domenica 28 novembre 2010

Favola cinese di Silvano Baracco

CAPITOLO VIII

Favola cinese
di Silvano Baracco
Nel tempo del regno Shi-tzu, circa settantasette secoli prima che Siddharta Gautama vi portasse il suo verbo illuminato, l'ultimo regnante della dinastia Shi-tzu-Yang vide, durante la sua passeggiata mattutina, una ragazza dai lunghi capelli chiari che indossava un abito corto, di colore rosso. Il Re, che era un uomo di ardenti e subitanee passioni, se ne innamorò al primo sguardo, e si disponeva ad esternare alla ragazza quel suo sentimento, quando il tarlo dell'indecisione penetrò il suo pensiero, e ragionò tra sé: "Se io mi presento a lei in abiti e con insegne regali, corro due gravi rischi: di fronte ad un suo eventuale rifiuto la mia autorità e il mio onore ne risulterebbero irrimediabilmente lesi; d’altro canto, una sua accoglienza dei miei desideri, espressi come Re, resterebbe per sempre turbata dal dubbio che ella abbia amato non già la mia persona, ma piuttosto il mio onorevole ruolo. Se poi mi presentassi a lei sotto false insegne, magari nei panni di un qualsiasi cortigiano, potrei più facilmente giudicare la sincerità di una sua risposta e delle sue intenzioni, ma nel momento in cui dovrò necessariamente svelarle il segreto, ella potrebbe sentirsi offesa da questa finzione, tramutando l'amore, già prima conquistato, in dispregio." Non riuscendo a risolvere questi dubbi, decise di chiedere consiglio al Grande Saggio senza nome e senza dimora, che proprio in quei giorni aveva fermato il suo cammino appena fuori dalle mura della città. Vi si recò, titubante, in quello stesso giorno. Il Grande Saggio, giovane d'aspetto quanto antichissimo per sapienza, avvolto in un ampio mantello bianco privo di cintura, con una barba foltissima e lunga, i capelli raccolti in un ampio turbante, era immobile, accovacciato su di una stuoia, assorto in profonda meditazione. Solo dopo molti minuti da che il Re, in silenzio, si era fermato proprio di fronte a lui, aprì i suoi occhi smeraldini e fissò lungamente lo sguardo del Re. Poi gli chiese, appena sussurrando, quale fosse il rovello che lo aveva spinto a richiedere il suo consiglio. Il Re gli narrò dei suoi dubbi. A questo punto il Grande Saggio cominciò, sempre appena sussurrando le sue parole, un lungo discorso sull'unità delle cose e sul loro eterno fluire; parlò dell'anima, del moto degli astri, della musica e della matematica, mostrandogli l'armonico nesso fra tutte queste cose. Parlò così per diverse ore, senza affatto che il Re si sentisse annoiato, né stanco, pur essendo sempre all'impiedi, ma semmai sollevato, leggero e in pace con sé stesso come mai prima di allora. Ad un certo momento il Grande Saggio tacque, e senza mai distogliere i suoi occhi smeraldini dal viso del Re, lo invitò a sedersi di fronte a lui, poi si raccolse per qualche istante in una leggera meditazione e quindi gli parlò direttamente del problema che era venuto ad esporgli:
- Onorevole Signore, come puoi tu ritenere di amare la ragazza di cui parli, se dimostri di non conoscerne affatto i sentimenti? Tu quindi non ami la persona che è in lei, ma soltanto il suo aspetto esteriore, i suoi lunghi capelli chiari e il suo abito rosso. Sei Re, hai potere di discernimento sulla vita di molti, e dimostri di non saper discernere la paglia dal fiore riguardo il sentimento dell'amore. D'altra parte, voglio porti un quesito: tu oggi hai potuto imparare a conoscermi a fondo, hai penetrato, sin negli angoli più remoti, le profondità del mio sentimento, attraverso le mie parole e il mio sguardo, dai quali hai attinto la felicità e il benessere a piene mani. Ora ti domando: potresti tu, ora, innamorarti di me?
- Venerabile Maestro, con il rispetto e la riconoscenza che sento di doverti, la mia risposta è no, e non vedo come potrebbe essere altrimenti.
- Vai dunque, giovane Re. Ritorna alla tua onorevole residenza, a meditare sulla tua stoltezza.
Detto questo, il Grande Saggio rinchiuse i suoi occhi smeraldini ed entrò in una profonda, imperturbabile meditazione. L'ultimo regnante della dinastia Shi-tzu-Yang ritornò, tristemente, nella sua reggia, e non vi uscì per il resto dei suoi giorni.
Verso il tramonto, il Grande Saggio uscì dalla meditazione, si spogliò della lunga tunica bianca, si tolse la lunga e folta barba finta, si levò il turbante, sciogliendo al vento i suoi lunghi capelli chiari, indossò il suo corto abito rosso, e se ne andò per sempre da quella città.

lunedì 8 novembre 2010

Complimenti signor berlusconi

di Edgardo Rossi

Ci riprovo, consapevole del fatto che lei non leggerà questa mia, troppo impegnato com’è a recuperare le sue forze guardando giovani (anche minorenni) donne e troppo occupato a portare avanti il suo programma di degrado morale del paese, nonché troppo attento a servire i suoi padroni, perché via non mi faccia credere che lei da solo è l’artefice del crollo trasversale del paese? O meglio che questo progetto lo ha pensato lei? Personalmente non la ritengo all’altezza.
Già crollo, questa è la parola che sottolinea bene il suo operato, suo e dei suoi accoliti, uomini venduti alla causa che la ringraziano persino di esistere, perché per loro (e solo per loro) lei è effettivamente una garanzia di benessere. Sono talmente asserviti da negare anche le verità più scomode e, facendo questo, loro sono persino peggiori di lei.
Ma dicevo crollo, le avranno detto che è crollata la palestra dei gladiatori a Pompei, bene quel crollo è quasi un segnale simbolo di quello che lei sta facendo all’Italia.
Questo è diventato il Paese dei tagli alla scuola, dei tagli alla cultura, dei tagli alla sanità; dei tagli alla ricerca, il Paese dal territorio devastato e dalle continue emergenze (ma tanto ci pensa la sua tanto amata protezione civile del suo amico bertolaso, l’uomo insostituibile che tanto bene ha gestito il sito di Pompei e l’emergenza rifiuti a Napoli, giusto per ricordare due cose), il Paese dove il divario tra ricchi e poveri è in continuo aumento, il Paese dove abbiamo il maggior numero di scorte al mondo e di auto blu, il Paese dove la sicurezza è il primo dei problemi e per garantirla si fomentano odi razziali e intolleranza e si tagliano i fondi alle forze dell’ordine (non so in quali altre nazioni i poliziotti devono pagarsi la benzina per far funzionare le automobili o anticipare i fondi per le indagini, forse non lo sa ma succede anche questo in Italia). Il Paese dove non esiste un vero piano di investimenti, dove si improvvisa e dove gli appalti pubblici spesso finiscono in mano ad organizzazioni criminali.
Il Paese dove la crisi non c’è o meglio è stata affrontata meglio che da tutte le altre parti, però bisogna che tutti facciamo sacrifici lo stesso. Ma lei, lei e tutto il suo gruppo, che sacrifici avete fatto per superare questa crisi che non c’è ma che comunque abbiamo affrontato meglio degli altri.
Avete deciso di bloccare gli scatti di anzianità dei dipendenti pubblici, ma il vostro stipendio continua ad aumentare; avete bloccato le assunzioni perché bisogna snellire la macchina dello Stato, ma non avete rinunciato a nessuno dei vostri privilegi. Non dovevamo affrontare i sacrifici tutti insieme?
Il suo governo del fare non è riuscito a creare null’altro che improvvisazione, tale improvvisazione ha aumentato il numero dei disoccupati, resi i giovani dei precari (la maggioranza dei giovani che hanno la fortuna di trovare lavoro sono assunti con contratti a tempo determinato) probabilmente a vita. A pagare il prezzo della crisi, che non c’è ma c’è, chissà come mai sono le classi sociali più deboli.
Lei dice di avere ottenuto il mandato dal popoli italiano, in verità la Costituzione dice un’altra cosa in proposito (ma qui glisso), peccato che la legge elettorale che le ha permesso di vincere le elezioni sia una legge che lede il diritto sacrosanto degli elettori di scegliere i propri rappresentanti.
Potrei continuare ad elencare le sue mancanze e le sue colpe, ma interrompo le ho già dedicato troppo del mio tempo e anche questa è una sua colpa io non vorrei occuparmi minimante di lei, al limite potrei considerare con un pensiero pietoso il suo caso umano, ma in verità preferirei ignorarla, il fatto è che lei tutti i giorni reca danno al Paese dove vivo e quindi anche a me, questo fatto mi obbliga, quindi, a dirle quello che io penso di lei. Si tratta di una atto morale, o forse di semplice senso civico.

sabato 6 novembre 2010

Epicuro e il “Quadrifarmaco”

Pubblico con piacerequesta originale relazione. Godetevela

Epicuro e il “Quadrifarmaco”
di Sabrina Sartori
L’inizio di ogni giornata, per ogni uomo è segnato dallo svegliarsi.
Anche per lui, del resto, era stato così.
Come tutte le mattine, aveva abbandonato il sonno leggero e aperto gli occhi.
Ogni nuovo giorno che si pone davanti alla nostra esistenza, ha la caratteristica di essere imprevedibile. Niente è veramente pianificato, niente è certo…non si può mai sapere cosa accadrà.
Infatti, quel giorno era destinato ad essere il corso di eventi più particolare da lui mai vissuto.

Era intento a passeggiare per la strada affollata della metropoli in cui viveva.
Non immaginava che era lì lì per fare un incontro molto particolare.
Una signora anziana, come il migliore dei luoghi comuni, era appena uscita dalla porta della Chiesa, evidentemente rattristata e con la preoccupazione che le solcava il volto.
Lui, mosso da una forza di cui egli stesso si sorprese, decise di capire qual era il grosso turbamento della signora. Non sapeva perché lo stava facendo…non era mai stato troppo solidale, troppo vicino alle persone che ne avevano bisogno, troppo preoccupato se a qualcuno andava storto qualcosa. Non si preoccupava molto se poteva dare un aiuto a qualcuno…non ci aveva mai dato troppo peso. D’altronde, la società d’oggi è basata sull’egoismo…e lui ci si era adattato molto bene.
Sentiva in lui, in quel momento, un qualcosa, che lo spingeva verso l’anziana signora.
Non aveva dovuto dire una parola, il solo avvicinarsi alla signora aveva provocato in lei un flusso di parole.
“Giovanotto, ricordati bene, la fede è la cosa più importante che abbiamo. È un valore prezioso, insito in ognuno di noi, da curare, coltivare, e rispettare…non mandare tutto al vento come ho fatto io!”
Nonostante l’esposizione della signora fosse indubbiamente arguta, egli non si trovava d’accordo, nonostante non si fosse mai preoccupato molto della sua posizione nei confronti della fede. Voleva capirne di più.
“Cosa ha fatto di così grave? Mi sembra che lei sia appena uscita da una Chiesa…insomma, non mi pare proprio lei non coltivi il valore che per lei è così importante”
“Tu non sai, ti stai basando su quello che hai visto ora, caro ragazzo. Sono dovuta andare a confessarmi perché mi sento terribilmente in colpa. Ho saltato varie settimane di Messa domenicale, ormai il percorso della mia vita non è più volto a seguire l’esempio evangelico…non riesco più neanche a rispettare il comandamento donato a noi da Cristo, amare il prossimo…come posso pensare di ricevere la Grazia di Dio una volta che la mia vita qui sarà finita? Non me la merito neanche più”.
Purtroppo, gli toccava ricredersi…sempre parlando per luoghi comuni, la signora che aveva davanti era la classica anziana timorata di Dio e con il problema di guadagnarsi la grazia eterna. La società era rappresentata ancora per una parte da questo tipo di persone, con credenze quasi medioevali.
“Signora, perché si deve rovinare il sereno vivere con questi problemi campati in aria? Dio, è perfetto. Dio, secondo lei, si interessa di quante volte va a Messa, di quante volte aiuta il prossimo, e via dicendo? Dio non se ne interessa è ad un altro piano.”
E così dicendo, si allontanò dall’anziana signora, che aveva lasciato con espressione stupita.
Egli si mise a pensare. Nonostante fosse un consiglio assolutamente soggettivo, e forse non applicabile dalla signora, aveva suggerito una “terapia” per il suo turbamento, cosa totalmente fuori dal suo normale agire di umano medio.
E anche questa volta, era stato mosso dalla forza che lo aveva spinto ad avvicinarsi alla signora.
Continuò a camminare, ancora pensieroso per quello che era appena successo.
Soprappensiero, non notò un ragazzino che stava correndo. Lo urtò e questo cadde per terra. Lo aiutò subito a rialzarsi e si accorse che stava piangendo disperato.
“è successo qualcosa?” pensando che fosse accaduto seriamente qualcosa di grave, si rivolse al ragazzino.
Il ragazzino di risposta fece la faccia capricciosa tipica della sua fascia di età. Poi cominciò a parlare “Ero a fare spese con mia madre, visto che mi aveva promesso che mi avrebbe comprato qualcosa. Ho visto l’ultimo modello di console, e visto che ce l’hanno tutti i miei amici, ho chiesto a mia madre se me lo comprava…ma lei mi ha detto di no, che mi potevo accontentare anche di qualcosa che costava di meno. Allora io mi sono arrabbiato e sono fuggito”.
Di certo, davanti a un capriccio di un ragazzino, egli poteva anche tacere e dire due o tre parole di convenzione. Ma di nuovo quella forza, fece sì che il consiglio, la “terapia” che era già stata per l’anziana signora, ora fosse relativa a un altro dei prototipi della società odierna, il bambino viziato che vuole sempre di più, influenzato dalla pressa dei media e dalle amicizie.
“Perché vuoi quella console?”chiese quindi lui.
“Perché mi piace, è l’ultimo modello, e almeno ci posso giocare con i miei amici” rispose il ragazzino.
“Ora dimmi, per giocare con i tuoi amici, non ti puoi accontentare di un parco e di un pallone?”
Nonostante fosse un “male” molto esiguo, anche per questo riuscì a trovare la terapia adatta.
E lasciò anche quel ragazzino, senza possibilità di replica, come aveva fatto con la signora.
Egli era ancora più stranito. Non era lui quell’uomo che ascoltava i “mali” delle persone, e suggeriva una terapia ad essa.
La giornata era già stata troppo particolare e satura di eventi che non possono definirsi casuali, o coincidenze…egli decise di avviarsi a casa. Si sentiva molto affaticato, decise di sedersi su una panchina del parco che stava attraversando, anche se era già occupata per metà da una bella ragazza, dall’aria serena, ma i quali occhi celavano un dispiacere.
Per la seconda volta, fu egli ad iniziare a parlare, a chiedere.
“Sembra che qualcosa ti turbi”.
La ragazza, fu inizialmente sorpresa dal suo intervento. Poi sorrise lievemente e cominciò a parlare “Vedi, quando ti diagnosticano un tumore, non puoi che essere turbato inizialmente”.
Egli lì per lì restò senza parole. Due “mali”, due problemi gli si erano già posti davanti oggi. Ma questo era nettamente più grave e serio. Forse non era il caso di dire nulla, data la giovane età della ragazza e il terribile male. Ma come ogni volta precedente, quella forza lo spinse a enunciare la sua “terapia”, la sua cura del “male”, anche se quello che stava per dire poteva apparire inopportuno viste le condizioni della ragazza. In quella giornata di incontri strani, la sua costante era stata dare queste terapie senza pensare alla condizioni di chi aveva davanti o alla sua operabilità, o se avesse riscosso successo nella coscienza comune, ma solo che lui sentiva che era la via giusta da seguire. Era la forza che lo aveva guidato in quella giornata che gli assicurava che era il giusto da dire. E neanche questa volta si sarebbe fermato.
“Posso capirti, cara ragazza, ma vedi non devi temere né il dolore fisico, né la morte. A seconda della sua intensità, può essere sopportabile o durare poco, quindi non crea un problema. E la morta, come potrai dedurre anche tu, non c’è quando noi ci siamo…e noi non ci siamo quando lei c’è. Quindi non è un problema che ci riguarda.”
Egli per la prima volta in quella giornata, diede diritto di replica.
La ragazza non parve sconcertata o disgustata da quello che aveva detto. Anzi, appariva serena.
“Sai, devo dire che è la miglior cosa che mi sia stata detta da quando l’ho scoperto. E ti devo dare ragione. Infatti, non sono minimamente impaurita da questa faccenda, la vivo con serenità”.
Egli fu contento che qualcuno raccogliesse le sue parole, anzi, la forza che lo spingeva a dirle. Perché aveva capito che si trattava di qualcosa di enorme importanza, che indicava una strada da seguire, una strada volta al raggiungimento della felicità.
“Posso sapere almeno il tuo nome?” disse la ragazza.
La forza misteriosa agì per un ultima volta, e forse dato anche il fatto che egli era ancora soprappensiero, una parola gli uscì dalla bocca spontanea, anche se non si trattava assolutamente del suo nome reale.
“Epicuro”.

















Nella storia, “lui”, rappresenta l’incarnazione del pensiero filosofico epicureista collocata nella società moderna, attraverso un personaggio che nel corso della giornata fa svariati incontri con tre diversi tipi di persone, dilaniati da quattro diversi tipi di problemi (la ragazza con il tumore ne rappresenta due).
Questi quattro “mali” fanno riferimento al “Quadrifarmaco” di Epicuro, che ha l’intento di liberare l’uomo dalle sue quattro paure fondamentali, proponendo una terapia adatta per ognuno.
Analizzando per prima la figura dell’anziana signora, questa rappresenta il primo male proposto nel “Quadrifarmaco”, ovvero la paura degli dei e della vita dopo la morte.
Per prima cosa Epicuro Affronta quindi la questione del male rispetto agli dei e procede per gradi:
Dio non vuole il male ma non può evitarlo (Dio risulterebbe buono ma impotente, non è possibile).
Dio può evitare il male ma non vuole (Dio risulterebbe cattivo, non è possibile).
Dio non può e non vuole evitare il male (Dio sarebbe cattivo e impotente, non è possibile).
Dio può e vuole; ma poiché il male esiste allora Dio esiste ma non si interessa dell'uomo. Questa è la conclusione che Epicuro considera vera: gli dèi sono indifferenti alle vicende umane e si chiudono nella loro perfezione.
È inoltre doveroso aggiungere che il motivo per cui Epicuro afferma che gli dèi si disinteressino dell'uomo è che essi, nella loro beatitudine e perfezione, non hanno bisogno di occuparsi degli uomini. Affermare che per gli dei sia necessario occuparsi di qualcosa, in questo caso degli uomini, significherebbe dare un limite al potere immenso degli dei, che, invece, non hanno bisogno di interessarsi della vita terrena.
Quindi la terapia, secondo il pensiero di Epicuro, è non vedere come problema gli dei e la vita dopo la morte, in quanto Gli dei sono perfetti quindi, per non contaminare la loro natura divina, non si interessano delle faccende degli uomini mortali e non impartiscono loro premi o castighi.
Il sapere che Epicuro ha accettato e che permette agli uomini di liberarsi dal giogo degli dei è la fisica atomistica di Democrito.
Questa teoria accetta l’esistenza del vuoto, permettendo così il movimento che l’Uno degli eleati impediva.
Nel vuoto esistono parti minutissime di materia non ulteriormente divisibili, indistruttibili e immutabili.
Gli atomi si differenziano tra loro in forma, ordine, posizione e grandezza. Proprio a causa di queste differenze si spiega la varietà degli aggregati atomici (i corpi) che conosciamo attraverso l’esperienza dei sensi.
Gli aggregati atomici si formano per effetto del movimento degli atomi che li porta ad urtarsi, ed, avendo forma e grandezze diverse si assemblano in infiniti modi dai quali risulta la molteplicità degli esseri naturali.
L’anima stessa è un aggregato di atomi particolarmente leggeri e sottili dotati di funzioni specializzate, che non può sopravvivere fuori dal corpo.
Essendo gli atomi infiniti vi saranno di conseguenza anche infiniti mondi (che Democrito considera aggregati atomici di massima grandezza) ed ognuno di questi mondi occupa una posizione centrale rispetto ad altri corpi più piccoli.
A quanto appreso da Democrito Epicuro aggiunge la teoria del Clinamen (inclinazione) secondo la quale la derivazione degli atomi dalla loro traiettoria permette l’urto tra gli atomi che determina la loro aggregazione in corpi via via più complessi: fino alla formazione dei mondi.
Nella fisica di Democrito non c’è niente di finalistico, i processi naturali sono puramente casuali e non controllati dagli dei.
Epicuro riteneva che gli uomini fossero immagine della divinità. Questa immagine sarebbe stata prodotta da flussi di atomi emanati dagli stessi dei.
Il secondo personaggio che interviene nella storia, il ragazzino viziato che vuole a tutti i costi il giocattolo che sua madre non vuole prendere, è in rappresentanza della mancanza del piacere.
È doveroso fare alcune considerazioni.
Secondo Epicuro la felicità è possibile solo se si assume come fine ultimo il piacere, non nei suoi aspetti sociali e psicologici ma in quelli strettamente naturali e fisiologici.
Il piacere diventa una soppressione del dolore che si ottiene soddisfacendo gli stimoli necessari, come la fame e la sete, ed eliminando gli stimoli che per loro natura non possono essere soddisfatti e, quindi, provocano delusione e dolore.
Infatti Epicuro distingue due fondamentali tipologie di piacere:
Il piacere catastematico (statico).
Il piacere cinetico (dinamico).
Per piacere cinetico si intende il piacere transeunte, che dura per un istante e lascia poi l'uomo più insoddisfatto di prima. Sono piaceri cinetici quelli legati al corpo, alla soddisfazione dei sensi.
Il piacere catastematico è invece durevole, e consta della capacità di sapersi accontentare della propria vita, di godersi ogni momento come se fosse l'ultimo, senza preoccupazioni per l'avvenire. La condotta, quindi, deve essere improntata verso una grande moderazione: meno si possiede, meno si teme di perdere.
Epicuro elabora una specie di catalogazione dei bisogni che se soddisfatti procurano eudemonia (letteralmente "star insieme a un buon demone", "serenità"):
Bisogni naturali e necessari, come ad esempio bere acqua per dissetarsi: questi soddisfano interamente poiché essendo limitati possono essere completamente colmati.
Bisogni naturali ma non necessari: come ad esempio per dissetarsi bere vino, certo non avrò più sete ma desidererò bere vini sempre più raffinati e quindi il bisogno rimarrà in parte insoddisfatto.
Bisogni né naturali né necessari, come ad esempio il desiderio di gloria e di ricchezze: questi non sono naturali, non hanno limite e quindi non potranno mai essere soddisfatti.
Epicuro paragona la vita ad un banchetto, dal quale si può essere scacciati all'improvviso. Il convitato saggio non si abbuffa, non attende le portate più raffinate, ma sa accontentarsi di quello che ha avuto ed è pronto ad andarsene appena sarà il momento, senza alcun rimorso. Il piacere catastematico è profondamente legato ai concetti di atarassia e aponia.
Importante è quindi l'amicizia, intesa come reciproca solidarietà tra coloro che cercano insieme la serena felicità. Per quanto riguarda la società egli riconosce l'utilità delle leggi, che vanno rispettate poiché calpestandole non si può avere la certezza dell'impunità quindi rimarrebbe il timore di un castigo che turberebbe la serenità per sempre. L'uomo dovrà quindi essere contento del vivere nascondendosi serenamente (è la concezione epicurea del "vivere nascostamente" o "vivi nascosto", in greco λάθε βιώσας)
Il disimpegno degli epicurei, che teorizzano una vita serena e ritirata, congiunto ad una interpretazione superficiale del concetto epicureo di "piacere", ha portato nei secoli ad una visione distorta dell'epicureismo, spesso associato all'edonismo con cui nulla ha a che fare. La filosofia epicurea si distingue al contrario per una notevole carica illuministica e morale, insegna a rifiutare ogni superstizione o pregiudizio in una serena accettazione dei propri limiti e delle proprie potenzialità.
Infatti l’epucureismo insegna la scienza dell’autodominarsi, che Epicuro chiama “calcolo dei piaceri”, che corrisponde proprio alla terapia per la mancanza del piacere.
L’ultimo personaggio della storia, la ragazza con il tumore, rappresenta due tipi di “mali”: la paura del dolore fisico, e la paura della morte.
Per quanto riguarda la paura del dolore fisico, Epicuro afferma che Se il male è lieve, il dolore fisico è sopportabile, e non è mai tale da offuscare la gioia dell'animo; se è acuto, passa presto; se è acutissimo, conduce presto alla morte, la quale non è che assoluta insensibilità.
Per quanto riguarda la paura della morte, Epicuro afferma che non è un problema che riguarda gli esseri umani in quanto Quando noi ci siamo ella non c'è, quando lei c'è noi non ci siamo più. Quindi Epicuro tende a liberare le preoccupazioni dalla vita dei suoi discepoli, tra le tante la paura della morte. In questo caso la terapia è quindi non ritenerlo un problema umano.
Epicuro propone per i quattri mali maggiori dell’uomo una terapia.
Ma da dove deriva questa terapia?
Nella storia si parla di una forza che spinge il nostro Epicuro ad ascoltare i problemi dei personaggi che incontra e a suggerire loro una soluzione a questi.
Questa forza rappresenta appunto la filosofia, in quanto Epicuro ritiene che la filosofia debba diventare lo strumento, il mezzo, teorico e pratico, per raggiungere la felicità liberandosi da ogni passione irrequieta.

Sabrina Sartori
4 BS Anno Scolastico 2010-2011
Relazione di Filosofia

venerdì 22 ottobre 2010

All’attenzione del signor Berlusconi

Signor Berlusconi lei è un arrogante, lo è perché usa la sua posizione privilegiata per attaccare e colpire chiunque non la pensi come lei, lo è ancora di più in quanto la sua carica è una carica di servizio, lei dovrebbe servire il Paese, non dovrebbe abusare di un potere che non le appartiene.
La sua azione politica non è al di sopra delle parti, come lei afferma, ed è mirata a preservare i suoi interessi privati a discapito della comunità. Le voglio ricordare però che in democrazia nessuno è al di sopra della legge e chi è chiamato a dirigere un governo deve dimostrare quotidianamente di meritarsi tale incarico non solo con la sua condotta morale, ma anche rispondendo ai dubbi che per qualsiasi motivo possono nascere intorno ai suoi comportamenti. Non si deve pretendere l'impunità solo perché l'alto incarico ne verrebbe danneggiato, l'impunità deve derivare dalla chiarezza dei comportamenti e dall'onestà dell'agire.
Lei sono anni che nega risposte a tanti dubbi che molti cittadini hanno nei suoi confronti, restano poco chiare le origini dei suoi capitali, restano poco chiare certe sue frequentazioni, restano oscuri certi strani movimenti di capitali. Se come dice lei non ha nulla da nascondere deve fare uso dell’arma più potente in suo possesso, ovvero dire la verità. Se non lo farà e continuerà ad utilizzare il potere che le è stato dato per sfuggire a tali domande, allora i dubbi resteranno e diventeranno sempre più pressanti. Abusando del suo ruolo lei potrà anche riuscire a sfuggire alle giuste condanne penali, non sfuggirà al giudizio della storia e, visto che si dice credente, a ben altro giudizio.
Lei si dice perseguitato, è una strana forma di persecuzione quella che ha subito, una persecuzione che le ha permesso di accumulare notevoli ricchezze e di ricoprire cariche di altissimo livello. Dove sono questi accaniti persecutori che ogni giorno minano alla sua libertà? Sarebbero i magistrati di sinistra e i giornalisti di sinistra? Faccia i nomi, dimostri con i fatti e non con le parole queste oscure trame.
Non è che per caso visto che i suoi “nemici” usano le armi della legge e quindi rispettano le regole lei li accusa preventivamente di essere in malafede o peggio per evitare che certe notizie prendano piede? Arringare la folla, istigare i propri fedeli è un metodo molto antico, funzionava già ai tempi dell’antica Roma. Molti ne hanno tratto giovamento.
Non è che forse lei facendo uso dei privilegi che questo paese concede alle cariche pubbliche riesce da anni a rimandare i giusti verdetti? Non è che lei usando numerosi ed abili avvocati e la lungaggine del sistema giudiziario riesce ad ottenere tramite le numerose prescrizioni di cui ha goduto l’impunità? Mi tolga questi dubbi, ne ho diritto come cittadino.
Attendo le sue risposte ai miei (e non solo miei) legittimi dubbi. Dimostri che il mio assunto iniziale è falso e che lei sa accettare il confronto ed è dunque persona gentile e a modo, altrimenti ai miei occhi resterà il giudizio che le ho posto in apertura di questa mia richiesta. Lo so potrebbe dirmi che il mio parere non la interessa, che non mi considera per nulla. Potrebbe anche querelarmi o peggio, ma in tal modo dimostrerebbe che ho ragione io.
Può invece usarmi una cortesia e sorprendermi rispondendomi. Scelga lei cosa preferisce.
Edgardo Rossi

Solidarietà per Report e Milena Gabanelli

Ringrazio Milena Gabanelli e tutti i suoi collaboratori per aver dimostrato che in tutti questi anni che anche in Italia si può fare del giornalismo serio.
L'elevata professionalità sempre profusa, la capacità di risalire alle fonti, il rispetto delle regole sono solo alcuni dei punti che fanno di Report un modello di informazione autonoma e affidabile.
Colgo l'occasione per porgere tutta la mia solidarietà per l'ingiusta denuncia presentata da Berlusconi nei confronti della trasmissione. Auspico che in questo paese esista ancora un senso della giustizia e che tale iniziativa finisca nel nulla, in quanto sul nulla si basano le richieste, nessuno, men che meno Berlusconi, è stato danneggiato.
Il servizio è legittimo, fornisce informazioni e chiede dei chiarimenti dovuti, fare ciò rientra nel normale diritto di cronaca che la libera stampa deve poter esercitare. In una democrazia autentica nessuno è al di sopra della legge e chi è chiamato a dirigere un governo deve dimostrare quotidianamente di meritarsi tale incarico non solo con la sua condotta morale, ma anche rispondendo ai dubbi che per qualsiasi motivo possono nascere intorno ai suoi comportamenti. Non si deve pretendere l'impunità solo perché l'alto incarico ne verrebbe danneggiato, l'impunità deve derivare dalla chiarezza dei comportamenti e dall'onestà dell'agire.
Edgardo Rossi

domenica 29 agosto 2010

Gemmadisole di Silvano Baracco

Un altro prezioso dono di Silvano, per chi segue questo blog. Esprimete pure i vostri pareri. Per me è stupendo, ma io sono di parte.

G E M M A D I S O L E
Di
Silvano Baracco
(Walco)

GEMMADISOLE

Mi è sempre piaciuto vivere la notte, aspettare il mattino senza troppa premura, saziarmi gli occhi di immagini, di buio e di stelle, assaporare sensazioni diverse da quelle del giorno, altre situazioni, altri colori. Così amo viaggiare per intero la notte, e riempirla di gesti e parole.
La notte si incontrano persone che di giorno non esistono, o comunque sono molto diverse, e non è detto che siano migliori sotto il riflettore del sole (poi, si sa, gli stronzi si trovano dappertutto, persino in paradiso). Non parlo degli ubriachi che affidano al vento i loro discorsi e alla volontà il loro precario equilibrio, e nemmeno di chi semplicemente si diverte, perché questi preferiscono chiudersi in qualche locale; dico quelli che girano, gli sbandati, senza luogo per destino o per scelta, quelli che di notte vivono, e magari qualche volta anche rubano: tanta di questa gente ha ricevuto dalla vita solo calci in faccia, e mai un amore, non quello della famiglia, tanto meno l’affetto e il calore di una persona che ne condivida i giorni. Sono persone affidate al giudizio degli altri, i normali, alla loro condanna, perché questi non sanno che cosa significhi vivere senza mai essere amati. Ma tra queste persone notturne puoi persino scoprire che cos’è l’amicizia: se li capisci, se li ami così come sono, ti diventano amici, son gli amici più veri. Per esempio c’è un tipo che chiamano “Sciangai”, che fulmina con gli occhi e storce la bocca se qualcuno lo saluta, usa il coltello come la leva del cambio e se un passante gli domanda l’ora, è capace di prenderlo per il collo e chiedergli trentamila lire per l’informazione, congedandolo infine con uno spintone, o se gli è particolarmente antipatico con un calcio nel culo. Ma se gli dico che le sigarette che fumo non si trovano in giro, se non in una certa tabaccheria di Bologna, lui pianta lì quel che stava facendo e va a Bologna a comprarmi le sigarette. Mi ricordo quando avevano rubato il motorino di un amico, dalla tecnica si capiva che non era stato un balordo di passaggio, ma uno del giro, e allora dissi a Sciangai che quel mio amico non aveva i soldi per comprarsene un altro, e gli serviva per girare alla ricerca di un lavoro e per andare a trovare la ragazza al paese e che insomma non era la persona giusta per giocargli un tiro come quello; lui rispose accigliato che se non l’avevano già smontato avrebbe visto se poteva fare qualcosa. Due sere dopo una voce mai sentita mi disse al telefono che chiamava da parte di Sciangai:
- Dì a quel tuo amico di andare ai giardini, sul piazzale davanti alle scuole, lì c’è il suo motorino pulito e lustrato, e col pieno di miscela.
Per la gente per bene, i normali, questi sono discorsi difficili da digerire, lo capisco, ma non voglio convincere qualcuno: io racconto e basta.
Qualche volta, la notte, succede l’imprevisto, come quando un amico, pressappoco alle due, trova una ragazza, combina, e ti molla per strada lì ad Alessandria, con molte scuse da parte sua, con la tua laica benedizione, ma intanto i bar chiudono, nessuno ti dà un passaggio a quell’ora, in tasca hai solo i soldi per una rapida telefonata a casa, “non rientro stanotte, dormo qui da un amico”.
Era una notte d’agosto, ed è anche peggio, perché d’inverno sei coperto, attrezzato, ma in quella stagione dopo un giorno di afa può seguire una sera zanzarosa e opprimente che precipita all’improvviso in un violento temporale: io avevo soltanto una camicia e pantaloni leggeri, e già il cielo si riempiva di lampi lontani, e saliva la brezza.
Cominciai a girare a vuoto, aspettando qualche ispirazione, un bar aperto, il ricordo di qualche ragazza da andare a trovare: macché, tutte sposate. Fossi stato altrove quella sera, qualche cosa trovavo, ad Alessandria solo porte chiuse; certo, a Ovada… ma come ci andavo ad Ovada, a piedi? Senza méta, camminavo verso lo stadio, magari avrei trovato qualcuno;
Sciangai non lo conoscevo ancora a quel tempo, gli altri chissà dov’erano. Cominciavo a pensare alla stazione, forse ci sarei arrivato prima che si scatenasse il diluvio, nonostante il mio proverbiale passo lento; tutt’intorno un deserto, non un cane in giro, solo auto frettolose mi facevano aria, qualcuno lampeggiava, qualche clacson suonava, ma fermarsi neanche parlarne.
La prima apparizione di una figura umana, in discreta lontananza, fu quella di una ragazza appoggiata ad un muretto, illuminata in viso solo dai bagliori intermittenti di una sigaretta: evidentemente una prostituta, mai vista prima. Proseguendo le sarei passato davanti. Entrai in una cabina telefonica, mi sfiorò il pensiero di passarvi la notte, ipotesi immediatamente scartata, mi rimaneva giusto un gettone nel quale ponevo l’ultima speranza in un riparo notturno accettabile: mi ero ricordato di Sandro, non proprio un amico, ma un buon conoscente, non lo vedevo da un po’ di tempo, ma se me ne ricordavo il carattere mi avrebbe senz’altro ospitato volentieri, o si sarebbe potuti andare da qualche parte per il resto della notte. Me lo ricordavo come un tipo cordiale, facile alla risata e alla bevuta, e anche alla rissa, ma per divertimento; il suo numero di telefono era simile a quello della scuola che avevo frequentato, che ricordavo ancora, c’era un cambio di numero nel finale, o era l’uno o era l’altro, tutt’al più se avessi chiamato la scuola a quell’ora nessuno avrebbe risposto, avrei recuperato il gettone e composto l’altro numero, ma feci centro al primo tentativo; mi rispose la sorella di Sandro.
- Ciao Gina, Sandro è in casa?
- Chi parla?
- Ah già, scusa, sono Cesare, dormivi?
- No, sono appena rientrata, Sandro non c’è, è al mare.
Sandro al mare? In agosto? Fuori discussione, non era tipo da andare al mare.
- Ma sei Cesare chi?
- Di Valenza; ci siamo visti una volta o due, da amici, a casa di Lorella, mi pare.
- Ho capito, il poeta. Come stai?
- Come vuoi che stia? Non al coperto...
- Mi dispiace, Sandro è via.
- Fino a quando? Cosa dice l’avvocato?
- Vai a cagare!
- Strano avvocato.
- Non c’entra niente l’avvocato, lo dicevo io a te. Buona notte.
Rideva, ma intanto mi staccò il telefono in faccia: anche l’ultima possibilità era sfumata. Non avevo più nemmeno un gettone, non un documento, quasi quasi speravo passasse una pattuglia di sbirri, in un modo o nell’altro mi avrebbero risolto il problema di dove passare la notte, sempre più fredda e minacciosa. Scartai l’ipotesi di andare direttamente da Gina, poteva non essere sola, poteva mandarmi a cagare una seconda volta, e tutto sommato una volta per notte basta. Sandro era un buon diavolo, abbastanza ingenuo da lasciarsi trascinare in qualche cazzata, tipo rubare auto per conto di un certo ferrovecchio dell’astigiano, tanto in galera ci finiva Sandro, quell’altro era una persona rispettabile. Ripresi il cammino, passai davanti alla prostituta: avrà avuto trentacinque anni, forse di più, non era nemmeno brutta, indossava un completino non molto vistoso, capelli biondi a caschetto, aveva un viso simpatico e due occhi lucenti. Stavo per salutarla, ma fu lei a precedermi.
- Ciao biondino.
- Ciao biondina, ti dico subito che non ho un soldo in tasca.
- Sigarette ne hai?
- Poche anche di quelle, neanche mezzo pacchetto.
- Lasciamene due o tre.
Ne avevo otto, facemmo a metà, ne infilò tre in un pacchetto vuoto che teneva in borsetta e una se l’accese subito, io le feci notare che l’aveva appena spenta.
- E allora? Sei il mio medico?
- No, ma così tra mezzora le hai finite di nuovo.
- Amen, passerà qualcun altro. Adesso magari ti puoi pure levare dai coglioni, ché già stasera non si combina un cazzo, non si ferma un cane.
- Per forza, con questo tempo! Bhé, buona serata, biondina.
- Ma sul serio non hai soldi?
- Se mi trovi addosso una lira è la tua, senza niente in cambio: perquisiscimi pure.
E così dicendo allargai le braccia, lei mi perquisì davvero, con cura, prima un po’ nervosa, poi piano piano lasciandosi andare ad un cauto sorriso.
- Non hai proprio niente, nemmeno un coltello: da queste parti a quest’ora ti potrebbe servire.
E da che avrei dovuto difendermi, cosa mai mi potevano rubare? Le raccontai, in poche parole e con molta ironia, la storia di quella sera, com’ero arrivato fin lì e le mie preoccupazioni riguardo il resto della notte, e finalmente la vidi sorridere limpida. Era una di quelle ragazze che quando sorridono sono molto più belle, ma non lo sanno, e stanno spesso imbronciate. Ho conosciuto ragazze che sono più belle quando restano serie, e quasi sempre queste ridono troppo: com’è fatto male questo mondo! Lo dissi anche a lei, e quando le consigliai di sorridere spesso perché era molto bella, lei sorrise di più: ancora una volta ero riuscito a far venire il buon umore a qualcuno e così potevo dire di aver fatto la mia piccola buona azione quotidiana. Salutai con la mano e mi apprestavo a traversare la strada, rassegnato a raggiungere la stazione, tra l’altro il tempo peggiorava, cominciava a gocciolare; ero già qualche passo lontano, quando lei mi chiamò.
- Ehi, senti… tu! Non mi hai detto come ti chiami.
- Cesare, e tu?
- Non è mica un bel nome, Cesare. Ti starebbe meglio... Rodolfo!
Si sciolse in una bella risata argentina, per nulla volgare.
- Non mi hai ancora detto come ti chiami tu.
- Mi chiamo Patrizia, Patty se preferisci.
- Preferisco Patrizia. Ciao, magari ci rivediamo.
- Aspetta… volevo dirti che se non sai dove andare, qui tra un po’ scoppia il finimondo, a me i tuoni fanno paura… insomma, se vuoi puoi venire a casa mia, sto al Cristo, così tu non ti bagni e mi fai compagnia. Parlo mai con nessuno.
- E il tuo uomo?
- E chi ce l’ha?
- Nemmeno...?
- Ah, quello? Se ne frega della mia vita privata, basta che gli dia il suo, è pure sposato.
Aveva la macchina dietro l’angolo; mi lanciò le chiavi e mi disse di aspettarla ancora un’ora o due, tanto per guadagnarsi la sera, ma dopo dieci minuti, oramai sotto l’acquazzone, mi raggiunse in auto.
- Andiamo a casa, tanto stasera non si batte chiodo. Guidi tu?
- Non ho la patente. L’avevo, ma non l’ho più rinnovata.
Accese la radio ad un volume spaventoso, tanto che non capii una parola di quel che disse durante il tragitto; cercai di spiegarglielo a gesti, lei sorrideva e continuava a dire chissà che cosa. Finalmente arrivammo a casa sua, un bell’appartamentino in un palazzo nuovo, arredato con gusto. Disse che a casa non lavorava, andò in bagno mentre io restai nella stanza d’ingresso, che era anche nello stesso tempo sala e soggiorno, a studiarmi una serie di piccoli posters che riempivano una parete, e raffiguravano paesaggi tropicali. Quando uscì dal bagno era avvolta in un accappatoio rosa, molto elegante nella sua semplicità; le chiesi se era stata nei luoghi dei posters, lei rispose di no, ma con un filo di malinconia negli occhi disse che un giorno le sarebbe piaciuto andare ad abitare, per sempre, in una di quelle isole. Mangiò qualcosa, io non avevo fame, ma accettai volentieri un caffè. Aveva anche una buona scorta di sigarette in casa.
- E così dovrei chiamarmi Rodolfo? Se vuoi chiamami pure così, anche se come nome non è che mi piaccia granché.
- Conoscevo un ragazzo, parecchi anni fa, che si chiamava Rodolfo, ti somigliava un po’, mica tanto però, ma aveva gli occhi buoni, come i tuoi.
- Eri innamorata di lui?
- No, non mi pare, non mi ricordo. Forse non sono mai stata innamorata davvero, di nessuno.
- Il protagonista della Boheme si chiama Rodolfo, mi si adatta:
“Chi son, sono un poeta, che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo”.
Canticchiai quest’aria, facendola sorridere di gusto.
- La conosco, è la “Gelida manina”!
- Proprio quella, Puccini per me è il massimo, la sua musica a volte mi commuove fino alle lacrime.
- Mio padre ascoltava spesso la musica lirica, anche a me piaceva, non sempre, e non tutte le opere; sono anni che non la sento più. Ti piace Cindy Lauper?
- Non ricordo di averla ascoltata, è un’opera lirica?
- Ma nooo! È una cantante americana, io preferisco lei che Madonna, te la faccio ascoltare subito.
Mise su un disco, fortunatamente a volume non esagerato, cominciò a cantarci sopra, era molto intonata, e a muoversi al ritmo della musica con una grazia notevole. Lo stile musicale di quella cantante non mi piaceva molto, ma era sopportabile, poi mi piaceva vedere Patrizia cantare e ballare, disse che da un po’ di giorni ascoltava sempre quel disco, le risparmiai che negli ultimi tempi ascoltavo molto le sinfonie di Bruckner.
- Vuoi coricarti un pochino? Io non sono abituata a dormire a quest’ora, dormo al pomeriggio.
- No, grazie, non ho sonno per niente, se a quest’ora sono sveglio non dormo più. Continua a cantare e a ballare, era molto bello.
- Vuoi dirmi che ti piaccio un po’?
- Mi piaci molto, Patrizia, davvero.
- A casa non lavoro, cioè non mi faccio pagare. Se vuoi...
- Non sei ancora stufa?
Sorrise, un po’ malinconica.
- Qualche volta sì, ma un conto è il lavoro, come timbrare il cartellino: non lo si fa per divertimento, meno ancora per amore o anche simpatia. Quando non si lavora è un’altra cosa. Tu che lavoro fai?
- Saltuario, praticamente nulla. Scrivo, ma non pubblico; scrivo poesie, però non le ricordo.
- Che peccato, potevi dirmene una, mi piacciono le poesie, ma anch’io non le ricordo... sì, una me la ricordo, la vuoi sentire?
- Dai!
- Allora...
“ Luna cara, luna bella
che pendi su tetti e su nidi
ove dorme la rondinella
perché mi guardi e sorridi?
Perché mi guardi e mi baci?
...aspetta, non me la ricordo più... ah sì, ora risponde la luna:
Ti guardo perché mi piaci
coi tuoi semplici occhi nuovi
sorrido perché mi commuovi
coi tuoi teneri occhi fidi
coi tuoi limpidi occhi onesti:
ti bacio perché ti resti
un ricordo soave
quando il tempo verrà
che sarai uomo grave
e avrai persa la chiave
della Felicità.”
- Bella, una poesia tenera, con una punta di malinconia. L’hai scritta tu?
- No, è di un poeta che si chiamava.... aspetta, mi pare Novaro.
- Mmh, sì: Angiolo Silvio Novaro, un poeta non molto conosciuto, scriveva soprattutto, o unicamente, poesie per l’infanzia.
- Infatti questa poesia me la leggeva mia madre quando ero piccola. Tu quanti anni hai?
- Ventinove.
- Credevo di più, io trentaquattro.
- Credevo di meno.
Mentivo, era bella, ma un poco sciupata e dimostrava qualche anno di più, specialmente vedendola in piena luce, eppure quelle piccole cicatrici del tempo, le rughe sottili tra gli occhi e le tempie, più visibili quando rideva, agli angoli della bocca e sul mento, in qualche modo che non saprei spiegare meglio, aumentavano, direi che nobilitavano la sua bellezza, tanto più che il suo corpo snello e proporzionato, i suoi modi e la sua voce, erano pieni di giovinezza.
- Cesare, ma tu non mi chiedi niente? Non vuoi sapere nemmeno come mai faccio questa vita?
- Se non me lo vuoi dire non te lo chiedo, se ne vuoi parlare ti ascolto volentieri, comunque per quanto mi riguarda ognuno fa quello che vuole, o che può, io non giudico mai. Nessuno.
- Sono scappata di casa a diciott’anni, mi sono messa con un lavativo che mi ha anche sposata, ma dopo poco tempo è sparito e si è fatto rivedere solo per chiedere dei soldi, poi ho trovato un altro peggio di lui e sono arrivata qui, dove sono adesso. Finita anche con lui, da un pezzo. Coi genitori non ho più rapporti, mi hanno tagliato. È venuto qui una volta mio fratello, mi ha letto la vita, mi ha dato anche due schiaffi, da allora non ho più né visto né sentito qualcuno di loro; meglio così, che vadano in malora!
- Magari, a modo loro, ti vogliono bene...
- Se lo tengano il loro bene! Adesso sono sola, bene che sto! Non mi metto più con nessuno, nemmeno uno ricco. Ogni tanto trovo qualche povero scemo che vorrebbe sposarmi, dico tra i clienti, vuole che cambi vita e mi promette mari e monti. Li mando a quel paese, tutti! Ogni tanto c’è qualcuno che mi dà i suoi consigli, per il mio bene: preti, brave persone, tutti sembrano interessarsi di me, della mia vita, possibile non abbiano niente di meglio da fare? Tu almeno non mi dici niente.
- La vita è la tua. Non dico non ci sia niente di meglio da fare, ma se a te piace così....
- Non è che mi piace.... è così. Meglio non ho trovato, poi magari, chissà, qualche giorno mi innamoro di qualcuno, dico innamorarsi per davvero, non per mettermi a posto, non per i soldi o per farmi una famiglia o cazzate simili, non dico nemmeno che smetterei di fare la vita, dipende. Certo che più passano gli anni e più è dura, dovrò smettere per forza una volta o l’altra, ma chi se ne frega! Del futuro non me ne frega niente, adesso sono qui e stop. E tu, ci pensi al futuro?
- Non so nemmeno cosa farò fra un quarto d’ora, figurati se penso al futuro. A volte vorrei che non ci fosse per niente: sinceramente non trovo buone ragioni per continuare a vivere, ma anche per ammazzarsi bisogna avere una buona ragione.
- Per esempio?
- Per esempio a causa di un grande amore che non si riesce a realizzare, un amore grandissimo, indescrivibile, che venga respinto, magari ridicolizzato: ecco un buon motivo per spararsi. Disgraziatamente sinora le storie che ho avuto si sono sempre realizzate, qualche volta senza neppure averle troppo cercate, e si sono sempre concluse, anche con dolore, ma non abbastanza.
- Anche tu non sei innamorato?
- Al contrario, lo sono quasi sempre, ma non è mai l’amore che intendo io. Anche in questo periodo ho una ragazza, non so come definirla, un’amica, un’amante. Ci si vede ogni tanto, a volte spesso, per qualche giorno, si va in giro, ci si diverte un po’, altre volte si piange assieme, qualche tenerezza, un po’ di sesso, magari per due mesi non ci si telefona neppure, e un giorno o l’altro, credo presto, finirà tutto, forse con una litigata, recriminazioni, scenate, strascichi, forse senza niente di tutto questo, tranquillamente.
- Ma vorresti trovare un amore vero?
- Non l’ho trovato per ora, probabilmente non l’ho mai neppure cercato, ma sono certo che un giorno lo troverò all’improvviso, senza capirne la ragione: sarà un amore travolgente, ma di sicuro lei fraintenderà i miei sentimenti, resterà fredda e insensibile al mio affetto, non le piacerò per niente, e infine mi dirà di non seccarla. E finalmente avrò trovato una buona ragione per ammazzarmi.
- Per una donna così?
- Questo è l’amore, questa è la vita, ma poi perché sto a raccontarti i fatti miei e le mie idee? Te ne frega qualcosa?
- Ma sì, per conoscerci un po’, te l’ho detto che non parlo mai con nessuno, a volte non ne ho proprio voglia, a volte però è dura. Guarda, è rimasta una sigaretta delle tue, ce la fumiamo a turno, o ti da fastidio?
- Ma cosa dici? Io mastico anche i chewing-gum già masticati, come si fa a provare schifo per un altro essere umano? Non ne sono capace.
Mi guardava con gli occhi spalancati, le si poteva leggere in viso quel che stava pensando: “ma guarda che strano tipo sono andata a incontrare stanotte!”
Poi parlammo davvero di tutto, dei pensieri che scappano, le speranze che muoiono, dei sogni che si fanno, e qualcuno era uguale. Ad un certo momento lei non aveva più nulla da raccontare, e allora fu il mio turno di parlarle di me, i vagabondaggi giovanili, l’anarchismo politico ed esistenziale, un figlio lontano e praticamente sconosciuto, il piano bar, il rock an’ roll, un incidente in moto, il bisogno di scrivere, le solite cose di sempre. Capitò un po’ di ridere e anche un po’ di commuoversi, e poi, come sempre, mi lasciai trascinare dal turbine delle parole, sinché a un certo momento mi accorsi che da più di mezzora parlavo solo io. Mi fermai. Lo sguardo di Patrizia era stanco, ma presente; si stirò le spalle allargando le braccia, strizzò gli occhi e sorrise.
- Quante cose sai, Cesare.
- Colpa della mia curiosità, ma il fatto è che me le ricordo tutte. Ma se uno si ferma un attimo a pensare, chiunque, si accorge di sapere molte più cose di quanto non immagini, solo che non ci fa caso. Anche tu, dovresti provare.
- Io non so niente.
- Ad esempio non ricordavi di sapere una poesia, e invece la sai, me l’hai detta prima! Scommetto che non ci avevi mai pensato.
- È vero!
- E chissà quante altre cose che non credi di sapere e invece... ascolta: c’è un gioco che facevo sempre da ragazzo, si tira a sorte una lettera dell’alfabeto e poi, a turno, si deve dire una cosa stabilita all’inizio: fiori, oggetti, città, attori, scrittori, cantanti, animali, qualunque cosa, che comincia con quella lettera.
- Mi piace.
- Benissimo, vedrai quante cose ti verranno in mente, cominciamo da... da che cosa?
- Dai nomi di cantanti... no, di città, però solo città italiane.
- Comincia tu: il nome di una città italiana che inizia con la lettera...
Puntai il dito sulla pagina di una rivista e la lettera estratta fu la “p”: lei disse subito Pavia, velocemente seguirono Piacenza, Potenza, Padova, Parma, Pescara, qualche altra città con una pausa più lunga, sinché lei dopo un certo silenzio, mentre io minacciavo di contare fino a cinque e se lei non avesse in quel mentre trovato un’altra città di assegnarmi un punto di vantaggio, si sbatté ridendo la mano sulla fronte e quasi gridò:
- Ma che scema che sono: Prasco!
- Prasco? E che cos’è?
- Come che cos’è?!? È il mio paese!
- E dove si trova?
- Vicino ad Acqui, non l’hai davvero mai sentito?
- Vedi che non so poi tante cose come dici tu? Tra l’altro hai vinto la prima partita, con la P non mi viene proprio più in mente niente.
Prese un foglio di quaderno, tirò una riga in mezzo, da una parte scrisse “Patrizia” e dall’altra “Cesare”, quindi segnò un punto dalla sua parte, dicendo che avrebbe vinto chi arrivava per primo a dieci punti. Dopo qualche manche sulle città passammo ai fiori, estrasse lei la lettera “g” e io cominciai con “Giglio”, lei rispose “Grisantemo”.
- Eh no, si dice Crisantemo, con la “c”!
- Davvero? Allora... gi... gi... Girasole!
- Ah, volevo dirlo io! Dunque... gi... ge... Geranio.
- Geranio? E io dico... dico..... Gemmadisole!
- Che fiore è? Non l’ho mai sentito.
- È il fiore più bello che esiste, il più raro, il più profumato, il più delicato...
- Ma com’è? Che colore ha?
- La Gemmadisole è.... non lo so, l’ho inventata io adesso, non esiste sul serio. Hai vinto tu questa partita.
- No invece, è così bello questo nome! Magari esiste veramente: sì, ho deciso che la Gemmadisole esiste veramente.
- E che colore ha?
- Rosso, no, giallo.... arancione, ecco! Ed è il fiore più bello che esiste, come hai detto tu, e vedrai che qualche giorno te ne porterò uno, magari per il tuo compleanno. Adesso però cambiamo gioco: tu pensi a una cosa, qualsiasi cosa, io ho sei domande a disposizione alle quali tu devi rispondere con sincerità, dopo la sesta domanda dovrò indovinare cosa avevi pensato.
- Che cosa ci giochiamo? Non dico soldi o cose materiali, ma un premio per chi vince, o una penitenza per chi perde, ci vuole per rendere il gioco più interessante.
- Sì, hai ragione, facciamo così: se indovino che cosa hai pensato ti do un bacio.
- E se non indovini?
- Se non indovino mi dai un bacio.
Non indovinai, aveva pensato alla parola “Felicità” e io avevo completamente sbagliato strada, chiedendole se era un essere umano, un animale o un minerale, se fosse una cosa commestibile, liquida o gassosa, lei rideva di gusto, come forse mai le era capitato nella vita, io alla fine buttai lì:
- Hai pensato a una Gemmadisole?
Baciarsi ridendo non sarà appassionante, ma è bellissimo. Seguì un lampo, andò via la corrente, e nel buio improvviso l’esplosione di un tuono la fece gridare per lo spavento e per la sorpresa. La abbracciai forte, tremava, ora stava piangendo, ma non era soltanto paura, ed allora la strinsi più forte, e in silenzio, senza farmi scoprire, anch’io piansi con lei. Quando tornò la luce ci fu ancora tempo per giocare, ricordare, scherzare, scoprii che soffriva il solletico, e fu un’altra occasione per vederla ridere sino alle lacrime. Eravamo seduti di fronte, lei ripiegò con cura i fogli che aveva usato per segnare i punti, come fosse qualcosa da conservare, poi il suo sguardo e il suo calmo sorriso mi apparvero stanchi, appoggiò la testa sul tavolo e chiuse gli occhi.
- Hai sonno?
- Un pochino, a quest’ora mi capita sempre. Faccio un altro caffè?
- Lascia stare, è tardissimo, saranno quasi le sette. Sarà meglio che vada.
- Dove vai?
- Vado a casa, mi aspettano. Vado al ponte a fare l’autostop, a quest’ora trovo gente che lavora a Valenza, parecchi li conosco, mi danno un passaggio di sicuro.
- Ti porto a casa io...
- No, riposati, poi ti tocca tornare indietro, quelli invece ci restano. Magari un’altra volta.
- Non mi divertivo così da tanto tempo.
- Qualche sera ci rivediamo, ti porto le mie poesie, però non sono tanto allegre, magari giochiamo a qualcos’altro, andiamo a cena da qualche parte, insomma ci divertiamo!
- Io alla sera sono sempre là, dove mi hai trovato.
- Poi so dove abiti.
- Già, lo sai.
- Ora è tempo che vada, tu riposa; mi raccomando, ricorda di sorridere più che puoi, te l’ho detto che quando sorridi sei molto bella, dunque sorridi sempre, non farti prendere dalla tristezza, per nessun motivo, e... ciao Patrizia, ciao biondina.
- Ciao biondino.
Era la prima frase che mi aveva rivolto, e fu identica all’ultima, perché da quel momento non la rividi più. Ripassai molte volte dalla strada dove l’avevo incontrata, a volte solo per caso, mai da solo, sempre in auto con qualche amico, ma non era mai lì: forse era un’ora sbagliata, forse era in giro con qualche cliente. Una sera, casualmente, mi trovai sotto casa sua, mi fermai, il suo nome non c’era e il cognome non l’ho mai conosciuto, suonai a caso due o tre campanelli sperando di trovarla, o eventualmente per chiedere informazioni a qualche vicino, ma nessuno rispose e alla fine rinunciai. Poi passò un po’ di tempo, forse un anno, anche due, era ormai quasi uscita anche dal mio ricordo.
Una sera, in un bar, discorrendo per caso con un tizio che conosce tutte le storie dell’ambiente, ho saputo che si era poi messa con un ragazzo che conoscevo appena, ci avevo parlato due o tre volte in circostanze che neppure ricordo. Dunque aveva trovato l’amore.
Lui era di due anni più giovane di lei, un ragazzo buono come un pezzo di pane e mesto come un concerto di Pietro Locatelli, da dieci anni era tossicodipendente. Si erano trasferiti in un paesino dell’entroterra ligure, forse nell’Ovadese o in Val Scrivia, lui aveva provato ad uscire dall’inferno del buco, ma non ci era riuscito, ed allora anche lei, per amore di lui, perché non fosse solo nella sua sofferenza, era entrata nello stesso suo inferno.
Ed infine era morta, forse per incidente, overdose, omicidio, forse perché stremata da quella vita, forse per scelta, forse consumata da qualche malattia che non perdona, non l’ho mai saputo, non lo voglio neppure sapere. Vorrei solo che sulla sua tomba, dovunque essa sia, ogni giorno qualcuno posasse una Gemmadisole.
Nessun tuono, per quanto violento, le farà più paura. Forse, in qualche posto che sfugge alla nostra comprensione e persino all’immaginazione, avrà trovato l’isola dove avrebbe voluto abitare, non importa se non è nei Caraibi, e nemmeno su questo pianeta, così bello, così triste.
Certamente sarà in qualche luogo di questo o di altri universi, dove regnano il gioco e l’amore, ed esiste soltanto il sorriso.
“Se non diverrete come fanciulli
non entrerete nel regno dei cieli”

(fine)

martedì 24 agosto 2010

Repubblica fondata sul lavoro?

Repubblica fondata sul lavoro?
di Edgardo Rossi

La prima parte del primo articolo della Costituzione italiana recita: l'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Questo punto della nostra Carta Costituzionale è sempre stato poco rispettato in Italia, Paese dove il lavoro nero, l’evasione fiscale, la precarietà l’hanno sempre fatta da padroni. Non dovremmo quindi essere stupiti di quello che sta succedendo, eppure resta tanta amarezza.
In Sicilia tre precari della scuola stanno facendo lo sciopero della fame, dopo trent’anni di servizio non servono più, i tagli apportati dalla finanziaria hanno ridotto il personale e quindi gli esuberi devono stare a casa. Dovrebbe essere sorprendente che una persona svolga un’attività per trent’anni senza “entrare in ruolo”, non è normale che una persona debba provare per così tanto tempo le sue attitudini. O meglio non è normale da qualunque altra parte del mondo, in Italia è la regola. Sono migliaia nella pubblica amministrazione ad essere precari, e senza possibilità alcuna di stabilizzazione. Dipendono dai numeri della finanziaria, se ci sono i soldi si lavora, se no, no. Troppo giovani per andare in pensione, senza avere diritto ad alcuna cassa integrazione si trovano proiettati nel mondo della disoccupazione, obbligati ad inventarsi nuove attività, ma senza aiuto alcuno. In Italia se hai superato gli “anta” non ti prende più nessuno, forse puoi trovare del lavoro nero.
Ma qui in Italia non ci si stupisce neanche di operai licenziati perché troppo attivi sindacalmente, reintegrati dal giudice del lavoro, ma non accettati dal datore di lavoro al punto da impedire loro di entrare in fabbrica. Il datore di lavoro ha fatto ricorso alla sentenza del giudice e quindi, nel frattempo, gli operai non sono graditi.
Non si resta sorpresi che degli operai debbano restare in sospeso su una piattaforma per difendere il loro posto di lavoro da delle basse speculazioni finanziarie (e questa storia è finita bene). Che altri operai debbano vivere nel dismesso carcere dell’Asinara, perché la loro fabbrica non è più considerata produttiva, nonostante sia in grado di funzionare benissimo. Nell’Isola dei disoccupati si sono presentati in tanti, ma il problema resta.
L’elenco di situazioni analoghe potrebbe continuare, passando dagli insegnanti sui tetti dei provveditorati, dai pastori sardi che bloccano gli scali aeroportuali, dai produttori di latte che hanno pagato le multe e si sentono presi in giro perché altri non solo non le hanno pagate ma sono appoggiati dal governo nella loro intenzione di non pagare alcunché (ma questa è un’altra storia).
Il problema è (viene detto) che mancano i posti di lavoro, e che sarà ancora così per un po’, anche se la crisi è finita.
Il fatto che le banche, i cui utili sono in costante aumento, non assumano più, anzi mandino in prepensionamento e mirino a ridurre il personale, quale posto occupa nella crisi che sta finendo? Le imprese che chiudono per riaprire in altri Paesi dove il costo del lavoro è più basso, c’entrano qualcosa? Il fatto che gli stipendi medi degli Italiani siano tra i più bassi dell’unione europea, che ruolo ha in tutto questo? C’è da dire però che molti dirigenti nel nostro Paese incassano bene, e che in compenso la classe politica italiana è la meglio pagata di tutta l’Europa.
Alla fine di questa riflessione, di questa visione d’insieme di questo Paese dove il lavoro dovrebbe avere un ruolo primario, non vedo alcun programma per superare questa decadenza. Tutto è lasciato al caso, o meglio le decisioni sono prese da chi detiene il potere economico, infatti si sta allargando sempre di più la forbice tra i ricchi (che tendono ad aumentare i loro beni) e i poveri (in costante aumento). Smantellato lo Stato sociale, troppo costoso (dicono), non si è provveduto ad attuare autentiche liberalizzazioni per cui i poteri forti hanno accresciuto le loro aree d’influenza.
Io sarò un “nostalgico” ma ritengo che in momenti di crisi gli interventi da parte dei governi ci debbano essere e debbano tutelare soprattutto le fasce più deboli economicamente, ma non con sterili e saltuari aiuti economici bensì con l’applicazioni di regole di tutela che mirino ad un’equa ripartizione degli utili. Non è un’idea mia, ne parlava un certo Keynes più di ottant’anni fa. Sembra però che gli uomini abbiano la memoria corta. E qui si inserisce l’atavica povertà culturale del nostro Paese, ma questa è un’altra storia, anche più complessa e articolata di quella che ho appena concluso e che rimando ad altri interventi.