sabato 25 aprile 2020
mercoledì 4 marzo 2020
Il risveglio del demone (poesia, maledetta poesia) libro di Giuseppe Giordano Impremix Edizioni Visual Grafika
Il risveglio del demone (poesia, maledetta poesia) libro di Giuseppe Giordano Impremix Edizioni Visual GrafikaUn libro che è un saggio, un insieme di storie, una duplice raccolta di poesie (scritte in due distinti momenti della vita dell’anziano autore, come Giordano stesso si definisce). Ma non solo, Il risveglio del demone è anche un diario, un dialogo aperto dell’autore con i lettori e con se stesso, è una testimonianza, è un percorso nella storia culturale e sociale che parte dagli anni Sessanta del XX secolo per giungere ai giorni nostri. A scandire e unire il tempo ci pensano i nomi degli autori e della autrici citati e gli argomenti che si inseguono tra dotte citazioni, pensieri in libertà e riflessioni su ciò che era l’altro ieri ed è ancora oggi (tutto così uguale – tutto così diverso). Va specificato che a fondere insieme le varie parti non c’è solo la maestria di Giuseppe Giordano, c’è il demone, lo spirito guida che riporta a Allen Ginsberg e Alda Merini, a Socrate e Platone, a Teeteto, Glaucone e Alice (sì proprio lei quella del Paese delle meraviglie e forse ancora di più quella del Dietro lo specchio - o meglio di Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò) e a Galileo Galilei (ma di già che si parla di stelle l’autore non si dimentica di Samantha Cristoforetti l’AstroSamantha di cui l’Italia di oggi mena vanto e che l’immagine viva del presente). La poesia e le poesie diventano il tramite per una riflessione universale che ha come protagonista la vita stessa, raccontata unendo eventi culturali, testimonianze, scene di vita, ricordi lontani e vicini. Filosofi, poeti, scienziati e letterati e le parti in prosa (quasi saggi storici) fanno da tramite tra le poesie di ieri che parlano di follia, che vogliono essere uno spettacolo teatrale, che riprendono i versi di un antico poemetto per raccontare il Processo a una strega (questo per quel che riguarda il passato ritrovato) e le poesie di oggi che diventano elegie e aforismi. Il tutto unito sì in un’unica sinfonia, che però è ricca di miriadi di sfumature e che quindi sa rinnovarsi ad ogni pagina percorsa. Parole che si presentano, che cercano la provocazione, che invitano a essere lette per essere capite. Ma tanti altri sono i momenti e gli autori/autrici evocati dalla forza del demone (in greco antico δαίμων, traslato in dáimōn, cioè “essere divino”) che ha la facoltà di generare ricordi e trasmetterli attraverso le parole che in questo libro scorrono in prosa e versi, in un prima, un durante e un qui e ora. Davvero l’anima, il soffio vitale della memoria e dell’immaginazione, compie bene il suo lavoro e si bea ( e fa beare chi legge) di suoni e immagini che ci raccontano la vita nella sua bellezza e nel suo orrore (due facce dello stesso stupore). La commedia narrata si chiude con brevi aforismi, ma il demone lascia aperta la strada ad altri percorsi, che in parte ha già narrato in altri libri e ci dice che ancora molto c’è da scoprire. Il cerchio non si chiude, altre storie ci aspettano. Edgardo Rossi
giovedì 20 febbraio 2020
Altezza è mezza bellezza?
Altezza è mezza bellezza?
Saggio sulla statura umana
di Maurizio Molan
(con il contributo di Riccardo Battaglia)
Lindau
Maurizio Molan è autore di un saggio che affronta un tema antropologico in modo originale, scientifico, ironico, storico e divertente (e con curiosità e scoperte interessanti).
Il libro si presenta informando che: “L’autore prova a rispondere alla domanda scherzosamente riportata nel titolo, attraverso un’ampia analisi, che spazia dalle ricerche scientifiche alle indagini storiche, fino alle descrizioni dei personaggi che appartengono all’immaginario popolare, tra cui celebri nani e giganti, nonché alla tradizione letteraria”. Un impegno che Molan risolve brillantemente, partendo dalla riflessione iniziale sulla statura umana, specificando che cos’è l’antropometria, ricordando come la nostra specie è comparsa sul pianeta, aprendosi ad annotazioni scientifiche e informative, tutte documentate. Anche i casi curiosi vanno a completare un corollario di fatti che rispondono alla domanda proposta dal titolo.
Molan non risolve il quesito (né lo pretende), troppe sono le varianti che caratterizzano la formazione del carattere e dell’aspetto fisico di ogni singolo individuo (unico e irripetibile), ma propone delle ipotesi, degli esempi, dei confronti che dimostrano che comunque la misura dell’altezza – o meglio – l’esigenza di misurare l’altezza è presente nella storia della nostra specie, che la percezione di noi è condizionata dal nostro aspetto fisico e che l’altezza è uno dei parametri più utilizzati. D’altronde il termine alto è usato per indicare doti positive, mentre basso è spesso usato per indicare delle mancanze in tante espressioni popolari, ed è in uso anche nel linguaggio giuridico e persino in sociologia. Molan non manca di far notare come la statura sia un problema più “sentito” e “misurato” nei maschi che nelle femmine (dal punto di vista psicologico è molto utile il capitolo curato dallo psicologo Roberto Battaglia, che apre ad altre riflessioni sul tema mantenendo la rotta sull’argomento trattato), narra di alcuni casi famosi e di alcune coincidenze (e stranezze).
La narrazione è ben equilibrata, soddisfa e stimola la curiosità del lettore, invogliandolo ad approfondire i temi trattati, a confrontarsi anche con le proprie esperienze (lo stesso Molan usa la propria memoria per motivare ulteriormente il perché di questo libro, che nasce anche dalle sue esperienze di medico e dalla sua voglia di capire), a trovare riscontro con la quotidianità, fatta di abitudini che non nascono mai a caso e che andrebbero sempre analizzate.
Chi osserva il mondo è portato a vedere prima ciò che appare evidente e solo in seconda battuta ciò che è meno evidente, sembra un fatto scontato, invece è frutto di tante varianti ed è legato alla nostra voglia di non fermarsi all’apparenza, ma l’azione di andare oltre ciò che si vede va coltivata, va sviluppata, può costare fatica.
Questo libro ha il pregio di invitare a non fermarsi alla prima impressione, quindi è un buon libro che fornisce strumenti utili alla conoscenza di se stessi.
Edgardo Rossi
ISBN: 9788833532141
sabato 1 febbraio 2020
"La Shoah dei bambini" La persecuzione dell'infanzia ebraica in Italia, 1938-1945
"La Shoah dei bambini"
La persecuzione dell'infanzia ebraica in Italia, 1938-1945
Bruno Maida
Einaudi Editore
Un libro che, come dice l'incipit della quarta di copertina "riattraversa «con occhi di bambino» le tragiche vicende della persecuzione antiebraica". Un libro potente che non solo ripercorre le tragiche vicende della comunità ebraica italiana, ma che dimostra come il raccontare la storia sia non un semplice ricordare o elencare fatti, ma un costante impegno ad attualizzare le vicende narrate per dare un nome ad ogni vittima e per riportare in vita quello che è stato. La storia diventa maestra di vita solo quando incide la consapevolezza di chi la studia e di chi la legge. Il passato non è solo l'evento che è stato ma è l'oggi, è la vicenda che rivive, è la voglia di conoscere veramente. Non si può capire un dramma orribile come fu la Shoah, una delle maggiori stragi perpetrata da uomini su altri uomini, se non si capisce che quello che è avvenuto potrebbe riavvenire, anzi, come giustamente sottolinea Maida, tali vicende sono nuovamente avvenute e stanno riavvenendo. Come dimenticare le guerre avvenute nella seconda metà del Novecento e quelle in corso e avvenute nei primi anni del Ventunesimo secolo? guerre che hanno coinvolto i bambini, che li hanno usati, li hanno snaturati, brutalizzati.
È cronaca quotidiana di eradicazioni, di espropriazioni dei valori stessi, di quei valori che rendono la vita un qualcosa di più di un semplice percorso biologico. Maida, narrando le vicenda della persecuzione dei bambini ebrei ci insegna che essa fu una duplice persecuzione, i bambini si trovarono a convivere con un qualcosa che non potevano ancora capire, furono privati della loro quotidianità, del loro diritto ad essere bambini. Questa tragica verità vale sia per i bambini che morirono nei campi di stermino, sia per quelli che scamparono alle retate ma furono costretti a nascondersi, a distaccarsi dalle famiglie, a vivere sotto mentite spoglie, a imparare a dire bugie, il tutto per sopravvivere ad un qualcosa che non si comprendeva, a un mostro che aveva l'aspetto spesso del vicino di casa.
Maida ci fa conoscere anche le azioni meritevoli, di chi aiutò e salvò molti ebrei, ma non dimentica il ruolo che ebbe il regime fascista nel creare un sistema persecutorio basato su un'informazione distorta, trasformata addirittura in materia da insegnare nelle scuole. Creare il nemico era un dovere, non importava se gli ebrei erano stati patrioti, o erano addirittura militanti fascisti, gli ebrei erano da considerarsi stranieri, erano una razza inferiore. Maida ha la capacità di narrare le vicende con la puntualità dello storico e la penna dello scrittore, il libro si colloca in un filone di indagine che vede un interesse costantemente in crescita verso la storia dell'infanzia del ventesimo secolo. Una scelta necessaria per un mondo che ancora non ha imparato bene a proteggere il proprio futuro, perché i bambini sono il futuro del mondo, il male che viene fatto a loro avrà ripercussioni nella storia che sarà. La storia è figlia di se stessa, non conoscere il passato significa negare il presente e inquinare il futuro.
Edgardo Rossi
Bruno Maida è ricercatore di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Studi Storici dell'Università di Torino. Tra i suoi libri ricordiamo: Il futuro spezzato. Il nazismo contro i bambini (con Lidia Beccaria Rolfi, La Giuntina 1997); Dal ghetto alla città. Gli ebrei torinesi nel secondo Ottocento (Zamorani 2001); Prigionieri della memoria. Storia di due stragi della Liberazione Angeli 2002 (premio Ettore Gallo, 2005); La stampa del regime. Le veline del Minculpop per orientare l'informazione (con Nicola Tranfaglia) Bompiani 2005; Artigiani nella città dell’industria. La Cna a Torino 1946-2006 (Edizioni Seb27 2007); Non si è mai ex deportati. Una biografia di Lidia Beccaria Rolfi (Utet 2008); La Shoah dei bambini. La persecuzione dell'infanzia ebraica in Italia (1938-1945) (Einaudi 2013), Auschwitz e la Shoah. Storia per immagini dell'olocausto (1933-1945) (Edizioni del Capricorno 2015), L' infanzia nelle guerre del Novecento (Einaudi 2017).
martedì 14 gennaio 2020
De bello Gallico di Gaio Giulio Cesare - traduzione e note di Davide Cazzola
Il De bello Gallico è uno dei libri più noti della letteratura latina, opera scritta da Cesare non solo per raccontare la sua impresa ma anche (e soprattutto) per motivi propagandistici, libro in cui il condottiero e politico romano dimostra le sue grandi capacità di narratore e di curatore della propria immagine.
Opera di grande valore letterario caratterizzata da una forma narrativa chiara, semplice, stringata. Dove Cesare attua scelte stilistiche precise e nette come dimostra il frequente uso del participio, sia come predicativo sia nel costrutto dell’ablativo assoluto, scelta che gli permette di sostituire le proposizioni esplicite, conferendo rapidità e scorrevolezza al periodo; o il ricorso alla proposizione relativa, arricchita dall’utilizzo di una molteplicità di usi e forme stilistiche (nesso relativo, relativo prolettico, proposizione relativa apparente) che gli consentono di assecondare le circostanze e la struttura armonica del periodo; utilizza anche il discorso indiretto, con la chiara intenzione di eliminare qualsiasi ostentazione di drammaticità, ridimensionando la retorica delle parole dei personaggi. D’altronde nello scorrere della narrazione Cesare non fa uso di nessuna nota superflua e di nessun fronzolo retorico, rendendo il racconto come un evento naturale, quasi come se fossero i fatti stessi a parlare, senza passionalità e senza riflessioni personali; in tal modo la narrazione scorre come un documentario di guerra. Interessante anche la scelta di parlare di se stesso in terza persona.
Nella sua traduzione Davide Cazzola non solo dimostra di aver ben compreso la narrazione dell’autore, ma ne rispetta pienamente le scelte, ne esalta lo stile, dimostrando come la traduzione possa diventare essa stessa opera narrativa. Tradurre è una delle attività più complesse, spesso chi traduce tende ad interpretare il testo, a forzarlo. Talvolta è scelta obbligatoria, non sempre la traduzione rende appieno i significati di uno scritto di un’altra lingua, ma molti abusano di questa “presunta necessità”, Cazzola invece sceglie la coerenza e la linearità del testo originario e si regala (e ci regala) le sue considerazioni con delle note che giustamente definisce “serie, curiose ed ironiche”. Sceglie anche di dividere il testo latino da quello italiano, invitando implicitamente il lettore a percorrere le due strade in modo autonomo l’una dall’altra, per chi sa il latino una “sfida” a rileggere ciò che Cesare ci ha narrato; per chi non lo conosce la proposta della lettura del testo in italiano (ma con sempre la possibilità di confrontarlo con quello latino) che rispetta pienamente il testo latino e non lo travisa.
Un lavoro di pregio, in cui ben si vede la competenza del curatore e la sua passione, in cui nulla è lasciato al caso, comprese le scelte fatte del testo proposto, tutto ben precisato nella pagine di presentazioni, con poche e misurate parole.
Non resta che augurare buona lettura a chi vorrà accettare l’invito che Davide Cazzola porge a chiunque voglia accostarsi a quest’opera che in tanti conoscono e pochi hanno letto per intero (e questa “offerta” potrebbe essere una bella occasione per farlo).
Edgardo Rossi
sabato 20 aprile 2019
Siddharta Rave, recensione
Siddharta Rave
Romanzo di Federico Audisio di Somma
Cairo Editore
Con il romanzo Siddharta Rave Federico Audisio ci propone una ricerca, lo fa partendo da un presente (l’intervista con cui il libro si apre) che però forse è già passato e che comunque ha le sue profonde radici in un passato fatto di flashback, che sono di fatto dei racconti del perché la storia è avvenuta e sta avvenendo.
Il protagonista è Sid, un giovanissimo dj alla ricerca della musica perfetta, ma in realtà alla ricerca di un padre perduto (in che modo e come, è giusto che il lettore lo scopra da sé), ma in realtà Sid è l’ultimo arrivato di una storia partita cinquant’anni prima, una storia che aveva per protagonisti un gruppo di ragazzi e ragazze apparentemente privilegiati dalla vita, figli di famiglie ricche e benestanti ma abbandonati a se stessi, sono creativi, provocatori, ribelli o, forse, solo naufraghi in balia della vita e alla ricerca di un approdo. Di fatto sono dei ragazzi di vita, o meglio ragazzi che vogliono vivere la vita e lo fanno diventando un punto di riferimento per tanti altri che cercano di colmare un vuoto che è presente in tutte le storie che via via si manifestano e che mai viene colmato.
I vari protagonisti compaiono uno per volta, apparentemente a caso (così ce li vuole proporre Audisio) portati dalla succedersi degli eventi (come è nella vita), alcuni sono arroganti, altri sono fragili, tutti inseguono i loro sogni e li realizzano con pieno successo, quasi avulsi dal mondo che li circonda, mondo con cui anzi hanno poco in comune e con cui si scontrano ripetutamente, ma interessante è leggere come tali scontri avvengono e come si risolvono.
Il rifugio, l’Eden dove tutti in qualche modo vivono o ritornano è un lago (il lago di Avigliana), lago dove tutti i giorni si pratica lo sci d’acqua, dove l’inverno è pausa e rinascita per la nuova primavera, quel lago è lo specchio dove tutto si dissolve e tutto si rigenera, Ma in realtà anche l’apparente calma del lago (quando non è in tempesta) non è che un simbolo e un altro luogo diventerà importante per la ricerca che tutti i personaggi stanno svolgendo, consapevolmente e inconsapevolmente. Vicino al lago una casa di sogno, costruita all’interno di una collina, con la sua bolla di vetro, è l’astronave dove tutto sembra avere il suo centro, fino a quando quell’equilibrio perfetto si rompe, ma la rottura è il pretesto perché tutto rinasca, prima in una chiesa, poi in un eremo montano, per ritornare e dissolversi e risolversi infine ancora una volta nel lago (o meglio sulle sue rive).
Tutti sono liberi (eppure prigionieri del loro ruolo, che hanno scelto o da cui sono stati scelti?) a ben vedere quasi malati di libertà eccessiva (o prigionieri di quella che sembra essere libertà di essere), possono non curarsi delle regole comuni, gli è permesso dalla loro posizione sociale, dal fatto di sentirsi diversi e di essere, in fin dei conti, protetti dal loro eremo (in questo “gioco” fondamentale è il ruolo di Luigi Xella, il nume tutelare del gruppo, della radio, della memoria). Un’umanità scomposta e variegata, tipi umani, maschere, compongono un caleidoscopio dove natura e tecnologia si fondono in un’unione impossibile eppure armonica.
Questo romanzo racconta una generazione, lo fa citando cantanti e musiche, dimostrandosi fedele fino all’ossessione ai vinili che scorrono sul piatto, guidati da mani capaci di affascinare. Un ruolo viene lasciato anche al misticismo, dei tarocchi ogni tanto sembrano dipanare la nebbia del destino che sembra attendere tutti.
Vengono in mente Richard Bach, Robert Pirsig, Pier Paolo Pasolini e altri narratori della trasmutazione del quotidiano in mito. Un’epoca è passata e ha lasciato tracce indelebili, oggi le rovine sono diventate monumenti, ma una volta erano vita e quella vita continua e continuerà, questo è, forse, il messaggio che Siddharta Rave vuole trasmettere…
Edgardo Rossi
sabato 23 dicembre 2017
Recensione di: VERSO I MARI DEL SUD
VERSO I MARI DEL SUD
L’ESPLORAZIONE DEL PACIFICO CENTRALE E MERIDIONALE DA MAGELLANO A MALASPINA
di
Francesco Surdich
Aracne editrice
Verso i mari del Sud è un libro storico che ci racconta - come il sottotitolo bene evidenzia - un particolare periodo della storia delle esplorazioni, scegliendo un’area geografica ben precisa l’emisfero meridionale. In quegli, dopo la scoperta dell’Oceano Pacifico da parte della spedizione di Magellano, molte nazioni europee si lanciarono alla ricerca sia di nuovi continenti sia di un passaggio per raggiungere agevolmente l’Asia. Si tratta di un libro rigoroso nei contenuti e nelle fonti, completo negli argomenti trattati e con un grande pregio: quello di essere un saggio che si legge come un libro di avventure. Scritto da Francesco Surdich docente di Storia della esplorazioni e scoperte geografiche dal 1970 al 2015 presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Genova, giustamente considerato come uno dei più validi conoscitori dell’epopea delle esplorazioni e di storia medievale.
Si tratta di un libro che si aggiunge ad una lunga serie di pubblicazioni scientifiche e divulgative che hanno caratterizzato (e caratterizzano) la produzione accademica del professor Surdich, un libro che conferma la continuità di una ricerca che ancora dura e soprattutto la coerenza di questo storico che ha scelto di narrare e spiegare cosa sono state le esplorazioni geografiche e quali cause hanno determinato nella storia dell’umanità.
Nella sua vastissima produzione, Surdich ha sempre narrato come i vari eventi sono avvenuti, ha utilizzato i documenti e le testimonianze per portare il lettore all’interno dei vari viaggi, degli incontri e, purtroppo, degli scontri, che quei viaggi hanno causato. Viaggi che, nel periodo esaminato dalla presente opera, avevano lo scopo ufficiale di esplorare e scoprire nuove terre e nuove popolazioni, ma che a ben guardare erano sempre spinti da motivi legati al guadagno e al commercio.
L’autore fa ben notare come le prime esplorazioni dell’Oceano Pacifico, nacquero più sulla spinta della ricerca di nuove vie per giungere nella tanto agognata Asia, e di come esse fossero comunque concepite come azioni di conquista. Per le potenze europee del XVI secolo non era concepibile che i cosiddetti selvaggi avessero diritto alcuno sulle terre da loro abitate. Ma il libro non si ferma solo su questo periodo, anzi giunge fino a Malaspina, un italiano discendente da una nobile famiglia della Lunigiana che mise le sue competenze marittime al servizio della corona di Spagna, e a James Cook; non trascurando però le spedizioni francesi e non dimenticando le presenze portoghesi e olandesi in quelle che allora erano considerate Indie Olandesi (appunto), evidenziando il mutamento di opinione che gli europei iniziarono ad avere verso queste nuove terre.
Importate è il passaggio che avvenne nella mentalità dei vari governi e nei vari esploratori soprattutto nel secolo XVIII, quando si sentì la necessità di esplorare sia le nuove terre (ormai conosciute) sia le possibili terre ancora sconosciute - il mito del continente australe si era andato rinforzando nel corso degli anni – con un approccio più scientifico e etnografico (si disegnano mappe sempre più accurate, si analizzano le culture dei popoli via via incontrati, si valutano le possibilità commerciali e i vegetali e gli animali che in quelle latitudini vivono) e quando gli ordini che accompagnavano queste spedizioni si invitano i vari comandanti a trattare le popolazioni incontrate con rispetto. Non è un caso che proprio in quegli anni nascesse il mito del buon selvaggio e non è per caso che i vari esploratori fossero in qualche modo condizionati da tale visione.
Surdich sceglie di dividere le varie esplorazioni seguendo le rotte delle varie spedizioni, che pure talvolta si incrociarono, riscoprendo più volte – ma dando a loro nomi diversi – le stesse isole, o confondendole con altre e decide di chiudere il libro facendo riflettere sulla grande utopia, molto popolare in Europa, delle Isole Felici e sullo stato di natura. Un tema che era presente nella cultura e nella letteratura europea da secoli, e che aveva dato vita alla ricerca (e ritrovamento) del possibile Paradiso perduto, il perenne desiderio che l’umanità sognava di rendere reale.
Il saggio fa notare ai lettori cosa si è ottenuto da quei viaggi, quali contributi alla conoscenza scientifica sono stati apportati e quali furono le conseguenze dei vari incontri tra europei e indigeni, tra illusioni, disillusioni, riflessioni e contaminazioni. Da bravo storico, Surdich, tiene le giuste distanze dalle emozioni che pure ci racconta, ma nello stesso tempo riporta documenti che attestano come l’uomo europeo fosse comunque intimamente convinto della sua superiorità sulle altre culture lasciando intendere le conseguenze che tale “cultura” finirà per determinare.
Voglio chiudere questa mia segnalazione bibliografica citando la dedica che apre questo libro, nella quale Francesco Surdich, alla vigilia del suo pensionamento, ha voluto ricordare le migliaia di studenti che hanno seguito le sue lezioni all’Università di Genova permettendogli di “dare significato e sostanza alla sua passione didattica”.
Edgardo Rossi
Di seguito parte delle numerosissime pubblicazioni di Francesco Surdich, qui di seguito alcune delle sue Monografie.
Genova e Venezia fra Tre e Quattrocento, Genova, Bozzi, 1970
Le grandi scoperte geografiche e la nascita del colonialismo, Firenze, La Nuova Italia, 1975
Fonti sulla penetrazione europea in Asia, Genova, Bozzi, 1976
Momenti e problemi di Storia delle esplorazioni, Genova, Bozzi, 1976
Esplorazioni geografiche e sviluppo del colonialismo nell'età della rivoluzione industriale. I: Fasi e caratteristiche dell'espansione coloniale. II: Espansione coloniale ed organizzazione del consenso, Firenze, La Nuova Italia 1979-1980
Barone di Lahontan, Dialoghi con un selvaggio, a cura di F. Surdich, Ivrea, Herodote, 1984
Corso di storia. I. Il Medioevo, Milano, Librex, 1992
L'esplorazione italiana dell'Africa, a cura di F. Surdich, Milano, Il Saggiatore, 1982, Un'antologia che è stata definita “la prima, vera, scientifica antologia di scritti sul'apporto italiano alla conoscenza dell'Africa” dal maggiore studioso della storia del colonialismo italiano (vedi A. Del Boca, La nostra Africa , Vicenza, Neri Pozza Editore 2003, p.12)
Il Medioevo, in La Storia: gli avvenimenti e i personaggi, Busto Arsizio, Bramante, 1987, pp. 11-479
Verso il Nuovo Mondo. L'immaginario europeo e la scoperta dell'America, Firenze, Giunti 2002
C. Cavalli, Più neri di prima. Colonizzazione e schiavitù in Congo nel diario di viaggio di un italiano agli inizi del Novecento, a cura di F. Surdich, Reggio Emilia, Diabasis, 1995
M. Guattini – D. Carli, Viaggio nel Regno del Congo, a cura di F. Surdich, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 1997
L'attività missionaria, politico-diplomatica e scientifica di Giuseppe Sapeto. Dall'evangelizzazione dell'Abissinia all'acquisto della baia di Assab, Comunità Montana “Alta Val Bormida”, Millesimo, 2005
La via della seta: missionari, mercanti e viaggiatori europei in Asia nel medioevo, Trento, Genova, Il Portolano, 2007
La via delle spezie. La Carreira da India portoghese e la Cina, Centro Studi Martino Martini – Il Portolano, Trento – Genova, 2009
Verso i mari del sud. l'esplorazione del Pacifico centrale e meridionale da Magellano a Malaspina, Aracne, Roma 2015
Nel 1975 ha fondato il periodico “Miscellanea di Storia delle Esplorazioni” (codice ISSN: 2280-0891), rivista scientifica con periodicità annuale, che è diventata il più longevo e costante periodico italiano su questo tema. L’ultima pubblicazione è del 2016.
VERSO I MARI DEL SUD
L’ESPLORAZIONE DEL PACIFICO CENTRALE E MERIDIONALE DA MAGELLANO A MALASPINA
di
Francesco Surdich
Aracne editrice (Roma, 2015)
Verso i mari del Sud ci racconta - come il sottotitolo bene evidenzia - un particolare periodo della storia delle esplorazioni, scegliendo un’area geografica ben precisa, l’emisfero meridionale, dove, dopo la scoperta dell’Oceano Pacifico da parte della spedizione di Magellano, molte nazioni europee si lanciarono alla ricerca sia di nuovi continenti, sia di un passaggio per raggiungere agevolmente l’Asia. Si tratta di un libro rigoroso nei contenuti e nelle fonti, completo negli argomenti trattati e con un grande pregio: quello di essere un saggio che si legge come un libro di avventure. .
L’autore fa ben notare come le prime esplorazioni dell’Oceano Pacifico nacquero, a partire da quella guidata da Ferdinando Magellano, sulla spinta della ricerca di nuove rotte per giungere nella tanto agognata Asia; ma il libro giunge fino a Malaspina, un italiano discendente da una nobile famiglia della Lunigiana che mise le sue competenze marittime al servizio della corona di Spagna, e a James Cook, non trascurando naturalmente le spedizioni francesi e non dimenticando le presenze portoghesi e olandesi in quelle che allora erano considerate per l’appunto Indie Olandesi..
Importate è il passaggio che avvenne nella mentalità dei vari governi e nei vari esploratori soprattutto nel secolo XVIII, quando si sentì la necessità di esplorare sia le nuove terre (ormai conosciute), sia le possibili terre ancora sconosciute - il mito del continente australe, che affonda le sue radici addirittura nel mondo classico, si era andato rinforzando nel corso degli anni – con un approccio più scientifico e etnografico (si disegnano mappe sempre più accurate, si analizzano le culture dei popoli via via incontrati, si valutano le possibilità commerciali e i vegetali e gli animali che in quelle latitudini vivono) e quando gli ordini che accompagnavano queste spedizioni cominciarono ad invitare i vari comandanti a trattare le popolazioni incontrate con rispetto. Non è un caso che proprio in quegli anni nascesse il mito del buon selvaggio e non è per caso che i vari esploratori fossero in diversi modi condizionati da tale visione.
Surdich sceglie di dividere le varie esplorazioni seguendo le rotte delle varie spedizioni, che pure talvolta si incrociarono, riscoprendo più volte – ma dando a loro nomi diversi – le stesse isole, o confondendole con altre e decide di chiudere richiamando l’attenzione sulla grande utopia, molto popolare in Europa, delle Isole Felici e sullo stato di natura. Un tema che presente peraltro nella cultura e nella letteratura europea da secoli e che aveva dato vita alla ricerca (e ritrovamento) del possibile Paradiso perduto, il perenne desiderio che l’umanità sognava di rendere reale.
Il saggio fa notare ai lettori cosa si è ottenuto da quei viaggi, quali contributi alla conoscenza scientifica sono stati apportati e quali furono le conseguenze dei vari incontri tra europei e indigeni, tra illusioni, disillusioni, riflessioni e contaminazioni. Surdich, mantiene sempre tiene le giuste distanze dalle emozioni che pure ci racconta e ci trasmette, ma nello stesso tempo riporta numerosi documenti che attestano come l’uomo europeo fosse comunque intimamente convinto della sua superiorità sulle altre culture lasciando intendere le conseguenze che tale “cultura” avrebbe finito per determinare.
Voglio chiudere questa mia segnalazione bibliografica citando la dedica che apre questo libro, nella quale Francesco Surdich, alla vigilia del suo pensionamento, ha voluto ricordare le migliaia di studenti che hanno seguito le sue lezioni all’Università di Genova permettendogli di “dare significato e sostanza alla sua passione didattica”.
Edgardo Rossi
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