a ritirare quelli sporchi e a sostituirli con stracci puliti che l’uomo dei vetri trovava ogni mattino, quando iniziava il lavoro. Accanto, c’era la mensa self-service, dove bastava pigiare un tasto per avere il rifornimento di cibo. Così Zeno cominciò a vivere sul ponteggio volante: vi lavorava dall’alba al tramonto, con perizia e precisione, vi mangiava, vi dormiva. Non ne ridiscese, per tutti gli anni a venire, ma non si può dire che fosse per una scelta precisa: capitò così, senza nemmeno che se ne rendesse conto, come una cosa normale, insieme a tutte le altre cose circostanti, il cielo, la nebbia, il fumo, la pioggia, la notte, il giorno, il Palazzone e, laggiù in fondo, la strada. Cioè a dire: il mondo.
L’uomo dei vetri prestava il suo servizio con molta coscienza, ogni giorno dell’anno, senza sosta per ferie o feste di cui neppure ricordava l’esistenza. Nemmeno un millimetro di vetro restava immune da una passata del suo strofinaccio, neppure un granello di polvere veniva trascurato dal suo spazzolone. Sul suo ponteggio lungo come tutto il palazzo, l’uomo dei vetri partiva dall’ultimo piano, dove si era fermato a dormire, e scendeva sino al primo, insaponando e lavando le vetrate; il piano terra non gli competeva, perché era tutto di cemento, e la porta di ingresso era un cancello di ferro. Al primo piano si fermava per il pranzo, senza nemmeno per un attimo appoggiare lo sguardo di sotto, al marciapiede, alla strada, che a quell’ora erano sempre vuoti. Una breve pennichella e poi via, cominciava a salire, un piano alla volta, sino all’ultimo, spolverando le vetrate. La strada si riempiva di nuovo, piano piano, ma nessuno si accorgeva mai di quell’uomo sospeso sul ponteggio volante. Anche le persone che lavoravano all’interno del Palazzone non si accorgevano affatto di lui, e forse ignoravano del tutto la sua esistenza.
Né, sia detto per inciso, l’uomo dei vetri si curava di loro: sapeva che erano lì, al di là di quelle vetrate, e che facevano cose importanti, perché chi lavorava nel Palazzone faceva solo cose importanti, ma non sapeva neppure quali fossero, non gli interessava affatto, e non aveva mai visto il viso, né sentito la voce, di una sola di quelle persone. Ne ascoltava il rumoreggiare indistinto, suoni sparsi di voci senza parole, di stampanti e di telescriventi, passi, ticchettii di tasti, campanelli, e nient’altro. In fondo, l’uomo dei vetri non si rendeva neppure conto della propria solitudine, perché anche questa era un fatto normale, scontato come tutto quanto il resto. Ma a volte, la solitudine portata alle estreme conseguenze, provoca fatti alquanto inspiegabili, forse miracolosi. Così, un giorno d’estate, terminato il lavoro che era ancora chiaro abbastanza da non mettersi subito a dormire, l’uomo dei vetri cominciò a passeggiare su e giù per i suoi duecento metri di ponteggio volante, e ritornando al punto di partenza vide un’apparente figura umana, un giovane seduto sul ponteggio, con le gambe penzoloni nel vuoto e un paio di ali dietro la schiena, come fossero richiuse. Si stupì molto di quella visione, e avrebbe voluto rivolgergli subito qualche domanda, che ci facesse lì, come c’era arrivato, ma non parlava da così tanti anni che la voce gli stentava ad uscire. Il giovane lo guardava stupito, come fosse sorpreso che l’uomo dei vetri avanzasse verso di lui, continuando a fissare nella sua direzione, tanto che, a un certo punto, si voltò, come a cercare quel che potesse avere attirato l’attenzione di Zeno esattamente dietro di lui, oltre a lui. L’uomo dei vetri, nel frattempo, era faticosamente riuscito a schiarirsi la voce, con un po’ di esercizio e di deglutizioni della propria saliva, e quando fu di fronte al giovane, senza nemmeno salutarlo, perché non era abituato alle consuetudini della vita in società, gli rivolse la prima domanda che riuscì ad articolare:
- Chi sei?
Il giovane parve trasecolare.
- Io???
- Sì, tu. Non c’è nessun’altro.
- Ma...mi vedi?
- E perché non dovrei vederti?
- Ma...perché...perché io sono...sono invisibile.
L’uomo dei vetri restò colpito da questa affermazione, dal suo punto di vista, ovviamente, del tutto inspiegabile e perciò assurda. Ma non era il tipo d’uomo che non concede al prossimo l’opportunità di spiegarsi, sebbene a dire il vero, fino a quel momento, non ricordava di aver mai avuto occasione di rapportarsi ad alcun prossimo di qualsivoglia specie.
- Ma allora, se sei invisibile come dici, perché ti vedo?
- E’ proprio quello che non riesco a spiegarmi, perché a questo punto non c’è alcun dubbio che tu mi stia vedendo, e anche ascoltando, perché rispondi a tono e con logica conseguenza alle parole che ti rivolgo.
- Anche questo non dovrebbe essere possibile?
- Proprio così. Non capisco...
- Non ci sarà un guasto da qualche parte?
- Un guasto?
- Sì, un guasto nel tuo meccanismo di invisibilità e inascoltabilità.
Il giovane non rispose, ed era visibilmente perplesso, e il fatto di esserlo, appunto visibilmente, aumentava di fatto il suo stato di perplessità, come si può ben capire. Improvvisamente, come avesse avuto una comunicazione dall’esterno, per quanto chiusa al suo interno, che gli aveva fornito una spiegazione puntuale e plausibile, il giovane si illuminò in viso.
- Ah, è così! Allora è tutto chiaro.
- Cioè?
- Cioè: tu puoi vedermi e puoi ascoltarmi a causa della solitudine in cui vivi, da molto tempo. Solo quando un uomo è estremamente e permanentemente solo con sé stesso, come è il tuo caso, e comunque, anche in casi come questo del tutto eccezionalmente, a quell’uomo può capitare che gli si materializzi di fronte, per così dire in carne ed ossa, e voce, il suo Angelo custode.
Questa volta fu l’uomo dei vetri a rimanere perplesso.
- Perché hai detto “per così dire in carne e ossa”?
- Perché in realtà non ho carne, né ossa: la mia è soltanto una materializzazione visiva e sonora.
- Cioè saresti solo un’immagine?
- In un certo senso sì, ma un’immagine concreta, autonoma, indipendente. In poche parole: non sono frutto della tua immaginazione. Esisto. Anche se non posso toccarti, né tu toccare me, perché sono etereo, impalpabile.
- Come può esistere una cosa impalpabile? Una cosa o c’è, o non c’è.
- Anche la musica è impalpabile, eppure quando la senti non la stai immaginando, ma esiste sul serio. Ah già, tu non hai mai sentito una musica. Ascolta.
E nell’aria, misteriosamente, come se qualcuno avesse acceso una radio, si materializzarono le note di un concerto per arpa e organo. L’uomo dei vetri non aveva mai sentito niente di simile.
- E’ bellissima questa cosa! Però in fondo è un suono, come quelli che sento di là dai vetri. Anche se non lo si può toccare, è una cosa concreta, provocata da qualcosa di materiale, uno sfrigolio di corde, un picchiettare su tasti.
L’Angelo si batté una mano sulla fronte, o almeno così parve.
- E’ vero. Non è un esempio azzeccato.
La musica cessò di colpo. Era inutile parlare di sentimenti e sensazioni, perché l’uomo dei vetri non ne aveva esperienza, e sarebbe stato troppo lungo e difficoltoso cercare di spiegarglieli in parole. Alla fine, l’Angelo decise di non approfondire ulteriormente il discorso.
- L’unica spiegazione possibile è questa: io esisto, non sei tu che te lo stai sognando, non sono frutto di un pensiero, ma pura realtà, per quanto eterea e impalpabile. Del resto ogni cosa ha una sua natura specifica, e la mia è questa.
L’uomo dei vetri sembrò soddisfatto di quest’ultima spiegazione, ma non si erano esaurite le sue curiosità.
- Ma dimmi: se voi Angeli custodi siete impalpabili, non potete essere toccati, ma nemmeno toccare.
- Sì, infatti.
- Ma dunque, se io ora scivolassi e precipitassi dal ponteggio, tu non mi potresti afferrare in nessun modo.
- Proprio così.
- Ma allora in cosa consiste la vostra custodia?
L’Angelo restò un attimo interdetto. Si riprese subito.
- Ma è ovvio che non possiamo intervenire materialmente, altrimenti non ci sarebbero incidenti di alcun genere, salvo ad ammettere che ogni tanto un Angelo custode si può anche distrarre, il che sicuramente non è.
- Allora, siete invisibili, inascoltabili, immateriali. Non ti offendere, ma a che servite?
L’Angelo avrebbe anche potuto cominciare a scocciarsi, ma siccome era un Angelo, proseguì serenamente il suo discorso.
- Noi assistiamo gli uomini con la nostra presenza, con il nostro consiglio sussurrato al cuore, fermo restando che gli uomini rimangono liberi di non ascoltarlo. E a volte portiamo a Dio le richieste e i bisogni che nascono dal cuore degli uomini. Niente altro che questo.
L’uomo dei vetri era una persona concreta, e certe cose non le capiva, o almeno non del tutto. Anche sull’esistenza di questo Dio aveva alcuni dubbi: anche Lui non si vedeva e non si poteva toccare, non si capiva bene quale fosse il suo ruolo e la sua utilità, ma non volle mancare di rispetto o addirittura addolorare il suo Angelo custode, che appariva come una persona, o qualcosa di simile, assolutamente per bene, e certamente di buon cuore. Però volle lo stesso dire ancora qualcosa sull’argomento.
- Io credo nelle cose che vedo, te compreso, perché altrimenti non starei qui a parlarti. Tutto sommato preferisco non pormi troppe domande, ed accontentarmi di quello che c’è: per esempio queste vetrate, solide e pulite come specchi, perché sono io che le tengo pulite. Ognuno è utile a qualche cosa, e io a questo. Forse un giorno capirò anche l’utilità di Dio. Forse l’essenza di Dio è contenuta proprio in questo grande palazzo, il Palazzone, dove si decidono e si fanno cose importanti per tutti. Sì, dev’essere proprio così.
- No, Zeno, non ti confondere: l’essenza di Dio la puoi trovare semmai nelle cose piccole...e non si può misurare tutto, men che meno Dio, col metro dell’utilità. Anche le cose utili, e persino quelle importanti, se si studiano a fondo...certe volte non sono poi una gran cosa. Ad esempio: tu consideri molto importante e utile il tuo lavoro. Eppure, non c’è una sola persona che se ne accorga, nemmeno quelli che lavorano nel Palazzone.
Questa volta fu l’uomo dei vetri a rimanere interdetto. Reagì.
- Non è vero! Io, con il mio lavoro di pulizia, permetto che la luce penetri in quegli uffici, al di là delle vetrate, affinché le persone che vi operano possano farlo nelle migliori condizioni, anche se loro non lo sanno o non se ne avvedono.
- Ma non ti sei accorto dei tendaggi impenetrabili, sempre chiusi, che vi sono dietro ad ogni vetrata? Non hai mai fatto caso che tutti gli uffici sono illuminati da barre al neon, sempre accese? Nel Palazzone non sanno che farsene della luce del sole, che entrerebbe dalle vetrate. Hai mai visto qualcuno affacciarsi a una finestra? Se anziché vetrate vi fosse solo un muro di cemento, come al pian terreno, sarebbe lo stesso. Hai notato che le vetrate sono di colore grigio? Questo perché non si veda lo sporco, quella polvere che tu levi un granello alla volta, senza tralasciarne nemmeno uno. Se anche tu non lo facessi, se stessi anche un anno o dieci, senza far nulla, nessuno se ne accorgerebbe, perché comunque le vetrate rimarrebbero sempre uguali, grigie, come tutto il resto: la strada, il marciapiede, i muri, il cielo, che è sempre grigio per il fumo che sale dalla Città, e perché il mare da qui è troppo lontano, per cui il cielo riflette solo l’asfalto.
L’uomo dei vetri pensò che i discorsi di quell’essere fatuo, con ogni evidenza rispecchiavano la sua stessa natura: l’Angelo perdeva di vista le cose concrete, quelle d’ogni giorno, il mondo, per seguire i suoi pensieri eterei e impalpabili. Per tutto il tempo trascorso, da quel giorno, l’uomo dei vetri non prestò più attenzione all’Angelo, che restava sempre lì sul ponteggio, vicino a lui, senza parlare. Solo ogni tanto gli urlava “fai attenzione!” quando lui si sporgeva un po’ troppo. Ma l’uomo dei vetri alzava le spalle: non aveva certo bisogno dei suoi suggerimenti e dei suoi avvertimenti. Un giorno, molti anni prima, che si era sporto davvero troppo, e un colpo di vento aveva spostato il ponteggio volante, lui era rimasto attaccato ai vetri con le unghie e con i polpastrelli, come avesse delle ventose, e un’altra volta era salito di alcuni piani, senza rendersene conto, non azionando la carrucola, rimanendo attaccato ai vetri con il suo strofinaccio, e continuando il suo lavoro come se niente fosse. Era impossibile che potesse cadere, era abituato a distrarsi, a pensare, e pensava molto, col tempo sempre di più. Lavorava e pensava, attaccato ai suoi vetri, e non poteva cadere.
Eppure, un’altra chiara sera d’estate, terminato il lavoro, l’uomo dei vetri si trovò, all’improvviso, a precipitare nel vuoto, dal quarantottesimo piano, a testa in giù, agitando le braccia come nuotasse nell’aria. L’Angelo aprì le ali, e lo raggiunse, gli si accostò. L’uomo dei vetri continuava a precipitare nuotando, quasi che in tale maniera aumentasse l’attrito e rallentasse la sua irrefrenabile caduta. L’uomo dei vetri precipitava e nuotava, impassibile, come se stesse accadendo qualcosa di assolutamente normale e scontato, come tutto il resto. L’Angelo e l’uomo dei vetri non avevano più intavolato un discorso, dal giorno in cui si erano conosciuti. Fu l’Angelo a interrompere il silenzio.
- Zeno! Cos’è successo? Come hai fatto a cadere?
- Ho perso l’equilibrio.
- Ma...com’è possibile? Proprio tu?
- Proprio io. Ho pensato moltissimo in tutto questo tempo, perciò non ti parlavo. Volevo prima completare il pensiero.
- E ora non lo potrai più completare...
- L’ho completato invece. Perciò sto precipitando. Ho cercato un senso a tutto questo, al Palazzone, a quel che stavo facendo, a quel che stavo vivendo, all’insieme delle cose, e non l’ho più trovato: tutto qui. Così ho perso l’equilibrio.
- Mi dispiace.
- E perché? Ora vedo avvicinarsi la strada, ma anche questa è grigia, come tutto il resto. Se si rovesciasse il punto di vista, ponendo il Palazzone in orizzontale e la strada in verticale, non cambierebbe nulla. Tutto grigio.
- Mi dispiace.
- L’hai già detto. E ti ho già risposto: e perché? Che restassi lassù, attaccato ai vetri grigi, o che precipiti verso la strada grigia, non cambia poi un granché. Ero inutile lassù, resto inutile adesso. Nessuno si accorgeva di nulla quando ero lassù, e anche adesso è lo stesso. Ero solo, lassù, e sono solo adesso. L’unica cosa che mi spiace è che, mentre la strada si avvicina, e con la strada lo schianto, non trovo ancora un giusto senso, adeguato a sostituire il senso perduto, e forse ormai è troppo tardi.
- Mi dispiace.
- Ma...cos’è quella macchia di colore diverso, là nel mezzo del marciapiede?
- Una piccola aiuola, verde. Tutto quel che è rimasto della vecchia Via dei Prati Fioriti.
- E cos’è quella piccola cosa, ritta, al centro?
- Un fiore. Un piccolo fiore.
Quando ormai era a poco più di un metro dall’asfalto, l’uomo dei vetri vide più chiaramente quella aiuola striminzita, pochi centimetri quadrati d’erba verde sepolti in mezzo all’asfalto, e al centro un piccolo fiore, striminzito anche quello, ma vivo, col suo fragile stelo, la sua piccola corolla, e i suoi minuscoli petali variopinti. Un fiore. Era la prima volta che vedeva un fiore.
- Avevi ragione sai, Angelo! E’ nelle piccole cose che si avverte l’essenza di Dio.
- Il senso...
L’uomo dei vetri sorrise, per la prima volta nella sua vita.

mercoledì 9 giugno 2010

Il re è nudo! di Edgardo Rossi

E così finalmente il re è nudo, dopo aver sparato ad alzo zero sulla cosiddetta scuola del rigore la ministra Gelmini entra in scena per dire che la legge sulla “severa” ammissione agli esami di maturità va interpretata, non è necessario applicarla alla lettera. Con un cinque non è necessario non ammettere all’esame, d’altronde la ministra si dice soddisfatta, l’ansia creata dalla paura per la non ammissione ha sicuramente obbligato i ragazzi ad impegnarsi di più. Taccio sui valori pedagogici di questa ultima affermazione, stigmatizzo il fatto che da sempre nella scuola italiana la decisione d’ammissione è compito del consiglio di classe convocato in forma perfetta, mi scappa da ridere a pensare quanto può essere presa sul serio una legge interpretabile, che esempio per le nuove generazioni! Non è una novità, in altri Paesi le leggi ci sono e sono applicate, qui in Italia vanno ad interpretazioni.
Con questa perla finale direi che l’attacco alla scuola pubblica è completo, tagliati i fondi e in modo pesante (in molte scuole non ci sono i soldi per le supplenze e si improvvisa), diminuito in maniera radicale il tempo pieno, tagliati via i laboratori dagli Istituti professionali e Tecnici (questi ultimi diventati Licei, non si sa ancora bene con quali nuove norme), portate le ore di insegnamento settimanale da 36 a 32, con taglio di materie e con il fittizio obbligo di ore da 60 minuti. E anche su questo punto con libertà di interpretazioni visto che il decreto parla di ore di servizio annuale, non conta la qualità conta la somma delle ore di servizio, quindi resteranno ore da 50 minuti con recuperi da applicarsi in supplenze e/o altre attività. Insomma ingegnatevi e arrangiatevi. Una legge chiara e soprattutto ferma negli intenti.
Se a tutto questo aggiungiamo che in compenso sono stati aumentati i finanziamenti alle scuole private, quelle che secondo la Costituzione dovrebbero non creare nessun onere per lo Stato, il quadro diventa di una chiarezza inquietante.
Chi può e ha i mezzi potrà se vorrà accedere a corsi anche di eccellenza a pagamento, gli altri dovranno sperare nella buona sorte e a attrezzarsi contribuendo a comprare banchi, carta igienica, gessi, eccetera (come sta succedendo). Ovviamente l’aumento alunni per classe renderà anche più difficile fornire una preparazione all’altezza, è così che si compete con gli altri paesi europei, dove invece (nonostante la crisi) non solo non ci sono stati tagli alla pubblica istruzione, ma addirittura (udite! udite!) investimenti.

lunedì 17 maggio 2010

Moralia-Immoralia

Moralia – Immoralia
di Edgardo Rossi

Mi trovo a scrivere delle ovvietà, spinto da un ruglio interiore che non riesce ad accettare il degrado morale di un intero popolo, motivato dalla convinzione che alla fine in qualche modo la ragione finirà per prevalere.
Il Paese soffre di una grave mancanza morale, della vacanza di una capace ed onesta classe dirigente, in questa assenza di valori autentici, in questo vuoto culturale hanno piantato i semi e formato profonde radici le persone peggiori. C’è una convivenza criminale fra una cattiva politica, una delinquenza ormai legalizzata e un senso di impunità che in qualche modo coinvolge buona parte degli Italiani. Siamo arrivati al punto che in questo Paese è più difficile essere onesto che essere disonesto. Le tantissime (troppe) leggi che dovrebbero garantire il rispetto delle regole sono disattese; la lunghezza di troppi processi garantisce di fatto l’impunità anche per gravi reati; il senso di prepotenza che pervade le menti di troppi porta al totale disprezzo della legalità. Gli esempi vengono dall’alto, quando qualche personaggio influente viene indagato per qualcosa, immediatamente si parla di complotto (questa tattica la pratica soprattutto Berlusconi, ma non è il solo), si avvia così una trafila giuridica che spesso si risolve nella prescrizione.
Faccio fatica a citare Berlusconi, uomo che mi induce a pensieri torbidi, uomo per cui provo una profonda pena e un forte senso di disgusto. Non posso però evitarlo perché in qualche modo lui è il simbolo del degrado morale e culturale del Paese, perché in lui sono presenti tutti i più gravi e tipici difetti dell’italianità, quella fatta di arroganza e meschineria che tanti grandi attori e autori hanno irriso e messo in burla in film e commedie.
D’altronde noi siamo il Paese (per fare solo alcuni esempi) degli autovelox truccati, dei camion che percorrono in modo smodato il Paese di fatto senza controlli, dei contratti al ribasso, della protezione civile e mai della prevenzione. Il paese dove in molti conoscono a memoria le formazioni di squadre di calcio anche di quarant’anni fa, ma in pochi sanno di piazza Fontana, della loggia P2, dei tentativi di colpo di Stato, di fatto riusciti con l’entrata nelle istituzioni di certi figuri.
Bisognerebbe riformare la morale comune, bisognerebbe usare la giustizia in modo equo, bisognerebbe ritornare al rispetto per il lavoro (smettendola di proporre scorciatoie verso chissà quali celebrità). Bisognerebbe capire che la ricchezza di un Paese si misura con il rispetto, rispetto delle leggi, delle tasse, delle regole, degli uomini (da dovunque essi provengono). La ricchezza non può essere calcolata in merci e beni di consumo, è sbagliato, induce a trasformare tutto in mercato, porta la società a basarsi sull’avere e non sull’essere, la rincorsa alla ricchezza economica porta all’accumulo di capitali in un numero sempre minore di privilegiati a discapito di una sempre più grande massa di diseredati.
Vedete tutte cose ovvie, come premesso, ma persistenti e apparentemente inattaccabili, perché diffuse. Per rinnovare la morale bisogna che qualcuno la pratichi, perché le leggi vengano rispettate, bisogna che i cittadini le conoscano e le facciano proprie, se non avverrà avremo un futuro di ronde e di presunti uomini d’ordine che, ritagliandosi questo ruolo di protettori, diventeranno loro i responsabili delle crescenti violenze con cui bisognerà imparare a convivere (per intenderci ci sono violenze sottili come il non avere diritto ad un lavoro sicuro, come il dover rinunciare alla propria dignità per dover campare, come il non avere garantito il diritto allo studio). Guardatevi attorno, sta già succedendo.

Sfoggio di ignoranza

Il dialetto, l'inno di Mameli e “Va', pensiero”, il mito di Fetonte. L'ignoranza di chi propone strafalcioni forse maschera intenzioni più pericolose

EDGARDO ROSSI*
Di fronte alla protervia e all’ignoranza di un movimento politico che vorrebbe imporre lo studio obbligatorio dei dialetti e la nascita dei cosiddetti inni regionali, voglio dire due cose. Punto primo. In Italia esistono: 13 gruppi linguistici gallo italici, 5 gruppi linguistici veneti, 1 gruppo definito varianti del dialetto toscano, 4 gruppi dei dialetti centrali, 5 gruppi dei dialetti meridionali intermedi, 6 gruppi linguistici siciliani, 2 gruppi linguistici corsi. A tali gruppi vanno aggiunte 13 minoranze linguistiche riconosciute con legge 482 del 1999. Già così la mappa risulta variegata, ma se si vuole essere ancora più precisi si scopre che i vari gruppi si dividono in sottogruppi spesso estesi solo in ambiti locali. Restando su un piano regionale basterebbe ricordare che in Piemonte sono riconosciuti: l’astigiano, il torinese, il cuneese, il vercellese, l’alessandrino, il monferrino, il langarolo, il valsesiano, il biellese, il canavesano. Si può affermare per difetto che nel nostro Paese esistono 261 parlate diverse. Verranno attivati tutti gli insegnamenti di tali parlate o ne verrà privilegiata qualcuna?

Secondo. Viene proposto il coro Va’, pensiero come inno del nord. Tratto dal Nabucco di Verdi (1842), è cantato dagli Ebrei prigionieri in Babilonia. I versi di Temistocle Solera sono ispirati al salmo 136 della Bibbia, noto come Super flumina Babylonis. Il testo fu, nel corso del Risorgimento, considerato un messaggio patriottico, facile riconoscere una similitudine tra gli Ebrei prigionieri dei Babilonesi e gli Italiani oppressi dagli Austriaci. Non capisco perché tale coro dovrebbe identificare meglio l’Italia o una parte di essa. Quando non si hanno sufficienti conoscenze si confondono i simboli e così Fetonte, fulminato da Zeus per la sua incompetenza nel guidare il carro solare e caduto nei pressi del Po (Eridano per i Greci), diventa un gigante dormiente simbolo dell’orgoglio padano.

Questo inutile sfoggio di ignoranza in realtà nasconde ben altre intenzioni, e mi pare che di leggi pericolose e poco rispettose della dignità umana siano state licenziate in questi ultimi tempi, per cui ben più gravi sarebbero i motivi del contendere, ma non si può sempre tacere di fronte a dichiarazioni lanciate con tanta sicumera.

*Docente di filosofia, Alessandria
Pubblicato come corsivo dei lettori da La Stampa

Una semplice proposta

Una semplice proposta!
di Edgardo Rossi

In periodi di crisi come questo chi governa parla di sacrifici che tutti dobbiamo attuare per il bene comune, vorrei allora anch’io fare una piccola proposta, lo faccio anche a costo di sollevare accuse di populismo o di superficialità socio-economica.
È risaputo che per risparmiare soldi il ministero delle finanze ha provveduto a praticare tagli di spese definite inutili in vari ambiti della pubblica amministrazione (scuola, ospedali e servizi in primis), perché non si provvede anche ad abbattere i costi della politica in modo serio. I deputati italiani sono i più pagati d’Europa, propongo di adeguare i loro stipendi ai loro colleghi d’oltralpe e di dimezzare i loro salari, provvedendo anche a tagliare i numerosi benefit di cui godono (si va dai massaggi, a tanti piccoli servizi particolari). Propongo altresì che l’aiutante di cui hanno bisogno (il cosiddetto portaborse) venga assunto con contratto regolare, altrimenti non si vede per quale motivo onorevoli e senatori debbano percepire dei soldi per poi o pagare in nero i collaboratori o peggio ancora non assumere nessuno. Propongo anche che vengano abbassati gli stipendi dei vari dirigenti dei tanti carrozzoni statali (in verità molti di questi andrebbero chiusi, ma non sono così ottimista), gli stipendi dei dipendenti della Camera, del Senato e del Quirinale. Devono essere dimezzati anche gli stipendi dei consiglieri regionali e dei presidenti regionali, nonché degli assessori. Ovviamente anche gli emolumenti dei rappresentanti del governo dovrebbero essere adeguati e opportunamente ridimensionati (anche qui vedendo i compensi dei colleghi europei i nostri sono i meglio pagati, e onestamente non capisco il perché). Bisognerebbe poi diminuire il numero di consiglieri provinciali e comunali ed eliminare le circoscrizioni in tutti i comuni. Pochi lo sanno ma il presidente di circoscrizione percepisce uno stipendio sostanzioso per svolgere un ruolo analogo (ma molto ridotto) a quello dell’assessore all’urbanistica, gestire spazi pubblici di un comune di medie dimensioni non è impresa per menti eccelse, basterebbero buon senso ed onestà. Far passare la moltiplicazione delle cariche pubbliche come un sistema di garanzia democratica o, come dice qualcuno, di più incisiva partecipazione, sa un po’ di presa in giro. Certe cariche poi sono state inventate solo per premiare amici e conoscenti o per dare un contentino a chi ha corso, perdendo, per cariche più importanti.
Ultimo punto le pensioni. Perché chi è stato deputato, senatore, eccetera deve percepire doppia pensione? Se un cittadino ha la ventura di essere eletto per una o più legislature dovrebbe, una volta decaduto dall’incarico, tornare al suo precedente lavoro, giunto all’età della pensione basterebbe sommare i contributi versati e giungere poi all’erogazione di un’unica pensione. Ovviamente non prima dei 65 anni. Se si vive in uno stato di diritto i diritti e i doveri dovrebbero essere ripartiti in maniera equa, mi pare che oggi esistano delle pesanti sperequazioni, non ho ancora sentito nessun partito proporre qualcosa di concreto per eliminarle, io fornisco a chi vuole questa mia semplice idea. Aspetto risposte, anche diverse o alternative, ma reali e concrete. Grazie.

martedì 16 giugno 2009