venerdì 28 novembre 2008
lunedì 24 novembre 2008
di come Talete....
Di come Talete conobbe Sofia e della lezione che ne trasse
Improbabile (o forse vera) commedia che svela sui perché della filo sofia
di Silvano Baracco
Personaggi:
T – Talete
S – Sofia
T: Aiuto, aiuto, buona gente accorrete sono tombolato in questo fosso a furia di guardar le stelle.
S: O buon uomo, o cos’è questo vociare, qui c’è gente che lavora e che tranquilla vorrebbe stare.
T: Non è mia intenzione arrecare disturbo ma… il fatto si è che caddi in questo fosso e mi feci anche male, vi ingiungo di prestarmi soccorso.
S: O che mi dite, cadeste voi.
T: No caddi io, non ci son che io in codesto fosso.
S: Dicevo voi per celia, lo so bene che di fresconi che cadono nei fossi ce ne son pochi, anzi a quanto sembra solo lei.
T: Prego. Io sono un sapiente, uno studioso di vaglia, io so di come va il cielo e di quale strada percorrono le stelle, conosco il mutare del tempo e so del perché tutto nasce e perisce.
S: O davvero siete un grand’uomo. Mi potrebbe allora dire com’è che in tale fosso è caduto.
T: Io stavo passeggiando in queste lande, particolarmente adatte all’osservazione del cielo, e guardavo appunto in alto per studiare il movimento delle stelle, tanto ero assorto nelle mie osservazioni che non vidi questo maledetto fosso e ci tombolai dentro anima e corpo.
S: O questa è proprio bella, dunque è caduto nel fosso per osservar le stelle. Bel sapiente davvero, dice di conoscere il tutto e non sa neanche dove mette i piedi.
T: Sentite brava donna, non state a commentare, cercate piuttosto di darmi una mano che non riesco a cavarmi fuori da questo accidente di fosso.
S: O bell’uomo, cosa vuol dire quel sentite, io sono sola e qui altri non c’è che me e la mia ombra.
T: No usavo il voi come lei poc’anzi per sdrammatizzare. Accidenti è ben difficile comunicare. Comunque non cambia il punto che ho bisogno d’aiuto.
S: Il fatto è che non sono pratica di fossi, io non sono usa a caderci dentro e tanto meno a cavarci fuori gli sprovveduti che camminano col naso in su.
T: Insomma io sono Talete, uno dei sette saggi, l’uomo che predisse l’eclissi di sole, che scoprì che cos’è il magnete e che fissò le regole della geometria, un po’ di rispetto.
S: O beh, io sono Sofia, servetta ad ore e donna con i piedi per terra e lo sguardo attento, tanto piacere.
T: Lei si sta burlando di me?
S: Lo so e me ne spiace ma non riesco a farne a meno, d’altronde non saprei come fare a tirarla fuori da quel gran fosso dov’è caduto.
T: Ci vuole una corda.
S: Ne sono sprovvista.
T: Un lungo bastone, calato con perizia, ove io mi possa attaccare.
S: Non vedo bastone alcuno.
T: Ma insomma, cerca aiuto da parte di qualcuno, fai accorrere la gente.
S: A ma passiamo al tu, siamo dunque amici, ma a parte conoscere il tuo nome io non so neanche che faccia hai, non ti ho mai visto prima e non ti vedo adesso.
T: Donna tu mi stai stancando con le tue vuote chiacchiere, io ho bisogno di uscire da questo luogo profondo in cui ho avuto la ventura di cadere.
S: Direi piuttosto “in cui sono caduto per mia disattenzione”.
T: O donna dove vuoi andare a parare?
S: A casa mia, dove ero diretta, dopo aver disteso i panni ad asciugare, prima che le tue urla mi inducessero a parlare con te.
T: Basta io divento pazzo. Con tante gente di senno proprio una dissennata doveva prestarmi ascolto.
S: Beh io sarò senza senno, ma son quassù. Tu col tuo gran testone sei laggiù.
T: O dei, o dei non c’è sangue da cavare da questa rapa.
S: Ciao Talete, ora me la filo ché s’è fatto tardi, devo portare qualche tuo messaggio a qualcuno.
T: Sì alla dea dell’imbecillità, che ti strafulminasse donna di poco senno, ancora non hai capito che voglio uscire di qua.
S: O per averlo capito l’ho capito, ma sono sola e fragile, come vuoi che possa alzare un grand’uomo come te? Ciao me la filo ché s’è fatto tardi.
T: No! Non filare Sofia, non filare via, che Zeus t’illumini, che Atena ti apra la mente, che…
S: Non temere porterò il tuo voto alla dea da te designata. Ciao a risentirci…
T: Se l’è filata, Sofia se l’è filata, ah, ah, ah, ah, ah me la devo prendere con Sofia, anzi con filo Sofia.
Improbabile (o forse vera) commedia che svela sui perché della filo sofia
di Silvano Baracco
Personaggi:
T – Talete
S – Sofia
T: Aiuto, aiuto, buona gente accorrete sono tombolato in questo fosso a furia di guardar le stelle.
S: O buon uomo, o cos’è questo vociare, qui c’è gente che lavora e che tranquilla vorrebbe stare.
T: Non è mia intenzione arrecare disturbo ma… il fatto si è che caddi in questo fosso e mi feci anche male, vi ingiungo di prestarmi soccorso.
S: O che mi dite, cadeste voi.
T: No caddi io, non ci son che io in codesto fosso.
S: Dicevo voi per celia, lo so bene che di fresconi che cadono nei fossi ce ne son pochi, anzi a quanto sembra solo lei.
T: Prego. Io sono un sapiente, uno studioso di vaglia, io so di come va il cielo e di quale strada percorrono le stelle, conosco il mutare del tempo e so del perché tutto nasce e perisce.
S: O davvero siete un grand’uomo. Mi potrebbe allora dire com’è che in tale fosso è caduto.
T: Io stavo passeggiando in queste lande, particolarmente adatte all’osservazione del cielo, e guardavo appunto in alto per studiare il movimento delle stelle, tanto ero assorto nelle mie osservazioni che non vidi questo maledetto fosso e ci tombolai dentro anima e corpo.
S: O questa è proprio bella, dunque è caduto nel fosso per osservar le stelle. Bel sapiente davvero, dice di conoscere il tutto e non sa neanche dove mette i piedi.
T: Sentite brava donna, non state a commentare, cercate piuttosto di darmi una mano che non riesco a cavarmi fuori da questo accidente di fosso.
S: O bell’uomo, cosa vuol dire quel sentite, io sono sola e qui altri non c’è che me e la mia ombra.
T: No usavo il voi come lei poc’anzi per sdrammatizzare. Accidenti è ben difficile comunicare. Comunque non cambia il punto che ho bisogno d’aiuto.
S: Il fatto è che non sono pratica di fossi, io non sono usa a caderci dentro e tanto meno a cavarci fuori gli sprovveduti che camminano col naso in su.
T: Insomma io sono Talete, uno dei sette saggi, l’uomo che predisse l’eclissi di sole, che scoprì che cos’è il magnete e che fissò le regole della geometria, un po’ di rispetto.
S: O beh, io sono Sofia, servetta ad ore e donna con i piedi per terra e lo sguardo attento, tanto piacere.
T: Lei si sta burlando di me?
S: Lo so e me ne spiace ma non riesco a farne a meno, d’altronde non saprei come fare a tirarla fuori da quel gran fosso dov’è caduto.
T: Ci vuole una corda.
S: Ne sono sprovvista.
T: Un lungo bastone, calato con perizia, ove io mi possa attaccare.
S: Non vedo bastone alcuno.
T: Ma insomma, cerca aiuto da parte di qualcuno, fai accorrere la gente.
S: A ma passiamo al tu, siamo dunque amici, ma a parte conoscere il tuo nome io non so neanche che faccia hai, non ti ho mai visto prima e non ti vedo adesso.
T: Donna tu mi stai stancando con le tue vuote chiacchiere, io ho bisogno di uscire da questo luogo profondo in cui ho avuto la ventura di cadere.
S: Direi piuttosto “in cui sono caduto per mia disattenzione”.
T: O donna dove vuoi andare a parare?
S: A casa mia, dove ero diretta, dopo aver disteso i panni ad asciugare, prima che le tue urla mi inducessero a parlare con te.
T: Basta io divento pazzo. Con tante gente di senno proprio una dissennata doveva prestarmi ascolto.
S: Beh io sarò senza senno, ma son quassù. Tu col tuo gran testone sei laggiù.
T: O dei, o dei non c’è sangue da cavare da questa rapa.
S: Ciao Talete, ora me la filo ché s’è fatto tardi, devo portare qualche tuo messaggio a qualcuno.
T: Sì alla dea dell’imbecillità, che ti strafulminasse donna di poco senno, ancora non hai capito che voglio uscire di qua.
S: O per averlo capito l’ho capito, ma sono sola e fragile, come vuoi che possa alzare un grand’uomo come te? Ciao me la filo ché s’è fatto tardi.
T: No! Non filare Sofia, non filare via, che Zeus t’illumini, che Atena ti apra la mente, che…
S: Non temere porterò il tuo voto alla dea da te designata. Ciao a risentirci…
T: Se l’è filata, Sofia se l’è filata, ah, ah, ah, ah, ah me la devo prendere con Sofia, anzi con filo Sofia.
Abelardo in Rima di Eleonora Pagliarino
Abelardo in rima
di Eleonora Paglarino
UDITE UDITE,
DAME E MESSERI……
Il filosofo
di cui ora
io vi andrò a parlare
Anselmo d’Aosta
si faceva chiamare.
Lì ebbe i natali
nell’oscuro mille e trentatré
e pei contrasti col padre,
in giovane età
decise di fare da sé.
Nel monastero del Bec
in Normandia
si rifugiò
del quale
dopo tre anni
priore e direttore diventò.
Lunga vita ebbe Anselmo,
di tal pensier e novità
che rivoluzione
nel medioevo porterà.
Intorno a Dio
le sue indagini ruotavano
e sull’esistenza
del sommo spirito
indagavano.
Nel Monologion
Anselmo espresse
la sua filosofia
che poneva Dio
bene assoluto
a capo della sua teoria.
Per meglio capir Anselmo
e il suo pensiero,
forse nel dettaglio
vi dovrei spiegare.
Di qui inizio
e se qualcosa chiaro non vi sarà
alla fine
spazio per le domande vi darò.
Anselmo disse,
di Dio scrivendo,
che a nulla di più grande
si può pensar
ma il dilemma è
come
la sua esistenza dimostrar
Tutt’intorno
Anselmo guardava,
tutto ciò che esiste
Anselmo toccava.
Ma poiché
il perfetto non trovava
solo da Dio,
tutto quanto,
esser creato poteva.
Con questa deduzione,
dall’intelletto elaborata,
la fede
dalla ragione
più non era contrastata.
Con l’argomento dei gradi
la bontà RELATIVA delle cose
è dimostrata
perché
all’ASSOLUTA bontà di Dio
è paragonata.
Più o meno buono
può esser tutto
ma solo Dio
sarà il bene perfetto.
E fu così che Anselmo
non fece più
alcuna distinzione
tra filosofia
e religione.
E ancor lui disse,
di fede e ragione
che tra le due
non vi è separazione.
Che esiste una natura somma
lui andò a mostrare,
che più alta
di tutte le cose esistenti
doveva risultare,
eternamente beata
ed autosufficiente
la quale dà l’essere
ad ogni cosa esistente,
che buona lui fa
in virtù
della propria bontà.
Ancora di Dio
le qualità
nel Monologion
Anselmo scriverà:
incorporeo e sensibile
Dio è
onnipotente
Dio è
impassibile
e misericordioso
Dio è
eterno
Dio è
nello spazio e nel tempo
non è
ma ogni cosa
in Lui c’è.
Da questi riconoscimenti
difficile non trovò
pensare e scrivere
il Proslogiòn.
Il Credo ut intelligam
la partenza sarà
che l’esistenza di Dio
riconoscerà
E da quest’opera
io ora
vi leggerò
il colloquio di Anselmo
con il Dio
che tanto amò !!!
"Io non tento,
o Signore,
di sprofondarmi nei tuoi misteri,
perchè la mia intelligenza
non è adeguata,
ma desidero capire
un poco della tua verità,
che il mio cuore
già crede ed ama.
Io non cerco
di comprenderti
per credere,
ma credo
per poterti comprendere. "
Così ……
come può l’ateo
l’esistenza di Dio negare,
se ciò affermando
proprio a Lui
si ritrova a pensare ?
Ogni cosa esistente
nella mente
è presente
Impossibile
negare la realtà
di qualcosa
a cui
neppur si penserà.
Così……..
la verità assoluta
in Dio si troverà.
L’uomo
il ver dicendo
alla parola di Dio
si va conformando
e come le cose
devon esser
va affermando.
Se l’uomo
con amore
alla parola di Dio
aderirà,
grande fede
egli
aver potrà
Così……..
la libertà
per Anselmo è
la rettitudine della volontà
cioè
“Voler ciò che Dio vuole che si voglia” !!
L’uomo quindi libero sarà
se la rettitudine della volontà
egli manterrà.
Ma se la libertà
l’uomo perderà
solamente la grazia divina
ridargliela potrà.
Contro l’idea Anselmiana
Gaunilone insieme ad altri
si è schierato.
L’idea, secondo cui esistente è il pensato
deve essere ARGOMENTATA,
cosa che Anselmo
non si preoccupa affatto di fare,
ma da per SCONTATA
Nel 1109
a Canterbury
Anselmo Morì
dopo aver cercato
l’esistenza Di Dio
in ogni suo dì.
Ho finito di raccontare
e ora domande potete fare.
di Eleonora Paglarino
UDITE UDITE,
DAME E MESSERI……
Il filosofo
di cui ora
io vi andrò a parlare
Anselmo d’Aosta
si faceva chiamare.
Lì ebbe i natali
nell’oscuro mille e trentatré
e pei contrasti col padre,
in giovane età
decise di fare da sé.
Nel monastero del Bec
in Normandia
si rifugiò
del quale
dopo tre anni
priore e direttore diventò.
Lunga vita ebbe Anselmo,
di tal pensier e novità
che rivoluzione
nel medioevo porterà.
Intorno a Dio
le sue indagini ruotavano
e sull’esistenza
del sommo spirito
indagavano.
Nel Monologion
Anselmo espresse
la sua filosofia
che poneva Dio
bene assoluto
a capo della sua teoria.
Per meglio capir Anselmo
e il suo pensiero,
forse nel dettaglio
vi dovrei spiegare.
Di qui inizio
e se qualcosa chiaro non vi sarà
alla fine
spazio per le domande vi darò.
Anselmo disse,
di Dio scrivendo,
che a nulla di più grande
si può pensar
ma il dilemma è
come
la sua esistenza dimostrar
Tutt’intorno
Anselmo guardava,
tutto ciò che esiste
Anselmo toccava.
Ma poiché
il perfetto non trovava
solo da Dio,
tutto quanto,
esser creato poteva.
Con questa deduzione,
dall’intelletto elaborata,
la fede
dalla ragione
più non era contrastata.
Con l’argomento dei gradi
la bontà RELATIVA delle cose
è dimostrata
perché
all’ASSOLUTA bontà di Dio
è paragonata.
Più o meno buono
può esser tutto
ma solo Dio
sarà il bene perfetto.
E fu così che Anselmo
non fece più
alcuna distinzione
tra filosofia
e religione.
E ancor lui disse,
di fede e ragione
che tra le due
non vi è separazione.
Che esiste una natura somma
lui andò a mostrare,
che più alta
di tutte le cose esistenti
doveva risultare,
eternamente beata
ed autosufficiente
la quale dà l’essere
ad ogni cosa esistente,
che buona lui fa
in virtù
della propria bontà.
Ancora di Dio
le qualità
nel Monologion
Anselmo scriverà:
incorporeo e sensibile
Dio è
onnipotente
Dio è
impassibile
e misericordioso
Dio è
eterno
Dio è
nello spazio e nel tempo
non è
ma ogni cosa
in Lui c’è.
Da questi riconoscimenti
difficile non trovò
pensare e scrivere
il Proslogiòn.
Il Credo ut intelligam
la partenza sarà
che l’esistenza di Dio
riconoscerà
E da quest’opera
io ora
vi leggerò
il colloquio di Anselmo
con il Dio
che tanto amò !!!
"Io non tento,
o Signore,
di sprofondarmi nei tuoi misteri,
perchè la mia intelligenza
non è adeguata,
ma desidero capire
un poco della tua verità,
che il mio cuore
già crede ed ama.
Io non cerco
di comprenderti
per credere,
ma credo
per poterti comprendere. "
Così ……
come può l’ateo
l’esistenza di Dio negare,
se ciò affermando
proprio a Lui
si ritrova a pensare ?
Ogni cosa esistente
nella mente
è presente
Impossibile
negare la realtà
di qualcosa
a cui
neppur si penserà.
Così……..
la verità assoluta
in Dio si troverà.
L’uomo
il ver dicendo
alla parola di Dio
si va conformando
e come le cose
devon esser
va affermando.
Se l’uomo
con amore
alla parola di Dio
aderirà,
grande fede
egli
aver potrà
Così……..
la libertà
per Anselmo è
la rettitudine della volontà
cioè
“Voler ciò che Dio vuole che si voglia” !!
L’uomo quindi libero sarà
se la rettitudine della volontà
egli manterrà.
Ma se la libertà
l’uomo perderà
solamente la grazia divina
ridargliela potrà.
Contro l’idea Anselmiana
Gaunilone insieme ad altri
si è schierato.
L’idea, secondo cui esistente è il pensato
deve essere ARGOMENTATA,
cosa che Anselmo
non si preoccupa affatto di fare,
ma da per SCONTATA
Nel 1109
a Canterbury
Anselmo Morì
dopo aver cercato
l’esistenza Di Dio
in ogni suo dì.
Ho finito di raccontare
e ora domande potete fare.
UN POSSIBILE ISPIRATORE, ZARATHUSHTRA
Storia della Filosofia Occidentale
di
Edgardo Rossi
Con inserimenti tra il serio e il faceto di
Silvano Baracco
Un possibile ispiratore, Zarathushtra
Zarathushtra
1. Vita ed opere. Zarathushtra o Zaratustra o Zoroastro (nella forma occidentalizzata del nome derivante da quella greca), riformatore religioso. La figura di Zarathushtra è oggi da molti studiosi messa in discussione, la tradizione dice che visse e predico in Iran, dal riscontro dei dati la sua opera può essere fissata in periodo che va dal 1000 al 600 a.C., senza però avere la possibilità di essere più precisi. Il Bundahish (IX secolo a.C.) ci dice che Zarathushtra iniziò le sue predicazioni 258 anni prima di Alessandro Magno. Secondo alcune fonti tradizionali sarebbe nato ad Atropatene (nei pressi del lago Urmia), nell’Azerbaigian; secondo altre a Rayy nella Media. Autori greci affermano che Zarathushtra sarebbe nato nella Battriana. È considerato il fondatore della religione omonima, lo zoroastrismo o mazdeismo. Pare appartenesse alla famiglia degli Spitama, i quali erano allevatore di cavalli, fu sacerdote addetto al canto degli inni (zaotar). Il testo sacro delle regole della fede predicata da Zarathushtra è l'Avesta, che lo stesso predicatore avrebbe scritto o dettato ai suoi discepoli. Numerose sono comunque le leggende che ruotano intorno alla figura di Zarathushtra e che tendono a fare di lui una figura soprannaturale dotato di poteri miracolosi, egli si era originato prima del mondo ed era stato concepito in modo miracoloso con chiari segni della sua soprannaturalità evidenti fin dalla nascita, fin da giovane confutò gli eretici, si ritirò quindi nel deserto, dove, tra i trenta e i quarant'anni venne iniziato dal dio Ahura Mazda o Ohrmazd (la religione predicata da Zarathushtra è monoteista), ebbe visioni estatiche della lotta contro il principio del male (Asira Mainyu o Arimane). Tornato fra gli uomini iniziò la sua predicazione e compì guarigioni miracolose. Per vari anni però cerco inutilmente di trovare seguaci, convertì il re (kavi) Vistaspa o Vishtaspa, che lo aiutò e ne divenne il protettore. Sposò un'aristocratica ed ebbe due figli, riuscì ad ottenere una grande influenza nello Stato. Trovò però una tenace opposizione da parte dei sacerdoti della vecchia religione iranica che Zarathushtra voleva superare con la sua nuova concezione. Secondo alcune versioni Zarathushtra morì assassinato a 77 anni per mano, secondo alcuni di un sacerdote o da un mago della vecchia religione, secondo altri dalle orde di Arjasp durante la presa di Balkh. Una leggenda afferma che il seme di Zarathushtra venne conservato nel lago Kasaoya (Hamun) e che feconderà all'inizio di ognuno dei tre ultimi millenni dell'umanità tre vergini da cui nasceranno tre salvatori futuri. Le leggende ruotanti intorno alla figura del predicatore sono comunque molto antiche e alcune paiono essere antecedenti alla stesura dell’Avesta, la tradizione però sarebbe continuata fino all’epoca sasanide.
2. Pensiero. Il contenuto della dottrina predicata da Zarathushtra (come d’altronde la sua vita) è ricco di riferimenti rituali. Gli aspetti fondamentali della dottrina delle Gatha (gli inni religiosi di cui è composto la parte più antica dell’Avesta) sono l’aperta polemica contro le forme eccessive di sacrificio e contro l’uso di narcotici; la piena accettazione della fede in Ahura Mazda (che in avestico significa “Signore Pensante” o “Signore Saggio”), unico dio; la riflessione tesa a chiarire il rapporto intercorrente tra l’unico e il molteplice, fra la sostanza spirituale e il mondo fenomenico, è nell’ambito di tale spiegazione che compaiono le figure dei sei Amesha Spenta, gli “Immortali santi”, concepiti come aspetti o organi del dio supremo e dotati ognuno di un corrispondente nel mondo normale.
La figura di Zarathushtra godette di grande fama presso gli antichi Greci, considerato un grande saggio, un iniziato, esercitò una qualche influenza sul pensiero greco, specie in ambito orfico e misterico.
3. Mazdeismo e Zoroastrismo. Gli scritti di Zarathushtra parlano di un unico ed onnipotente dio. Ahura Mazda, la religione che deriva da tali scritti è detta mazdeismo o zoroastrismo. Va detto che se secondo gli studi tradizionale i due termini vanno letti praticamente come sinonimi, recenti studi tendono a vedere il mazdeismo come la religione etnica dell’Iran e lo zoroastrismo come la dottrina esoterica particolare, che pur traendo ispirazione dalla prima penetra nella parte misterica della conoscenza religiosa ed è frutto della predicazione e degli insegnamenti di Zarathushtra. Da queste distinzioni nascono anche due modi diversi di intendere la figura di Zarathushtra. Gli studiosi che identificano mazdeismo e zoroastrismo ritengono che Zarathushtra sia il profeta storico che ha fondato la nuova religione iranica, riformando le basi della precedente religione indoiranica tradizionale. Gli studiosi più recenti ritengono che il mazdeismo altro non è che il naturale (e autonomo) sviluppo dello zoroastrismo e Zarathushtra non sarebbe che un personaggio mitico, anche se non necessariamente astorico, nato dalle tradizioni rituali delle religioni orientali.
L’aspetto fondamentale del mazdeismo è la venerazione e la fede per Ahura Mazda, il dio onnisciente e supremo, creatore del mondo, del cielo, dell’uomo e della felicità dell’uomo. Secondo gli insegnamenti sacri il dio supremo è circondato da altre divinità che le iscrizioni achemenidi chiamano baga (colui che divide e distribuisce) e l’Avesta definisce yazata (venerando), esse sono Mithra e Anahita, insieme ad esse Ahura Mazda da origine ad una triade che risulta documentata nelle iscrizioni a partire dal regno di Artaserse II /405-359 a.C). Ad esse si devono aggiungere Hvara Khshaeta (il sole), Mah (la luna), Zam (la terra), Atar (il fuoco), Apam Napat (le acque), Vayu (il vento).
Nell’Iran occidentale, dove forte era la tradizione acheminide e dove era presente l’influsso delle confinanti civiltà mesopotamiche, Ahura Mazda e i baga erano visti quasi come proiezioni del potere regale, che dalle divinità traeva l’indiscusso dominio sugli uomini. Nell’Iran orientale, che è poi la fonte d’ispirazione dell’Avesta, le figure divine e il culto loro tributato è più vicino alla tradizione indoiranica.
Un’altra caratteristica (forse la più nota) del mazdeismo è il dualismo che oppone la verità (lo asha), ovvero l’ordine rituale, cosmico e sociale, alla menzogna (la drug), cioè l’opinione, l’ignoranza delle cause reali, il disordine e sociale. Tutti gli esseri, a partire da Ahura Mazda, sono chiamati ad effettuare la scelta “in pensiero, parola ed azione” fra asha e drug, tra verità e menzogna. In tal modo ogni essere è tenuto a determinare il proprio destino e la propria collocazione nel cosmo e nella storia. È evidente come in questo dover scegliere risaltino la libertà e la volontà, in contrapposizione alle tradizionali concezioni fatalistiche e deterministiche presenti in tante altre forme religiose. A compiere la scelta, che non ammette mediazioni, tra asha e drug sono i due Mainyu, (cioè spiriti, ma il significato del termine più corretto è “impulso”, “forza psichica”): Spenta (ovvero santo, ma che etimologicamente andrebbe tradotto con “incrementante”, “fortificante”) Mainyu e Anra (distruttore) o Aka (malvagio) Mainyu, che secondo le Gatha sono gemelli, figli di Ahura Mazda e che a seconda della scelta effettuata diventano per sempre l’impulso al bene e al male. Sarà solo nel tardo mazdeismo che Spenta Mainyu verrà riassorbito (e di conseguenza identificato) con Ahura Mazda (Ohrmazd) e il dualismo avrà quindi la sua continuazione nell’eterno confronto tra quest’ultimo e Anra Mainyu (Arimane), che però ora appaiono concepiti come esseri personali anche se trascendenti.
Tale visione dualistica è il punto centrale, la caratteristica, delle teorie mazdaiche, mentre la parte fondamentale della dottrina espressa nelle Gatha è il rigoroso monoteismo (Ahura Mazda è l’unico dio) e la presenza delle sei divinità (gli Amesha Spenta, gli Immortali Santi) non nega questo dogma. Essi rappresentano gli aspetti di dio, gli organi attraverso i quali l’unico si articola nel molteplice e nel definito, infatti ognuno degli Amesha Spenta ha un corrispondente nel mondo materiale: Vohu Manah o il Buon Pensiero, il Bue; Asha o la Rettitudine, il Fuoco; Khshathra o il Regno, i Metalli; Armaiti o la Devozione, la Terra; Haurvatat o la Totalità, le Acque; Ameretat o l’Immortalità, le Piante. Tali figure, definite dagli studiosi anche con i termini di arcangeli o entità, sono state variamente interpretate, le varie posizioni non negano però un aspetto fondamentale della dottrina gathica, l’importanza e la particolare concezione del sacrificio, o meglio della pratica rituale del sacrificio. Era solo grazie all’attuazione corretta di tale pratica che l’uomo poteva raggiungere lo stato di maga, una sorta di estasi extrasensoriale che consente la visione e la conoscenza delle realtà superiori, cioè della creazione menok (invisibile, ideale) di cui fanno parte gli Amesha Spenta. È accedendo al mondo delle cause prime che l’iniziato (o uomo perfetto, di cui Zarathushtra è il modello primo) opera il rinnovamento la trasfigurazione (frashkart) della propria vita e può anche intervenire attivamente ed efficacemente sul piano della creazione getik, cioè del mondo materiale.
A tali concezioni che sono il vero centro, l’essenza, del mazdeismo e della parte più elevata della già di per sé elitaria dottrina gathica si sono intrecciate, nel corso dei secoli, altri aspetti, i principali dei quali sono posteriori all’invasione islamica (VII secolo) e alla scomparsa del mazdeismo dall’Iran, aspetti che si occupano soprattutto della condizione umana e della sua spiritualità e soprattutto del suo ruolo nell’ambito di una visione escatologica del tutto.
Partendo da una visione psicologica complessa l’uomo risulta distinto in cinque parti: corpo, anima, spirito, prototipo e fravashi. L’ultima parte è una sorta di doppio animico dell’uomo che si trova sempre alla presenza di Ahura Mazda ed è, per certi aspetti, paragonabile all’angelo custode o alla Valkiria della tradizione mitologica nordica. L’uomo e il suo corpo svolgono un ruolo molto importante nella perenne lotta contro il male, che si svolge durante la miscela (l’immissione) di elementi creati da Arimane nella buona creazione di Ahura Mazda, tale lotta è destinata a finire con la vittoria del bene. Nel mazdeismo è fondamentale la concezione escatologica della fine della lotta, quando il bene trionferà la miscela sarà di nuovo dissolta e gli eroi dei primordi ritorneranno come eroi della fine e allora si avrà la frasho-kereti universale, cioè l’apocastasi (reintegrazione di ogni cosa creata) e la risurrezione dei corpi.
Appare evidente come le dottrine dello zoroastrismo siano in parte incoerenti tra loro, d’altronde molte delle tematiche sono nate da tradizioni di diversa origine e hanno subito l’influenza di svariate culture. Evidenti sono però anche le parti coerenti, quali la componente escatologica e la centralità di un unico dio, principio e fine di tutto il creato e base stessa di tutta la dottrina mazdaica.
Con tutto ciò possiamo dire che le dottrine insegnate da Zarathushtra hanno influenzato la cultura greca? Che hanno ispirato la nascita della filosofia? Probabilmente una risposta a queste domande non verrà mai data, certo è che alcuni temi trattati sono comuni, ma è anche evidente che Zarathushtra diede alla sua disciplina un’impronta religiosa e che fu un predicatore e non un filosofo. Il suo pensiero giunse comunque in Occidente e i Greci lo considerarono un sapiente, un maestro, ma i punti di contatto furono casuali e abbastanza labili, dunque?
Ognuno dia la sua risposta.
di
Edgardo Rossi
Con inserimenti tra il serio e il faceto di
Silvano Baracco
Un possibile ispiratore, Zarathushtra
Zarathushtra
1. Vita ed opere. Zarathushtra o Zaratustra o Zoroastro (nella forma occidentalizzata del nome derivante da quella greca), riformatore religioso. La figura di Zarathushtra è oggi da molti studiosi messa in discussione, la tradizione dice che visse e predico in Iran, dal riscontro dei dati la sua opera può essere fissata in periodo che va dal 1000 al 600 a.C., senza però avere la possibilità di essere più precisi. Il Bundahish (IX secolo a.C.) ci dice che Zarathushtra iniziò le sue predicazioni 258 anni prima di Alessandro Magno. Secondo alcune fonti tradizionali sarebbe nato ad Atropatene (nei pressi del lago Urmia), nell’Azerbaigian; secondo altre a Rayy nella Media. Autori greci affermano che Zarathushtra sarebbe nato nella Battriana. È considerato il fondatore della religione omonima, lo zoroastrismo o mazdeismo. Pare appartenesse alla famiglia degli Spitama, i quali erano allevatore di cavalli, fu sacerdote addetto al canto degli inni (zaotar). Il testo sacro delle regole della fede predicata da Zarathushtra è l'Avesta, che lo stesso predicatore avrebbe scritto o dettato ai suoi discepoli. Numerose sono comunque le leggende che ruotano intorno alla figura di Zarathushtra e che tendono a fare di lui una figura soprannaturale dotato di poteri miracolosi, egli si era originato prima del mondo ed era stato concepito in modo miracoloso con chiari segni della sua soprannaturalità evidenti fin dalla nascita, fin da giovane confutò gli eretici, si ritirò quindi nel deserto, dove, tra i trenta e i quarant'anni venne iniziato dal dio Ahura Mazda o Ohrmazd (la religione predicata da Zarathushtra è monoteista), ebbe visioni estatiche della lotta contro il principio del male (Asira Mainyu o Arimane). Tornato fra gli uomini iniziò la sua predicazione e compì guarigioni miracolose. Per vari anni però cerco inutilmente di trovare seguaci, convertì il re (kavi) Vistaspa o Vishtaspa, che lo aiutò e ne divenne il protettore. Sposò un'aristocratica ed ebbe due figli, riuscì ad ottenere una grande influenza nello Stato. Trovò però una tenace opposizione da parte dei sacerdoti della vecchia religione iranica che Zarathushtra voleva superare con la sua nuova concezione. Secondo alcune versioni Zarathushtra morì assassinato a 77 anni per mano, secondo alcuni di un sacerdote o da un mago della vecchia religione, secondo altri dalle orde di Arjasp durante la presa di Balkh. Una leggenda afferma che il seme di Zarathushtra venne conservato nel lago Kasaoya (Hamun) e che feconderà all'inizio di ognuno dei tre ultimi millenni dell'umanità tre vergini da cui nasceranno tre salvatori futuri. Le leggende ruotanti intorno alla figura del predicatore sono comunque molto antiche e alcune paiono essere antecedenti alla stesura dell’Avesta, la tradizione però sarebbe continuata fino all’epoca sasanide.
2. Pensiero. Il contenuto della dottrina predicata da Zarathushtra (come d’altronde la sua vita) è ricco di riferimenti rituali. Gli aspetti fondamentali della dottrina delle Gatha (gli inni religiosi di cui è composto la parte più antica dell’Avesta) sono l’aperta polemica contro le forme eccessive di sacrificio e contro l’uso di narcotici; la piena accettazione della fede in Ahura Mazda (che in avestico significa “Signore Pensante” o “Signore Saggio”), unico dio; la riflessione tesa a chiarire il rapporto intercorrente tra l’unico e il molteplice, fra la sostanza spirituale e il mondo fenomenico, è nell’ambito di tale spiegazione che compaiono le figure dei sei Amesha Spenta, gli “Immortali santi”, concepiti come aspetti o organi del dio supremo e dotati ognuno di un corrispondente nel mondo normale.
La figura di Zarathushtra godette di grande fama presso gli antichi Greci, considerato un grande saggio, un iniziato, esercitò una qualche influenza sul pensiero greco, specie in ambito orfico e misterico.
3. Mazdeismo e Zoroastrismo. Gli scritti di Zarathushtra parlano di un unico ed onnipotente dio. Ahura Mazda, la religione che deriva da tali scritti è detta mazdeismo o zoroastrismo. Va detto che se secondo gli studi tradizionale i due termini vanno letti praticamente come sinonimi, recenti studi tendono a vedere il mazdeismo come la religione etnica dell’Iran e lo zoroastrismo come la dottrina esoterica particolare, che pur traendo ispirazione dalla prima penetra nella parte misterica della conoscenza religiosa ed è frutto della predicazione e degli insegnamenti di Zarathushtra. Da queste distinzioni nascono anche due modi diversi di intendere la figura di Zarathushtra. Gli studiosi che identificano mazdeismo e zoroastrismo ritengono che Zarathushtra sia il profeta storico che ha fondato la nuova religione iranica, riformando le basi della precedente religione indoiranica tradizionale. Gli studiosi più recenti ritengono che il mazdeismo altro non è che il naturale (e autonomo) sviluppo dello zoroastrismo e Zarathushtra non sarebbe che un personaggio mitico, anche se non necessariamente astorico, nato dalle tradizioni rituali delle religioni orientali.
L’aspetto fondamentale del mazdeismo è la venerazione e la fede per Ahura Mazda, il dio onnisciente e supremo, creatore del mondo, del cielo, dell’uomo e della felicità dell’uomo. Secondo gli insegnamenti sacri il dio supremo è circondato da altre divinità che le iscrizioni achemenidi chiamano baga (colui che divide e distribuisce) e l’Avesta definisce yazata (venerando), esse sono Mithra e Anahita, insieme ad esse Ahura Mazda da origine ad una triade che risulta documentata nelle iscrizioni a partire dal regno di Artaserse II /405-359 a.C). Ad esse si devono aggiungere Hvara Khshaeta (il sole), Mah (la luna), Zam (la terra), Atar (il fuoco), Apam Napat (le acque), Vayu (il vento).
Nell’Iran occidentale, dove forte era la tradizione acheminide e dove era presente l’influsso delle confinanti civiltà mesopotamiche, Ahura Mazda e i baga erano visti quasi come proiezioni del potere regale, che dalle divinità traeva l’indiscusso dominio sugli uomini. Nell’Iran orientale, che è poi la fonte d’ispirazione dell’Avesta, le figure divine e il culto loro tributato è più vicino alla tradizione indoiranica.
Un’altra caratteristica (forse la più nota) del mazdeismo è il dualismo che oppone la verità (lo asha), ovvero l’ordine rituale, cosmico e sociale, alla menzogna (la drug), cioè l’opinione, l’ignoranza delle cause reali, il disordine e sociale. Tutti gli esseri, a partire da Ahura Mazda, sono chiamati ad effettuare la scelta “in pensiero, parola ed azione” fra asha e drug, tra verità e menzogna. In tal modo ogni essere è tenuto a determinare il proprio destino e la propria collocazione nel cosmo e nella storia. È evidente come in questo dover scegliere risaltino la libertà e la volontà, in contrapposizione alle tradizionali concezioni fatalistiche e deterministiche presenti in tante altre forme religiose. A compiere la scelta, che non ammette mediazioni, tra asha e drug sono i due Mainyu, (cioè spiriti, ma il significato del termine più corretto è “impulso”, “forza psichica”): Spenta (ovvero santo, ma che etimologicamente andrebbe tradotto con “incrementante”, “fortificante”) Mainyu e Anra (distruttore) o Aka (malvagio) Mainyu, che secondo le Gatha sono gemelli, figli di Ahura Mazda e che a seconda della scelta effettuata diventano per sempre l’impulso al bene e al male. Sarà solo nel tardo mazdeismo che Spenta Mainyu verrà riassorbito (e di conseguenza identificato) con Ahura Mazda (Ohrmazd) e il dualismo avrà quindi la sua continuazione nell’eterno confronto tra quest’ultimo e Anra Mainyu (Arimane), che però ora appaiono concepiti come esseri personali anche se trascendenti.
Tale visione dualistica è il punto centrale, la caratteristica, delle teorie mazdaiche, mentre la parte fondamentale della dottrina espressa nelle Gatha è il rigoroso monoteismo (Ahura Mazda è l’unico dio) e la presenza delle sei divinità (gli Amesha Spenta, gli Immortali Santi) non nega questo dogma. Essi rappresentano gli aspetti di dio, gli organi attraverso i quali l’unico si articola nel molteplice e nel definito, infatti ognuno degli Amesha Spenta ha un corrispondente nel mondo materiale: Vohu Manah o il Buon Pensiero, il Bue; Asha o la Rettitudine, il Fuoco; Khshathra o il Regno, i Metalli; Armaiti o la Devozione, la Terra; Haurvatat o la Totalità, le Acque; Ameretat o l’Immortalità, le Piante. Tali figure, definite dagli studiosi anche con i termini di arcangeli o entità, sono state variamente interpretate, le varie posizioni non negano però un aspetto fondamentale della dottrina gathica, l’importanza e la particolare concezione del sacrificio, o meglio della pratica rituale del sacrificio. Era solo grazie all’attuazione corretta di tale pratica che l’uomo poteva raggiungere lo stato di maga, una sorta di estasi extrasensoriale che consente la visione e la conoscenza delle realtà superiori, cioè della creazione menok (invisibile, ideale) di cui fanno parte gli Amesha Spenta. È accedendo al mondo delle cause prime che l’iniziato (o uomo perfetto, di cui Zarathushtra è il modello primo) opera il rinnovamento la trasfigurazione (frashkart) della propria vita e può anche intervenire attivamente ed efficacemente sul piano della creazione getik, cioè del mondo materiale.
A tali concezioni che sono il vero centro, l’essenza, del mazdeismo e della parte più elevata della già di per sé elitaria dottrina gathica si sono intrecciate, nel corso dei secoli, altri aspetti, i principali dei quali sono posteriori all’invasione islamica (VII secolo) e alla scomparsa del mazdeismo dall’Iran, aspetti che si occupano soprattutto della condizione umana e della sua spiritualità e soprattutto del suo ruolo nell’ambito di una visione escatologica del tutto.
Partendo da una visione psicologica complessa l’uomo risulta distinto in cinque parti: corpo, anima, spirito, prototipo e fravashi. L’ultima parte è una sorta di doppio animico dell’uomo che si trova sempre alla presenza di Ahura Mazda ed è, per certi aspetti, paragonabile all’angelo custode o alla Valkiria della tradizione mitologica nordica. L’uomo e il suo corpo svolgono un ruolo molto importante nella perenne lotta contro il male, che si svolge durante la miscela (l’immissione) di elementi creati da Arimane nella buona creazione di Ahura Mazda, tale lotta è destinata a finire con la vittoria del bene. Nel mazdeismo è fondamentale la concezione escatologica della fine della lotta, quando il bene trionferà la miscela sarà di nuovo dissolta e gli eroi dei primordi ritorneranno come eroi della fine e allora si avrà la frasho-kereti universale, cioè l’apocastasi (reintegrazione di ogni cosa creata) e la risurrezione dei corpi.
Appare evidente come le dottrine dello zoroastrismo siano in parte incoerenti tra loro, d’altronde molte delle tematiche sono nate da tradizioni di diversa origine e hanno subito l’influenza di svariate culture. Evidenti sono però anche le parti coerenti, quali la componente escatologica e la centralità di un unico dio, principio e fine di tutto il creato e base stessa di tutta la dottrina mazdaica.
Con tutto ciò possiamo dire che le dottrine insegnate da Zarathushtra hanno influenzato la cultura greca? Che hanno ispirato la nascita della filosofia? Probabilmente una risposta a queste domande non verrà mai data, certo è che alcuni temi trattati sono comuni, ma è anche evidente che Zarathushtra diede alla sua disciplina un’impronta religiosa e che fu un predicatore e non un filosofo. Il suo pensiero giunse comunque in Occidente e i Greci lo considerarono un sapiente, un maestro, ma i punti di contatto furono casuali e abbastanza labili, dunque?
Ognuno dia la sua risposta.
Pitagora di Samo e la Scuola pitagorica
Pitagorismo
Con il termine pitagorismo si è soliti indicare la filosofia dei pitagorici, più esattamente la storia, lo sviluppo e le teorie del movimento legato alla scuola pitagorica. Si sviluppò nel V secolo a.C. per opera degli immediati seguaci di Pitagora. Alla scuola erano ammesse anche le donne, la vita di comunità si basava su regole precise: imponeva agli adepti l'osservanza del celibato, la comunicazione dei beni, l’alimentazione vegetariana, una serie di riti e pratiche per la purificazione del corpo e dell'anima. Tra le pratiche più importanti c'era la musica, per lo studio della quale i pitagorici approfondirono la conoscenza dei numeri, considerati essenziali per la conoscenza della legge che governa l'altezza dei suoni. Da tali studi nacque anche l'interesse per l'aritmetica, dai pitagorici intesa come la teoria dei numeri interi. Il numero veniva concepito come un insieme di unità e veniva raffigurato spazialmente con immagini ben precise (l'uno come punto, il due come linea, il tre come superficie, il quattro come solido). I pitagorici dunque studiarono un qualcosa che si può chiamare "aritmogeometria", per loro i numeri erano l'arché (il principio primo) della realtà. Secondo Filolao tutto ciò che esiste è numero, senza numeri non sarebbe possibile pensare e conoscere nulla. Per i pitagorici inoltre gli elementi dei numeri sono gli elementi di tutte le cose, perché tutto l'Universo è armonia e numero. Tali elementi si dividono fra pari e dispari, ai quali corrispondono determinato e indeterminato. Da queste opposizioni ne derivano altre: maschio-femmina, luce-tenebra, buono-cattivo, retto-curvo, eccetera. Da tali opposizioni si può evidenziare che nella teoria dei numeri esistono delle implicazioni morali, magico-religiose e cosmologiche. Per i pitagorici un valore fondamentale rivestiva il 10 (considerato magico, la divina tetraktys), su tale numero essi pronunciavano i loro giuramenti. Era considerato fondamentale perché era il risultante della somma dei primi quattro numeri ed era rappresentato come un triangolo equilatero che ha quattro unità (punti discreti o pietruzze) per lato. L'uno, cioè l'unità, ha a sua volta un valore particolare in quanto "parimpari" e cioè partecipante alla natura del pari e del dispari. L'uno infatti se aggiunto a qualunque altro numero lo trasforma da dispari in pari e viceversa. I pitagorici svilupparono anche una loro teoria astronomica, che la tradizione attribuisce a Filolao e ad Iceta. Al centro dell'Universo pitagorico vi è un fuoco (il principio regolativo o forza che dirige i moti celesti), intorno ad esso ruotano i pianeti. In ordine essi sono: l'Anti-Terra, la Terra (che dunque viene tolta dal centro immobile del cosmo e diventa pianeta), la Luna, il Sole, i cinque pianeti e le stelle fisse. L'Anti-Terra veniva considerata invisibile agli uomini e fu introdotta probabilmente per portare a dieci il numero dei corpi ruotanti intorno al fuoco, secondo la regola dell'armonia universale raffigurata nella tetraktys. I pitagorici furono i primi a vedere l'Universo come un sistema razionalmente ordinato. Questa loro visione si legava comunque anche ad esigenze mistico-religiose, ad esempio secondo loro i moti dei corpi celesti, essendo regolati da dei precisi rapporti numerici, producono la cosiddetta "armonia delle sfere" (una musica che i pitagorici definivano sublime), che però l'orecchio umano non è in gradi di percepire. Alcmeone studiò, basandosi sugli stessi principi, l'anima, egli la definì immortale perché essa è somigliante alla Luna, al Sole e agli astri ed è costituita dall'armonia degli elementi contrari. Proprio per la sua immortalità l'anima è destinata, attraverso una serie successiva di reincarnazioni (detta anche trasmigrazione o metempsicosi), a ricongiungersi con l'anima divina o universale. Questo era il tema che costituiva la verità misterica che i pitagorici tenevano accuratamente nascosta. Nata dall'orfismo era trasmessa solo agli adepti attraverso la contemplazione del numero e della sua armonia. Tale conoscenza era possibile solo tramite la vita contemplativa (bios theoretikos) e i continui esercizi di purificazione. La scuola pitagorica entrò in crisi quando vennero scoperte le grandezze incommensurabili (come ad esempio il rapporto tra la diagonale e il lato del quadrato). La leggenda racconta che tale segreto venne tenuto accuratamente nascosto, fino a quando Ippaso di Metaponto lo cedette (sembra per soldi). La crisi divenne irreversibile, le divisioni interne finirono per provocare la fine della scuola. Va detto che l'aritmogeometria si dimostrò incapace di affrontare i paradossi dell'infinito e del continuo (esposti da Zenone di Elea) e per questo motivo matematica e geometria divennero indipendenti e presero direzioni diverse. La fine della scuola pitagorica fu comunque anche causata da motivi politici, i pitagorici erano i rappresentanti dell'aristocrazia e detenevano il potere in numerose città della Magna Grecia, vennero travolti dalla grande rivoluzione democratica del 450 a.C. Molti pitagorici riuscirono a fuggire, alcuni si stabilirono a Taranto (dove riuscirono a mantenere il potere politico fino alla metà del IV secolo), altri andarono in Sicilia (a Siracusa, infine altri ancora si rifugiarono in Grecia dove alcuni fondarono un nuovo centro Fleio e altri operarono a Tebe. A Locri si rifugiò Timeo, la cui esistenza però non è certa.
Pitagora di Samo
Samo 571 circa - Mertano 497 a.C. circa
Pitagora nacque a Samo, dei suoi primi anni e dei suoi studi non conosciamo nulla di preciso. Nel 532 giunse a Crotone dove fondò una scuola dandole il carattere di una comunità etico-filosofica guidata da rigide regole. Alla base degli insegnamenti della scuola di Pitagora vi erano i numeri e le matematiche e il perseguimento della perfezione morale e religiosa. Pitagora era capo assoluto della scuola, per riportare una sua affermazione, che non poteva essere discussa, gli allievi dicevano “autos epa” (il famoso "ipse dixit" latino, che significa l'ha detto lui). Pitagora partecipò alla vita politica di Crotone, il suo ideale politico era una forma di aristocrazia basata sui nuovi ceti dediti soprattutto al commercio, che, come abbiamo già visto, avevano raggiunto un notevole livello nelle colonie prima ancora che nella madrepatria. Si narra che i Crotoniati, temendo che Pitagora volesse diventare tiranno della città, abbiano incendiato l'edificio in cui egli era radunato insieme con i suoi discepoli. Secondo alcune fonti Pitagora morì nel rogo della scuola, secondo altre il filosofo fuggì prima a Locri, poi a Taranto e infine a Metaponto dove morì. Le notizie qui riportate appartengono alla tradizione ma non hanno conferme storiche, al punto che molti studiosi sono portati a pensare che Pitagora non sia mai esistito o che a lui siano state attribuite anche teorie che in realtà erano elaborate dalla scuola tutta. A Pitagora sono attribuiti molti scritti; va però precisato che quelli pervenutici sotto il suo nome sono falsificazioni di epoca posteriore e che è possibile che il suo insegnamento sia stato solo (o prevalentemente) orale.
Del pensiero originario di questo filosofo conosciamo ben poco, se non pochissimo. Le numerose Vite di Pitagora furono tutte scritte da posteri e non sono storicamente attendibili, questo è dovuto soprattutto al fatto che già poco dopo la sua morte (e probabilmente già negli ultimi anni della sua vita) per i seguaci Pitagora aveva perduto i tratti umani; gli eventi della sua vita erano mitizzati al punto che il filosofo era venerato quasi come un nume, e la sua parola aveva quasi valore di oracolo. Il mito si confuse a tal punto con la realtà che già Aristotele non aveva più a disposizione elementi che gli permettessero di distinguere Pitagora dai suoi discepoli e parlava in senso generale dei "cosiddetti Pitagorici", ovvero di quei filosofi "che erano chiamati", o "che si chiamano Pitagorici", una scuola, meglio una confraternita di filosofi che ricercavano insieme la verità e che quindi non si differenziavano singolarmente.
Per tali motivi non è possibile parlare del pensiero di Pitagora singolarmente considerato, ma solo del pensiero dei Pitagorici in senso globale.
Sappiamo che tale pensiero pone alla base il numero, che è il principio di tutte le cose, e principio divino e superiore è l'Uno da cui discende la pluralità degli esseri razionali. Fondamentale nella filosofia pitagorica sono le dieci coppie dei contrari, di cui la più importante è la coppia pari-dispari. Oltre ai simboli matematici, che spesso trascendevano in valori e significati magici i Pitagorici predicavano la metempsicosi, ovverosia la trasmigrazione dell'anima.
La ricerca filosofica, passando dalle colonie ioniche di Oriente a quelle di Occidente, dove erano migrate le antiche tribù ioniche e dove si era creata una condizione culturale diversa, si era andata affinando notevolmente, e i Pitagorici furono tra i principali artefici di questa crescita. Essi, con netto mutamento di prospettiva, indicarono nel numero (e nei costitutivi del numero) il "principio", invece che in elementi fisici come l'acqua o l'aria o il fuoco. Ad una prima lettura questa teoria può stupire. In realtà, la scoperta che in tutte le cose esiste una regolarità matematica (cioè numerica), che poteva essere calcolata con notevole precisione, provocò un'impressione così straordinaria da produrre quel mutamento di prospettiva del quale abbiamo detto, e che ha segnato una tappa fondamentale nello sviluppo spirituale dell'Occidente. Sicuramente determinante fu la scoperta che i suoni e la musica, che per i Pitagorici erano fondamentale oggetto di studio in quanto mezzi di purificazione e di catarsi, sono traducibili in determinazioni numeriche, ovvero in numeri. Essi verificarono (probabilmente rapiti da una sorta di tensione magica) che la diversità dei suoni che producono i martelletti che battono sull'incudine dipende dalla diversità di peso (che è determinabile secondo un numero); che la diversità dei suoni delle corde di uno strumento musicale dipende dalla diversa lunghezza delle corde (che è analogamente determinabile secondo un numero). Proseguendo nelle loro ricerche i Pitagorici scoprirono anche i rapporti armonici di ottava, di quinta e di quarta e le leggi numeriche che li governano (1 : 2, 2 : 3, 3 : 4). C’era già abbastanza materiale per compiere un salto culturale di grande livello, ma essi scoprirono anche l'incidenza determinante del numero nei fenomeni dell'universo; che l'anno, le stagioni, i mesi, i giorni, e così di seguito sono determinati da leggi numeriche. Infine i Pitagorici si accorsero che sono precise leggi numeriche quelle che regolano i tempi dell’incubazione del feto negli animali, i cicli dello sviluppo biologico e i vari fenomeni della vita.
Appare dunque naturale che spinti dall'euforia di queste scoperte, i Pitagorici concepissero inesistenti corrispondenze tra fenomeni di vario genere e il numero. Per tale motivi i numeri divennero dei simboli universali e tutto fu rappresentato con la sacralità dei numeri. Volendo fare alcuni esempi basti ricordare che per alcuni Pitagorici, la giustizia, che avrebbe la caratteristica di essere una sorta di contraccambio o di eguaglianza, coincideva con il numero 4 o con il 9 (ossia 2 x 2 o 3 x 3, il quadrato del primo numero pari o quello del primo dispari); l'intelligenza e la scienza, che avrebbero il carattere di persistenza e immobilità, erano fatte coincidere con l'1; mentre la mobile opinione, che per natura oscillerebbe in opposte direzioni, era fatta coincidere con il 2, e così via.
Appare dunque evidente il processo attraverso il quale i Pitagorici giunsero a porre il numero come principio di tutte le cose. È altrettanto chiaro come per noi contemporanei sia difficile comprendere a fondo il senso di questa dottrina, tale azione può avvenire solo cercando di recuperare il senso arcaico del "numero". Noi concepiamo il numero come un'astrazione mentale e quindi come un ente di ragione; per l'antico modo di pensare (fino ad Aristotele) il numero è invece una cosa reale, anzi, la più reale delle cose, per tale motivo è considerato il principio costitutivo delle cose. Dunque per gli antichi il numero non è un aspetto che noi mentalmente astraiamo dalle cose, ma è la realtà, la physis delle cose medesime.
Per i Pitagorici tutte le cose derivavano dai numeri; ma essi non li concepivano come il primum assoluto, anzi i loro studi dimostravano che a loro volta i numeri derivavano da ulteriori "elementi". I Pitagorici notarono che i numeri risultano essere una quantità (indeterminata) che via via si de-termina o de-limita: 2, 3, 4, 5, 6… all'infinito. Da tale naturale condizione si nota come due sono gli elementi che costituiscono il numero: uno indeterminato o illimitato e uno determinante o limitante. Ne consegue che il numero nasce "dall'accordo di elementi limitanti e di elementi illimitati", per poi, a sua volta, generare tutte le altre cose.
È necessario specificare che l'uno, cioè l'unità, aveva per i Pitagorici un valore particolare in quanto "parimpari" e cioè partecipante alla natura del pari e del dispari. L'uno infatti se aggiunto a qualunque altro numero lo trasforma da dispari in pari e viceversa.
I Pitagorici però non si fermarono qui, essi dedussero che i numeri, in quanto generati da un elemento indeterminato e da uno determinante, manifestano una certa prevalenza dell'uno o dell'altro di questi due elementi. Più esattamente affermarono che nei numeri pari predomina l'indeterminato (e quindi i numeri pari sono meno perfetti), mentre nei dispari prevale l'elemento limitante (e perciò sono più perfetti).
Proviamo ad immaginare un numero raffigurato con dei punti geometricamente disposti (in epoca arcaica si era soliti utilizzare dei sassolini per indicare il numero e per fare operazioni, da cui è derivata l'espressione "fare i calcoli" e il termine calcolare, dal latino calculus che significa "sassolino"), noteremo che il numero pari lascia un campo vuoto ad un’ipotetica freccia passante in mezzo e non trova un limite, e quindi mostra la sua difettosità (illimitatezza o infinito, nel senso di non finito, incompleto), mentre nel numero dispari, al contrario, rimane sempre una unità in più, che de-limita e de-termina, si ha quindi un numero limitato (o finito, nel senso di completo):
2 4 6
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3 5 7
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Proseguendo nelle loro attribuzione simboliche, i Pitagorici considerarono il numero dispari come "maschile", e il pari come "femminile". Inoltre essi considerarono i numeri pari come "rettangolari" e i numeri dispari come "quadrati". Tale distinzione nasceva da come i Pitagorici erano soliti disporre attorno al numero 1 le varie unità, con i numeri dispari si ottenevano dei quadrati, con i numeri pari si ottenevano dei rettangoli, come dimostrano le figure qui sopra proposte, che ci mostrano, la prima, i numeri 2, 4, 6, la seconda, i numeri 3, 5 e 7.
Un ultima annotazione, lo zero rimase invece sconosciuto ai Pitagorici e alla matematica antica.
Il 10 fu era considerato come il numero perfetto, visivamente era raffigurato come un triangolo perfetto, formato dai primi quattro numeri, ed avente il numero 4 per ogni lato (era detto la tetraktys):
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La raffigurazione mette in chiara evidenza che il 10 è uguale a 1 + 2 + 3 + 4; e che nella decade "sono contenuti in egual misura il pari (quattro pari: 2, 4, 6, 8) e il dispari (quattro dispari 3, 5, 7, 9), senza che una parte predomini sull’altra". Risultano uguali anche i numeri primi e non composti (2, 3, 5, 7) e i numeri secondi e composti (4, 6, 8, 9). I Pitagorici poi notarono che: "Il dieci possiede uguali i multipli e sottomultipli: infatti ha tre sottomultipli fino al cinque (2, 3, 5) e tre multipli di questi, da sei a dieci (6, 8, 9)". Scoprirono poi che "nel 10 sono presenti tutti i rapporti numerici, quello dell'uguale, del meno-più, e di tutti i tipi di numero, i numeri lineari, i quadrati, i cubici. È da notare come l'1 equivale al punto, il 2 alla linea, il 3 al triangolo, il 4 alla piramide: e tutti questi numeri sono principi ed elementi primi delle realtà ad essi omogenee".
Va specificato che tali interpretazione sono pure congetture e che gli interpreti sono molto divisi, per molti non è certo che il numero Uno vada escluso dalle diverse serie, anche se è molto probabile che ciò avvenisse, per i Pitagorici l'Uno era un numero atipico, come precedentemente indicato (parimpari).
Fu in tal modo che nacque la teorizzazione del "sistema decimale" (la famosa tavola pitagorica) e la codificazione della concezione della perfezione del 10 che sarà comunemente accettata per interi secoli: In una frase attribuitagli Pitagora diceva: "Il numero 10 è perfetto, ed è giusto secondo natura che tutti, sia noi Greci sia gli altri uomini, ci imbattiamo in esso nel nostro numerare, anche senza volerlo".
Tutte queste riflessioni sulla natura dei numeri portarono ad un’altra scoperta. Se il numero è ordine e armonia (cioè "l’accordo di elementi illimitati e limitanti"), e se tutto è determinato dal numero, tutto è ordine e armonia. E siccome in greco "ordine" si dice kósmos, i Pitagorici chiamarono l'universo "cosmo", ossia "ordine", concependolo come un insieme perfettamente in armonia tra tutte le sue parti.
I Pitagorici pensavano che i cieli ruotassero e che compissero tali movimenti secondo numero e armonia, producendo "una celeste musica di sfere, bellissimi concerti, che le nostre orecchie non percepiscono, o non sanno più distinguere, perché abituatesi da sempre a sentirla".
Ai Pitagorici dobbiamo un’importante scoperta: la misurabilità del tutto. È grazie a tale concezione che l’uomo ha imparato a vedere il mondo con altri occhi come una realtà perfettamente penetrabile dalla ragione. Il mondo non era più dominato da oscure e indecifrabili potenze ma andava pensato come numero; un numero che esprime ordine, razionalità e verità. Non a caso un importante esponente della scuola pitagorica, Filolao, affermava: "Tutte le cose che si conoscono hanno numero; senza questo nulla sarebbe possibile pensare né conoscere"; e, riferendosi al numero: "nessuna menzogna spira verso il numero".
Ma il pitagorismo era anche una dottrina filosofica che mirava a conseguire un importante fine, quello di praticare di un tipo di vita atto a purificare e a liberare l'anima dal corpo.
Secondo quanto affermato dalle antiche tradizioni Pitagora sarebbe stato il primo dei filosofi a sostenere la dottrina della metempsicosi, ovvero quella dottrina secondo la quale l'anima sarebbe caduta sulla terra per una colpa originaria entrando a far parte di un ciclo eterno di vita e morte ed essendo costretta a reincarnarsi in successive esistenze corporee (e non solo in forme umane, ma anche in forme di animali) per espiare quella colpa.
Le stesse fonti riferiscono che Pitagora affermava di ricordarsi delle sue precedenti vite. La dottrina, come sappiamo, non è un’invenzione di Pitagora ma proviene dagli Orfici; ma i Pitagorici modificano l'Orfismo almeno in un punto essenziale, dando all’eterno ciclo del nascere e del morire una motivazione. Il fine della vita è quello di liberare l'anima dal corpo, e per raggiungere tale fine bisogna purificarsi. I Pitagorici indicarono gli strumenti e i mezzi di purificazione per giungere a tale fine, distinguendosi nettamente dagli Orfici che invece si limitavano ad accettare la metempsicosi.
Per Pitagora il fine ultimo era quello di tornare a vivere tra gli dèi, egli cercò di insegnare ai suoi allievi e agli uomini il concetto del retto agire umano come un farsi "seguace di Dio", come un vivere in comunione con la divinità. I Pitagorici furono gli iniziatori di quel tipo di vita che fu chiamato (o che, molto probabilmente, già essi chiamarono) bíos theoretikós, "vita contemplativa", detto anche "vita pitagorica", cioè una vita spesa nella ricerca della verità e del bene tramite la conoscenza, che è la più alta "purificazione" (comunione col divino). Per tale motivo i Pitagorici diedero vita a delle comunità, delle scuole a cui erano ammesse anche le donne. La vita in comune si basava su regole precise: imponeva agli adepti l'osservanza del celibato, la comunicazione dei beni, l’alimentazione vegetariana, una serie di riti e pratiche per la purificazione del corpo e dell'anima.
Ippaso di Metaponto
prima metà del V secolo a.C.
Ippaso fu matematico in ambito geometrico e studioso della musica, considera il fuoco come principio di tutte le cose. Una leggenda narra che avendo divulgato delle dottrine segrete, tradendo in tal modo il segreto a cui erano tenuti tutti i pitagorici, sarebbe stato gettato in mare. Tale leggenda nacque probabilmente nell’ambito degli stessi matematici che, per difendere la propria assoluta adesione al pitagorismo contro gli acusmatici, volevano dimostrare che gli studi scientifici di Ippaso altro non fossero che la semplice divulgazione di teorie risalenti allo stesso Pitagora. La dottrina segreta esposta da Ippaso altro non era che la scoperta dell’incommensurabilità fra la diagonale e il lato del quadrato.
Filolao di Crotone
470 a.C. circa – tra la fine del V secolo a.C. e l’inizio del IV
Filolao di Crotone, matematico, astronomo e filosofo. Appartenente alla scuola dei pitagorici, di cui fu uno dei massimi esponenti, fu il primo a pubblicare le proprie memorie. Trasferitosi in Grecia vi diffuse le dottrine pitagoriche (soprattutto a Tebe) tornato in Italia aprì una sua scuola ed ebbe tra gli allievi Archita. Alcuni studiosi ipotizzano che Filolao non sia mai esistito, non sarebbe stato altro che un’invenzione di Platone, gli scritti che gli sono attribuiti (di cui ci sono pervenuti solo pochi frammenti) sarebbero delle contraffazioni di Speusippo. Filolao sarebbe comunque stato il primo ad organizzare sistematicamente le dottrine pitagoriche. Sempre a Filolao risale il primo accenno al moto terrestre di rivoluzione, ipotizzò che la Terra si muovesse quotidianamente intorno ad un fuoco centrale.
Archita di Taranto
Prima metà del IV secolo a.C.
Archita di Taranto, matematico e filosofo della scuola pitagorica. Della sua vita si sa ben poco, lo si diceva allievo di Filologa, godette fama di matematico brillante e mente versatile risolse alcuni problemi geometrici, dovrebbe essere l'autore del Libro VIII degli "Elementi" di Euclide e autore di interessanti teorie sulle quantità irrazionali e sulla musica. Gli sono tradizionalmente attribuiti numerosi scritti riguardanti diversi rami della conoscenza, dalla politica alla fisica, dalla filosofia alla matematica. Avrebbe elaborato una teoria con la quale avrebbe dimostrata la corrispondenza tra la musica e la matematica, avrebbe anche dimostrato l’impossibilità di esprimere il numero irrazionale con i numeri frazionari. Influenzato dalle teorie platoniche accettò la componente idealistica del pitagorismo, in particolare per quanto concerneva la natura soprasensibile dei numeri.
Timeo di Locri
Timeo di Locri, filosofo dell'antico pitagorismo. Di lui abbiamo pochissime notizie, al punto che la sua esistenza è messa in dubbio, gli vennero attribuiti dai neopitagorici alcuni scritti sull'anima del mondo e della natura. È protagonista dell'omonimo dialogo platonico.
Con il termine pitagorismo si è soliti indicare la filosofia dei pitagorici, più esattamente la storia, lo sviluppo e le teorie del movimento legato alla scuola pitagorica. Si sviluppò nel V secolo a.C. per opera degli immediati seguaci di Pitagora. Alla scuola erano ammesse anche le donne, la vita di comunità si basava su regole precise: imponeva agli adepti l'osservanza del celibato, la comunicazione dei beni, l’alimentazione vegetariana, una serie di riti e pratiche per la purificazione del corpo e dell'anima. Tra le pratiche più importanti c'era la musica, per lo studio della quale i pitagorici approfondirono la conoscenza dei numeri, considerati essenziali per la conoscenza della legge che governa l'altezza dei suoni. Da tali studi nacque anche l'interesse per l'aritmetica, dai pitagorici intesa come la teoria dei numeri interi. Il numero veniva concepito come un insieme di unità e veniva raffigurato spazialmente con immagini ben precise (l'uno come punto, il due come linea, il tre come superficie, il quattro come solido). I pitagorici dunque studiarono un qualcosa che si può chiamare "aritmogeometria", per loro i numeri erano l'arché (il principio primo) della realtà. Secondo Filolao tutto ciò che esiste è numero, senza numeri non sarebbe possibile pensare e conoscere nulla. Per i pitagorici inoltre gli elementi dei numeri sono gli elementi di tutte le cose, perché tutto l'Universo è armonia e numero. Tali elementi si dividono fra pari e dispari, ai quali corrispondono determinato e indeterminato. Da queste opposizioni ne derivano altre: maschio-femmina, luce-tenebra, buono-cattivo, retto-curvo, eccetera. Da tali opposizioni si può evidenziare che nella teoria dei numeri esistono delle implicazioni morali, magico-religiose e cosmologiche. Per i pitagorici un valore fondamentale rivestiva il 10 (considerato magico, la divina tetraktys), su tale numero essi pronunciavano i loro giuramenti. Era considerato fondamentale perché era il risultante della somma dei primi quattro numeri ed era rappresentato come un triangolo equilatero che ha quattro unità (punti discreti o pietruzze) per lato. L'uno, cioè l'unità, ha a sua volta un valore particolare in quanto "parimpari" e cioè partecipante alla natura del pari e del dispari. L'uno infatti se aggiunto a qualunque altro numero lo trasforma da dispari in pari e viceversa. I pitagorici svilupparono anche una loro teoria astronomica, che la tradizione attribuisce a Filolao e ad Iceta. Al centro dell'Universo pitagorico vi è un fuoco (il principio regolativo o forza che dirige i moti celesti), intorno ad esso ruotano i pianeti. In ordine essi sono: l'Anti-Terra, la Terra (che dunque viene tolta dal centro immobile del cosmo e diventa pianeta), la Luna, il Sole, i cinque pianeti e le stelle fisse. L'Anti-Terra veniva considerata invisibile agli uomini e fu introdotta probabilmente per portare a dieci il numero dei corpi ruotanti intorno al fuoco, secondo la regola dell'armonia universale raffigurata nella tetraktys. I pitagorici furono i primi a vedere l'Universo come un sistema razionalmente ordinato. Questa loro visione si legava comunque anche ad esigenze mistico-religiose, ad esempio secondo loro i moti dei corpi celesti, essendo regolati da dei precisi rapporti numerici, producono la cosiddetta "armonia delle sfere" (una musica che i pitagorici definivano sublime), che però l'orecchio umano non è in gradi di percepire. Alcmeone studiò, basandosi sugli stessi principi, l'anima, egli la definì immortale perché essa è somigliante alla Luna, al Sole e agli astri ed è costituita dall'armonia degli elementi contrari. Proprio per la sua immortalità l'anima è destinata, attraverso una serie successiva di reincarnazioni (detta anche trasmigrazione o metempsicosi), a ricongiungersi con l'anima divina o universale. Questo era il tema che costituiva la verità misterica che i pitagorici tenevano accuratamente nascosta. Nata dall'orfismo era trasmessa solo agli adepti attraverso la contemplazione del numero e della sua armonia. Tale conoscenza era possibile solo tramite la vita contemplativa (bios theoretikos) e i continui esercizi di purificazione. La scuola pitagorica entrò in crisi quando vennero scoperte le grandezze incommensurabili (come ad esempio il rapporto tra la diagonale e il lato del quadrato). La leggenda racconta che tale segreto venne tenuto accuratamente nascosto, fino a quando Ippaso di Metaponto lo cedette (sembra per soldi). La crisi divenne irreversibile, le divisioni interne finirono per provocare la fine della scuola. Va detto che l'aritmogeometria si dimostrò incapace di affrontare i paradossi dell'infinito e del continuo (esposti da Zenone di Elea) e per questo motivo matematica e geometria divennero indipendenti e presero direzioni diverse. La fine della scuola pitagorica fu comunque anche causata da motivi politici, i pitagorici erano i rappresentanti dell'aristocrazia e detenevano il potere in numerose città della Magna Grecia, vennero travolti dalla grande rivoluzione democratica del 450 a.C. Molti pitagorici riuscirono a fuggire, alcuni si stabilirono a Taranto (dove riuscirono a mantenere il potere politico fino alla metà del IV secolo), altri andarono in Sicilia (a Siracusa, infine altri ancora si rifugiarono in Grecia dove alcuni fondarono un nuovo centro Fleio e altri operarono a Tebe. A Locri si rifugiò Timeo, la cui esistenza però non è certa.
Pitagora di Samo
Samo 571 circa - Mertano 497 a.C. circa
Pitagora nacque a Samo, dei suoi primi anni e dei suoi studi non conosciamo nulla di preciso. Nel 532 giunse a Crotone dove fondò una scuola dandole il carattere di una comunità etico-filosofica guidata da rigide regole. Alla base degli insegnamenti della scuola di Pitagora vi erano i numeri e le matematiche e il perseguimento della perfezione morale e religiosa. Pitagora era capo assoluto della scuola, per riportare una sua affermazione, che non poteva essere discussa, gli allievi dicevano “autos epa” (il famoso "ipse dixit" latino, che significa l'ha detto lui). Pitagora partecipò alla vita politica di Crotone, il suo ideale politico era una forma di aristocrazia basata sui nuovi ceti dediti soprattutto al commercio, che, come abbiamo già visto, avevano raggiunto un notevole livello nelle colonie prima ancora che nella madrepatria. Si narra che i Crotoniati, temendo che Pitagora volesse diventare tiranno della città, abbiano incendiato l'edificio in cui egli era radunato insieme con i suoi discepoli. Secondo alcune fonti Pitagora morì nel rogo della scuola, secondo altre il filosofo fuggì prima a Locri, poi a Taranto e infine a Metaponto dove morì. Le notizie qui riportate appartengono alla tradizione ma non hanno conferme storiche, al punto che molti studiosi sono portati a pensare che Pitagora non sia mai esistito o che a lui siano state attribuite anche teorie che in realtà erano elaborate dalla scuola tutta. A Pitagora sono attribuiti molti scritti; va però precisato che quelli pervenutici sotto il suo nome sono falsificazioni di epoca posteriore e che è possibile che il suo insegnamento sia stato solo (o prevalentemente) orale.
Del pensiero originario di questo filosofo conosciamo ben poco, se non pochissimo. Le numerose Vite di Pitagora furono tutte scritte da posteri e non sono storicamente attendibili, questo è dovuto soprattutto al fatto che già poco dopo la sua morte (e probabilmente già negli ultimi anni della sua vita) per i seguaci Pitagora aveva perduto i tratti umani; gli eventi della sua vita erano mitizzati al punto che il filosofo era venerato quasi come un nume, e la sua parola aveva quasi valore di oracolo. Il mito si confuse a tal punto con la realtà che già Aristotele non aveva più a disposizione elementi che gli permettessero di distinguere Pitagora dai suoi discepoli e parlava in senso generale dei "cosiddetti Pitagorici", ovvero di quei filosofi "che erano chiamati", o "che si chiamano Pitagorici", una scuola, meglio una confraternita di filosofi che ricercavano insieme la verità e che quindi non si differenziavano singolarmente.
Per tali motivi non è possibile parlare del pensiero di Pitagora singolarmente considerato, ma solo del pensiero dei Pitagorici in senso globale.
Sappiamo che tale pensiero pone alla base il numero, che è il principio di tutte le cose, e principio divino e superiore è l'Uno da cui discende la pluralità degli esseri razionali. Fondamentale nella filosofia pitagorica sono le dieci coppie dei contrari, di cui la più importante è la coppia pari-dispari. Oltre ai simboli matematici, che spesso trascendevano in valori e significati magici i Pitagorici predicavano la metempsicosi, ovverosia la trasmigrazione dell'anima.
La ricerca filosofica, passando dalle colonie ioniche di Oriente a quelle di Occidente, dove erano migrate le antiche tribù ioniche e dove si era creata una condizione culturale diversa, si era andata affinando notevolmente, e i Pitagorici furono tra i principali artefici di questa crescita. Essi, con netto mutamento di prospettiva, indicarono nel numero (e nei costitutivi del numero) il "principio", invece che in elementi fisici come l'acqua o l'aria o il fuoco. Ad una prima lettura questa teoria può stupire. In realtà, la scoperta che in tutte le cose esiste una regolarità matematica (cioè numerica), che poteva essere calcolata con notevole precisione, provocò un'impressione così straordinaria da produrre quel mutamento di prospettiva del quale abbiamo detto, e che ha segnato una tappa fondamentale nello sviluppo spirituale dell'Occidente. Sicuramente determinante fu la scoperta che i suoni e la musica, che per i Pitagorici erano fondamentale oggetto di studio in quanto mezzi di purificazione e di catarsi, sono traducibili in determinazioni numeriche, ovvero in numeri. Essi verificarono (probabilmente rapiti da una sorta di tensione magica) che la diversità dei suoni che producono i martelletti che battono sull'incudine dipende dalla diversità di peso (che è determinabile secondo un numero); che la diversità dei suoni delle corde di uno strumento musicale dipende dalla diversa lunghezza delle corde (che è analogamente determinabile secondo un numero). Proseguendo nelle loro ricerche i Pitagorici scoprirono anche i rapporti armonici di ottava, di quinta e di quarta e le leggi numeriche che li governano (1 : 2, 2 : 3, 3 : 4). C’era già abbastanza materiale per compiere un salto culturale di grande livello, ma essi scoprirono anche l'incidenza determinante del numero nei fenomeni dell'universo; che l'anno, le stagioni, i mesi, i giorni, e così di seguito sono determinati da leggi numeriche. Infine i Pitagorici si accorsero che sono precise leggi numeriche quelle che regolano i tempi dell’incubazione del feto negli animali, i cicli dello sviluppo biologico e i vari fenomeni della vita.
Appare dunque naturale che spinti dall'euforia di queste scoperte, i Pitagorici concepissero inesistenti corrispondenze tra fenomeni di vario genere e il numero. Per tale motivi i numeri divennero dei simboli universali e tutto fu rappresentato con la sacralità dei numeri. Volendo fare alcuni esempi basti ricordare che per alcuni Pitagorici, la giustizia, che avrebbe la caratteristica di essere una sorta di contraccambio o di eguaglianza, coincideva con il numero 4 o con il 9 (ossia 2 x 2 o 3 x 3, il quadrato del primo numero pari o quello del primo dispari); l'intelligenza e la scienza, che avrebbero il carattere di persistenza e immobilità, erano fatte coincidere con l'1; mentre la mobile opinione, che per natura oscillerebbe in opposte direzioni, era fatta coincidere con il 2, e così via.
Appare dunque evidente il processo attraverso il quale i Pitagorici giunsero a porre il numero come principio di tutte le cose. È altrettanto chiaro come per noi contemporanei sia difficile comprendere a fondo il senso di questa dottrina, tale azione può avvenire solo cercando di recuperare il senso arcaico del "numero". Noi concepiamo il numero come un'astrazione mentale e quindi come un ente di ragione; per l'antico modo di pensare (fino ad Aristotele) il numero è invece una cosa reale, anzi, la più reale delle cose, per tale motivo è considerato il principio costitutivo delle cose. Dunque per gli antichi il numero non è un aspetto che noi mentalmente astraiamo dalle cose, ma è la realtà, la physis delle cose medesime.
Per i Pitagorici tutte le cose derivavano dai numeri; ma essi non li concepivano come il primum assoluto, anzi i loro studi dimostravano che a loro volta i numeri derivavano da ulteriori "elementi". I Pitagorici notarono che i numeri risultano essere una quantità (indeterminata) che via via si de-termina o de-limita: 2, 3, 4, 5, 6… all'infinito. Da tale naturale condizione si nota come due sono gli elementi che costituiscono il numero: uno indeterminato o illimitato e uno determinante o limitante. Ne consegue che il numero nasce "dall'accordo di elementi limitanti e di elementi illimitati", per poi, a sua volta, generare tutte le altre cose.
È necessario specificare che l'uno, cioè l'unità, aveva per i Pitagorici un valore particolare in quanto "parimpari" e cioè partecipante alla natura del pari e del dispari. L'uno infatti se aggiunto a qualunque altro numero lo trasforma da dispari in pari e viceversa.
I Pitagorici però non si fermarono qui, essi dedussero che i numeri, in quanto generati da un elemento indeterminato e da uno determinante, manifestano una certa prevalenza dell'uno o dell'altro di questi due elementi. Più esattamente affermarono che nei numeri pari predomina l'indeterminato (e quindi i numeri pari sono meno perfetti), mentre nei dispari prevale l'elemento limitante (e perciò sono più perfetti).
Proviamo ad immaginare un numero raffigurato con dei punti geometricamente disposti (in epoca arcaica si era soliti utilizzare dei sassolini per indicare il numero e per fare operazioni, da cui è derivata l'espressione "fare i calcoli" e il termine calcolare, dal latino calculus che significa "sassolino"), noteremo che il numero pari lascia un campo vuoto ad un’ipotetica freccia passante in mezzo e non trova un limite, e quindi mostra la sua difettosità (illimitatezza o infinito, nel senso di non finito, incompleto), mentre nel numero dispari, al contrario, rimane sempre una unità in più, che de-limita e de-termina, si ha quindi un numero limitato (o finito, nel senso di completo):
2 4 6
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3 5 7
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−−−−−−−−−−→● ● ●
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Proseguendo nelle loro attribuzione simboliche, i Pitagorici considerarono il numero dispari come "maschile", e il pari come "femminile". Inoltre essi considerarono i numeri pari come "rettangolari" e i numeri dispari come "quadrati". Tale distinzione nasceva da come i Pitagorici erano soliti disporre attorno al numero 1 le varie unità, con i numeri dispari si ottenevano dei quadrati, con i numeri pari si ottenevano dei rettangoli, come dimostrano le figure qui sopra proposte, che ci mostrano, la prima, i numeri 2, 4, 6, la seconda, i numeri 3, 5 e 7.
Un ultima annotazione, lo zero rimase invece sconosciuto ai Pitagorici e alla matematica antica.
Il 10 fu era considerato come il numero perfetto, visivamente era raffigurato come un triangolo perfetto, formato dai primi quattro numeri, ed avente il numero 4 per ogni lato (era detto la tetraktys):
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La raffigurazione mette in chiara evidenza che il 10 è uguale a 1 + 2 + 3 + 4; e che nella decade "sono contenuti in egual misura il pari (quattro pari: 2, 4, 6, 8) e il dispari (quattro dispari 3, 5, 7, 9), senza che una parte predomini sull’altra". Risultano uguali anche i numeri primi e non composti (2, 3, 5, 7) e i numeri secondi e composti (4, 6, 8, 9). I Pitagorici poi notarono che: "Il dieci possiede uguali i multipli e sottomultipli: infatti ha tre sottomultipli fino al cinque (2, 3, 5) e tre multipli di questi, da sei a dieci (6, 8, 9)". Scoprirono poi che "nel 10 sono presenti tutti i rapporti numerici, quello dell'uguale, del meno-più, e di tutti i tipi di numero, i numeri lineari, i quadrati, i cubici. È da notare come l'1 equivale al punto, il 2 alla linea, il 3 al triangolo, il 4 alla piramide: e tutti questi numeri sono principi ed elementi primi delle realtà ad essi omogenee".
Va specificato che tali interpretazione sono pure congetture e che gli interpreti sono molto divisi, per molti non è certo che il numero Uno vada escluso dalle diverse serie, anche se è molto probabile che ciò avvenisse, per i Pitagorici l'Uno era un numero atipico, come precedentemente indicato (parimpari).
Fu in tal modo che nacque la teorizzazione del "sistema decimale" (la famosa tavola pitagorica) e la codificazione della concezione della perfezione del 10 che sarà comunemente accettata per interi secoli: In una frase attribuitagli Pitagora diceva: "Il numero 10 è perfetto, ed è giusto secondo natura che tutti, sia noi Greci sia gli altri uomini, ci imbattiamo in esso nel nostro numerare, anche senza volerlo".
Tutte queste riflessioni sulla natura dei numeri portarono ad un’altra scoperta. Se il numero è ordine e armonia (cioè "l’accordo di elementi illimitati e limitanti"), e se tutto è determinato dal numero, tutto è ordine e armonia. E siccome in greco "ordine" si dice kósmos, i Pitagorici chiamarono l'universo "cosmo", ossia "ordine", concependolo come un insieme perfettamente in armonia tra tutte le sue parti.
I Pitagorici pensavano che i cieli ruotassero e che compissero tali movimenti secondo numero e armonia, producendo "una celeste musica di sfere, bellissimi concerti, che le nostre orecchie non percepiscono, o non sanno più distinguere, perché abituatesi da sempre a sentirla".
Ai Pitagorici dobbiamo un’importante scoperta: la misurabilità del tutto. È grazie a tale concezione che l’uomo ha imparato a vedere il mondo con altri occhi come una realtà perfettamente penetrabile dalla ragione. Il mondo non era più dominato da oscure e indecifrabili potenze ma andava pensato come numero; un numero che esprime ordine, razionalità e verità. Non a caso un importante esponente della scuola pitagorica, Filolao, affermava: "Tutte le cose che si conoscono hanno numero; senza questo nulla sarebbe possibile pensare né conoscere"; e, riferendosi al numero: "nessuna menzogna spira verso il numero".
Ma il pitagorismo era anche una dottrina filosofica che mirava a conseguire un importante fine, quello di praticare di un tipo di vita atto a purificare e a liberare l'anima dal corpo.
Secondo quanto affermato dalle antiche tradizioni Pitagora sarebbe stato il primo dei filosofi a sostenere la dottrina della metempsicosi, ovvero quella dottrina secondo la quale l'anima sarebbe caduta sulla terra per una colpa originaria entrando a far parte di un ciclo eterno di vita e morte ed essendo costretta a reincarnarsi in successive esistenze corporee (e non solo in forme umane, ma anche in forme di animali) per espiare quella colpa.
Le stesse fonti riferiscono che Pitagora affermava di ricordarsi delle sue precedenti vite. La dottrina, come sappiamo, non è un’invenzione di Pitagora ma proviene dagli Orfici; ma i Pitagorici modificano l'Orfismo almeno in un punto essenziale, dando all’eterno ciclo del nascere e del morire una motivazione. Il fine della vita è quello di liberare l'anima dal corpo, e per raggiungere tale fine bisogna purificarsi. I Pitagorici indicarono gli strumenti e i mezzi di purificazione per giungere a tale fine, distinguendosi nettamente dagli Orfici che invece si limitavano ad accettare la metempsicosi.
Per Pitagora il fine ultimo era quello di tornare a vivere tra gli dèi, egli cercò di insegnare ai suoi allievi e agli uomini il concetto del retto agire umano come un farsi "seguace di Dio", come un vivere in comunione con la divinità. I Pitagorici furono gli iniziatori di quel tipo di vita che fu chiamato (o che, molto probabilmente, già essi chiamarono) bíos theoretikós, "vita contemplativa", detto anche "vita pitagorica", cioè una vita spesa nella ricerca della verità e del bene tramite la conoscenza, che è la più alta "purificazione" (comunione col divino). Per tale motivo i Pitagorici diedero vita a delle comunità, delle scuole a cui erano ammesse anche le donne. La vita in comune si basava su regole precise: imponeva agli adepti l'osservanza del celibato, la comunicazione dei beni, l’alimentazione vegetariana, una serie di riti e pratiche per la purificazione del corpo e dell'anima.
Ippaso di Metaponto
prima metà del V secolo a.C.
Ippaso fu matematico in ambito geometrico e studioso della musica, considera il fuoco come principio di tutte le cose. Una leggenda narra che avendo divulgato delle dottrine segrete, tradendo in tal modo il segreto a cui erano tenuti tutti i pitagorici, sarebbe stato gettato in mare. Tale leggenda nacque probabilmente nell’ambito degli stessi matematici che, per difendere la propria assoluta adesione al pitagorismo contro gli acusmatici, volevano dimostrare che gli studi scientifici di Ippaso altro non fossero che la semplice divulgazione di teorie risalenti allo stesso Pitagora. La dottrina segreta esposta da Ippaso altro non era che la scoperta dell’incommensurabilità fra la diagonale e il lato del quadrato.
Filolao di Crotone
470 a.C. circa – tra la fine del V secolo a.C. e l’inizio del IV
Filolao di Crotone, matematico, astronomo e filosofo. Appartenente alla scuola dei pitagorici, di cui fu uno dei massimi esponenti, fu il primo a pubblicare le proprie memorie. Trasferitosi in Grecia vi diffuse le dottrine pitagoriche (soprattutto a Tebe) tornato in Italia aprì una sua scuola ed ebbe tra gli allievi Archita. Alcuni studiosi ipotizzano che Filolao non sia mai esistito, non sarebbe stato altro che un’invenzione di Platone, gli scritti che gli sono attribuiti (di cui ci sono pervenuti solo pochi frammenti) sarebbero delle contraffazioni di Speusippo. Filolao sarebbe comunque stato il primo ad organizzare sistematicamente le dottrine pitagoriche. Sempre a Filolao risale il primo accenno al moto terrestre di rivoluzione, ipotizzò che la Terra si muovesse quotidianamente intorno ad un fuoco centrale.
Archita di Taranto
Prima metà del IV secolo a.C.
Archita di Taranto, matematico e filosofo della scuola pitagorica. Della sua vita si sa ben poco, lo si diceva allievo di Filologa, godette fama di matematico brillante e mente versatile risolse alcuni problemi geometrici, dovrebbe essere l'autore del Libro VIII degli "Elementi" di Euclide e autore di interessanti teorie sulle quantità irrazionali e sulla musica. Gli sono tradizionalmente attribuiti numerosi scritti riguardanti diversi rami della conoscenza, dalla politica alla fisica, dalla filosofia alla matematica. Avrebbe elaborato una teoria con la quale avrebbe dimostrata la corrispondenza tra la musica e la matematica, avrebbe anche dimostrato l’impossibilità di esprimere il numero irrazionale con i numeri frazionari. Influenzato dalle teorie platoniche accettò la componente idealistica del pitagorismo, in particolare per quanto concerneva la natura soprasensibile dei numeri.
Timeo di Locri
Timeo di Locri, filosofo dell'antico pitagorismo. Di lui abbiamo pochissime notizie, al punto che la sua esistenza è messa in dubbio, gli vennero attribuiti dai neopitagorici alcuni scritti sull'anima del mondo e della natura. È protagonista dell'omonimo dialogo platonico.
Eraclito di Efeso
Eraclito di Efeso
Efeso 550 - 480 a.C. circa
Eraclito, filosofo greco. Le vicende della vita di Eraclito si confondono con la leggenda, egli veniva descritto come uomo aristocratico e stravagante. Appartenente alla famiglia reale di Efeso, colonia greca sulle coste della Lidia in Asia minore, avrebbe rifiutato il titolo a favore di un suo fratello. Fu avversario dei democratici di Efeso e si rifiutò di stendere la nuova costituzione. Contro la democrazia la tradizione dice che egli fu molto polemico e ricorse più volte alla contrapposizione fra i "migliori" e i "più". Deluso dai suoi concittadini pare che alla fine si ritirò nel tempio di Artemide Efesia dove lasciò come dono votivo e lascito testamentario il suo scritto. In realtà poche sono le notizie certe sulla vita di Eraclito. Sappiamo che compose intorno al 490 un'opera per cui godette nell'antichità la fama di un pensatore enigmatico ed oscuro, l'opera gli diede immediata fama e fu al centro di accanite polemiche. Fu criticato aspramente da Parmenide di Elea. Il titolo dell'opera era probabilmente la semplice affermazione "Eraclito di Efeso dice questo" ma in seguito le fu attribuito quello di "Periphyseos" (Sulla natura delle cose). Eraclito è considerato il filosofo del divenire, famosa è diventata la sua affermazione "panta rhei" (tutto scorre) e dei contrasti, tutto avrebbe origine dalla guerra fra le varie parti secondo un'armonia, un ordine preordinato da un non ben precisato logos universale, all'origine del tutto c'è il fuoco (o lógos), un fuoco sempre vivo "che a misura si accende e a misura si spegne". Eraclito scrisse i suoi pensieri sotto forma di frasi brevi, dei veri e propri aforismi, spesso di difficile interpretazione, per tale motivo fu soprannominato l’oscuro. La sua vita è narrata da Diogene Laerzio, ma sembra essere più un’elaborazione leggendaria tratta dai motivi presenti nell’opera del filosofo. Molti dei pensieri di Eraclito furono ripresi dagli Stoici, al punto che alcune teorie si confondono.
L’opera di Eraclito venne distinta in tre lógoi (o argomenti): fisico, politico e teologico. Mai chiarito è stato il punto se il tema centrale dello scritto fosse fisico o etico religioso. L’inizio dell’opera, di cui abbiamo buona parte, dimostra che l’intenzione dell’autore era quella di criticare l’incomprensione umana del lógos universale. Dice il frammento I: “Di questo lógos verace gli uomini sono sempre inconsapevoli, sia prima di averlo ascoltato, sia una volta che l’abbiano ascoltato. Tutto avviene infatti secondo questo lógos, ma essi somigliano ad inesperti, pur sperimentando che le parole e i fatti sono tali quali io appunto li espongo con il dividere ciascuna cosa secondo la sua natura e spiegando come stia. Ma agli altri uomini rimane nascosto ciò che fanno da svegli così come dimenticano ciò che fanno dormendo…”.
I filosofi di Mileto avevano evidenziato l'universale dinamismo delle cose che nascono, crescono e muoiono, e del mondo (anzi dei mondi) sottoposto allo stesso processo. Essi avevano pensato che il dinamismo fosse la caratteristica essenziale dello stesso principio (arché), che genera, regge, riassorbe tutte le cose, ma si erano limitati ad evidenziarlo senza portare tale aspetto della realtà ad un adeguato livello tematico. Eraclito fece proprio questo. Il significato delle frasi "Tutto si muove", "tutto scorre" (panta rhei), riportati nei frammenti che ci sono pervenuti è chiaro: nulla resta immobile e fisso, tutto cambia e trasmuta senza eccezione. Da qui la famosa immagine del fiume che è "apparentemente" sempre lo stesso, mentre "in realtà" è costituito da acque sempre nuove e diverse che sopraggiungono e si dileguano. Per tale motivo nella medesima acqua del fiume non si può discendere due volte, quando si dovesse discendere per la seconda volta si troverebbe che altra acqua è sopraggiunta; inoltre anche noi stessi mutiamo, e nell’attimo in cui abbiamo completato l'immersione nel fiume, siamo diventati diversi da quel che eravamo quando ci siamo mossi per immergerci. Per tale motivo Eraclito era solito affermare: che noi entriamo e non entriamo nel medesimo fiume. E aggiungeva anche che noi siamo e non siamo perché, per essere ciò che siamo in un determinato momento, dobbiamo contemporaneamente anche non-essere-più quello che eravamo nel precedente momento, per lo stesso motivo dovremmo, per continuare ad essere, continuamente non-essere-più quello che siamo in ciascun momento. E, secondo Eraclito, questo apparente paradosso vale per ogni realtà senza eccezione.
Ma quanto su affermato costituisce per Eraclito nient’altro che una semplice constatazione di base, buona come punto di partenza per ulteriori scoperte ancora più profonde e ardite. Il divenire da cui tutto dipende e al quale tutto quanto è consegnato, è caratterizzato dal continuo trascorrere da un contrario all'altro: le cose fredde diventano calde e quelle calde diventano fredde, le cose umide si disseccano e quelle secche si inumidiscono, il giovane diventa vecchio, il vivo muore, ma il processo non termina mai perché da ciò che è morto rinasce altra vita giovane, e così via. Appare dunque evidente che fra i contrari che si avvicendano c'è conflitto, guerra perpetua. Quindi ogni cosa ha realtà (esiste) proprio e solo nel divenire, ne deriva che la guerra (fra gli opposti) è essenziale. Tale guerra non va però pensata come uno scontro di nemici ma come una guerra che è, ad un tempo pace, e come un contrasto che è contemporaneamente armonia. È dunque evidente che lo scorrere perpetuo delle cose e il divenire universale altro non sono che armonia di contrari, cioè il perenne pacificarsi di belligeranti, l’eterno conciliarsi di contendenti (e viceversa).
Questa armonia e unità degli opposti è l’origine, il principio, e quindi Dio o il divino, Eraclito esprime tale concetto con la frase: "Il Dio è giorno-notte, è inverno-estate, è guerra-pace, è sazietà-fame".
Una volta determinato la realtà come perenne movimento Eraclito avrebbe identificato come "principio" fondamentale nel fuoco (detto anche lógos) e avrebbe considerato tutte le cose come trasformazioni del fuoco. Va però precisato che l’interpretazione del lógos eracliteo e dei suoi vari aspetti è resa incerta dal fatto che tale dottrina è stata per lo più tramandata dagli stoici, i quali hanno probabilmente modificato l’idea originale sovrapponendo la loro mentalità e i loro interessi di scuola. Pur tuttavia la tradizione ci dice che Eraclito vide nel fuoco la "natura" di tutte le cose perché il fuoco esprime in maniera perfetta le caratteristiche del mutamento continuo, del contrasto e dell'armonia. D’altronde il fuoco è continuamente mobile, è vita che vive della morte della materia che lo alimenta, è continua trasformazione di questa in cenere, in fumo e in vapori, è, come Eraclito afferma del suo Dio, perenne "bisogno e sazietà". Il fuoco è come "fulmine che governa tutte le cose"; e ciò che governa tutte le cose è "intelligenza", è "ragione", è "legge razionale" è "lógos". In tal modo Eraclito associa al principio l'idea di intelligenza, che nei Milesi risultava solo implicita.
In Eraclito sono evidenti numerosi spunti concernenti la verità e la conoscenza. Egli afferma che non bisogna fidarsi dei sensi, perché questi si fermano alle apparenze delle cose. Altrettanta attenzione va posta alle opinioni degli uomini, che sono basate sulle apparenze. La Verità è cogliere, al di là dei sensi, quell'intelligenza che governa tutte le cose. Eraclito volle essere il profeta di tale verità, per questo volle dare alle sue sentenze quel carattere oracolare e scelse di esprimersi con carattere ieratico.
Eraclito diede, nonostante che l’impostazione generale del suo pensiero che lo portasse ad interpretare l'anima come fuoco (e quindi a considerare l'anima saggia come quella più secca e a vedere la dissennatezza nell'umidità) una delle più belle sentenze sull'anima che ci siano pervenute: "I confini dell'anima non li potrai mai trovare, per quanto tu percorra le sue vie; così profondo è il suo logos".
Pur rimanendo la filosofia di Eraclito in un ambito “fisico” essa apre, con l'idea della dimensione infinita dell'anima, uno spiraglio verso qualcosa di ulteriore, e, quindi, di non fisico aprendo in qualche modo alla metafisica. Tale scoperta sembra rimanere solo uno spiraglio, anche se geniale.
Sembra che anche Eraclito abbia accolto alcune idee degli Orfici sulla natura umana, come la credenza che la morte del corpo è vita dell'anima e che esistono castighi e premi dopo la morte.
Riportiamo alcuni dei suoi più noti aforismi:
"Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell'impetuosità e della velocità del mutamento si disperde e si raccoglie, viene e va";
"Noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo";
"Ciò che è opposizione si concilia e dalle cose differenti nasce l'armonia più bella, e tutto si genera per via di contrasti";
"Armonia di contrari, come l'armonia dell'arco e della lira";
"La malattia rende dolce la salute, la fame rende dolce la sazietà e la fatica rende dolce il riposo";
"Non si conoscerebbe neppure il nome della giustizia, se non ci fosse l'offesa";
"L'Uno, l'unico saggio, non vuole e vuole essere chiamato Zeus". Questa frase evidenzia la posizione religiosa di Eraclito infatti essa va così interpretata: non vuole essere chiamato Zeus, se con Zeus si intende il Dio dalle forme umane proprio dei Greci; vuole essere chiamato Zeus, se con questo nome si intende il Dio e l'essere supremo;
"Immortali-mortali, mortali-immortali, vivendo la morte di quelli, morendo la vita di quelli";
"Dopo la morte attendono gli uomini cose che essi non sperano e neppure immaginano".
Efeso 550 - 480 a.C. circa
Eraclito, filosofo greco. Le vicende della vita di Eraclito si confondono con la leggenda, egli veniva descritto come uomo aristocratico e stravagante. Appartenente alla famiglia reale di Efeso, colonia greca sulle coste della Lidia in Asia minore, avrebbe rifiutato il titolo a favore di un suo fratello. Fu avversario dei democratici di Efeso e si rifiutò di stendere la nuova costituzione. Contro la democrazia la tradizione dice che egli fu molto polemico e ricorse più volte alla contrapposizione fra i "migliori" e i "più". Deluso dai suoi concittadini pare che alla fine si ritirò nel tempio di Artemide Efesia dove lasciò come dono votivo e lascito testamentario il suo scritto. In realtà poche sono le notizie certe sulla vita di Eraclito. Sappiamo che compose intorno al 490 un'opera per cui godette nell'antichità la fama di un pensatore enigmatico ed oscuro, l'opera gli diede immediata fama e fu al centro di accanite polemiche. Fu criticato aspramente da Parmenide di Elea. Il titolo dell'opera era probabilmente la semplice affermazione "Eraclito di Efeso dice questo" ma in seguito le fu attribuito quello di "Periphyseos" (Sulla natura delle cose). Eraclito è considerato il filosofo del divenire, famosa è diventata la sua affermazione "panta rhei" (tutto scorre) e dei contrasti, tutto avrebbe origine dalla guerra fra le varie parti secondo un'armonia, un ordine preordinato da un non ben precisato logos universale, all'origine del tutto c'è il fuoco (o lógos), un fuoco sempre vivo "che a misura si accende e a misura si spegne". Eraclito scrisse i suoi pensieri sotto forma di frasi brevi, dei veri e propri aforismi, spesso di difficile interpretazione, per tale motivo fu soprannominato l’oscuro. La sua vita è narrata da Diogene Laerzio, ma sembra essere più un’elaborazione leggendaria tratta dai motivi presenti nell’opera del filosofo. Molti dei pensieri di Eraclito furono ripresi dagli Stoici, al punto che alcune teorie si confondono.
L’opera di Eraclito venne distinta in tre lógoi (o argomenti): fisico, politico e teologico. Mai chiarito è stato il punto se il tema centrale dello scritto fosse fisico o etico religioso. L’inizio dell’opera, di cui abbiamo buona parte, dimostra che l’intenzione dell’autore era quella di criticare l’incomprensione umana del lógos universale. Dice il frammento I: “Di questo lógos verace gli uomini sono sempre inconsapevoli, sia prima di averlo ascoltato, sia una volta che l’abbiano ascoltato. Tutto avviene infatti secondo questo lógos, ma essi somigliano ad inesperti, pur sperimentando che le parole e i fatti sono tali quali io appunto li espongo con il dividere ciascuna cosa secondo la sua natura e spiegando come stia. Ma agli altri uomini rimane nascosto ciò che fanno da svegli così come dimenticano ciò che fanno dormendo…”.
I filosofi di Mileto avevano evidenziato l'universale dinamismo delle cose che nascono, crescono e muoiono, e del mondo (anzi dei mondi) sottoposto allo stesso processo. Essi avevano pensato che il dinamismo fosse la caratteristica essenziale dello stesso principio (arché), che genera, regge, riassorbe tutte le cose, ma si erano limitati ad evidenziarlo senza portare tale aspetto della realtà ad un adeguato livello tematico. Eraclito fece proprio questo. Il significato delle frasi "Tutto si muove", "tutto scorre" (panta rhei), riportati nei frammenti che ci sono pervenuti è chiaro: nulla resta immobile e fisso, tutto cambia e trasmuta senza eccezione. Da qui la famosa immagine del fiume che è "apparentemente" sempre lo stesso, mentre "in realtà" è costituito da acque sempre nuove e diverse che sopraggiungono e si dileguano. Per tale motivo nella medesima acqua del fiume non si può discendere due volte, quando si dovesse discendere per la seconda volta si troverebbe che altra acqua è sopraggiunta; inoltre anche noi stessi mutiamo, e nell’attimo in cui abbiamo completato l'immersione nel fiume, siamo diventati diversi da quel che eravamo quando ci siamo mossi per immergerci. Per tale motivo Eraclito era solito affermare: che noi entriamo e non entriamo nel medesimo fiume. E aggiungeva anche che noi siamo e non siamo perché, per essere ciò che siamo in un determinato momento, dobbiamo contemporaneamente anche non-essere-più quello che eravamo nel precedente momento, per lo stesso motivo dovremmo, per continuare ad essere, continuamente non-essere-più quello che siamo in ciascun momento. E, secondo Eraclito, questo apparente paradosso vale per ogni realtà senza eccezione.
Ma quanto su affermato costituisce per Eraclito nient’altro che una semplice constatazione di base, buona come punto di partenza per ulteriori scoperte ancora più profonde e ardite. Il divenire da cui tutto dipende e al quale tutto quanto è consegnato, è caratterizzato dal continuo trascorrere da un contrario all'altro: le cose fredde diventano calde e quelle calde diventano fredde, le cose umide si disseccano e quelle secche si inumidiscono, il giovane diventa vecchio, il vivo muore, ma il processo non termina mai perché da ciò che è morto rinasce altra vita giovane, e così via. Appare dunque evidente che fra i contrari che si avvicendano c'è conflitto, guerra perpetua. Quindi ogni cosa ha realtà (esiste) proprio e solo nel divenire, ne deriva che la guerra (fra gli opposti) è essenziale. Tale guerra non va però pensata come uno scontro di nemici ma come una guerra che è, ad un tempo pace, e come un contrasto che è contemporaneamente armonia. È dunque evidente che lo scorrere perpetuo delle cose e il divenire universale altro non sono che armonia di contrari, cioè il perenne pacificarsi di belligeranti, l’eterno conciliarsi di contendenti (e viceversa).
Questa armonia e unità degli opposti è l’origine, il principio, e quindi Dio o il divino, Eraclito esprime tale concetto con la frase: "Il Dio è giorno-notte, è inverno-estate, è guerra-pace, è sazietà-fame".
Una volta determinato la realtà come perenne movimento Eraclito avrebbe identificato come "principio" fondamentale nel fuoco (detto anche lógos) e avrebbe considerato tutte le cose come trasformazioni del fuoco. Va però precisato che l’interpretazione del lógos eracliteo e dei suoi vari aspetti è resa incerta dal fatto che tale dottrina è stata per lo più tramandata dagli stoici, i quali hanno probabilmente modificato l’idea originale sovrapponendo la loro mentalità e i loro interessi di scuola. Pur tuttavia la tradizione ci dice che Eraclito vide nel fuoco la "natura" di tutte le cose perché il fuoco esprime in maniera perfetta le caratteristiche del mutamento continuo, del contrasto e dell'armonia. D’altronde il fuoco è continuamente mobile, è vita che vive della morte della materia che lo alimenta, è continua trasformazione di questa in cenere, in fumo e in vapori, è, come Eraclito afferma del suo Dio, perenne "bisogno e sazietà". Il fuoco è come "fulmine che governa tutte le cose"; e ciò che governa tutte le cose è "intelligenza", è "ragione", è "legge razionale" è "lógos". In tal modo Eraclito associa al principio l'idea di intelligenza, che nei Milesi risultava solo implicita.
In Eraclito sono evidenti numerosi spunti concernenti la verità e la conoscenza. Egli afferma che non bisogna fidarsi dei sensi, perché questi si fermano alle apparenze delle cose. Altrettanta attenzione va posta alle opinioni degli uomini, che sono basate sulle apparenze. La Verità è cogliere, al di là dei sensi, quell'intelligenza che governa tutte le cose. Eraclito volle essere il profeta di tale verità, per questo volle dare alle sue sentenze quel carattere oracolare e scelse di esprimersi con carattere ieratico.
Eraclito diede, nonostante che l’impostazione generale del suo pensiero che lo portasse ad interpretare l'anima come fuoco (e quindi a considerare l'anima saggia come quella più secca e a vedere la dissennatezza nell'umidità) una delle più belle sentenze sull'anima che ci siano pervenute: "I confini dell'anima non li potrai mai trovare, per quanto tu percorra le sue vie; così profondo è il suo logos".
Pur rimanendo la filosofia di Eraclito in un ambito “fisico” essa apre, con l'idea della dimensione infinita dell'anima, uno spiraglio verso qualcosa di ulteriore, e, quindi, di non fisico aprendo in qualche modo alla metafisica. Tale scoperta sembra rimanere solo uno spiraglio, anche se geniale.
Sembra che anche Eraclito abbia accolto alcune idee degli Orfici sulla natura umana, come la credenza che la morte del corpo è vita dell'anima e che esistono castighi e premi dopo la morte.
Riportiamo alcuni dei suoi più noti aforismi:
"Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell'impetuosità e della velocità del mutamento si disperde e si raccoglie, viene e va";
"Noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo";
"Ciò che è opposizione si concilia e dalle cose differenti nasce l'armonia più bella, e tutto si genera per via di contrasti";
"Armonia di contrari, come l'armonia dell'arco e della lira";
"La malattia rende dolce la salute, la fame rende dolce la sazietà e la fatica rende dolce il riposo";
"Non si conoscerebbe neppure il nome della giustizia, se non ci fosse l'offesa";
"L'Uno, l'unico saggio, non vuole e vuole essere chiamato Zeus". Questa frase evidenzia la posizione religiosa di Eraclito infatti essa va così interpretata: non vuole essere chiamato Zeus, se con Zeus si intende il Dio dalle forme umane proprio dei Greci; vuole essere chiamato Zeus, se con questo nome si intende il Dio e l'essere supremo;
"Immortali-mortali, mortali-immortali, vivendo la morte di quelli, morendo la vita di quelli";
"Dopo la morte attendono gli uomini cose che essi non sperano e neppure immaginano".
La scuola di Mileto, Talete, Anassimandro, Anassimene, Diogene di Apollonia
Talete
Mileto tra il VII e il VI secolo a.C.
Non vi sono notizie certe su Talete, su di lui più che altro esistono numerose leggende. Nacque a Mileto, venne considerato uno dei sette savi della Grecia. A Talete la tradizione attribuisce importanti scoperte in campo astronomico e matematico. Non risulta che abbia scritto libri. Conosciamo il suo pensiero solo grazie alla tradizione orale indiretta È considerato il fondatore della Scuola Ionica e il primo filosofo greco. Fu Talete che per primo parlò del problema del principio (in greco arché) di tutte le cose. Il principio è ciò da cui derivano e in cui si risolvono tutte le cose e ciò che rimane immutato pur nelle varie forme che via via assume.
Secondo Talete tutto avrebbe inizio dall'acqua, perché, affermava il filosofo, dove c'è umidità c'è vita, dove c'è secco c'è morte. La natura secondo Talete è una realtà vivente.
Questa realtà originaria è stata denominata dai primi filosofi physis, ossia natura, nel senso antico e originario del termine indicante la realtà nel suo fondamento. "Fisici", di conseguenza, vennero chiamati tutti i primi filosofi che svilupparono questa problematica.
Le due leggende più note narrate sul filosofo sono apparentemente contraddittorie, pur non negando di fatto la possibile convivenza di due caratteristiche quali la distrazione e la lungimiranza.
La prima narra di come Talete, mentre era intento a guardare le stelle, non vide un buco e vi cadde dentro suscitando le risa di una servetta della Tracia che si trovava a transitare in quel momento. La storia sembra dunque evidenziare come chi ricerca verità troppo elevate spesso perde il contatto con il mondo reale. Nella versione più tragica il buco diventa un pozzo dentro il quale Talete sarebbe annegato.
La seconda, trasmessaci da Aristotele, narra di come avendo Talete previsto, grazie alle sue conoscenze scientifiche, una ricca produzione di olive avesse affittato tutti i frantoi della regione per poi subaffittarli ad un prezzo maggiorato, guadagnando in tal modo una grossa somma. In questo caso il filosofo appare come colui che dotato di conoscenze superiori le sa utilizzare anche per scopi pratici.
Il termine Principio (o arché) non è di Talete (si pensa sia stato introdotto dal suo discepolo Anassimandro), ma è sicuramente il termine che meglio di qualsiasi altro indica il concetto di quel qualcosa (quid) da cui derivano tutte le cose. Per essere più precisi il principio (come spiega Aristotele nella sua analisi del pensiero di Talete e dei primi Fisici) è ciò da cui derivano originariamente ed in cui si risolvono da ultimo tutti gli esseri, dunque è una realtà che permane identica nel trasmutarsi delle sue affezioni, cioè una realtà che continua ad esistere immutata, pur attraverso il processo generativo di tutte le cose. Schematizzando possiamo dire che il principio è:
a) la fonte e l’origine di tutte le cose;
b) la foce o il termine ultimo di tutte le cose;
c) il permanente sostegno che regge tutte le cose (quella che con termine posteriore sarà chiamata sostanza).
Riassumendo possiamo definire il principio come ciò da cui vengono, ciò a cui vanno a finire e ciò per cui sono e sussistono tutte le cose.
Resta però da chiarire il senso dell'identificazione del principio con l'acqua e i suoi possibili significati.
Secondo la tradizione Talete avrebbe tratto questa sua convinzione dalla constatazione che il nutrimento di tutte le cose è umido e che i semi e i germi di tutte le cose hanno natura umida, e che il totale disseccamento è la morte. Da ciò la constatazione che la vita è legata all'umido e l'umido presuppone l'acqua, per cui l'acqua è l'origine ultima della vita e di tutte le cose.
Tutto deriva dall'acqua, tutto ciò che è vivo si sorregge con l'acqua, tutto finisce nell'acqua. Dunque Talete basa le sue asserzioni sul puro ragionamento (in greco logos, cioè parola, ma anche logica), ci presenta una forma di conoscenza motivata con precise argomentazioni razionali.
D’altronde Talete era giunto ad una conoscenza molto elevata come è dimostrato dal fatto che egli aveva indagato i fenomeni del cielo al punto da predire (riempiendo di stupore i concittadini) una eclisse (forse quella del 585 a.C.). Come matematico è considerato lo scopritore di un celebre teorema di geometria, che porta il suo nome. Come fisico aveva studiato le proprietà del magnete.
Non dobbiamo pensare che l'acqua che Talete considera il principio sia l'elemento fisico-chimico che beviamo, bisogna piuttosto vedere tale acqua in maniera totalizzante, cioè come quell'originaria ed eterna physis liquida da cui tutto deriva e di cui l'acqua, che beviamo è una delle tante manifestazioni. Per tale interpretazione della realtà Talete era un naturalista, nel senso antico del termine, e non un materialista, nel senso moderno e contemporaneo. La sua acqua coincide con il divino, in tal modo Talete introduce una nuova concezione di Dio, una concezione in cui predomina la ragione destinata a superare e ad eliminare tutti gli dèi del politeismo fantastico-poetico dei Greci.
Talete era solito affermare che tutto è pieno di dèi, ossia che tutto è pervaso dal principio originario. E siccome il principio originario è vita, tutto è vivo e tutto ha un'anima (panpsichismo) compresi gli oggetti inerti. Il magnete che attira il ferro era da lui considerata come una prova dell'universale animazione delle cose, egli pensava la forza del magnete come la manifestazione della sua anima, della sua vita, appunto. Tale concezione che identifica la divinità con l’insieme degli esseri materiali è detta anche ilozoismo panteistico.
Per Talete la Terra (il Mondo) ha la forma di un disco piatto che sta sopra l’acqua galleggiando come un pezzo di legno.
Anassimandro
(Mileto ca 611-546 a.C.)
Filosofo appartenente alla scuola ionica di Mileto, considerato discepolo di Talete. A lui viene attribuito il primo scritto filosofico intitolato Della natura, di cui ci è pervenuto un frammento. È il primo trattato filosofico dell’Occidente e il primo scritto in prosa dei Greci. La scelta di esporre in prosa i suoi pensieri era resa necessaria dal fatto che il logos doveva essere libero dai vincoli del metro e del verso, per rispondere pienamente alle proprie istanze. Secondo la tradizione fu il primo a introdurre nell’uso filosofico il termine arché: la fonte (ciò da cui), la foce (ciò verso cui) e il sostegno (la sostanza) della realtà. Per Anassimandro si tratta dell'infinito (l’ápeiron), dal quale tutte le cose scaturiscono mediante separazione dei contrari.
Uomo pratico, fu molto attivo nella vita politica, le cronache riferiscono che comandò la colonia migrata da Mileto ad Apollonia. Ad Anassimandro viene attribuita anche la prima stesura di una carta del mondo.
Con Anassimandro la problematica del principio si approfondisce. Come già brevemente accennato egli pensava che l'acqua fosse già un qualcosa di derivato, per tale motivo il principio (arché) doveva essere l'infinito, ossia una natura (physis) in-finita e in-definita, da cui provengono tutte le cose che sono.
Anassimandro usò il termine á-peiron, che significa ciò che è privo sia di limiti esterni che di limiti interni, ovvero che è spazialmente e quantitativamente infinito e qualitativamente indeterminato. Essendo quantitativamente e qualitativamente il-limitato, il principio (ápeiron) può dare origine a tutte le cose, de-limitandosi in vari modi. Questo principio tutto comprende, tutto abbraccia e circonda, tutto governa e regge, proprio perché come de-limitazione e de-terminazione di esso tutte le cose si generano da esso, con-sistono e sono in esso.
Anche per Anassimandro, come per Talete, la Divinità corrisponde al Principio, mentre gli dèi altro non sono che i mondi, gli universi che sono numerosi (se non infiniti); ma, mentre il Principio divino è eterno (non nasce né perisce), i divini universi, invece, nascono e periscono ciclicamente.
Talete non si era chiesto quali erano i motivi per cui dal principio derivano tutte le cose, e per quali motivi tutte le cose si corrompono. Anassimandro, invece, si chiese quali erano le ragioni del perenne ciclo vita-morte e rispose che la causa dell’origine delle cose è una sorta di ingiustizia (un male originario) mentre la causa della corruzione e della morte è una sorta di espiazione (purificazione) di tale ingiustizia.
Probabilmente Anassimandro credeva che il mondo fosse costituito da una serie di contrari e che questi tendessero a sopraffarsi l'un l'altro (caldo e freddo, secco e umido, ecc.). Proprio in questa perenne sopraffazione consisterebbe l’ingiustizia. Questa concezione (come molti studiosi hanno notato) non sarebbe un’idea originale, Anassimandro l’avrebbe desunta da concezioni religiose di derivazione orfica. Il punto centrale dell’Orfismo era l'idea di una colpa originaria e dell'espiazione della medesima, per giungere alla giustizia equilibratrice.
Da tali presupposti Anassimandro giunse alla convinzione che come infinito è il principio, così infiniti sono i mondi, sia nel senso che il mondo in cui viviamo non è che uno degli innumerevoli mondi del tutto simile a quelli che l'hanno preceduto, e che lo seguiranno (dato che ogni mondo ha una nascita, una vita e una morte), sia nel senso che il nostro mondo coesiste contemporaneamente con una serie infinita di altri mondi (tutti quanti compresi nell’eterno ciclo di nascita e morte).
Anassimandro giunge anche a spiegare la genesi dell’Universo, lo fa con una teoria molto affascinante. Da un movimento, che è eterno, si generarono i primi due fondamentali contrari: il freddo e il caldo. Il freddo, che originariamente è di natura liquida, viene in parte trasformato dal fuoco-caldo (che forma la sfera periferica) in aria. La sfera del fuoco non resta immutata ma si spezza in tre, dando origine alla sfera del sole, a quella della luna e a quella degli astri. L'acqua (l’elemento liquido) si raccoglie nella cavità della terra formando i mari.
Anassimandro immagina la Terra come un cilindro, ovvero quella figura geometrica caratterizzata dall'uguale distanza da tutte le parti, per tale motivo si viene a generare una sorta di equilibrio di forze che permette al nostro pianeta di rimanere sospeso senza essere tenuto da nulla, rimanendo fermo. Dall'elemento liquido, sotto l'azione del sole, sono nati i primi animali, di struttura elementare, da cui, poi si sono sviluppati gli animali più complessi. L’uomo stesso sarebbe l’ultimo frutto di tale evoluzione.
Anassimene
(Mileto VI secolo a.C.)
Ultimo filosofo appartenente alla scuola ionica di Mileto, forse fu allievo di Anassimandro. Secondo la sua filosofia tutte le cose hanno inizio dall'aria, in quanto elemento “vicino all’incorporeo” e diffuso ovunque. Dall’aria, mediante condensazione e rarefazione, si formano gli altri elementi (l’acqua, la terra e il fuoco) che all’aria ritornano. Fu il primo a parlare di separazione fra la terra e gli astri. Anche a lui è attribuito un trattato, scritto in sobria prosa ionica, ricordato con il generico titolo Sulla natura, di cui ci sono giunti tre frammenti, oltre a testimonianze indirette.
Anassimene concorda con Anassimandro sul fatto che il principio debba essere infinito e corrispondere con il divino, ma abbandona la strada del suo predecessore identificandolo con l’aria infinita, sostanza aerea illimitata.
Occorre chiarire la ragione che spinse Anassimene a scegliere l'aria come principio, percorrendo una strada simile, ma non uguale ai suoi predecessori. È evidente come Anassimene sentisse la necessità di introdurre una realtà originaria che gli permettesse di dedurre in modo più logico e più razionale, di quanto non avessero fatto Anassimandro e Talete, tutte le cose da essa. Trovò nell’aria un buon principio, perché essa, per la sua natura mobilissima, ben si presta (più dell'infinito anassimandreo) ad essere concepita come perennemente in movimento.Anche se nulla esclude che tale scelta nascesse da una sorta di compromesso tra la troppo materiale acqua di Talete e il troppo evanescente infinito di Anassimandro. Un altro motivo il filosofo probabilmente lo trovò nel fatto che l’aria si presta, meglio di qualsiasi altro elemento, alle variazioni e alle trasformazioni necessarie per far nascere le diverse cose. In effetti essa condensandosi si raffredda e diventa acqua e poi terra, rarefacendosi (ovvero allentandosi) e dilatandosi si riscalda e diviene fuoco.
Proprio dalla variazione di tensione dell'originaria realtà tutte le cose hanno origine. C’è in tale ragionamento un approfondimento rispetto a quanto affermato dai filosofi precedenti, viene infatti a crearsi una connessione razionale (anche se non ancora scientifica). Anassimene è dunque il filosofo che rappresenta l'espressione più rigorosa e più logica del pensiero della Scuola Ionica, introducendo il processo di "condensazione" e "rarefazione" egli evidenzia quella causa dinamica di cui Talete non aveva ancora parlato, e che Anassimandro aveva sì intuito ma che poi di fatto aveva giustificato solo ispirandosi a concezioni orfiche. Anassimene è dunque il primo a fornire una causa in perfetta armonia con il "principio".
Per tale motivo i successivi pensatori identificano Anassimene come il modello e come l'espressione paradigmatica del pensiero ionico.
Sembra che Anassimene concepisse la terra come un disco piatto sospeso nell’aria.
Diogene di Apollonia
V secolo a.C.
Diogene di Apollonia, filosofo greco della scuola ionica. Va precisato che Diogene va posto nella scuola ionica perché ad essa si ispirò nell’elaborare le sue teorie. Appartenne alla corrente eclettica, succeduta alla crisi della scuola dei fisiologi, si occupò anche di studi di anatomia, biologia, di fisiologia e di meteorologia. Fu allievo di Anassimene, di cui accettò il principio dell’aria e sostenne la tesi dell’unità del tutto sia contro Anassagora che contro Empedocle. Da Anassagora riprese però il concetto di nous (intelletto), con cui arricchì la teoria di Anassimene, vedendo nell’aria il soffio dell’intelletto divino che ordina le produzioni cosmiche. Secondo Diogene la molteplicità degli esseri e il divenire vanno pensati come le trasformazioni di un elemento primordiale, l’aria, come già detto. Essa è divina, onnipotente e onnipresente. Diogene intende superare il dualismo tra materia ed intelletto (presente nel pensiero di Anassagora) attribuendo al principio dell’aria un’intelligenza creativa e ordinatrice. Della sua opera, che la tradizione ci tramanda con il generico titolo Sulla natura, ci sono pervenuti solo dei frammenti, tale opera conteneva anche le sezioni di meteorologia e antropologia. Gli è attribuito anche uno scritto polemico Contro i sofisti.
Mileto tra il VII e il VI secolo a.C.
Non vi sono notizie certe su Talete, su di lui più che altro esistono numerose leggende. Nacque a Mileto, venne considerato uno dei sette savi della Grecia. A Talete la tradizione attribuisce importanti scoperte in campo astronomico e matematico. Non risulta che abbia scritto libri. Conosciamo il suo pensiero solo grazie alla tradizione orale indiretta È considerato il fondatore della Scuola Ionica e il primo filosofo greco. Fu Talete che per primo parlò del problema del principio (in greco arché) di tutte le cose. Il principio è ciò da cui derivano e in cui si risolvono tutte le cose e ciò che rimane immutato pur nelle varie forme che via via assume.
Secondo Talete tutto avrebbe inizio dall'acqua, perché, affermava il filosofo, dove c'è umidità c'è vita, dove c'è secco c'è morte. La natura secondo Talete è una realtà vivente.
Questa realtà originaria è stata denominata dai primi filosofi physis, ossia natura, nel senso antico e originario del termine indicante la realtà nel suo fondamento. "Fisici", di conseguenza, vennero chiamati tutti i primi filosofi che svilupparono questa problematica.
Le due leggende più note narrate sul filosofo sono apparentemente contraddittorie, pur non negando di fatto la possibile convivenza di due caratteristiche quali la distrazione e la lungimiranza.
La prima narra di come Talete, mentre era intento a guardare le stelle, non vide un buco e vi cadde dentro suscitando le risa di una servetta della Tracia che si trovava a transitare in quel momento. La storia sembra dunque evidenziare come chi ricerca verità troppo elevate spesso perde il contatto con il mondo reale. Nella versione più tragica il buco diventa un pozzo dentro il quale Talete sarebbe annegato.
La seconda, trasmessaci da Aristotele, narra di come avendo Talete previsto, grazie alle sue conoscenze scientifiche, una ricca produzione di olive avesse affittato tutti i frantoi della regione per poi subaffittarli ad un prezzo maggiorato, guadagnando in tal modo una grossa somma. In questo caso il filosofo appare come colui che dotato di conoscenze superiori le sa utilizzare anche per scopi pratici.
Il termine Principio (o arché) non è di Talete (si pensa sia stato introdotto dal suo discepolo Anassimandro), ma è sicuramente il termine che meglio di qualsiasi altro indica il concetto di quel qualcosa (quid) da cui derivano tutte le cose. Per essere più precisi il principio (come spiega Aristotele nella sua analisi del pensiero di Talete e dei primi Fisici) è ciò da cui derivano originariamente ed in cui si risolvono da ultimo tutti gli esseri, dunque è una realtà che permane identica nel trasmutarsi delle sue affezioni, cioè una realtà che continua ad esistere immutata, pur attraverso il processo generativo di tutte le cose. Schematizzando possiamo dire che il principio è:
a) la fonte e l’origine di tutte le cose;
b) la foce o il termine ultimo di tutte le cose;
c) il permanente sostegno che regge tutte le cose (quella che con termine posteriore sarà chiamata sostanza).
Riassumendo possiamo definire il principio come ciò da cui vengono, ciò a cui vanno a finire e ciò per cui sono e sussistono tutte le cose.
Resta però da chiarire il senso dell'identificazione del principio con l'acqua e i suoi possibili significati.
Secondo la tradizione Talete avrebbe tratto questa sua convinzione dalla constatazione che il nutrimento di tutte le cose è umido e che i semi e i germi di tutte le cose hanno natura umida, e che il totale disseccamento è la morte. Da ciò la constatazione che la vita è legata all'umido e l'umido presuppone l'acqua, per cui l'acqua è l'origine ultima della vita e di tutte le cose.
Tutto deriva dall'acqua, tutto ciò che è vivo si sorregge con l'acqua, tutto finisce nell'acqua. Dunque Talete basa le sue asserzioni sul puro ragionamento (in greco logos, cioè parola, ma anche logica), ci presenta una forma di conoscenza motivata con precise argomentazioni razionali.
D’altronde Talete era giunto ad una conoscenza molto elevata come è dimostrato dal fatto che egli aveva indagato i fenomeni del cielo al punto da predire (riempiendo di stupore i concittadini) una eclisse (forse quella del 585 a.C.). Come matematico è considerato lo scopritore di un celebre teorema di geometria, che porta il suo nome. Come fisico aveva studiato le proprietà del magnete.
Non dobbiamo pensare che l'acqua che Talete considera il principio sia l'elemento fisico-chimico che beviamo, bisogna piuttosto vedere tale acqua in maniera totalizzante, cioè come quell'originaria ed eterna physis liquida da cui tutto deriva e di cui l'acqua, che beviamo è una delle tante manifestazioni. Per tale interpretazione della realtà Talete era un naturalista, nel senso antico del termine, e non un materialista, nel senso moderno e contemporaneo. La sua acqua coincide con il divino, in tal modo Talete introduce una nuova concezione di Dio, una concezione in cui predomina la ragione destinata a superare e ad eliminare tutti gli dèi del politeismo fantastico-poetico dei Greci.
Talete era solito affermare che tutto è pieno di dèi, ossia che tutto è pervaso dal principio originario. E siccome il principio originario è vita, tutto è vivo e tutto ha un'anima (panpsichismo) compresi gli oggetti inerti. Il magnete che attira il ferro era da lui considerata come una prova dell'universale animazione delle cose, egli pensava la forza del magnete come la manifestazione della sua anima, della sua vita, appunto. Tale concezione che identifica la divinità con l’insieme degli esseri materiali è detta anche ilozoismo panteistico.
Per Talete la Terra (il Mondo) ha la forma di un disco piatto che sta sopra l’acqua galleggiando come un pezzo di legno.
Anassimandro
(Mileto ca 611-546 a.C.)
Filosofo appartenente alla scuola ionica di Mileto, considerato discepolo di Talete. A lui viene attribuito il primo scritto filosofico intitolato Della natura, di cui ci è pervenuto un frammento. È il primo trattato filosofico dell’Occidente e il primo scritto in prosa dei Greci. La scelta di esporre in prosa i suoi pensieri era resa necessaria dal fatto che il logos doveva essere libero dai vincoli del metro e del verso, per rispondere pienamente alle proprie istanze. Secondo la tradizione fu il primo a introdurre nell’uso filosofico il termine arché: la fonte (ciò da cui), la foce (ciò verso cui) e il sostegno (la sostanza) della realtà. Per Anassimandro si tratta dell'infinito (l’ápeiron), dal quale tutte le cose scaturiscono mediante separazione dei contrari.
Uomo pratico, fu molto attivo nella vita politica, le cronache riferiscono che comandò la colonia migrata da Mileto ad Apollonia. Ad Anassimandro viene attribuita anche la prima stesura di una carta del mondo.
Con Anassimandro la problematica del principio si approfondisce. Come già brevemente accennato egli pensava che l'acqua fosse già un qualcosa di derivato, per tale motivo il principio (arché) doveva essere l'infinito, ossia una natura (physis) in-finita e in-definita, da cui provengono tutte le cose che sono.
Anassimandro usò il termine á-peiron, che significa ciò che è privo sia di limiti esterni che di limiti interni, ovvero che è spazialmente e quantitativamente infinito e qualitativamente indeterminato. Essendo quantitativamente e qualitativamente il-limitato, il principio (ápeiron) può dare origine a tutte le cose, de-limitandosi in vari modi. Questo principio tutto comprende, tutto abbraccia e circonda, tutto governa e regge, proprio perché come de-limitazione e de-terminazione di esso tutte le cose si generano da esso, con-sistono e sono in esso.
Anche per Anassimandro, come per Talete, la Divinità corrisponde al Principio, mentre gli dèi altro non sono che i mondi, gli universi che sono numerosi (se non infiniti); ma, mentre il Principio divino è eterno (non nasce né perisce), i divini universi, invece, nascono e periscono ciclicamente.
Talete non si era chiesto quali erano i motivi per cui dal principio derivano tutte le cose, e per quali motivi tutte le cose si corrompono. Anassimandro, invece, si chiese quali erano le ragioni del perenne ciclo vita-morte e rispose che la causa dell’origine delle cose è una sorta di ingiustizia (un male originario) mentre la causa della corruzione e della morte è una sorta di espiazione (purificazione) di tale ingiustizia.
Probabilmente Anassimandro credeva che il mondo fosse costituito da una serie di contrari e che questi tendessero a sopraffarsi l'un l'altro (caldo e freddo, secco e umido, ecc.). Proprio in questa perenne sopraffazione consisterebbe l’ingiustizia. Questa concezione (come molti studiosi hanno notato) non sarebbe un’idea originale, Anassimandro l’avrebbe desunta da concezioni religiose di derivazione orfica. Il punto centrale dell’Orfismo era l'idea di una colpa originaria e dell'espiazione della medesima, per giungere alla giustizia equilibratrice.
Da tali presupposti Anassimandro giunse alla convinzione che come infinito è il principio, così infiniti sono i mondi, sia nel senso che il mondo in cui viviamo non è che uno degli innumerevoli mondi del tutto simile a quelli che l'hanno preceduto, e che lo seguiranno (dato che ogni mondo ha una nascita, una vita e una morte), sia nel senso che il nostro mondo coesiste contemporaneamente con una serie infinita di altri mondi (tutti quanti compresi nell’eterno ciclo di nascita e morte).
Anassimandro giunge anche a spiegare la genesi dell’Universo, lo fa con una teoria molto affascinante. Da un movimento, che è eterno, si generarono i primi due fondamentali contrari: il freddo e il caldo. Il freddo, che originariamente è di natura liquida, viene in parte trasformato dal fuoco-caldo (che forma la sfera periferica) in aria. La sfera del fuoco non resta immutata ma si spezza in tre, dando origine alla sfera del sole, a quella della luna e a quella degli astri. L'acqua (l’elemento liquido) si raccoglie nella cavità della terra formando i mari.
Anassimandro immagina la Terra come un cilindro, ovvero quella figura geometrica caratterizzata dall'uguale distanza da tutte le parti, per tale motivo si viene a generare una sorta di equilibrio di forze che permette al nostro pianeta di rimanere sospeso senza essere tenuto da nulla, rimanendo fermo. Dall'elemento liquido, sotto l'azione del sole, sono nati i primi animali, di struttura elementare, da cui, poi si sono sviluppati gli animali più complessi. L’uomo stesso sarebbe l’ultimo frutto di tale evoluzione.
Anassimene
(Mileto VI secolo a.C.)
Ultimo filosofo appartenente alla scuola ionica di Mileto, forse fu allievo di Anassimandro. Secondo la sua filosofia tutte le cose hanno inizio dall'aria, in quanto elemento “vicino all’incorporeo” e diffuso ovunque. Dall’aria, mediante condensazione e rarefazione, si formano gli altri elementi (l’acqua, la terra e il fuoco) che all’aria ritornano. Fu il primo a parlare di separazione fra la terra e gli astri. Anche a lui è attribuito un trattato, scritto in sobria prosa ionica, ricordato con il generico titolo Sulla natura, di cui ci sono giunti tre frammenti, oltre a testimonianze indirette.
Anassimene concorda con Anassimandro sul fatto che il principio debba essere infinito e corrispondere con il divino, ma abbandona la strada del suo predecessore identificandolo con l’aria infinita, sostanza aerea illimitata.
Occorre chiarire la ragione che spinse Anassimene a scegliere l'aria come principio, percorrendo una strada simile, ma non uguale ai suoi predecessori. È evidente come Anassimene sentisse la necessità di introdurre una realtà originaria che gli permettesse di dedurre in modo più logico e più razionale, di quanto non avessero fatto Anassimandro e Talete, tutte le cose da essa. Trovò nell’aria un buon principio, perché essa, per la sua natura mobilissima, ben si presta (più dell'infinito anassimandreo) ad essere concepita come perennemente in movimento.Anche se nulla esclude che tale scelta nascesse da una sorta di compromesso tra la troppo materiale acqua di Talete e il troppo evanescente infinito di Anassimandro. Un altro motivo il filosofo probabilmente lo trovò nel fatto che l’aria si presta, meglio di qualsiasi altro elemento, alle variazioni e alle trasformazioni necessarie per far nascere le diverse cose. In effetti essa condensandosi si raffredda e diventa acqua e poi terra, rarefacendosi (ovvero allentandosi) e dilatandosi si riscalda e diviene fuoco.
Proprio dalla variazione di tensione dell'originaria realtà tutte le cose hanno origine. C’è in tale ragionamento un approfondimento rispetto a quanto affermato dai filosofi precedenti, viene infatti a crearsi una connessione razionale (anche se non ancora scientifica). Anassimene è dunque il filosofo che rappresenta l'espressione più rigorosa e più logica del pensiero della Scuola Ionica, introducendo il processo di "condensazione" e "rarefazione" egli evidenzia quella causa dinamica di cui Talete non aveva ancora parlato, e che Anassimandro aveva sì intuito ma che poi di fatto aveva giustificato solo ispirandosi a concezioni orfiche. Anassimene è dunque il primo a fornire una causa in perfetta armonia con il "principio".
Per tale motivo i successivi pensatori identificano Anassimene come il modello e come l'espressione paradigmatica del pensiero ionico.
Sembra che Anassimene concepisse la terra come un disco piatto sospeso nell’aria.
Diogene di Apollonia
V secolo a.C.
Diogene di Apollonia, filosofo greco della scuola ionica. Va precisato che Diogene va posto nella scuola ionica perché ad essa si ispirò nell’elaborare le sue teorie. Appartenne alla corrente eclettica, succeduta alla crisi della scuola dei fisiologi, si occupò anche di studi di anatomia, biologia, di fisiologia e di meteorologia. Fu allievo di Anassimene, di cui accettò il principio dell’aria e sostenne la tesi dell’unità del tutto sia contro Anassagora che contro Empedocle. Da Anassagora riprese però il concetto di nous (intelletto), con cui arricchì la teoria di Anassimene, vedendo nell’aria il soffio dell’intelletto divino che ordina le produzioni cosmiche. Secondo Diogene la molteplicità degli esseri e il divenire vanno pensati come le trasformazioni di un elemento primordiale, l’aria, come già detto. Essa è divina, onnipotente e onnipresente. Diogene intende superare il dualismo tra materia ed intelletto (presente nel pensiero di Anassagora) attribuendo al principio dell’aria un’intelligenza creativa e ordinatrice. Della sua opera, che la tradizione ci tramanda con il generico titolo Sulla natura, ci sono pervenuti solo dei frammenti, tale opera conteneva anche le sezioni di meteorologia e antropologia. Gli è attribuito anche uno scritto polemico Contro i sofisti.
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