
giovedì 4 dicembre 2008
Anassagora
Anassagora
(Clazomene ca 495 a.C. - Lampsaco ca 428 a.C. )
1.Vita e opere. Scrisse un trattato “Sulla Natura” di cui ci sono giunti 22 frammenti. Nei suoi scritti evidenti paiono le influenze di Anassimene, Parmenide, Zenone e, forse, di Empedocle. Di lui sappiamo che era già noto nel 462, per l’originalità delle sue teorie e che viaggiò molto prima di stabilirsi ad Atene, provenendo dalla Ionia, dove per primo parlò di filosofia e aprì una scuola dove insegnò per oltre trent’anni. Suoi allievi furono Euripide, Archelao e, si pensa, lo stesso Socrate.
Amico personale di Pericle fu coinvolto nelle vicissitudini del suo protettore. Nel 432 fu accusato di empietà e processato. Gli accusatori gli contestarono il fatto d’aver sostenuto dottrine sui corpi celesti contrarie alla tradizione e di aver negato l’esistenza degli dei. In realtà le motivazioni dell’accusa erano un mezzo per colpire lo stesso Pericle. Le accuse lanciate contro Anassagora erano una critica diretta alla politica democratica e da sempre aperta alle novità culturali promossa dal circolo di Pericle. Per tali motivi il filosofo fu obbligato a rifugiarsi a Lampsaco in Asia Minore, dove aprì un’altra scuola e dove morì.
2. La teoria dei semi. Anassagora è un filosofo pluralista, che propone come base dell'esistere delle piccole particelle dette “semi” (in greco spérmata, che Aristotele chiamò in seguito omeomerie = realtà che nella suddivisione danno sempre parti qualitativamente identiche, ma alcuni studiosi non escludono che il termine sia anassagoreo), le quali si aggregano e disgregano seguendo l'intervento di un principio intelligente o “Mente ordinatrice” (in greco Nous). Egli ammette, con Parmenide, l’omogeneità e l’unità del tutto, concetto che può essere espresso nella frase: nulla nasce o perisce, ma tutto si unisce o si separa, perché la totalità della cose è sempre uguale a se stessa. Ma non accetta che l’essere sia immobile e indeterminato. Anassagora afferma che tutto è in tutto, e cioè che ogni cosa o essere vivente contiene seppure in minima parte le particelle delle altre sostanze, e che “da tutto, tutto si genera”. Questa concezione gli permette di spiegare in modo non contraddittorio il divenire, in particolare il nascere e il morire, come sviluppo di qualità intrinseche e già esistenti e non come il crearsi o il distruggersi di nuove o vecchie qualità.
Osserviamo in maniera più approfondita le teorie di Anassagora, evidenziandone meglio le caratteristiche.
Affermando che il nascere e il morire non esistono realmente Anassagora accetta le tesi eleatiche, ma pensando all’universo come un qualcosa in perenne divenire occhieggia alle tesi eraclitee. Egli afferma che esistono delle "cose che sono", che, componendosi e scomponendosi, danno origine al nascere e al morire di tutte le cose; questi principi però non possono essere solo le quattro radici di Empedocle. I quattro elementi: Acqua, aria, terra e fuoco non sono sufficienti a spiegare le innumerevoli qualità che si manifestano nei fenomeni. È dunque ovvio che gli elementi da cui derivano tutte le cose dovranno essere tanti quante sono le innumerevoli quantità delle cose stesse, cioè "semi aventi forme, colori e gusti di ogni genere", vale a dire infinitamente vari. Sono proprio questi semi l'originario qualitativo che Anassagora ci propone eleaticamente non solo perché è ingenerabile (eterno), ma anche perché è immutabile (nessuna qualità si trasforma nell'altra, essendo appunto originaria). Insomma tali infiniti originari sono pensati con le stesse caratteristiche dell'Uno di Melisso.
Va aggiunto che i semi non sono solo infiniti di numero (e quindi considerati nel loro complesso per le loro infinite qualità), ma risultano infiniti anche se presi ciascuno singolarmente, ossia sono infiniti anche in quantità. Dunque non hanno limite in grandezza (sono inesauribili e possono aumentare all’infinito) e nemmeno nella piccolezza, perché possono essere divisi all'infinito, senza che la divisione possa arrivare al nulla (dato che il nulla non è). Forte di tale convinzione Anassagora afferma che si può dividere all'infinito qualsivoglia seme (qualsiasi sostanza-qualità) in parti sempre più piccole, e le parti che si otterranno saranno sempre della medesima qualità, le famose omeomerie.
Partendo da tali basi Anassagora costruisce la sua teoria cosmologica. Originariamente la totalità dell’essere è una mescolanza caotica (detta migma) in cui tutto era mescolato insieme e in cui sono contenuti tutti i principi (i semi) di cui saranno costituiti tutti i corpi. Su tale massa caotica interviene l’intelligenza ordinatrice, il nous, la quale è formata da materia più leggera e sottile risultando quindi separata dagli altri semi che ordina e governa. L’intelletto ordinatore determinò un movimento che produsse una ben ordinata mescolanza da cui scaturirono tutte le cose. Platone ed Aristotele, riflettendo su questo punto, riconobbero ad Anassagora il merito di aver introdotto nella natura un principio finalistico, introducendo tale concetto nell’ambito della ricerca filosofica.
Anassagora però andò oltre nelle sue riflessioni e affermò che ciascuna e tutte le cose sono ben ordinate mescolanze, in cui esistono tutti i semi di tutte le altre cose, anche se in misura piccolissima e variamente proporzionati. Operando sui semi il nous li ripartisce nelle varie cose in proporzioni diverse, in modo che in ogni punto del cosmo tutte le qualità siano sempre rappresentate (secondo la regola: tutto è in tutto), dando anche vita all’immagine di un universo infinito (con più mondi simili in tutto e per tutto alla terra). In tal modo il filosofo di Clazomene cercava anche di spiegare i fenomeni naturali di trasformazione e assimilazione. In pratica egli affermava: è la prevalenza di questo o di quest'altro seme che determina la differenza delle cose ed è per tale motivo che la focaccia (il grano), mangiata e assimilata, diventa capello, carne, osso e tutto il resto; perché nella focaccia ci sono i semi di capello, di carne, di osso e di tutto il resto (Anassagora afferma testualmente: "Come infatti potrebbe prodursi da ciò che non è capello il capello e la carne da ciò che non è carne?"). L’uomo non si accorge di ciò a causa della debolezza dei suoi sensi che gli permettono di cogliere solo le qualità dei semi quantitativamente prevalenti. Con tali concetti Anassagora tentava di salvare l'immobilità sia "quantitativa" sia "qualitativa", affermando che: nulla viene dal nulla né va nel nulla, ma tutto è nell'essere da sempre e per sempre, anche la qualità apparentemente più insignificante.
Ma le proprietà dell’intelletto non finiscono qui, è il nous che ordina il movimento degli astri, che non sono divinità ma “fuoco, terra e pietra”. L’intelletto ordinatore appare come un qualcosa di veramente innovativo, come l'intuizione di un principio che è una realtà infinita, separata da tutto il resto, la "più sottile" e "più pura" delle cose, uguale a se stessa, intelligente e sapiente. Con Anassagora ci avviciniamo alla scoperta dell’immateriale, tema che verrà ripreso da Platone ed Aristotele e che resta uno dei punti più controversi delle speculazioni filosofiche.
3. L’importanza del lavoro. Anassagora fu però anche uno spirito pratico, diede un grande impulso alla ricerca naturalistica, che egli fondò sull’esperienza, la memoria e la tecnica. La tradizione gli attribuisce anche la spiegazione razionale delle eclissi e della respirazione dei pesci, e ricerche sull’anatomia del cervello, di cui forse per primo intuì la funzione. Egli rivide anche la teoria della conoscenza affermando, al contrario di Empedocle, che la sensazione è prodotta negli uomini non dalle cose simili, ma da quelle dissimili. Gli uomini percepiscono il freddo con il caldo, il dolce con l’amaro, e ogni qualità con la qualità opposta; è solo l’assenza di una qualità determinata che ci consente di coglierla tramite i sensi quando essa si presenta nelle cose. Da qui la nota affermazione: il simile conosce il dissimile.
Anassagora considerò il lavoro e le attività tecniche come strumenti essenziali nella formazione degli uomini. Solo le conoscenze tecniche potevano garantire un autentico sapere, solo l’attività lavorativa rendeva l’uomo veramente tale. In un suo frammento (DK 59 A 102) Anassagora afferma: “L’uomo è il più intelligente degli animali in virtù del possesso delle mani”, si tratta di un’importante intuizione, sono l’esperienza e il lavoro che permettono all’uomo di raffinare le capacità mentali, senza tali attività le capacità umane rimarrebbero ad un livello molto basso. È attraverso le tecniche che l’uomo si fa uomo distinguendosi dagli animali ed elevandosi alla condizione di essere razionale.
Testi.
Da “Sulla natura” di Anassagora
Fr. 1 Diels-Kranz
Insieme erano tutte le cose, illimitate per quantità e per piccolezza, perché anche il piccolo era illimitato. Stando tutte assieme nessuna era discernibile a causa della piccolezza, su tutte predominava l’aria e l’etere, essendo entrambi illimitati, sono infatti queste nella massa totale le più grandi per quantità e per grandezza.
Fr. 2 Diels-Kranz
Perché l’aria e l’etere si separano dal molto che li avvolge e tale avvolgente è illimitato per quantità.
Fr. 3 Diels-Kranz
In effetti del piccolo non c’è il minimo ma sempre un più piccolo (infatti è impossibile che ciò che è non sia) ma anche del grande c’è sempre un più grande, e per quantità è uguale al piccolo e in rapporto a se stessa ogni cosa è grande e piccola.
Fr. 4 Diels-Kranz
Stando così queste cose, bisogna ritenere che molte cose e di ogni genere si trovino in tutto ciò che viene ad essere per agglomerazione e semi aventi forme, colori e gusti di ogni genere. E si condensarono uomini e tutti gli esseri viventi e quanti hanno sensibilità. E questi uomini hanno città abitate ed opere manufatte, come noi, ed essi hanno il Sole e la Luna e tutte le altre cose come noi, e la terra produce loro molte cose e di ogni genere, delle più utili delle quali fanno uso, dopo averle raccolte nelle loro dimore. Questo dunque ho detto sulla formazione per separazione, perché non solo da noi è possibile il processo di formazione, ma anche altrove.
Prima che queste cose si separassero, essendo insieme tutte le cose, non era distinguibile neppure alcun colore. Era infatti d'ostacolo la mescolanza di tutte le cose, dell'umido e dell'asciutto, del caldo e del freddo, del luminoso e dell'oscuro e di molta terra che vi si trovava, e dei semi illimitati in quantità, in nulla simili l'uno all'altro. Infatti neppure delle altre cose in nulla rassomiglia l'una all'altra. Stando così queste cose bisogna ritenere che nel tutto ci siano tutte le cose.
Fr. 5 Diels-Kranz
Una volta che queste cose si sono divise in tal modo, bisogna riconoscere che tutte le cose non sono né di meno né di più (perché non è possibile che siano più di tutte) ma tutte sempre uguali.
Fr. 11 Diels-Kranz
In ogni cosa c’è parte di ogni cosa, ad eccezione dell’intelletto, ma ci sono cose nelle quali c’è anche l’intelletto.
Fr. 12 Diels-Kranz:
Tutte le altre cose hanno parte di ogni cosa, ma l'intelletto è illimitato, indipendente e non mescolato ad alcuna cosa, ma sta sola in sé. Se infatti non stesse in sé, ma fosse mescolato a qualche cosa d'altro, parteciperebbe di tutte le cose, se fosse mescolato a qualcuna. In tutto si trova infatti parte di ogni cosa, come ho detto prima, e le cose mescolate gli sarebbero d'ostacolo, sì che non avrebbe potere su alcuna cosa, come lo ha stando solo in sé. È infatti la più sottile e più pura di tutte le cose e possiede piena conoscenza di tutto e ha grandissima forza. E quante cose hanno vita, le maggiori e le minori, tutte domina l'intelletto. E sull’intera rivoluzione l’intelletto ebbe potere sì da avviarne l’inizio. E per prima cosa ha dato inizio a tale rivolgimento dal piccolo, poi la rivoluzione diventa più grande e diventerà più grande. E le cose che si mischiano insieme si separano e si dividono, tutte l’intelletto ha conosciuto. E qualunque cosa doveva essere e qualunque fu che ora non è, e quante adesso sono e qualunque altra sarà, tutte l’intelletto ha ordinato, anche la rotazione in cui si rivolgono adesso gli astri, il sole, la luna, l’aria, l’etere che si vengono separando. Proprio questa rivoluzione li ha fatti separare e dal raro per separazione si forma il denso, dal freddo il caldo, dall’oscuro la luce, dall’umido al secco. In realtà molte cose hanno parte a molte cose. Ma nessuna si separa o si divide del tutto, l’una dall’altra, ad eccezione dell’intelletto. L’intelletto è tutto uguale, quello più grande e quello più piccolo. Nessun'altra cosa è simile ad altra, ma ognuna è ed era la cosa più appariscente che in essa sono in misura massima.
Fr. 13 Diels-Kranz
Dopo di che l’intelletto dette inizio al movimento, dal tutto che era mosso cominciarono a formarsi le cose per separazione e quello che l’intelletto aveva messo in movimento tutto si divise. E la rotazione di quanto era mosso e separato accresceva di molto il processo di separazione.
Fr. 17 Diels-Kranz
Ma del nascere e del morire non considerano correttamente i Greci: nessuna cosa infatti nasce e muore, ma a partire da cose che sono si produce un processo di composizione e divisione; così dunque dovrebbero correttamente chiamare il nascere comporsi e il morire dividersi.
(Clazomene ca 495 a.C. - Lampsaco ca 428 a.C. )
1.Vita e opere. Scrisse un trattato “Sulla Natura” di cui ci sono giunti 22 frammenti. Nei suoi scritti evidenti paiono le influenze di Anassimene, Parmenide, Zenone e, forse, di Empedocle. Di lui sappiamo che era già noto nel 462, per l’originalità delle sue teorie e che viaggiò molto prima di stabilirsi ad Atene, provenendo dalla Ionia, dove per primo parlò di filosofia e aprì una scuola dove insegnò per oltre trent’anni. Suoi allievi furono Euripide, Archelao e, si pensa, lo stesso Socrate.
Amico personale di Pericle fu coinvolto nelle vicissitudini del suo protettore. Nel 432 fu accusato di empietà e processato. Gli accusatori gli contestarono il fatto d’aver sostenuto dottrine sui corpi celesti contrarie alla tradizione e di aver negato l’esistenza degli dei. In realtà le motivazioni dell’accusa erano un mezzo per colpire lo stesso Pericle. Le accuse lanciate contro Anassagora erano una critica diretta alla politica democratica e da sempre aperta alle novità culturali promossa dal circolo di Pericle. Per tali motivi il filosofo fu obbligato a rifugiarsi a Lampsaco in Asia Minore, dove aprì un’altra scuola e dove morì.
2. La teoria dei semi. Anassagora è un filosofo pluralista, che propone come base dell'esistere delle piccole particelle dette “semi” (in greco spérmata, che Aristotele chiamò in seguito omeomerie = realtà che nella suddivisione danno sempre parti qualitativamente identiche, ma alcuni studiosi non escludono che il termine sia anassagoreo), le quali si aggregano e disgregano seguendo l'intervento di un principio intelligente o “Mente ordinatrice” (in greco Nous). Egli ammette, con Parmenide, l’omogeneità e l’unità del tutto, concetto che può essere espresso nella frase: nulla nasce o perisce, ma tutto si unisce o si separa, perché la totalità della cose è sempre uguale a se stessa. Ma non accetta che l’essere sia immobile e indeterminato. Anassagora afferma che tutto è in tutto, e cioè che ogni cosa o essere vivente contiene seppure in minima parte le particelle delle altre sostanze, e che “da tutto, tutto si genera”. Questa concezione gli permette di spiegare in modo non contraddittorio il divenire, in particolare il nascere e il morire, come sviluppo di qualità intrinseche e già esistenti e non come il crearsi o il distruggersi di nuove o vecchie qualità.
Osserviamo in maniera più approfondita le teorie di Anassagora, evidenziandone meglio le caratteristiche.
Affermando che il nascere e il morire non esistono realmente Anassagora accetta le tesi eleatiche, ma pensando all’universo come un qualcosa in perenne divenire occhieggia alle tesi eraclitee. Egli afferma che esistono delle "cose che sono", che, componendosi e scomponendosi, danno origine al nascere e al morire di tutte le cose; questi principi però non possono essere solo le quattro radici di Empedocle. I quattro elementi: Acqua, aria, terra e fuoco non sono sufficienti a spiegare le innumerevoli qualità che si manifestano nei fenomeni. È dunque ovvio che gli elementi da cui derivano tutte le cose dovranno essere tanti quante sono le innumerevoli quantità delle cose stesse, cioè "semi aventi forme, colori e gusti di ogni genere", vale a dire infinitamente vari. Sono proprio questi semi l'originario qualitativo che Anassagora ci propone eleaticamente non solo perché è ingenerabile (eterno), ma anche perché è immutabile (nessuna qualità si trasforma nell'altra, essendo appunto originaria). Insomma tali infiniti originari sono pensati con le stesse caratteristiche dell'Uno di Melisso.
Va aggiunto che i semi non sono solo infiniti di numero (e quindi considerati nel loro complesso per le loro infinite qualità), ma risultano infiniti anche se presi ciascuno singolarmente, ossia sono infiniti anche in quantità. Dunque non hanno limite in grandezza (sono inesauribili e possono aumentare all’infinito) e nemmeno nella piccolezza, perché possono essere divisi all'infinito, senza che la divisione possa arrivare al nulla (dato che il nulla non è). Forte di tale convinzione Anassagora afferma che si può dividere all'infinito qualsivoglia seme (qualsiasi sostanza-qualità) in parti sempre più piccole, e le parti che si otterranno saranno sempre della medesima qualità, le famose omeomerie.
Partendo da tali basi Anassagora costruisce la sua teoria cosmologica. Originariamente la totalità dell’essere è una mescolanza caotica (detta migma) in cui tutto era mescolato insieme e in cui sono contenuti tutti i principi (i semi) di cui saranno costituiti tutti i corpi. Su tale massa caotica interviene l’intelligenza ordinatrice, il nous, la quale è formata da materia più leggera e sottile risultando quindi separata dagli altri semi che ordina e governa. L’intelletto ordinatore determinò un movimento che produsse una ben ordinata mescolanza da cui scaturirono tutte le cose. Platone ed Aristotele, riflettendo su questo punto, riconobbero ad Anassagora il merito di aver introdotto nella natura un principio finalistico, introducendo tale concetto nell’ambito della ricerca filosofica.
Anassagora però andò oltre nelle sue riflessioni e affermò che ciascuna e tutte le cose sono ben ordinate mescolanze, in cui esistono tutti i semi di tutte le altre cose, anche se in misura piccolissima e variamente proporzionati. Operando sui semi il nous li ripartisce nelle varie cose in proporzioni diverse, in modo che in ogni punto del cosmo tutte le qualità siano sempre rappresentate (secondo la regola: tutto è in tutto), dando anche vita all’immagine di un universo infinito (con più mondi simili in tutto e per tutto alla terra). In tal modo il filosofo di Clazomene cercava anche di spiegare i fenomeni naturali di trasformazione e assimilazione. In pratica egli affermava: è la prevalenza di questo o di quest'altro seme che determina la differenza delle cose ed è per tale motivo che la focaccia (il grano), mangiata e assimilata, diventa capello, carne, osso e tutto il resto; perché nella focaccia ci sono i semi di capello, di carne, di osso e di tutto il resto (Anassagora afferma testualmente: "Come infatti potrebbe prodursi da ciò che non è capello il capello e la carne da ciò che non è carne?"). L’uomo non si accorge di ciò a causa della debolezza dei suoi sensi che gli permettono di cogliere solo le qualità dei semi quantitativamente prevalenti. Con tali concetti Anassagora tentava di salvare l'immobilità sia "quantitativa" sia "qualitativa", affermando che: nulla viene dal nulla né va nel nulla, ma tutto è nell'essere da sempre e per sempre, anche la qualità apparentemente più insignificante.
Ma le proprietà dell’intelletto non finiscono qui, è il nous che ordina il movimento degli astri, che non sono divinità ma “fuoco, terra e pietra”. L’intelletto ordinatore appare come un qualcosa di veramente innovativo, come l'intuizione di un principio che è una realtà infinita, separata da tutto il resto, la "più sottile" e "più pura" delle cose, uguale a se stessa, intelligente e sapiente. Con Anassagora ci avviciniamo alla scoperta dell’immateriale, tema che verrà ripreso da Platone ed Aristotele e che resta uno dei punti più controversi delle speculazioni filosofiche.
3. L’importanza del lavoro. Anassagora fu però anche uno spirito pratico, diede un grande impulso alla ricerca naturalistica, che egli fondò sull’esperienza, la memoria e la tecnica. La tradizione gli attribuisce anche la spiegazione razionale delle eclissi e della respirazione dei pesci, e ricerche sull’anatomia del cervello, di cui forse per primo intuì la funzione. Egli rivide anche la teoria della conoscenza affermando, al contrario di Empedocle, che la sensazione è prodotta negli uomini non dalle cose simili, ma da quelle dissimili. Gli uomini percepiscono il freddo con il caldo, il dolce con l’amaro, e ogni qualità con la qualità opposta; è solo l’assenza di una qualità determinata che ci consente di coglierla tramite i sensi quando essa si presenta nelle cose. Da qui la nota affermazione: il simile conosce il dissimile.
Anassagora considerò il lavoro e le attività tecniche come strumenti essenziali nella formazione degli uomini. Solo le conoscenze tecniche potevano garantire un autentico sapere, solo l’attività lavorativa rendeva l’uomo veramente tale. In un suo frammento (DK 59 A 102) Anassagora afferma: “L’uomo è il più intelligente degli animali in virtù del possesso delle mani”, si tratta di un’importante intuizione, sono l’esperienza e il lavoro che permettono all’uomo di raffinare le capacità mentali, senza tali attività le capacità umane rimarrebbero ad un livello molto basso. È attraverso le tecniche che l’uomo si fa uomo distinguendosi dagli animali ed elevandosi alla condizione di essere razionale.
Testi.
Da “Sulla natura” di Anassagora
Fr. 1 Diels-Kranz
Insieme erano tutte le cose, illimitate per quantità e per piccolezza, perché anche il piccolo era illimitato. Stando tutte assieme nessuna era discernibile a causa della piccolezza, su tutte predominava l’aria e l’etere, essendo entrambi illimitati, sono infatti queste nella massa totale le più grandi per quantità e per grandezza.
Fr. 2 Diels-Kranz
Perché l’aria e l’etere si separano dal molto che li avvolge e tale avvolgente è illimitato per quantità.
Fr. 3 Diels-Kranz
In effetti del piccolo non c’è il minimo ma sempre un più piccolo (infatti è impossibile che ciò che è non sia) ma anche del grande c’è sempre un più grande, e per quantità è uguale al piccolo e in rapporto a se stessa ogni cosa è grande e piccola.
Fr. 4 Diels-Kranz
Stando così queste cose, bisogna ritenere che molte cose e di ogni genere si trovino in tutto ciò che viene ad essere per agglomerazione e semi aventi forme, colori e gusti di ogni genere. E si condensarono uomini e tutti gli esseri viventi e quanti hanno sensibilità. E questi uomini hanno città abitate ed opere manufatte, come noi, ed essi hanno il Sole e la Luna e tutte le altre cose come noi, e la terra produce loro molte cose e di ogni genere, delle più utili delle quali fanno uso, dopo averle raccolte nelle loro dimore. Questo dunque ho detto sulla formazione per separazione, perché non solo da noi è possibile il processo di formazione, ma anche altrove.
Prima che queste cose si separassero, essendo insieme tutte le cose, non era distinguibile neppure alcun colore. Era infatti d'ostacolo la mescolanza di tutte le cose, dell'umido e dell'asciutto, del caldo e del freddo, del luminoso e dell'oscuro e di molta terra che vi si trovava, e dei semi illimitati in quantità, in nulla simili l'uno all'altro. Infatti neppure delle altre cose in nulla rassomiglia l'una all'altra. Stando così queste cose bisogna ritenere che nel tutto ci siano tutte le cose.
Fr. 5 Diels-Kranz
Una volta che queste cose si sono divise in tal modo, bisogna riconoscere che tutte le cose non sono né di meno né di più (perché non è possibile che siano più di tutte) ma tutte sempre uguali.
Fr. 11 Diels-Kranz
In ogni cosa c’è parte di ogni cosa, ad eccezione dell’intelletto, ma ci sono cose nelle quali c’è anche l’intelletto.
Fr. 12 Diels-Kranz:
Tutte le altre cose hanno parte di ogni cosa, ma l'intelletto è illimitato, indipendente e non mescolato ad alcuna cosa, ma sta sola in sé. Se infatti non stesse in sé, ma fosse mescolato a qualche cosa d'altro, parteciperebbe di tutte le cose, se fosse mescolato a qualcuna. In tutto si trova infatti parte di ogni cosa, come ho detto prima, e le cose mescolate gli sarebbero d'ostacolo, sì che non avrebbe potere su alcuna cosa, come lo ha stando solo in sé. È infatti la più sottile e più pura di tutte le cose e possiede piena conoscenza di tutto e ha grandissima forza. E quante cose hanno vita, le maggiori e le minori, tutte domina l'intelletto. E sull’intera rivoluzione l’intelletto ebbe potere sì da avviarne l’inizio. E per prima cosa ha dato inizio a tale rivolgimento dal piccolo, poi la rivoluzione diventa più grande e diventerà più grande. E le cose che si mischiano insieme si separano e si dividono, tutte l’intelletto ha conosciuto. E qualunque cosa doveva essere e qualunque fu che ora non è, e quante adesso sono e qualunque altra sarà, tutte l’intelletto ha ordinato, anche la rotazione in cui si rivolgono adesso gli astri, il sole, la luna, l’aria, l’etere che si vengono separando. Proprio questa rivoluzione li ha fatti separare e dal raro per separazione si forma il denso, dal freddo il caldo, dall’oscuro la luce, dall’umido al secco. In realtà molte cose hanno parte a molte cose. Ma nessuna si separa o si divide del tutto, l’una dall’altra, ad eccezione dell’intelletto. L’intelletto è tutto uguale, quello più grande e quello più piccolo. Nessun'altra cosa è simile ad altra, ma ognuna è ed era la cosa più appariscente che in essa sono in misura massima.
Fr. 13 Diels-Kranz
Dopo di che l’intelletto dette inizio al movimento, dal tutto che era mosso cominciarono a formarsi le cose per separazione e quello che l’intelletto aveva messo in movimento tutto si divise. E la rotazione di quanto era mosso e separato accresceva di molto il processo di separazione.
Fr. 17 Diels-Kranz
Ma del nascere e del morire non considerano correttamente i Greci: nessuna cosa infatti nasce e muore, ma a partire da cose che sono si produce un processo di composizione e divisione; così dunque dovrebbero correttamente chiamare il nascere comporsi e il morire dividersi.
Empedocle
Empedocle
Agrigento nato intorno al 484/481 a.C. e morto intorno al 424/421 a.C
1. Vita e opere. Empedocle nacque ad Agrigento, fu filosofo, mistico, medico e godette fama di taumaturgo. Della sua vita conosciamo poco, fu a capo della fazione democratica di Agrigento, per un certo periodo fu esiliato nel Peloponneso. Uomo dalla grande personalità seppe conquistarsi una notevole fama, si narra che gruppi di discepoli lo accompagnassero ovunque. Intorno alla sua figura fiorirono numerose leggende, sembra che molti lo considerassero una divinità e che lui stesso contribuisse ad accreditare tale fama. Leggendaria è anche la sua fine che diede addito a numerose storie, fra esse famosa sono quella che lo vorrebbe morto durante un'eruzione dell'Etna (ma i suoi detrattori affermavano che lui stesso si fosse gettato in una bocca del vulcano per far sparire il suo corpo, tradito però dal fatto che nei pressi del luogo della sua scomparsa sarebbe stato ritrovato un calzare) e quella che lo vorrebbe trasportato in cielo tra gli dei su di un carro alato.
2. Pensiero ed opere. Espose le sue dottrine in versi come già aveva fatto Parmenide, una scelta che nell’antichità fu seguita poi solo da Lucrezio (con il noto poema De rerum natura, dove per altro compare un famoso elogio dedicato proprio al filosofo agrigentino). Delle sue opere ci sono rimasti circa 40 versi di un poema Sulla natura e 120 versi di un altro poema, Le purificazioni o Carme lustrale, quest'ultimo di contenuto religioso e misterico, con forti influenze orfiche.
Empedocle è il filosofo presofista di cui ci sono pervenuti il maggior numero di frammenti dei suoi scritti, nonostante ciò l’interpretazione del suo pensiero è considerata dagli studiosi tra le più difficili e controverse. In particolare si è cercato di chiarire il legame tra i due poemi i cui contenuti (naturalistico il primo, religioso il secondo) appaiono a molti difficilmente conciliabili. Alcuni studiosi (come E. Zeller e E. Bignone) hanno basato le loro analisi su talune interpretazioni cristiane, ponendo nelle antiche filosofie greche le eresie gnostiche, partendo da tale punto di vista essi hanno ipotizzato che la cosmologia empedoclea dovesse essere vista come una sorta di escatologia segreta, anticipatrice della fase mistico-religiosa, cioè orfica.
Più credibile appaiono interpretazioni basate sulle testimonianze più antiche (e tradizionali), risalenti principalmente a Simplicio, che mettono in mostra la connessione delle teorie di Empedocle con i problemi della scuola eleatica. Tali ipotesi di studio sono state proposte in particolare da; J. Bollack, G. Calogero, G. Reale, C. Ramnoux.
D’altronde sono numerosi i richiami alla teoria parmenidea negli scritti di Empedocle, giustamente famosi sono i frammenti 8 e 11 (Diels-Kranz): “Un’altra cosa ti dirò: non c’è alcuna nascita, né alcuna fine dovuta a morte funesta, ma solo mescolanze e cambiamenti di cose frammiste, che gli uomini chiamano nascita” e “Stolti! Siccome non hanno pensieri di ampia veduta, essi credono che possa nascere ciò che prima non era o che qualcosa possa perire e andare completamente distrutta”.
Proprio da tali scritti sappiamo che il filosofo di Agrigento riconosce la necessità e l’eternità dell’essere, ma egli cerca anche, con grande originalità, di conciliare tale posizione con il divenire, quel perenne mutamento che l’esperienza ci dimostra.
3. Le quattro radici e le due forze. Empedocle dice che alla base della vita ci sono le quattro radici (rhizomata) eterne della realtà, ovverosia quelli che in seguito verranno chiamati quattro elementi: fuoco, acqua, aria (o etere) e terra. Esse in origine si trovano riunite in uno sfero dove nessun elemento prevale sugli altri, le due forze opposte (secondo il principio del contrasto delineato da Eraclito) di Amore e Odio operando sugli elementi li disgregano e generano la vita, il procedimento dà origine, in tal modo, ad un ciclo cosmico tendente a far prevalere l'amore, ma dove l'azione delle due forze è eterna aggregazione e disgregazione. Empedocle identifica le quattro radici con Zeus, Era, Edomeo e Nesti, essi sono i principi (archái) già presentati dagli ionici, ma mentre per quei filosofi il principio era in perenne trasformazione qualitativa, diventando in tal modo tutte le cose, le radice pensate dal filosofo agrigentino restano qualitativamente inalterate. Proprio questa è la grande novità di Empedocle, l’aver affermato l'inalterabilità qualitativa e l'intrasformabilità dei principi.
Nasce così la nozione di elemento, cioè di qualcosa di originario e di qualitativamente immutabile, capace solo di unirsi e separarsi spazialmente e meccanicamente rispetto ad altro. Per giungere a tale nozione la filosofia greca aveva avuto bisogno dell'esperienza eleatica, la quale aveva creato la necessità di superare le difficoltà incontrate da essa.
È grazie ad Empedocle che nasce la cosiddetta concezione pluralistica, una visione che supera il monismo degli Ionici e il monismo degli Eleati grazie alle nuove caratteristiche degli archái, principi eternamente esistenti, mossi, come già detto, da due forze tra loro in lotta.
Ovviamente, per Empedocle, le due forze cosmiche Amore o Amicizia (dette anche Afrodite o Pihlìa) e Odio o Discordia (Neikos, che in greco significa combattimento, conflitto) sono divine.
Tali forze, secondo alterna vicenda, predominano l'una sull'altra per periodi di tempo costanti determinati dal destino e tendono a congiungere o a separare i quattro elementi, l’Amore come attrazione del dissimile, l’Odio come separazione del simile. Quando predomina l'Amore gli elementi si raccolgono in unità generando un puro e perfetto sfero (la scelta di tale figura sarebbe, secondo alcuni studiosi, un chiaro riferimento all’essere eleatico), dove regna la condizione della perfetta e indifferenziata armonia e amicizia. Ma anche in tale perfezione è sempre presente l’Odio, che inizia la sua opera sciogliendo via via la totale composizione dello sfero, sino a giungere al dominio assoluto del caos, del disordine. Ma anche in tale totale desolazione l’Amore è presente, e interviene iniziando a ricongiungere ciò che l’Odio ha separato. Se ne deduce che il cosmo non nasce quando prevale l'Amore, perché il totale prevalere di questa forza fa sì che gli elementi si raccolgano insieme a formare una compatta unità, né quando prevale l'Odio, perché in tal caso gli elementi sono del tutto separati. È proprio nel corso della loro ciclica contesa, e nelle conseguenti fasi intermedie, che le due forze danno vita al cosmo, cioè alla condizione in cui compaiono la vita e le cose in tutte le loro varietà. Dunque il mondo è formato dalle parziali congiunzioni e disgiunzioni operate dalle due forze divine e Il momento della perfezione si ha non nella costituzione del cosmo, ma nella costituzione dello Sfero.
Con tali argomentazioni Empedocle ritiene di aver spiegato le cause che stanno dietro all’origine del tutto, infatti i quattro elementi e le due forze che li muovono spiegano anche la conoscenza, la quale è possibile grazie al principio: “il simile si conosce con il suo simile”. Nei suoi versi il filosofo afferma: “Noi conosciamo la terra con la terra, l’acqua con l’acqua, l’aria con l’aria, il fuoco distruttore con il fuoco, l’amore con l’amore e l’odio con l’odio” (fr. 109).
4. La teoria degli effluvi. Empedocle dedicò allo studio dei fenomeni naturali (dalla botanica alla zoologia e alla fisiologia) molto tempo, giungendo a formulare osservazioni molto interessanti sulla costituzione degli organismi, sui loro processi vitali, espresse inoltre originali concezioni sulla evoluzione degli organismi viventi,sulla circolazione del sangue, in cui transiterebbero i pensieri che troverebbero nel cuore la loro sede. Tale tesi godette molto credito nell’antichità ed ispirò le successive scuole di medicina.
Per gli uomini, e similmente per gli animali, la conoscenza avviene attraverso i sensi, infatti le cose tutte emanano degli efflussi o effluvi che passando attraverso i pori colpiscono gli organi dei sensi e determinano il contatto e il riconoscimento, tale riconoscimento avviene tramite quella legge fisica che vuole che le parti simili dei nostri organi riconoscono le parti simili degli effluvi provenienti dalle cose. Nella percezione visiva il processo è invece inverso, e gli effluvi partono dagli occhi; ma resta sempre valido il principio che il simile conosce il simile.
5. Il Poema lustrale. Proprio nella dottrina dell’evoluzione e della trasformazione di tutti gli esseri è possibile trovare il punto di congiunzione tra i due poemi di Empedocle. Nel Poema lustrale l’agrigentino si appropria delle concezioni orfiche, presentandosi come profeta e messaggero delle medesime. Empedocle riprende la teoria della metempsicosi, afferma che l'anima dell'uomo è un demone che è stato bandito dall'Olimpo a causa di una sua colpa originaria, e gettato, per legge necessaria di giustizia, in balia del ciclo delle reincarnazioni Gli esseri viventi scontano i loro delitti e le loro colpe proprio con questo perenne nascere e morire, tale teoria appare chiara nei versi, contenuti nei frammenti 117 e 119, riferiti a se stesso: “Sono stato un tempo fanciullo e fanciulla, arbusto e uccello e muto pesce del mare”, e “Da quali onori, da quali altezze di felicità sono caduto per errare qui sulla terra tra i mortali”.
Solo gli uomini che sapranno purificarsi potranno liberarsi da tale perenne condanna, per poterlo fare essi dovranno seguire gli insegnamenti che il poema indica, chi riuscirà in tale impresa tornerà a dimorare tra gli dei, divino tra i divini, avendo (fr. 147) “tra gli immortali comune dimora e mensa, libero da umani dolori, indenne ed inviolato”.
Fisica, mistica e teologia nel pensiero di Empedocle sono diverse facce di una stessa realtà. Divine sono le quattro "radici",divine sono le forze di Amore e Odio; Dio è lo Sfero; demoni sono le anime, che, come tutto il resto, sono costituite dagli elementi e dalle forze cosmiche.
Forti di queste considerazioni finali possiamo affermare che fra i due poemi empedoclei, contrariamente a quanto molti hanno pensato e scritto, c'è unità d'ispirazione e non contrapposizione fra dimensione "fisica" e dimensione "mistica". Appare dunque sciolta l’apparente inconciliabilità.
Nei versi qui sotto riportati appare in maniera molto chiara il pensiero di Empedocle.
Da Sulla natura, di Empedocle, frr. 131, 7, 19, 16
Protasi
Se mai per qualcuno degli effimeri tu, musa immortale,
hai voluto visitare le umane prove del pensiero,
allorché ti pregarono, sii anche ora presente, o Calliope,
mentre espongo il mio giusto ragionamento sopra gli dei felici
e in mezzo porterò questo tema delle radici non generate,
il fuoco e l’acqua e la terra e l’aria
che mai non hanno inizio ne hanno termine
e l’odio rovinoso da parte e la concordia conciliatrice.
Di qui tutte le cose che furono e saranno, e le cose che sono,
gli uomini e le bestie e i pesci e le piante
perché, quanto esisteva prima, anche esiste sempre, né mai per causa di uno solo
di entrambi, il tempo infinito resterà deserto…
Frr. 6, 109, 107, 108, 89, 105
Esordio
Ascolta prima i quattro nomi che sono le radici del tutto:
lo splendente Zeus ed Era l’altrice, ed Edomeo e Nesti,
che inonda di lacrime la vasca umana.
Con la terra infatti noi conosciamo la terra, e l’acqua con l’acqua,
e l’aria con l’aria, e con il fuoco tremendo il fuoco,
e l’amore vediamo con l’amore e l’odio funesto con l’odio;
perché con i mezzi, che compongono armonicamente tutte le cose del mondo,
con quelli pensano gli uomini, e si rallegrano e si angustiano,
e poi quando diversi cambiamenti hanno subito, tante diverse immagini,
ogni volta, anche il pensiero suggerisce loro in sogno.
A tutti i corpi generati, infatti, appartengono effluvi,
che nei gorghi del sangue sono incamminati, e quando il sangue li vede di contro
è questo il modo che dagli uomini è chiamato pensiero.
Dunque il sangue che circola nel cuore, questo è per gli uomini il pensiero.
Frr. 8, 9, 10, 11, 15
E un'altra cosa ti dirò, che non esiste generazione per nessuno
di tutti i mortali, né un termine di morte che li distrugge;
esiste solo mescolanza di elementi e separazione di elementi
mischiati, ma questo gli uomini lo chiamano generazione.
Quando furono mischiati gli elementi in forma d’uomo al lume etereo,
o nella specie delle fiere campestri o degli alberi
o degli uccelli, questo gli uomini credono che sia il generarsi,
e quando gli elementi si dissolvono, allora questo era per loro il [fato crudele].
Così danno i nomi come è stato stabilito, e a questa norma io pure acconsento
Ma gli uomini temono la morte come vendicatrice
Questi ingenui!, non dimostrano certo un ingegno acuto con i loro affanni,
se si aspettano che si crei ciò che prima non esiste,
o che qualcosa possa perire del tutto e distruggersi totalmente. (…)
Un uomo saggio non può concepire nella sua mente un pensiero simile,
che fino a quando gli uomini vivono quella che chiamano appunto la loro esistenza,
fino a quel momento credono di esistere, quando miserie e conforti stanno accanto a loro;
ma invece di non esistere affatto, prima d'essere costruiti e dopo di venire dissolti.
Frr. 21, 23
[...] Durante l'odio tutto è distorto e contrastante,
ma poi durante l'amore si sono accostati, e gli uni con gli altri si bramano
gli elementi da cui risultano tutte le cose che furono e che sono, e che saranno in avvenire;
e gli alberi sono germinati, e gli uomini e le donne,
e le fiere e gli uccelli, ed i pesci che vivono nell'acqua,
ed anche i numi longevi di rango eccelso.
Sono soltanto quelli, infatti, gli elementi che esistono, e correndo gli uni attraverso gli altri
diventano corpi di ogni genere; questo appunto, che esiste, la mescolanza tramuta,
come quando i pittori illustrano le variopinte pareti,
essendo esperti nel mestiere per la loro intelligenza:
quando con le mani hanno afferrato le svariate tinture,
che mischiano in armonia, quali in maggior misura e quali in minore,
con questi colori essi foggiano figure somiglianti a tutto,
e costruiscono gli alberi e gli uomini e le donne,
e le fiere e gli uccelli, ed i pesci che vivono nell'acqua,
ed anche i numi longevi di rango eccelso.
Pertanto, non prevalga nell'animo tuo l'inganno, che da altra origine
sia la fonte dei corpi mortali, che ora sono manifesti e si producono all'infinito.
Governano a turno mentre il ciclo si svolge,
e gli uni negli altri finiscono e crescono secondo il turno che spetta.
Perché soltanto questi esistono, e trascorrendo gli uni negli altri
diventano gli uomini e le stirpi di varie fiere,
a volte per la concordia concorrendo in un unico cosmo,
e a volte poi ciascuno per suo conto trascinato dalla disfida dell'astio,
fino a che, conglobandosi il cosmo, il tutto unico di là ne emerga.
In tale modo, in quanto l'uno ha imparato a generarsi da più,
e poi risultano di nuovo più quando l'uno si disfa,
perciò sono in divenire e non è stabile la loro eterna vita;
e in quanto questi non finiscono mai mutandosi di continuo,
perciò in eterno sono questi esseri inamovibili, dentro il ciclo.
Frr. 17, 13, 14
[...] Così non finiscono mai questi elementi che si permutano di continuo,
a volte concorrendo tutti quanti nell'uno per la concordia,
a volte poi dalla disfida dell'odio ciascuno per vie distinte trasportato.
E in quanto risultano di nuovo più, quando l'uno si disfa,
perciò sono in divenire, e non è stabile la loro eterna vita;
e in quanto non finiscono giammai tramutandosi di continuo,
perciò in eterno sono questi esseri inamovibili dentro il ciclo.
Ora ascolta queste parole, perché la dottrina t'incrementa l'animo.
Come ho già prima annunciato definendo i confini del mio discorso,
il duplice argomento dirò, perché una volta si accresce l'uno da più elementi
sì da esistere solo, l'altra volta poi si disfa, sì che più esistono dall'uno:
il fuoco, e l'acqua, e la terra, e dell'aria il dolce culmine,
e l'odio rovinoso, da parte, commisurato all'intera massa di quelli,
e la concordia, equivalente ad essi per tutta l'altezza e la larghezza.
Ma la concordia, tu mirala con la mente; non rimanere stupefatto con gli occhi.
Anche in mortali membra si ritiene ch'essa si generi,
ed è così che la gente nutre pensieri affettuosi, e compie azioni amorose,
chiamandola con i nomi di Gioia e di Afrodite; ma nessuno degli uomini mortali
ha imparato che turbina con tanta massa degli elementi.
Senti bene, perciò, il seguito non ingannevole del mio discorso.
Questi fattori si equivalgono tutti, ed hanno eguale età,
ma ognuno possiede il proprio rango, ognuno ha l'indole propria,
ed a vicenda comandano durante il tempo trascorrente.
Oltre a questi, poi, non si aggiunge nulla, e nulla neppure finisce.
Se infatti perissero nella successione del tempo, già più non ci sarebbero.
Oppure questo che è il tutto sarebbe aumentato: ma con che cosa, che pure arrivi da qualche parte?
Nel tutto non c'è un posto che sia vuoto: da dove, dunque, qualcosa può sopraggiungere?
Né poi c'è nulla di vuoto, quando sussiste l'uno, né nulla di soverchio.
E allora, come può qualcosa anche venire a mancare, quando al di là di tutto questo non c'è nulla abbandonato?
Inoltre esistono solo questi elementi, e gli uni trascorrendo attraverso gli altri
si presentano via via in corpi diversi, ma sempre uguali a sé permangono perpetuamente.
Dal Poema lustrale di Empedocle , fr. 114
O amici, so bene che verità alberga negli argomenti
Che ora voglio esporre, ma molto travagliato e sospettoso
è il passaggio della convinzione dentro l’animo umano. (…)
Fr.119 Diels Kranz
Vaticinio è del Fato, decreto antico dei Numi,
sempiterno, con ampi giuramenti suggellato,
che se alcuno le membra insozzi di sangue colpevole,
o spergiuri empio, seguendo la Contesa,
(alcuno dei demoni che ebbero in sorte vita longeva)
errando vada dai beati per tre volte dieci mila stagioni,
e rinascendo nel tempo in ogni forma di esseri mortali,
muti le dogliose vie della vita.
Perché la possa dell'etere li tuffa nel mare,
il mare sulla terra li sputa, la terra nelle vampe
del sole fulgente, che li lancia nei vortici dell'etere:
l'uno dall'altro li accoglie e tutti li odiano.
Uno d'essi sono ora anch'io, fuggiasco dagli dèi ed errante,
perché fede prestai alla furente Contesa...
Perché fui un tempo fanciullo e fanciulla,
arbusto ed uccello e muto pesce del mare.
Da quale onore e da quanta ampiezza di felicità,
qui fra i mortali m'aggiro, bandito dall'Olimpo!
Agrigento nato intorno al 484/481 a.C. e morto intorno al 424/421 a.C
1. Vita e opere. Empedocle nacque ad Agrigento, fu filosofo, mistico, medico e godette fama di taumaturgo. Della sua vita conosciamo poco, fu a capo della fazione democratica di Agrigento, per un certo periodo fu esiliato nel Peloponneso. Uomo dalla grande personalità seppe conquistarsi una notevole fama, si narra che gruppi di discepoli lo accompagnassero ovunque. Intorno alla sua figura fiorirono numerose leggende, sembra che molti lo considerassero una divinità e che lui stesso contribuisse ad accreditare tale fama. Leggendaria è anche la sua fine che diede addito a numerose storie, fra esse famosa sono quella che lo vorrebbe morto durante un'eruzione dell'Etna (ma i suoi detrattori affermavano che lui stesso si fosse gettato in una bocca del vulcano per far sparire il suo corpo, tradito però dal fatto che nei pressi del luogo della sua scomparsa sarebbe stato ritrovato un calzare) e quella che lo vorrebbe trasportato in cielo tra gli dei su di un carro alato.
2. Pensiero ed opere. Espose le sue dottrine in versi come già aveva fatto Parmenide, una scelta che nell’antichità fu seguita poi solo da Lucrezio (con il noto poema De rerum natura, dove per altro compare un famoso elogio dedicato proprio al filosofo agrigentino). Delle sue opere ci sono rimasti circa 40 versi di un poema Sulla natura e 120 versi di un altro poema, Le purificazioni o Carme lustrale, quest'ultimo di contenuto religioso e misterico, con forti influenze orfiche.
Empedocle è il filosofo presofista di cui ci sono pervenuti il maggior numero di frammenti dei suoi scritti, nonostante ciò l’interpretazione del suo pensiero è considerata dagli studiosi tra le più difficili e controverse. In particolare si è cercato di chiarire il legame tra i due poemi i cui contenuti (naturalistico il primo, religioso il secondo) appaiono a molti difficilmente conciliabili. Alcuni studiosi (come E. Zeller e E. Bignone) hanno basato le loro analisi su talune interpretazioni cristiane, ponendo nelle antiche filosofie greche le eresie gnostiche, partendo da tale punto di vista essi hanno ipotizzato che la cosmologia empedoclea dovesse essere vista come una sorta di escatologia segreta, anticipatrice della fase mistico-religiosa, cioè orfica.
Più credibile appaiono interpretazioni basate sulle testimonianze più antiche (e tradizionali), risalenti principalmente a Simplicio, che mettono in mostra la connessione delle teorie di Empedocle con i problemi della scuola eleatica. Tali ipotesi di studio sono state proposte in particolare da; J. Bollack, G. Calogero, G. Reale, C. Ramnoux.
D’altronde sono numerosi i richiami alla teoria parmenidea negli scritti di Empedocle, giustamente famosi sono i frammenti 8 e 11 (Diels-Kranz): “Un’altra cosa ti dirò: non c’è alcuna nascita, né alcuna fine dovuta a morte funesta, ma solo mescolanze e cambiamenti di cose frammiste, che gli uomini chiamano nascita” e “Stolti! Siccome non hanno pensieri di ampia veduta, essi credono che possa nascere ciò che prima non era o che qualcosa possa perire e andare completamente distrutta”.
Proprio da tali scritti sappiamo che il filosofo di Agrigento riconosce la necessità e l’eternità dell’essere, ma egli cerca anche, con grande originalità, di conciliare tale posizione con il divenire, quel perenne mutamento che l’esperienza ci dimostra.
3. Le quattro radici e le due forze. Empedocle dice che alla base della vita ci sono le quattro radici (rhizomata) eterne della realtà, ovverosia quelli che in seguito verranno chiamati quattro elementi: fuoco, acqua, aria (o etere) e terra. Esse in origine si trovano riunite in uno sfero dove nessun elemento prevale sugli altri, le due forze opposte (secondo il principio del contrasto delineato da Eraclito) di Amore e Odio operando sugli elementi li disgregano e generano la vita, il procedimento dà origine, in tal modo, ad un ciclo cosmico tendente a far prevalere l'amore, ma dove l'azione delle due forze è eterna aggregazione e disgregazione. Empedocle identifica le quattro radici con Zeus, Era, Edomeo e Nesti, essi sono i principi (archái) già presentati dagli ionici, ma mentre per quei filosofi il principio era in perenne trasformazione qualitativa, diventando in tal modo tutte le cose, le radice pensate dal filosofo agrigentino restano qualitativamente inalterate. Proprio questa è la grande novità di Empedocle, l’aver affermato l'inalterabilità qualitativa e l'intrasformabilità dei principi.
Nasce così la nozione di elemento, cioè di qualcosa di originario e di qualitativamente immutabile, capace solo di unirsi e separarsi spazialmente e meccanicamente rispetto ad altro. Per giungere a tale nozione la filosofia greca aveva avuto bisogno dell'esperienza eleatica, la quale aveva creato la necessità di superare le difficoltà incontrate da essa.
È grazie ad Empedocle che nasce la cosiddetta concezione pluralistica, una visione che supera il monismo degli Ionici e il monismo degli Eleati grazie alle nuove caratteristiche degli archái, principi eternamente esistenti, mossi, come già detto, da due forze tra loro in lotta.
Ovviamente, per Empedocle, le due forze cosmiche Amore o Amicizia (dette anche Afrodite o Pihlìa) e Odio o Discordia (Neikos, che in greco significa combattimento, conflitto) sono divine.
Tali forze, secondo alterna vicenda, predominano l'una sull'altra per periodi di tempo costanti determinati dal destino e tendono a congiungere o a separare i quattro elementi, l’Amore come attrazione del dissimile, l’Odio come separazione del simile. Quando predomina l'Amore gli elementi si raccolgono in unità generando un puro e perfetto sfero (la scelta di tale figura sarebbe, secondo alcuni studiosi, un chiaro riferimento all’essere eleatico), dove regna la condizione della perfetta e indifferenziata armonia e amicizia. Ma anche in tale perfezione è sempre presente l’Odio, che inizia la sua opera sciogliendo via via la totale composizione dello sfero, sino a giungere al dominio assoluto del caos, del disordine. Ma anche in tale totale desolazione l’Amore è presente, e interviene iniziando a ricongiungere ciò che l’Odio ha separato. Se ne deduce che il cosmo non nasce quando prevale l'Amore, perché il totale prevalere di questa forza fa sì che gli elementi si raccolgano insieme a formare una compatta unità, né quando prevale l'Odio, perché in tal caso gli elementi sono del tutto separati. È proprio nel corso della loro ciclica contesa, e nelle conseguenti fasi intermedie, che le due forze danno vita al cosmo, cioè alla condizione in cui compaiono la vita e le cose in tutte le loro varietà. Dunque il mondo è formato dalle parziali congiunzioni e disgiunzioni operate dalle due forze divine e Il momento della perfezione si ha non nella costituzione del cosmo, ma nella costituzione dello Sfero.
Con tali argomentazioni Empedocle ritiene di aver spiegato le cause che stanno dietro all’origine del tutto, infatti i quattro elementi e le due forze che li muovono spiegano anche la conoscenza, la quale è possibile grazie al principio: “il simile si conosce con il suo simile”. Nei suoi versi il filosofo afferma: “Noi conosciamo la terra con la terra, l’acqua con l’acqua, l’aria con l’aria, il fuoco distruttore con il fuoco, l’amore con l’amore e l’odio con l’odio” (fr. 109).
4. La teoria degli effluvi. Empedocle dedicò allo studio dei fenomeni naturali (dalla botanica alla zoologia e alla fisiologia) molto tempo, giungendo a formulare osservazioni molto interessanti sulla costituzione degli organismi, sui loro processi vitali, espresse inoltre originali concezioni sulla evoluzione degli organismi viventi,sulla circolazione del sangue, in cui transiterebbero i pensieri che troverebbero nel cuore la loro sede. Tale tesi godette molto credito nell’antichità ed ispirò le successive scuole di medicina.
Per gli uomini, e similmente per gli animali, la conoscenza avviene attraverso i sensi, infatti le cose tutte emanano degli efflussi o effluvi che passando attraverso i pori colpiscono gli organi dei sensi e determinano il contatto e il riconoscimento, tale riconoscimento avviene tramite quella legge fisica che vuole che le parti simili dei nostri organi riconoscono le parti simili degli effluvi provenienti dalle cose. Nella percezione visiva il processo è invece inverso, e gli effluvi partono dagli occhi; ma resta sempre valido il principio che il simile conosce il simile.
5. Il Poema lustrale. Proprio nella dottrina dell’evoluzione e della trasformazione di tutti gli esseri è possibile trovare il punto di congiunzione tra i due poemi di Empedocle. Nel Poema lustrale l’agrigentino si appropria delle concezioni orfiche, presentandosi come profeta e messaggero delle medesime. Empedocle riprende la teoria della metempsicosi, afferma che l'anima dell'uomo è un demone che è stato bandito dall'Olimpo a causa di una sua colpa originaria, e gettato, per legge necessaria di giustizia, in balia del ciclo delle reincarnazioni Gli esseri viventi scontano i loro delitti e le loro colpe proprio con questo perenne nascere e morire, tale teoria appare chiara nei versi, contenuti nei frammenti 117 e 119, riferiti a se stesso: “Sono stato un tempo fanciullo e fanciulla, arbusto e uccello e muto pesce del mare”, e “Da quali onori, da quali altezze di felicità sono caduto per errare qui sulla terra tra i mortali”.
Solo gli uomini che sapranno purificarsi potranno liberarsi da tale perenne condanna, per poterlo fare essi dovranno seguire gli insegnamenti che il poema indica, chi riuscirà in tale impresa tornerà a dimorare tra gli dei, divino tra i divini, avendo (fr. 147) “tra gli immortali comune dimora e mensa, libero da umani dolori, indenne ed inviolato”.
Fisica, mistica e teologia nel pensiero di Empedocle sono diverse facce di una stessa realtà. Divine sono le quattro "radici",divine sono le forze di Amore e Odio; Dio è lo Sfero; demoni sono le anime, che, come tutto il resto, sono costituite dagli elementi e dalle forze cosmiche.
Forti di queste considerazioni finali possiamo affermare che fra i due poemi empedoclei, contrariamente a quanto molti hanno pensato e scritto, c'è unità d'ispirazione e non contrapposizione fra dimensione "fisica" e dimensione "mistica". Appare dunque sciolta l’apparente inconciliabilità.
Nei versi qui sotto riportati appare in maniera molto chiara il pensiero di Empedocle.
Da Sulla natura, di Empedocle, frr. 131, 7, 19, 16
Protasi
Se mai per qualcuno degli effimeri tu, musa immortale,
hai voluto visitare le umane prove del pensiero,
allorché ti pregarono, sii anche ora presente, o Calliope,
mentre espongo il mio giusto ragionamento sopra gli dei felici
e in mezzo porterò questo tema delle radici non generate,
il fuoco e l’acqua e la terra e l’aria
che mai non hanno inizio ne hanno termine
e l’odio rovinoso da parte e la concordia conciliatrice.
Di qui tutte le cose che furono e saranno, e le cose che sono,
gli uomini e le bestie e i pesci e le piante
perché, quanto esisteva prima, anche esiste sempre, né mai per causa di uno solo
di entrambi, il tempo infinito resterà deserto…
Frr. 6, 109, 107, 108, 89, 105
Esordio
Ascolta prima i quattro nomi che sono le radici del tutto:
lo splendente Zeus ed Era l’altrice, ed Edomeo e Nesti,
che inonda di lacrime la vasca umana.
Con la terra infatti noi conosciamo la terra, e l’acqua con l’acqua,
e l’aria con l’aria, e con il fuoco tremendo il fuoco,
e l’amore vediamo con l’amore e l’odio funesto con l’odio;
perché con i mezzi, che compongono armonicamente tutte le cose del mondo,
con quelli pensano gli uomini, e si rallegrano e si angustiano,
e poi quando diversi cambiamenti hanno subito, tante diverse immagini,
ogni volta, anche il pensiero suggerisce loro in sogno.
A tutti i corpi generati, infatti, appartengono effluvi,
che nei gorghi del sangue sono incamminati, e quando il sangue li vede di contro
è questo il modo che dagli uomini è chiamato pensiero.
Dunque il sangue che circola nel cuore, questo è per gli uomini il pensiero.
Frr. 8, 9, 10, 11, 15
E un'altra cosa ti dirò, che non esiste generazione per nessuno
di tutti i mortali, né un termine di morte che li distrugge;
esiste solo mescolanza di elementi e separazione di elementi
mischiati, ma questo gli uomini lo chiamano generazione.
Quando furono mischiati gli elementi in forma d’uomo al lume etereo,
o nella specie delle fiere campestri o degli alberi
o degli uccelli, questo gli uomini credono che sia il generarsi,
e quando gli elementi si dissolvono, allora questo era per loro il [fato crudele].
Così danno i nomi come è stato stabilito, e a questa norma io pure acconsento
Ma gli uomini temono la morte come vendicatrice
Questi ingenui!, non dimostrano certo un ingegno acuto con i loro affanni,
se si aspettano che si crei ciò che prima non esiste,
o che qualcosa possa perire del tutto e distruggersi totalmente. (…)
Un uomo saggio non può concepire nella sua mente un pensiero simile,
che fino a quando gli uomini vivono quella che chiamano appunto la loro esistenza,
fino a quel momento credono di esistere, quando miserie e conforti stanno accanto a loro;
ma invece di non esistere affatto, prima d'essere costruiti e dopo di venire dissolti.
Frr. 21, 23
[...] Durante l'odio tutto è distorto e contrastante,
ma poi durante l'amore si sono accostati, e gli uni con gli altri si bramano
gli elementi da cui risultano tutte le cose che furono e che sono, e che saranno in avvenire;
e gli alberi sono germinati, e gli uomini e le donne,
e le fiere e gli uccelli, ed i pesci che vivono nell'acqua,
ed anche i numi longevi di rango eccelso.
Sono soltanto quelli, infatti, gli elementi che esistono, e correndo gli uni attraverso gli altri
diventano corpi di ogni genere; questo appunto, che esiste, la mescolanza tramuta,
come quando i pittori illustrano le variopinte pareti,
essendo esperti nel mestiere per la loro intelligenza:
quando con le mani hanno afferrato le svariate tinture,
che mischiano in armonia, quali in maggior misura e quali in minore,
con questi colori essi foggiano figure somiglianti a tutto,
e costruiscono gli alberi e gli uomini e le donne,
e le fiere e gli uccelli, ed i pesci che vivono nell'acqua,
ed anche i numi longevi di rango eccelso.
Pertanto, non prevalga nell'animo tuo l'inganno, che da altra origine
sia la fonte dei corpi mortali, che ora sono manifesti e si producono all'infinito.
Governano a turno mentre il ciclo si svolge,
e gli uni negli altri finiscono e crescono secondo il turno che spetta.
Perché soltanto questi esistono, e trascorrendo gli uni negli altri
diventano gli uomini e le stirpi di varie fiere,
a volte per la concordia concorrendo in un unico cosmo,
e a volte poi ciascuno per suo conto trascinato dalla disfida dell'astio,
fino a che, conglobandosi il cosmo, il tutto unico di là ne emerga.
In tale modo, in quanto l'uno ha imparato a generarsi da più,
e poi risultano di nuovo più quando l'uno si disfa,
perciò sono in divenire e non è stabile la loro eterna vita;
e in quanto questi non finiscono mai mutandosi di continuo,
perciò in eterno sono questi esseri inamovibili, dentro il ciclo.
Frr. 17, 13, 14
[...] Così non finiscono mai questi elementi che si permutano di continuo,
a volte concorrendo tutti quanti nell'uno per la concordia,
a volte poi dalla disfida dell'odio ciascuno per vie distinte trasportato.
E in quanto risultano di nuovo più, quando l'uno si disfa,
perciò sono in divenire, e non è stabile la loro eterna vita;
e in quanto non finiscono giammai tramutandosi di continuo,
perciò in eterno sono questi esseri inamovibili dentro il ciclo.
Ora ascolta queste parole, perché la dottrina t'incrementa l'animo.
Come ho già prima annunciato definendo i confini del mio discorso,
il duplice argomento dirò, perché una volta si accresce l'uno da più elementi
sì da esistere solo, l'altra volta poi si disfa, sì che più esistono dall'uno:
il fuoco, e l'acqua, e la terra, e dell'aria il dolce culmine,
e l'odio rovinoso, da parte, commisurato all'intera massa di quelli,
e la concordia, equivalente ad essi per tutta l'altezza e la larghezza.
Ma la concordia, tu mirala con la mente; non rimanere stupefatto con gli occhi.
Anche in mortali membra si ritiene ch'essa si generi,
ed è così che la gente nutre pensieri affettuosi, e compie azioni amorose,
chiamandola con i nomi di Gioia e di Afrodite; ma nessuno degli uomini mortali
ha imparato che turbina con tanta massa degli elementi.
Senti bene, perciò, il seguito non ingannevole del mio discorso.
Questi fattori si equivalgono tutti, ed hanno eguale età,
ma ognuno possiede il proprio rango, ognuno ha l'indole propria,
ed a vicenda comandano durante il tempo trascorrente.
Oltre a questi, poi, non si aggiunge nulla, e nulla neppure finisce.
Se infatti perissero nella successione del tempo, già più non ci sarebbero.
Oppure questo che è il tutto sarebbe aumentato: ma con che cosa, che pure arrivi da qualche parte?
Nel tutto non c'è un posto che sia vuoto: da dove, dunque, qualcosa può sopraggiungere?
Né poi c'è nulla di vuoto, quando sussiste l'uno, né nulla di soverchio.
E allora, come può qualcosa anche venire a mancare, quando al di là di tutto questo non c'è nulla abbandonato?
Inoltre esistono solo questi elementi, e gli uni trascorrendo attraverso gli altri
si presentano via via in corpi diversi, ma sempre uguali a sé permangono perpetuamente.
Dal Poema lustrale di Empedocle , fr. 114
O amici, so bene che verità alberga negli argomenti
Che ora voglio esporre, ma molto travagliato e sospettoso
è il passaggio della convinzione dentro l’animo umano. (…)
Fr.119 Diels Kranz
Vaticinio è del Fato, decreto antico dei Numi,
sempiterno, con ampi giuramenti suggellato,
che se alcuno le membra insozzi di sangue colpevole,
o spergiuri empio, seguendo la Contesa,
(alcuno dei demoni che ebbero in sorte vita longeva)
errando vada dai beati per tre volte dieci mila stagioni,
e rinascendo nel tempo in ogni forma di esseri mortali,
muti le dogliose vie della vita.
Perché la possa dell'etere li tuffa nel mare,
il mare sulla terra li sputa, la terra nelle vampe
del sole fulgente, che li lancia nei vortici dell'etere:
l'uno dall'altro li accoglie e tutti li odiano.
Uno d'essi sono ora anch'io, fuggiasco dagli dèi ed errante,
perché fede prestai alla furente Contesa...
Perché fui un tempo fanciullo e fanciulla,
arbusto ed uccello e muto pesce del mare.
Da quale onore e da quanta ampiezza di felicità,
qui fra i mortali m'aggiro, bandito dall'Olimpo!
I fisici pluralisti

I fisici pluralisti
L’Eleatismo lasciò un profondo segno nella cultura dell’epoca, Parmenide e i suoi allievi avevano dimostrato l’instabilità delle percezioni sensibili, per altro i nuovo filosofi non potevano non tenere conto delle teorie di Eraclito. Empedocle e Anassagora in effetti tornarono ad occuparsi del problema della natura (physis) e tentarono anche una sintesi tra l’Eleatismo e l’Eraclitismo, fu il primo grande tentativo, il secondo verrà poi attuato da Platone.
Da Eraclito e dalla scuola ionica essi presero l’idea dell’eterno divenire delle cose, dagli Eleati accettarono la teoria dell’eternità e dell’immutabilità dell’Essere. Il problema era come fare per conciliare le opposte affermazioni del divenire delle cose e dell’eternità ed immutabilità del tutto? Essi risolvono il problema immaginando che il tutto sia formato da composti (mutevoli) ed elementi (immutabili). Tali filosofi sono detti fisici pluralisti perché ritengono che i principi della natura siano molteplici (per Empedocle le radici, per Anassagora i semi).
Escludiamo da questo gruppo Leucippo e Democrito, perché la teoria degli atomisti presenta caratteristiche di particolare originalità, tali da porla in un ambito tutto suo.
lunedì 1 dicembre 2008
La Scuola di Elea: Parmenide, Zenone, Melisso
La scuola eleatica
Parmenide
Elea V secolo a.C.
1. Vita e opere. Parmenide nacque ad Elea città della Magna Grecia (oggi Velia, cittadina compresa fra Punta Licosa e Capo Palinuro), secondo alcune fonti nel 515 circa secondo altre nel 540, le notizie su di lui si riducono al fatto che egli scrisse le leggi per la sua città, che fu forse allievo o del pitagorico Aminia o di Senofane di Colofone e che morì verso la metà del V secolo a.C. Ad Elea fondò la sua scuola che fu detta eleatica, che ebbe una grande influenza sul pensiero greco. Inoltre sappiamo che ebbe per allievo Zenone di Elea e con lui si recò ad Atene dove tenne (ma in proposito mancano valide testimonianze) delle lezioni.
Ha lasciato un poema che la tradizione ci rimanda con il generico titolo “Sulla natura” di cui ci sono pervenuti integralmente il prologo (32 versi), quasi tutta la prima parte e frammenti della seconda per un totale di 154 versi (divisi in 19 frammenti). La prima parte del poema è dedicata alla verità (aletheia), la seconda all’opinione (doxa)
La filosofia di Parmenide ruota intorno al concetto di “Essere”, per l'eleate l'Essere è Uno e non può essere due, perché se così fosse l'altro sarebbe il Non essere il quale non può esistere. Inoltre per Parmenide Essere e Pensare sono la stessa cosa e le attestazioni dei sensi sono sbagliate. Così dicendo Parmenide pone in evidenza (anche se inconsapevolmente) un principio, detto di non contraddizione, che per lungo tempo è stato fondamentale nella storia del pensiero filosofico e cioè: il pensiero non può mai cadere in contraddizione con se stesso, affermando e negando contemporaneamente.
Con il suo pensiero Parmenide appare come un radicale innovatore della filosofia della physis, modificando profondamente la cosmologia dal punto di vista concettuale e trasformandola di fatto in una ontologia (teoria dell'essere). Ma ripercorriamo più dettagliatamente il pensiero di questo filosofo.
2. La teoria dell’essere. Rifacendosi ad un’antica tradizione Parmenide ci narra che la dottrina da lui esposta gli è stata rilevata da una dea che lo accoglie benignamente, dopo che egli era stato accompagnato al suo cospetto dalle figlie del Sole su di un carro trainato da “accorte cavalle”. Egli era giunto in tale luogo dopo aver superato le porte del giorno e della notte”, lì la dea gli annuncia che egli dovrà essere informato di tutto; “sia del cuore che non trema, il solido cuore della verità ben rotonda, sia delle opinioni dei mortali in cui non vi è vera sicurezza”. Il principio rivelato dalla dea è stato variamente interpretato da vari studiosi, tali interpretazioni sono legate al significato attribuito all’è (esti) usato da Parmenide per indicare la realtà del suo essere. L’è parmenideo è interpretato in greco con almeno tre significati; copulativa (è qualcosa), esistenziale (esiste) o veridica (è vero). Si pone poi il problema su quale sia il soggetto della voce è, che l’eleate lascia sottinteso. Alcuni studiosi lo intendono come impersonale, altri semplicemente come un soggetto sottinteso (ovvero:l’essere è). La teoria di Parmenide ruota comunque intorno ad una verità rivelata da una dea, tal verità, per alcuni studiosi, è la verità logica del principio di non contraddizione (“l'essere è e non può non essere; il non-essere non è e non può in alcun modo essere” o più brevemente “è e non può non essere”) e del terzo escluso (“è o non è”). D’altronde appare evidente che l’essere parmenideo (il grande principio) è l’essere del giudizio, l’è (etsi) dell’affermazione. Su tali basi si costituisce l’ontologia parmenidea, che il filosofo argomenta nel suo poema con una serie di deduzioni logiche per circa 50 versi.
Possiamo dunque affermare che al centro dell’insegnamento dell’eleate c’è l’affermazione che fuori dall'essere non c'è nulla e quindi anche il pensiero è essere (per Parmenide, non è possibile pensare il nulla); da tale intuizione il filosofo di Elea trae una serie di conseguenze logiche:
- l'essere è ingenerato (altrimenti dovrebbe derivare dal non-essere, ma il non-essere non c'è);
- è incorruttibile (perché altrimenti dovrebbe finire nel non-essere);
- non ha né passato né futuro (altrimenti, una volta passato, non sarebbe più, o, in attesa di essere in futuro, non sarebbe ancora) e dunque è in un eterno presente;
- è immobile ed è omogeneo (tutto uguale a sé, perché non può esserci più o meno essere);
- è perfetto (e quindi deve essere pensato come una sfera, cioè la figura geometrica perfetta);
- è limitato (in quanto tale termine corrispondeva al significato di completo, e quindi nel limite si vedeva un elemento di perfezione;
- è unico, cioè uno, perché se esistesse un altro essere tra l’uno e l’altro dovrebbe esserci il non-essere, che però non può essere.
Se quanto su affermato è la verità (l’unica possibile per Parmenide), ne consegue che ciò che i sensi colgono come diveniente e molteplice è falso. È evidente che “essere” e “non-essere” sono presi nel loro significato integrale e univoco, per tale motivo l'essere è il puro positivo e il non-essere è il puro negativo, l'uno è l'assoluto contraddittorio dell'altro, l’uno esclude l’altro.
Le teorie di Parmenide ovviamente suscitarono tra gli studiosi dell’epoca non poche polemiche ed egli fu costretto a giustificare il suo principio, ma come lo fece?
Egli utilizzò una serie di argomentazioni molto semplici:
- tutto quello che uno pensa e dice, è:
- non è possibile pensare (e quindi dire) se non pensando (e quindi dicendo) ciò che è:
- pensare il nulla vuol dire non pensare affatto, di conseguenza dire il nulla significa non dire nulla.
Da tali affermazioni se ne deduce che il nulla è impensabile e indicibile e che pensare ed essere coincidono.
Come già detto in precedenza si tratta della prima grandiosa formulazione del principio di non-contraddizione, cioè di quel principio che afferma l'impossibilità che i contraddittori coesistano contemporaneamente. Nel caso su esposto i due supremi contraddittori sono: “essere” e “non-essere”; infatti se c'è l'essere, ne consegue necessariamente che non c’è il non-essere. Parmenide scopre tale il principio soprattutto nella sua valenza ontologica (essendo l’essere l’oggetto dei suoi studi); facendolo però apre un percorso che porterà a studiare il principio di non contraddizione anche nelle sue valenze logiche, gnoseologiche e linguistiche, e in tali ambiti esso diventerà il principale caposaldo dell'intera logica occidentale.
3. Una nuova concezione filosofica. Per la sua integrale e univoca visione dell’essere (e del non-essere) e del conseguente principio di non-contraddizione Parmenide introduce un nuovo modo di intendere il percorso filosofico, d’altronde nel suo poema egli evidenzia gli attributi strutturali del suo concetto dell'essere deducendoli con una ferrea logica e con una lucidità sorprendente, al punto che la sua fama divenne subito grandissima e che Platone definì l’eleate “venerando e terribile”, e considerò l’essere parmenideo come uno dei temi più difficili e complessi da risolvere (e infatti come vedremo riuscirà a superare tale scoglio con un abile gioco dialettico).
Appare dunque evidente che per quanto il tema dell’unicità e immobilità dell’essere fosse stato subito criticato e avesse trovato (come attesta Zenone) numerosi detrattore, la logica che supportava le argomentazioni creò non poche difficoltà ai pensatori successivi, questo attesta comunque la grandezza del pensiero di Parmenide.
Egli giunse dunque alla certezza che l’unica verità è: che l'essere è ingenerato, incorruttibile, immutabile, immobile, uguale, sferiforme e uno. Di conseguenza tutte le altre cose non sono altro che vani nomi. E la via della verità è la via della ragione (che egli definì il sentiero del giorno), mentre la via dell'errore è quella dei sensi (ovvero il sentiero della notte). Sono i sensi che ci ingannano attestando l’esistenza del non-essere, mostrandoci l'esistenza del nascere e del morire, del movimento e del divenire. La dea invita Parmenide a non lasciarsi ingannare dai sensi e dall’abitudine che essi creano, quindi lo esorta a contrapporre alle apparenze dei sensi le certezza della ragione e il suo principio. Ovviamente cade preda dell'errore non solo chi espressamente afferma che “il non-essere è”, ma anche chi crede di poter ammettere, insieme, essere e non-essere e, ovviamente, chi pensa che le cose passino dall'essere al non-essere e viceversa. Questa posizione (che è la più diffusa e la più ingannevole) comprende strutturalmente la precedente, anche se la esprime in maniera differente e solo apparentemente più logica. La dea dice a Parmenide che la via dell'errore riassume tutte le posizioni di coloro che ammettono espressamente o fanno ragionamenti che implicano il non-essere, che non è e non può essere, perché impensabile e indicibile.
4. La terza via o dell’apparenza plausibile. Giunto a questo punto Parmenide fa pronunciare alla dea parole differenti, dopo gli attacchi alla via dell’apparenza (doxa fallacia) essa parla di una terza via, quella delle “apparenze plausibili”. L’eleate porta il confronto tra l’apparenza e la verità verso un ammissibile compromesso perché accetta la correttezza di un certo tipo di discorso che ammette i fenomeni e le apparenze delle cose, ma a patto che esso non si scontri con il grande principio e non ammetta, insieme, essere e non-essere. Questo tema è trattato nella seconda parte del poema (in gran parte perduta) dove la dea espone: “l'ordinamento del mondo come appare”.
È in questa parte che il sistema di Parmenide sembra trovare le maggiori difficoltà, egli infatti doveva giustificare l’apparenza senza negare il suo grande principio.
Parmenide fa riferimento alle tradizionali cosmogonie che si erano basate sulla dinamica degli opposti, uno concepito come positivo (e quindi come essere), l'altro come negativo (e quindi come non-essere). Proprio il non aver capito che gli opposti devono essere pensati come inclusi nella superiore unità dell'essere costituiva l’errore di tali concezioni. La dea comunica all’eleate che gli opposti, in realtà, sono entrambe “essere”. Giunto a questo punto Parmenide cerca, partendo dalla coppia di opposti “luce” e “notte”, di proporre una deduzione dei fenomeni, ma lo fa proclamando che “con nessuna delle due c'è il nulla”, cioè che entrambe sono essere.
Con quali ragionamenti Parmenide abbia giustificato questa sua deduzione sul mondo dei fenomeni non lo sappiamo esattamente, troppo scarsi sono i frammenti pervenutici. Ma con tale concezione l’eleate cercava di eliminare il non-essere e di eliminare la morte, che è una forma di non-essere. Nelle parti pervenute Parmenide attribuiva sensibilità ai cadaveri, affermando che essi mantenevano “sensibilità per il freddo, per il silenzio e per gli elementi contrari”. Appare chiaro che in tal modo i cadaveri non sono, in realtà, tali. Quell’oscura notte (quel freddo) in cui i cadaveri sembrano finire non è il non-essere (cioè il nulla), e, quindi, i cadaveri permangono nell'essere, e continuano, in qualche modo, a sentire e quindi a vivere.
Tali giustificazioni vanno però incontro ad insuperabili aporie (problemi) ammettendo ciò che nella prima parte del poema era stato negato, una differenziazione (anche se solo apparente secondo Parmenide) dell’essere.
Nel ragionamento dell’eleate però l’apparente contraddizione era superata dalla logica deduzione che una volta che luce e notte (e tutti gli opposti in generale) venivano riconosciute come “essere”, dovevano perdere qualsiasi carattere differenziante e diventare identiche, proprio perché entrambe sono essere, e l'essere è “tutto identico”. L'essere parmenideo non ammette nessuna differenziazioni né nelle qualità né nelle quantità. Ne consegue che, in quanto assorbiti nell'essere, i fenomeni risultavano non solo resi uguali, ma anche immobilizzati, come bloccati, pietrificati, nella fissità dell'essere.
5. Conclusioni. Dunque, il grande principio enunciato da Parmenide salvava l'essere, ma non i fenomeni, tracciando una strada nuova con cui i filosofi successivi si confronteranno e aprendo un dibattito che i successori di Parmenide renderanno particolarmente vivo per creatività e argomentazioni. L’influenza dell’eleate sul pensiero greco fu immensa, il misterioso e affascinante etsi della via della verità e la deduzione dell’ente (eón greco, che già chiaramente compare nelle tesi parmenidee) esercitarono una grande attrazione su tutta la filosofia del V secolo a.C., dall’ontologia alla filosofia della natura, alla dialettica, all’etica.
6. Testi dal Poema “Sulla natura” di Parmenide
Dal poema “Sulla natura”, fr. 1
Le cavalle che mi portano fin dove il mio desiderio vuole giungere,
mi condussero via, dopo che le dee mi ebbero condotto e mi ebbero posto
sulla via molto famosa, che appartiene alla divinità
e che porta per tutti i luoghi l'uomo che possiede il sapere.
Là fui condotto. Infatti, là mi portarono accorte cavalle
tirando il mio carro, e fanciulle indicavano il cammino.
L'asse dei mozzi mandava un sibilo acuto,
infiammandosi - siccome era premuto da due rotanti
cerchi da una parte e dall'altra -, quando affrettavano il corso nell'accompagnarmi,
le fanciulle Figlie del Sole, dopo aver lasciato le case della Notte,
verso la luce, togliendosi con le mani i veli dal capo.
Là è la porta dei sentieri della Notte e del Giorno,
con ai due estremi un architrave e una soglia di pietra;
e la porta, eretta nell'etere, è rinchiusa da grandi battenti.
Di questi, Giustizia, che molto punisce, tiene le chiavi che aprono e chiudono.
Le fanciulle, allora, rivolgendole soavi parole,
con saggezza la persuasero, affinché, per loro, la sbarra del chiavistello
senza indugiare togliesse dalla porta.
E questa, subito aprendosi,
produsse una vasta apertura dei battenti, facendo ruotare
nei cardini, in senso inverso, gli assi di bronzo
fissati con chiodi e con borchie. Di là, subito, oltre la porta,
diritto per la strada maestra le fanciulle guidarono carro e cavalle.
E la dea di buon animo mi accolse, e mi prese la destra
e incominciò a parlare così e mi disse:
"O giovane, tu che, compagno di immortali guidatrici,
con le cavalle che ti portano giungi alla nostra dimora,
rallegrati, perché non una sorte infausta ti ha condotto a percorrere
questo cammino - infatti esso è fuori dalla via battuta dagli uomini-,
ma legge divina e giustizia. Bisogna che tutto apprenda:
e il solido cuore della verità ben rotonda
e le opinioni dei mortali, nelle quali non c'è una vera certezza.
Eppure anche questo imparerai: come le cose che appaiono
bisognava che veramente fossero, essendo tutte in ogni senso".
Dal poema “Sulla natura”, fr. 7 e 8
…
Poiché non potrà mai avere forza di costrizione che sia ciò che non è:
ma allontano tu invece il pensiero da questa via di ricerca
e fa sì che l’abitudine nata dalle molte esperienze degli uomini non ti costringa
a dirigere su questa strada l’occhio che non vede e il rimbombante udito
e la lingua, ma con il solo pensiero esamina e decidi la dibattuta questione
che da me ti fu detta. Rimane solo di parlare della via
che dice che è. Su questa vi sono moltissimi segni:
essendo ingenerato e immortale
perché è integro nelle sue parti e saldo senza un termine a cui tenda.
E non è mai stato e non sarà mai, perché è ora tutto unito nella sua completezza
uno, continuo. E infatti quale origine vorresti trovare per esso?
In quale modo sarebbe nato, e dove? Dal non-essere non ti concedo
né di dirlo né di pensarlo, perché non è possibile né dire né pensare
che non è. Quale necessità lo avrebbe mai costretto
a nascere, dopo o prima, se derivasse dal nulla?
Perciò è necessario che sia per intero, o che non sia per nulla.
E neppure dall'essere concederà la forza di una certezza
che nasca qualcosa che sia accanto ad esso. Per questa ragione né il nascere
né il perire concesse a lui la Giustizia, sciogliendolo dalle catene,
ma saldamente lo ritiene. La decisione intorno a tali cose sta in questo:
“è” o “non è”. Si è quindi deciso, come è giusto,
che una via si deve lasciare, in quanto è impensabile e inesprimibile, perché non del vero
è la via, e invece che l'altra è, ed è vera.
E come l'essere potrebbe esistere nel futuro? E come potrebbe essere nato?
Infatti, se nacque, non è; e neppure esso è, se mai dovrà essere in futuro.
Così la nascita si estingue e la morte rimane ignorata.
E neppure è divisibile, perché tutto intero e uguale;
né c'è da qualche parte un di più che possa impedirgli di essere unito,
né c'è un di meno, ma tutto intero è pieno di essere.
Perciò è tutto intero continuo: che l’essere con l’essere è accosto.
Ma immobile, costretto nei limiti di grandi legami
è senza un principio e senza una fine, poiché nascita e morte
sono state cacciate lontane e le allontanò la vera certezza.
E rimanendo identico e nell'identico, in sé medesimo giace,
e in questo modo rimane là saldo. Infatti, Necessità inflessibile
lo tiene nei legami del limite, che lo rinserra tutt'intorno,
poiché è stabilito che l'essere non sia senza compimento:
infatti non manca di niente; se, invece, lo fosse, mancherebbe di tutto.
Lo stesso è il pensare il pensiero che è,
perché senza l'essere nel quale è espresso,
non troverai il pensare. Infatti, nient'altro o è o sarà
all'infuori dell'essere, poiché la Sorte lo ha vincolato
ad essere un intero e immobile. Per esso saranno nomi tutte
quelle cose che hanno stabilito i mortali, convinti che fossero vere:
nascere e perire, essere e non-essere,
cambiare di luogo e mutare luminoso colore.
Inoltre, poiché c'è un limite estremo, esso è compiuto
da ogni parte, simile a massa di ben rotonda sfera,
a partire dal centro uguale in ogni parte: infatti, né in qualche modo più grande
né in qualche modo più piccolo è necessario che sia, da una parte o da un'altra.
Né, infatti, c'è un non-essere che gli possa impedire di giungere
all'uguale, né è possibile che l'essere sia dell'essere
più da una parte e meno dall'altra, perché è un tutto inviolabile.
Infatti, identico da ogni parte, in modo identico sta nei suoi confini.
Zenone di Elea
1. Vita ed opere. Zenone nacque ad Elea (oggi Velia dei Romani) fra il 490-480 a.C., fu allievo di Parmenide, di cui era più giovane di circa venticinque anni (secondo le fonti risalenti a Platone), ma altre fonti differiscono sulla sua data di nascita. Fu legato da profonda amicizia a Parmenide di cui difese sempre il pensiero. Con Parmenide si recò ad Atene dove conobbe il giovane Socrate e dove tenne delle lezioni alle quali avrebbe assistito Pericle. Sulla sua morte esistono varie versioni, una narra del fatto che imprigionato da un tiranno Zenone venne sottoposto a tortura ma egli si troncò la lingua e la sputò addosso al tiranno medesimo. Una variante narra che Zenone denunciò gli uomini più fedeli del tiranno, questi li fece eliminare isolandosi e così autosconfiggendosi. Scrisse un'opera in prosa di cui ci restano cinque frammenti, in essa Zenone attacca ed irride i detrattori dell'opera di Parmenide, soprattutto difende l'unità dell'ente partendo da dei presupposti diventati famosi come i “paradossi di Zenone”.
2. L’inventore della dialettica. Il sistema utilizzato da Zenone per dimostrare l’assurdità di chi voleva credere nel mutamento delle cose si fondano su delle argomentazioni tra loro connesse da una serie di deduzioni logiche, tali far vedere che le conseguenze derivanti dagli argomenti utilizzati per confutare Parmenide erano ancora più contraddittorie e ridicole delle tesi che miravano a confutare. In pratica Zenone scoprì la confutazione della confutazione, cioè la dimostrazione per assurdo. Facendo vedere l'assurdità in cui cadono le tesi opposte all'Eleatismo, egli difendeva l'Eleatismo medesimo. Tale sottile forma di ragionamento è stata definita dai posteri dialettica, per tale motivo Zenone è considerato l’inventore della dialettica (così lo definì per primo Aristotele, che a lungo ne studiò le argomentazioni).
Gli argomenti (logoi) zenoniani ci sono giunti soprattutto grazie ad Aristotele e a Simplicio. La base di tali argomentazioni è apparentemente semplice e si divide in due gruppi: quelli contro l’ipotesi della pluralità degli enti e quelli contro il movimento (a cui si riferiscono i noti paradossi). Si conoscono anche altri due argomenti, uno contro l’esistenza del luogo e l’altro noto come quello del grano di miglio. Va ricordato che Proclo nel suo commento al dialogo “Parmenide” di Platone informa che gli argomenti di Zenone erano quaranta, se tale affermazione è corretta è evidente che molti di essi sono andati perduti, quelli che restano sono però sufficienti a farci capire la sottigliezza dialettica del pensiero dell’eleate.
Procedendo per ordine passiamo ad esaminare il primo gruppo che può essere schematizzato nella maniera seguente:
- se vi sono più cose, allora sono simili e dissimili allo stesso tempo;
- se vi sono più cose allora ogni cosa è infinitamente estesa e ogni cosa è infinitamente inestesa;
- se vi sono più cose allora sono infinite di numero e finite di numero;
- se vi sono più cose, allora sono uno e sono molti.
Si noti come Zenone, usando abilmente il ragionamento dicotomico, dimostri l’impossibilità per un ente di essere e contemporaneamente non essere, mettendo i detrattori del monismo parmenideo di fronte a degli assurdi logici. È pur vero che Zenone gioca sul suo terreno forzando abilmente il ragionamento a favore delle sue tesi.
3. I paradossi di Zenone. Il primo argomento usato da Zenone contro il movimento è quello detto dello “stadio” o della “dicotomia”. Egli affermava che si pretenderebbe (contro Parmenide) che un corpo possa, muovendo da un punto di partenza, giungere ad un termine stabilito. In realtà non è possibile arrivare all’estremità dello stadio. Tale corpo, dovrebbe prima di raggiungere la meta, e per farlo dovrebbe percorrere la metà della strada che deve percorrere, e prima ancora, la metà della metà, e, quindi, la metà della metà della metà, e così via, all'infinito (è infatti noto che la metà della metà della metà… non perviene mai allo zero). Ma non è possibile percorrere in un tempo finito uno spazio infinitamente divisibile.
Il secondo argomento è quello "dell'Achille". Con esso Zenone vuole dimostrare che Achille, noto per essere "il piè veloce", non potrà mai raggiungere la tartaruga, nota per essere lentissima se l’animale fosse posto anche solo un passo avanti rispetto all’uomo. Infatti prima di raggiungere la tartaruga Achille dovrà raggiungere il punto precedentemente occupato dall’animale, che però nel frattempo si sarà spostata di un intervallo, seppure piccolissimo, di spazio e così via. In tal modo la distanza tra Achille e la tartaruga non sarà mai uguale a zero, Infatti, se si ammettesse l'opposto, si ripresenterebbero le identiche contraddizioni del precedente argomento.
Zenone costruisce questi due argomenti basandosi sul presupposto concettuale (e la forza logica) che, posta l’infinita divisibilità dello spazio, il movimento di un corpo non raggiungerà mai la sua metà, perché dovendo superare infiniti punti di cui quella distanza è formata dovrà impiegarci un tempo infinito.
In effetti volendo dare un’esposizione matematica dell’argomento dell’Achille verrebbe fuori che: supponiamo che 1 sia la distanza che esiste all’inizio tra Achille (punto A) e la tartaruga (punto T), ora dato il presupposto che A e T si muovono con velocità diverse, con un rapporto di 1:100. Quando A avrà percorso il tratto 1, T sarà avanzato di 1/100, quando A avrò percorso il secondo tratto (1 + 1/100), T sarà avanzato di 1/100² e così via. Avverrà che la distanza tra A e T diminuirà progressivamente, ma non sarà mai uguale a zero, perché anche quando diventerà piccolissima sarà sempre costituita di parti. A dovrebbe riuscire a completare ciò che non si può completare, ossia la serie illimitata di termini 1 + 1/100 + 1/100² + 1/100³ …, ma questo significa che A dovrà correre per l’infinito. Il primo a confrontarsi con tale ragionamento fu Aristotele, che risolse la questione distinguendo tra piano reale e piano del pensiero. Egli affermò che nella realtà esiste solo il finito, mentre l’infinito è una semplice possibilità mentale di aumentare o diminuire indefinitamente una qualsiasi quantità data. Ma se nella realtà esistono solo distanze finite, chi si muove raggiungerà la sua meta e il più veloce raggiungerà il più lento. Nel caso dell’esempio dello stadio, formato dal tratto finito AB di lunghezza 1, nulla vieta che tale tratto sia indefinitamente diviso prima a metà, poi nella metà della metà e così via (AB = 1/2 + 1/4+ 1/8 + 1/16 + 1/32 + …), ma tale progressione infinita non potrà mai superare la quantità finita data di 1 = AB. Per analogo ragionamento anche la distanza tra Achille e la Tartaruga sarà brevemente colmata e il piè veloce catturerà l’animale, superandolo d’un tratto. La confutazione aristotelica è di grande valore, ma è valida solo in uno spazio reale finito.
Zenone aveva invece utilizzato l’ipotesi, logicamente e matematicamente legittima, della divisibilità all’infinito, quella scelta evidenzia l’esistenza di una sfasatura tra piano logico-matematico e piano fisico-reale. Nel XX secolo matematici-filosofi, e tra questi per primo Bertrand Russell nel trattato “Principles of Mathematics”(1903), vedono in Zenone un precursore della logica moderna capace di individuare un limite del pensiero umano. Non solo Zenone fu il primo ad ammettere la possibilità della divisione all’infinito, ponendo di fatto il concetto che sta alla base del calcolo infinitesimale. Proprio in ambito infinitesimale esistono possibili soluzioni all’annoso problema dell’Achille, anche se, secondo alcuni studiosi, rimanendo in ambito logico-filosofico, i due argomenti su esposti proprio per l’accettazione dell’infinita divisibilità dello spazio rimarrebbero inconfutati e inconfutabili.
Il terzo argomento, è detto "della freccia", dimostra che una freccia scoccata dall'arco, che l'opinione crede essere in movimento, è in realtà ferma. Infatti, in ciascuno degli istanti in cui è divisibile il tempo del volo, la freccia occupa uno spazio identico alla propria lunghezza; ma ciò che occupa uno spazio identico è in stato di quiete; allora, se la freccia è in riposo in ciascuno degli istanti, lo deve essere anche nella totalità (nella somma) di tutti gli istanti.
Il quarto argomento è noto come quello delle “masse nello stadio”, è il più complesso (e per molti versi il più sorprendente) dei quattro. Con tale paradosso Zenone afferma che in uno stadio un punto mobile va ad una certa velocità e contemporaneamente al doppio di essa, a seconda che sia rapportato ad un punto immobile oppure ad un punto che si muove in senso contrario alla stessa velocità, dando di fatto forma all’assurdo logico per cui “la metà del tempo è uguale al doppio”.
Per meglio comprendere l’originalità e la modernità di tale argomentazione la moderna critica tende ad utilizzare l’esempio dei treni. Se noi supponiamo tre treni disposti su binari paralleli, di cui i primi due corrono in direzioni opposte alla stessa velocità che poniamo sia di 100 km all’ora, e il terzo è immobile. Ora la velocità del treno posto al centro apparirà di 100 kmh nei confronti del treno fermo e di 200 kmh nei confronti del treno che si muove in senso opposto. Zenone ha, inconsapevolmente, anticipato la teoria della relatività di Einstein. Con però una grande differenza, quello che per Einstein è realtà (cioè la relatività del movimento), per Zenone è un assurdo logico che dimostra l’impensabilità razionale del nostro mondo e, di conseguenza, la verità della tesi di Parmenide sull’essere.
4 Gli altri argomenti zenoniani. Grande fama godette l’argomentazione detta del grano di miglio. Zenone, con tale argomento, negava la molteplicità basandosi sul contraddittorio comportamento che hanno molte cose insieme rispetto ad ognuna di esse (o parte di ognuna). Egli fece notare che molti chicchi, cadendo, fanno rumore, mentre un chicco solo (o una parte di esso) non lo fa. Nasce dunque una palese contraddizione, perché, se l'attestazione dell'esperienza fosse veritiera, un chicco dovrebbe fare rumore (con la debita proporzione) esattamente come lo fanno molti chicchi. Con tale esempio Zenone gioca abilmente sulla percezione sensibile e sui suoi limiti, dimostrando l’inaffidabilità dei sensi.
Infine un altro abilissimo gioco dialettico è quello utilizzato contro l’esistenza del luogo, detto anche paradosso dello spazio o del luogo. Zenone afferma che ogni cosa che esiste deve trovarsi in uno spazio, dunque lo spazio esiste, ma se esiste deve essere a sua volta in uno spazio e così via all’infinito.
Melisso
1. Vita e opere. Melisso nacque a Samo fra la fine del secolo VI e i primi anni del V a.C. La tradizione ci dice che fu, con Zenone di Elea, discepolo e continuatore di Parmenide. Fu esperto uomo di mare e abile politico. Nel 442 a.C. fu nominato stratega dai concittadini e guidò la flotta che sconfisse quella di Pericle in un’importante battaglia navale. Scrisse in prosa un libro “Sulla natura” o “Sull'essere”, di cui ci sono pervenuti, attraverso Simplicio, una decina di frammenti. Da essi risulta che l’opera di Melisso non fu, come era stato per Zenone, una difesa dialettica del pensiero del maestro, ma un ampliamento dell’originale teoria dell’essere.
2. Il pensiero. Melisso analizzò con rigore deduttivo la dottrina eleatica, e la corresse attribuendo all’essere parmenideo due nuovi attributi. In primo luogo, egli affermò che l'essere è "infinito" (e non finito come diceva Parmenide), perché non ha limiti né temporali, né spaziali, e perché, se fosse finito, dovrebbe confinare con un vuoto, cioè con un non-essere, il che è impossibile. Aggiungendo poi che proprio perché infinito, l'essere è necessariamente uno. La critica recente, analizzando questa affermazione, ha evidenziato un possibile legame tra Melisso e la scuola di Mileto, con un particolare riferimento ápeiron di Anassimandro.
In secondo luogo egli qualificò l’essere come "incorporeo", non nel senso che esso debba essere concepito come immateriale, ma nel senso che esso è privo di qualsiasi figura che lo determini, e non può, quindi, avere neppure la perfetta figura della sfera, come voleva Parmenide. Una concezione ardita per originalità che sembra preparare la strada a Platone, il quale per primo parlerà del concetto di incorporeo anche nel senso di immateriale.
In accordo con Parmenide, Melisso ritiene che solo il pensiero razionale possa giungere all’essere, superando i limiti dei sensi, legati ad una visione pluralistica del mondo. Il pluralismo, infatti, altro non sarebbe che un equivoco derivato dalla credenza nella validità della conoscenza empirica, nella quale domina l’opinione (doxa) che determina una conoscenza illusoria che porta l’uomo a vedere la realtà come molteplice e ricca di contraddizioni.
Melisso fu molto più radicale di Parmenide nell’eliminazione dell'opinione, cosa che egli fece con un ragionamento di grande arditezza speculativa, secondo il quale: l'ipotetico molteplice potrebbe esistere solo se potesse essere come l'Essere-Uno. Concetto espresso nella frase: "Se i molti fossero, dovrebbero essere ciascuno quale è l'Uno".
Con Melisso l'eleatismo concepisce un Essere eterno, infinito, uno, uguale, immutabile, immobile, incorporeo e giunge all’esplicita e categorica negazione del molteplice, e alla conseguente negazione dei fenomeni, visti non come uno strumento di conoscenza ed analisi ma come una manifestazione dell’illusoria realtà. In tal modo, però, gli Eleati lasciavano ai successori un grande problema: come fosse possibile riconoscere alla ragione le sue ragioni, e allo stesso tempo riconoscere le ragioni dell'esperienza, che pure attesta (per molti aspetti) il contrario. Insomma si trattava di salvare, ad un tempo, il principio di Parmenide e i fenomeni.
3. Testi dal Poema “Sulla natura” di Melisso
fr. 1 Diels-Kranz
Sempre era ciò che era e sempre sarà. Se, infatti, fosse generato, sarebbe necessario che, prima che fosse generato, non fosse nulla: e se, prima, non era nulla, per nessuna ragione nulla si sarebbe potuto generare dal nulla.
fr. 2 Diels-Kranz
E poiché, dunque, non si è generato, è e sempre era e sempre sarà, non ha neppure principio né fine, ma è infinito. Infatti, se si fosse generato, avrebbe un principio (infatti avrebbe cominciato a generarsi ad un certo momento) e una fine (infatti avrebbe finito di generarsi ad un certo momento); ma, poiché non ha avuto inizio e non ha terminato, era e sarà sempre, non ha principio né fine. Non è infatti possibile che sia sempre ciò che non è tutto.
fr. 7 Diels-Kranz
1. Così, dunque, è eterno, infinito, uno, tutto uguale.
2. E non può né perdere qualcosa né diventare più grande, né può mutare forma, e non prova dolore, né soffre pena. Infatti, se patisse qualcuna di queste cose, non sarebbe più uno. Se si alterasse, necessariamente l'essere non sarebbe uguale, ma dovrebbe perire ciò che era prima, e dovrebbe nascere ciò che non è. Se, dunque, si alterasse anche di un solo capello in diecimila anni, si distruggerebbe tutto quanto in tutta la durata del tempo.
3. Né è possibile che subisca mutazione di forma; infatti la forma che c'era prima non perisce, né si genera quella che non è. Ma, poiché nulla si aggiunge né perisce né si altera, come potrebbe qualcosa subire mutamento di forma? Se, infatti, qualcosa diventasse diverso, subirebbe senz'altro anche mutamento di forma.
4. E non prova dolore, perché non potrebbe essere tutto, se provasse dolore. Infatti, una cosa che prova dolore non può essere sempre; né potrebbe avere una forza uguale a una cosa che è sana. E non sarebbe neppure uguale, se provasse dolore: infatti, soffrirebbe se qualcosa gli venisse tolto o aggiunto, e, quindi, non sarebbe più uguale.
5. E ciò che è sano non potrebbe provare dolore: infatti, perirebbe ciò che è sano, cioè l'essere, e si genererebbe il non-essere.
6. E anche per il soffrire vale lo stesso ragionamento che si è fatto per il provare dolore.
7. E non c'è alcun vuoto: infatti, il vuoto non è nulla; e ciò che non è nulla non può essere. Allora l'essere neppure si muove; infatti, non può spostarsi in alcun luogo, ma è pieno. Infatti, se ci fosse il vuoto, si potrebbe spostare nel vuoto; ma, poiché il vuoto non c'è, non ha dove spostarsi.
8. E non potrebbe essere denso e raro. Infatti il raro non può essere pieno nello stesso modo che il denso, ma il raro è senz'altro più vuoto del denso.
9. E tra il pieno e il non pieno bisogna fare la seguente distinzione: se qualcosa fa luogo a qualcos'altro e l'accoglie, non è pieno; invece, se non fa luogo a qualcos'altro e non l'accoglie, è pieno.
10. Dunque, è necessario che sia pieno, se il vuoto non è. E se, dunque, è pieno, non si muove.
Parmenide
Elea V secolo a.C.
1. Vita e opere. Parmenide nacque ad Elea città della Magna Grecia (oggi Velia, cittadina compresa fra Punta Licosa e Capo Palinuro), secondo alcune fonti nel 515 circa secondo altre nel 540, le notizie su di lui si riducono al fatto che egli scrisse le leggi per la sua città, che fu forse allievo o del pitagorico Aminia o di Senofane di Colofone e che morì verso la metà del V secolo a.C. Ad Elea fondò la sua scuola che fu detta eleatica, che ebbe una grande influenza sul pensiero greco. Inoltre sappiamo che ebbe per allievo Zenone di Elea e con lui si recò ad Atene dove tenne (ma in proposito mancano valide testimonianze) delle lezioni.
Ha lasciato un poema che la tradizione ci rimanda con il generico titolo “Sulla natura” di cui ci sono pervenuti integralmente il prologo (32 versi), quasi tutta la prima parte e frammenti della seconda per un totale di 154 versi (divisi in 19 frammenti). La prima parte del poema è dedicata alla verità (aletheia), la seconda all’opinione (doxa)
La filosofia di Parmenide ruota intorno al concetto di “Essere”, per l'eleate l'Essere è Uno e non può essere due, perché se così fosse l'altro sarebbe il Non essere il quale non può esistere. Inoltre per Parmenide Essere e Pensare sono la stessa cosa e le attestazioni dei sensi sono sbagliate. Così dicendo Parmenide pone in evidenza (anche se inconsapevolmente) un principio, detto di non contraddizione, che per lungo tempo è stato fondamentale nella storia del pensiero filosofico e cioè: il pensiero non può mai cadere in contraddizione con se stesso, affermando e negando contemporaneamente.
Con il suo pensiero Parmenide appare come un radicale innovatore della filosofia della physis, modificando profondamente la cosmologia dal punto di vista concettuale e trasformandola di fatto in una ontologia (teoria dell'essere). Ma ripercorriamo più dettagliatamente il pensiero di questo filosofo.
2. La teoria dell’essere. Rifacendosi ad un’antica tradizione Parmenide ci narra che la dottrina da lui esposta gli è stata rilevata da una dea che lo accoglie benignamente, dopo che egli era stato accompagnato al suo cospetto dalle figlie del Sole su di un carro trainato da “accorte cavalle”. Egli era giunto in tale luogo dopo aver superato le porte del giorno e della notte”, lì la dea gli annuncia che egli dovrà essere informato di tutto; “sia del cuore che non trema, il solido cuore della verità ben rotonda, sia delle opinioni dei mortali in cui non vi è vera sicurezza”. Il principio rivelato dalla dea è stato variamente interpretato da vari studiosi, tali interpretazioni sono legate al significato attribuito all’è (esti) usato da Parmenide per indicare la realtà del suo essere. L’è parmenideo è interpretato in greco con almeno tre significati; copulativa (è qualcosa), esistenziale (esiste) o veridica (è vero). Si pone poi il problema su quale sia il soggetto della voce è, che l’eleate lascia sottinteso. Alcuni studiosi lo intendono come impersonale, altri semplicemente come un soggetto sottinteso (ovvero:l’essere è). La teoria di Parmenide ruota comunque intorno ad una verità rivelata da una dea, tal verità, per alcuni studiosi, è la verità logica del principio di non contraddizione (“l'essere è e non può non essere; il non-essere non è e non può in alcun modo essere” o più brevemente “è e non può non essere”) e del terzo escluso (“è o non è”). D’altronde appare evidente che l’essere parmenideo (il grande principio) è l’essere del giudizio, l’è (etsi) dell’affermazione. Su tali basi si costituisce l’ontologia parmenidea, che il filosofo argomenta nel suo poema con una serie di deduzioni logiche per circa 50 versi.
Possiamo dunque affermare che al centro dell’insegnamento dell’eleate c’è l’affermazione che fuori dall'essere non c'è nulla e quindi anche il pensiero è essere (per Parmenide, non è possibile pensare il nulla); da tale intuizione il filosofo di Elea trae una serie di conseguenze logiche:
- l'essere è ingenerato (altrimenti dovrebbe derivare dal non-essere, ma il non-essere non c'è);
- è incorruttibile (perché altrimenti dovrebbe finire nel non-essere);
- non ha né passato né futuro (altrimenti, una volta passato, non sarebbe più, o, in attesa di essere in futuro, non sarebbe ancora) e dunque è in un eterno presente;
- è immobile ed è omogeneo (tutto uguale a sé, perché non può esserci più o meno essere);
- è perfetto (e quindi deve essere pensato come una sfera, cioè la figura geometrica perfetta);
- è limitato (in quanto tale termine corrispondeva al significato di completo, e quindi nel limite si vedeva un elemento di perfezione;
- è unico, cioè uno, perché se esistesse un altro essere tra l’uno e l’altro dovrebbe esserci il non-essere, che però non può essere.
Se quanto su affermato è la verità (l’unica possibile per Parmenide), ne consegue che ciò che i sensi colgono come diveniente e molteplice è falso. È evidente che “essere” e “non-essere” sono presi nel loro significato integrale e univoco, per tale motivo l'essere è il puro positivo e il non-essere è il puro negativo, l'uno è l'assoluto contraddittorio dell'altro, l’uno esclude l’altro.
Le teorie di Parmenide ovviamente suscitarono tra gli studiosi dell’epoca non poche polemiche ed egli fu costretto a giustificare il suo principio, ma come lo fece?
Egli utilizzò una serie di argomentazioni molto semplici:
- tutto quello che uno pensa e dice, è:
- non è possibile pensare (e quindi dire) se non pensando (e quindi dicendo) ciò che è:
- pensare il nulla vuol dire non pensare affatto, di conseguenza dire il nulla significa non dire nulla.
Da tali affermazioni se ne deduce che il nulla è impensabile e indicibile e che pensare ed essere coincidono.
Come già detto in precedenza si tratta della prima grandiosa formulazione del principio di non-contraddizione, cioè di quel principio che afferma l'impossibilità che i contraddittori coesistano contemporaneamente. Nel caso su esposto i due supremi contraddittori sono: “essere” e “non-essere”; infatti se c'è l'essere, ne consegue necessariamente che non c’è il non-essere. Parmenide scopre tale il principio soprattutto nella sua valenza ontologica (essendo l’essere l’oggetto dei suoi studi); facendolo però apre un percorso che porterà a studiare il principio di non contraddizione anche nelle sue valenze logiche, gnoseologiche e linguistiche, e in tali ambiti esso diventerà il principale caposaldo dell'intera logica occidentale.
3. Una nuova concezione filosofica. Per la sua integrale e univoca visione dell’essere (e del non-essere) e del conseguente principio di non-contraddizione Parmenide introduce un nuovo modo di intendere il percorso filosofico, d’altronde nel suo poema egli evidenzia gli attributi strutturali del suo concetto dell'essere deducendoli con una ferrea logica e con una lucidità sorprendente, al punto che la sua fama divenne subito grandissima e che Platone definì l’eleate “venerando e terribile”, e considerò l’essere parmenideo come uno dei temi più difficili e complessi da risolvere (e infatti come vedremo riuscirà a superare tale scoglio con un abile gioco dialettico).
Appare dunque evidente che per quanto il tema dell’unicità e immobilità dell’essere fosse stato subito criticato e avesse trovato (come attesta Zenone) numerosi detrattore, la logica che supportava le argomentazioni creò non poche difficoltà ai pensatori successivi, questo attesta comunque la grandezza del pensiero di Parmenide.
Egli giunse dunque alla certezza che l’unica verità è: che l'essere è ingenerato, incorruttibile, immutabile, immobile, uguale, sferiforme e uno. Di conseguenza tutte le altre cose non sono altro che vani nomi. E la via della verità è la via della ragione (che egli definì il sentiero del giorno), mentre la via dell'errore è quella dei sensi (ovvero il sentiero della notte). Sono i sensi che ci ingannano attestando l’esistenza del non-essere, mostrandoci l'esistenza del nascere e del morire, del movimento e del divenire. La dea invita Parmenide a non lasciarsi ingannare dai sensi e dall’abitudine che essi creano, quindi lo esorta a contrapporre alle apparenze dei sensi le certezza della ragione e il suo principio. Ovviamente cade preda dell'errore non solo chi espressamente afferma che “il non-essere è”, ma anche chi crede di poter ammettere, insieme, essere e non-essere e, ovviamente, chi pensa che le cose passino dall'essere al non-essere e viceversa. Questa posizione (che è la più diffusa e la più ingannevole) comprende strutturalmente la precedente, anche se la esprime in maniera differente e solo apparentemente più logica. La dea dice a Parmenide che la via dell'errore riassume tutte le posizioni di coloro che ammettono espressamente o fanno ragionamenti che implicano il non-essere, che non è e non può essere, perché impensabile e indicibile.
4. La terza via o dell’apparenza plausibile. Giunto a questo punto Parmenide fa pronunciare alla dea parole differenti, dopo gli attacchi alla via dell’apparenza (doxa fallacia) essa parla di una terza via, quella delle “apparenze plausibili”. L’eleate porta il confronto tra l’apparenza e la verità verso un ammissibile compromesso perché accetta la correttezza di un certo tipo di discorso che ammette i fenomeni e le apparenze delle cose, ma a patto che esso non si scontri con il grande principio e non ammetta, insieme, essere e non-essere. Questo tema è trattato nella seconda parte del poema (in gran parte perduta) dove la dea espone: “l'ordinamento del mondo come appare”.
È in questa parte che il sistema di Parmenide sembra trovare le maggiori difficoltà, egli infatti doveva giustificare l’apparenza senza negare il suo grande principio.
Parmenide fa riferimento alle tradizionali cosmogonie che si erano basate sulla dinamica degli opposti, uno concepito come positivo (e quindi come essere), l'altro come negativo (e quindi come non-essere). Proprio il non aver capito che gli opposti devono essere pensati come inclusi nella superiore unità dell'essere costituiva l’errore di tali concezioni. La dea comunica all’eleate che gli opposti, in realtà, sono entrambe “essere”. Giunto a questo punto Parmenide cerca, partendo dalla coppia di opposti “luce” e “notte”, di proporre una deduzione dei fenomeni, ma lo fa proclamando che “con nessuna delle due c'è il nulla”, cioè che entrambe sono essere.
Con quali ragionamenti Parmenide abbia giustificato questa sua deduzione sul mondo dei fenomeni non lo sappiamo esattamente, troppo scarsi sono i frammenti pervenutici. Ma con tale concezione l’eleate cercava di eliminare il non-essere e di eliminare la morte, che è una forma di non-essere. Nelle parti pervenute Parmenide attribuiva sensibilità ai cadaveri, affermando che essi mantenevano “sensibilità per il freddo, per il silenzio e per gli elementi contrari”. Appare chiaro che in tal modo i cadaveri non sono, in realtà, tali. Quell’oscura notte (quel freddo) in cui i cadaveri sembrano finire non è il non-essere (cioè il nulla), e, quindi, i cadaveri permangono nell'essere, e continuano, in qualche modo, a sentire e quindi a vivere.
Tali giustificazioni vanno però incontro ad insuperabili aporie (problemi) ammettendo ciò che nella prima parte del poema era stato negato, una differenziazione (anche se solo apparente secondo Parmenide) dell’essere.
Nel ragionamento dell’eleate però l’apparente contraddizione era superata dalla logica deduzione che una volta che luce e notte (e tutti gli opposti in generale) venivano riconosciute come “essere”, dovevano perdere qualsiasi carattere differenziante e diventare identiche, proprio perché entrambe sono essere, e l'essere è “tutto identico”. L'essere parmenideo non ammette nessuna differenziazioni né nelle qualità né nelle quantità. Ne consegue che, in quanto assorbiti nell'essere, i fenomeni risultavano non solo resi uguali, ma anche immobilizzati, come bloccati, pietrificati, nella fissità dell'essere.
5. Conclusioni. Dunque, il grande principio enunciato da Parmenide salvava l'essere, ma non i fenomeni, tracciando una strada nuova con cui i filosofi successivi si confronteranno e aprendo un dibattito che i successori di Parmenide renderanno particolarmente vivo per creatività e argomentazioni. L’influenza dell’eleate sul pensiero greco fu immensa, il misterioso e affascinante etsi della via della verità e la deduzione dell’ente (eón greco, che già chiaramente compare nelle tesi parmenidee) esercitarono una grande attrazione su tutta la filosofia del V secolo a.C., dall’ontologia alla filosofia della natura, alla dialettica, all’etica.
6. Testi dal Poema “Sulla natura” di Parmenide
Dal poema “Sulla natura”, fr. 1
Le cavalle che mi portano fin dove il mio desiderio vuole giungere,
mi condussero via, dopo che le dee mi ebbero condotto e mi ebbero posto
sulla via molto famosa, che appartiene alla divinità
e che porta per tutti i luoghi l'uomo che possiede il sapere.
Là fui condotto. Infatti, là mi portarono accorte cavalle
tirando il mio carro, e fanciulle indicavano il cammino.
L'asse dei mozzi mandava un sibilo acuto,
infiammandosi - siccome era premuto da due rotanti
cerchi da una parte e dall'altra -, quando affrettavano il corso nell'accompagnarmi,
le fanciulle Figlie del Sole, dopo aver lasciato le case della Notte,
verso la luce, togliendosi con le mani i veli dal capo.
Là è la porta dei sentieri della Notte e del Giorno,
con ai due estremi un architrave e una soglia di pietra;
e la porta, eretta nell'etere, è rinchiusa da grandi battenti.
Di questi, Giustizia, che molto punisce, tiene le chiavi che aprono e chiudono.
Le fanciulle, allora, rivolgendole soavi parole,
con saggezza la persuasero, affinché, per loro, la sbarra del chiavistello
senza indugiare togliesse dalla porta.
E questa, subito aprendosi,
produsse una vasta apertura dei battenti, facendo ruotare
nei cardini, in senso inverso, gli assi di bronzo
fissati con chiodi e con borchie. Di là, subito, oltre la porta,
diritto per la strada maestra le fanciulle guidarono carro e cavalle.
E la dea di buon animo mi accolse, e mi prese la destra
e incominciò a parlare così e mi disse:
"O giovane, tu che, compagno di immortali guidatrici,
con le cavalle che ti portano giungi alla nostra dimora,
rallegrati, perché non una sorte infausta ti ha condotto a percorrere
questo cammino - infatti esso è fuori dalla via battuta dagli uomini-,
ma legge divina e giustizia. Bisogna che tutto apprenda:
e il solido cuore della verità ben rotonda
e le opinioni dei mortali, nelle quali non c'è una vera certezza.
Eppure anche questo imparerai: come le cose che appaiono
bisognava che veramente fossero, essendo tutte in ogni senso".
Dal poema “Sulla natura”, fr. 7 e 8
…
Poiché non potrà mai avere forza di costrizione che sia ciò che non è:
ma allontano tu invece il pensiero da questa via di ricerca
e fa sì che l’abitudine nata dalle molte esperienze degli uomini non ti costringa
a dirigere su questa strada l’occhio che non vede e il rimbombante udito
e la lingua, ma con il solo pensiero esamina e decidi la dibattuta questione
che da me ti fu detta. Rimane solo di parlare della via
che dice che è. Su questa vi sono moltissimi segni:
essendo ingenerato e immortale
perché è integro nelle sue parti e saldo senza un termine a cui tenda.
E non è mai stato e non sarà mai, perché è ora tutto unito nella sua completezza
uno, continuo. E infatti quale origine vorresti trovare per esso?
In quale modo sarebbe nato, e dove? Dal non-essere non ti concedo
né di dirlo né di pensarlo, perché non è possibile né dire né pensare
che non è. Quale necessità lo avrebbe mai costretto
a nascere, dopo o prima, se derivasse dal nulla?
Perciò è necessario che sia per intero, o che non sia per nulla.
E neppure dall'essere concederà la forza di una certezza
che nasca qualcosa che sia accanto ad esso. Per questa ragione né il nascere
né il perire concesse a lui la Giustizia, sciogliendolo dalle catene,
ma saldamente lo ritiene. La decisione intorno a tali cose sta in questo:
“è” o “non è”. Si è quindi deciso, come è giusto,
che una via si deve lasciare, in quanto è impensabile e inesprimibile, perché non del vero
è la via, e invece che l'altra è, ed è vera.
E come l'essere potrebbe esistere nel futuro? E come potrebbe essere nato?
Infatti, se nacque, non è; e neppure esso è, se mai dovrà essere in futuro.
Così la nascita si estingue e la morte rimane ignorata.
E neppure è divisibile, perché tutto intero e uguale;
né c'è da qualche parte un di più che possa impedirgli di essere unito,
né c'è un di meno, ma tutto intero è pieno di essere.
Perciò è tutto intero continuo: che l’essere con l’essere è accosto.
Ma immobile, costretto nei limiti di grandi legami
è senza un principio e senza una fine, poiché nascita e morte
sono state cacciate lontane e le allontanò la vera certezza.
E rimanendo identico e nell'identico, in sé medesimo giace,
e in questo modo rimane là saldo. Infatti, Necessità inflessibile
lo tiene nei legami del limite, che lo rinserra tutt'intorno,
poiché è stabilito che l'essere non sia senza compimento:
infatti non manca di niente; se, invece, lo fosse, mancherebbe di tutto.
Lo stesso è il pensare il pensiero che è,
perché senza l'essere nel quale è espresso,
non troverai il pensare. Infatti, nient'altro o è o sarà
all'infuori dell'essere, poiché la Sorte lo ha vincolato
ad essere un intero e immobile. Per esso saranno nomi tutte
quelle cose che hanno stabilito i mortali, convinti che fossero vere:
nascere e perire, essere e non-essere,
cambiare di luogo e mutare luminoso colore.
Inoltre, poiché c'è un limite estremo, esso è compiuto
da ogni parte, simile a massa di ben rotonda sfera,
a partire dal centro uguale in ogni parte: infatti, né in qualche modo più grande
né in qualche modo più piccolo è necessario che sia, da una parte o da un'altra.
Né, infatti, c'è un non-essere che gli possa impedire di giungere
all'uguale, né è possibile che l'essere sia dell'essere
più da una parte e meno dall'altra, perché è un tutto inviolabile.
Infatti, identico da ogni parte, in modo identico sta nei suoi confini.
Zenone di Elea
1. Vita ed opere. Zenone nacque ad Elea (oggi Velia dei Romani) fra il 490-480 a.C., fu allievo di Parmenide, di cui era più giovane di circa venticinque anni (secondo le fonti risalenti a Platone), ma altre fonti differiscono sulla sua data di nascita. Fu legato da profonda amicizia a Parmenide di cui difese sempre il pensiero. Con Parmenide si recò ad Atene dove conobbe il giovane Socrate e dove tenne delle lezioni alle quali avrebbe assistito Pericle. Sulla sua morte esistono varie versioni, una narra del fatto che imprigionato da un tiranno Zenone venne sottoposto a tortura ma egli si troncò la lingua e la sputò addosso al tiranno medesimo. Una variante narra che Zenone denunciò gli uomini più fedeli del tiranno, questi li fece eliminare isolandosi e così autosconfiggendosi. Scrisse un'opera in prosa di cui ci restano cinque frammenti, in essa Zenone attacca ed irride i detrattori dell'opera di Parmenide, soprattutto difende l'unità dell'ente partendo da dei presupposti diventati famosi come i “paradossi di Zenone”.
2. L’inventore della dialettica. Il sistema utilizzato da Zenone per dimostrare l’assurdità di chi voleva credere nel mutamento delle cose si fondano su delle argomentazioni tra loro connesse da una serie di deduzioni logiche, tali far vedere che le conseguenze derivanti dagli argomenti utilizzati per confutare Parmenide erano ancora più contraddittorie e ridicole delle tesi che miravano a confutare. In pratica Zenone scoprì la confutazione della confutazione, cioè la dimostrazione per assurdo. Facendo vedere l'assurdità in cui cadono le tesi opposte all'Eleatismo, egli difendeva l'Eleatismo medesimo. Tale sottile forma di ragionamento è stata definita dai posteri dialettica, per tale motivo Zenone è considerato l’inventore della dialettica (così lo definì per primo Aristotele, che a lungo ne studiò le argomentazioni).
Gli argomenti (logoi) zenoniani ci sono giunti soprattutto grazie ad Aristotele e a Simplicio. La base di tali argomentazioni è apparentemente semplice e si divide in due gruppi: quelli contro l’ipotesi della pluralità degli enti e quelli contro il movimento (a cui si riferiscono i noti paradossi). Si conoscono anche altri due argomenti, uno contro l’esistenza del luogo e l’altro noto come quello del grano di miglio. Va ricordato che Proclo nel suo commento al dialogo “Parmenide” di Platone informa che gli argomenti di Zenone erano quaranta, se tale affermazione è corretta è evidente che molti di essi sono andati perduti, quelli che restano sono però sufficienti a farci capire la sottigliezza dialettica del pensiero dell’eleate.
Procedendo per ordine passiamo ad esaminare il primo gruppo che può essere schematizzato nella maniera seguente:
- se vi sono più cose, allora sono simili e dissimili allo stesso tempo;
- se vi sono più cose allora ogni cosa è infinitamente estesa e ogni cosa è infinitamente inestesa;
- se vi sono più cose allora sono infinite di numero e finite di numero;
- se vi sono più cose, allora sono uno e sono molti.
Si noti come Zenone, usando abilmente il ragionamento dicotomico, dimostri l’impossibilità per un ente di essere e contemporaneamente non essere, mettendo i detrattori del monismo parmenideo di fronte a degli assurdi logici. È pur vero che Zenone gioca sul suo terreno forzando abilmente il ragionamento a favore delle sue tesi.
3. I paradossi di Zenone. Il primo argomento usato da Zenone contro il movimento è quello detto dello “stadio” o della “dicotomia”. Egli affermava che si pretenderebbe (contro Parmenide) che un corpo possa, muovendo da un punto di partenza, giungere ad un termine stabilito. In realtà non è possibile arrivare all’estremità dello stadio. Tale corpo, dovrebbe prima di raggiungere la meta, e per farlo dovrebbe percorrere la metà della strada che deve percorrere, e prima ancora, la metà della metà, e, quindi, la metà della metà della metà, e così via, all'infinito (è infatti noto che la metà della metà della metà… non perviene mai allo zero). Ma non è possibile percorrere in un tempo finito uno spazio infinitamente divisibile.
Il secondo argomento è quello "dell'Achille". Con esso Zenone vuole dimostrare che Achille, noto per essere "il piè veloce", non potrà mai raggiungere la tartaruga, nota per essere lentissima se l’animale fosse posto anche solo un passo avanti rispetto all’uomo. Infatti prima di raggiungere la tartaruga Achille dovrà raggiungere il punto precedentemente occupato dall’animale, che però nel frattempo si sarà spostata di un intervallo, seppure piccolissimo, di spazio e così via. In tal modo la distanza tra Achille e la tartaruga non sarà mai uguale a zero, Infatti, se si ammettesse l'opposto, si ripresenterebbero le identiche contraddizioni del precedente argomento.
Zenone costruisce questi due argomenti basandosi sul presupposto concettuale (e la forza logica) che, posta l’infinita divisibilità dello spazio, il movimento di un corpo non raggiungerà mai la sua metà, perché dovendo superare infiniti punti di cui quella distanza è formata dovrà impiegarci un tempo infinito.
In effetti volendo dare un’esposizione matematica dell’argomento dell’Achille verrebbe fuori che: supponiamo che 1 sia la distanza che esiste all’inizio tra Achille (punto A) e la tartaruga (punto T), ora dato il presupposto che A e T si muovono con velocità diverse, con un rapporto di 1:100. Quando A avrà percorso il tratto 1, T sarà avanzato di 1/100, quando A avrò percorso il secondo tratto (1 + 1/100), T sarà avanzato di 1/100² e così via. Avverrà che la distanza tra A e T diminuirà progressivamente, ma non sarà mai uguale a zero, perché anche quando diventerà piccolissima sarà sempre costituita di parti. A dovrebbe riuscire a completare ciò che non si può completare, ossia la serie illimitata di termini 1 + 1/100 + 1/100² + 1/100³ …, ma questo significa che A dovrà correre per l’infinito. Il primo a confrontarsi con tale ragionamento fu Aristotele, che risolse la questione distinguendo tra piano reale e piano del pensiero. Egli affermò che nella realtà esiste solo il finito, mentre l’infinito è una semplice possibilità mentale di aumentare o diminuire indefinitamente una qualsiasi quantità data. Ma se nella realtà esistono solo distanze finite, chi si muove raggiungerà la sua meta e il più veloce raggiungerà il più lento. Nel caso dell’esempio dello stadio, formato dal tratto finito AB di lunghezza 1, nulla vieta che tale tratto sia indefinitamente diviso prima a metà, poi nella metà della metà e così via (AB = 1/2 + 1/4+ 1/8 + 1/16 + 1/32 + …), ma tale progressione infinita non potrà mai superare la quantità finita data di 1 = AB. Per analogo ragionamento anche la distanza tra Achille e la Tartaruga sarà brevemente colmata e il piè veloce catturerà l’animale, superandolo d’un tratto. La confutazione aristotelica è di grande valore, ma è valida solo in uno spazio reale finito.
Zenone aveva invece utilizzato l’ipotesi, logicamente e matematicamente legittima, della divisibilità all’infinito, quella scelta evidenzia l’esistenza di una sfasatura tra piano logico-matematico e piano fisico-reale. Nel XX secolo matematici-filosofi, e tra questi per primo Bertrand Russell nel trattato “Principles of Mathematics”(1903), vedono in Zenone un precursore della logica moderna capace di individuare un limite del pensiero umano. Non solo Zenone fu il primo ad ammettere la possibilità della divisione all’infinito, ponendo di fatto il concetto che sta alla base del calcolo infinitesimale. Proprio in ambito infinitesimale esistono possibili soluzioni all’annoso problema dell’Achille, anche se, secondo alcuni studiosi, rimanendo in ambito logico-filosofico, i due argomenti su esposti proprio per l’accettazione dell’infinita divisibilità dello spazio rimarrebbero inconfutati e inconfutabili.
Il terzo argomento, è detto "della freccia", dimostra che una freccia scoccata dall'arco, che l'opinione crede essere in movimento, è in realtà ferma. Infatti, in ciascuno degli istanti in cui è divisibile il tempo del volo, la freccia occupa uno spazio identico alla propria lunghezza; ma ciò che occupa uno spazio identico è in stato di quiete; allora, se la freccia è in riposo in ciascuno degli istanti, lo deve essere anche nella totalità (nella somma) di tutti gli istanti.
Il quarto argomento è noto come quello delle “masse nello stadio”, è il più complesso (e per molti versi il più sorprendente) dei quattro. Con tale paradosso Zenone afferma che in uno stadio un punto mobile va ad una certa velocità e contemporaneamente al doppio di essa, a seconda che sia rapportato ad un punto immobile oppure ad un punto che si muove in senso contrario alla stessa velocità, dando di fatto forma all’assurdo logico per cui “la metà del tempo è uguale al doppio”.
Per meglio comprendere l’originalità e la modernità di tale argomentazione la moderna critica tende ad utilizzare l’esempio dei treni. Se noi supponiamo tre treni disposti su binari paralleli, di cui i primi due corrono in direzioni opposte alla stessa velocità che poniamo sia di 100 km all’ora, e il terzo è immobile. Ora la velocità del treno posto al centro apparirà di 100 kmh nei confronti del treno fermo e di 200 kmh nei confronti del treno che si muove in senso opposto. Zenone ha, inconsapevolmente, anticipato la teoria della relatività di Einstein. Con però una grande differenza, quello che per Einstein è realtà (cioè la relatività del movimento), per Zenone è un assurdo logico che dimostra l’impensabilità razionale del nostro mondo e, di conseguenza, la verità della tesi di Parmenide sull’essere.
4 Gli altri argomenti zenoniani. Grande fama godette l’argomentazione detta del grano di miglio. Zenone, con tale argomento, negava la molteplicità basandosi sul contraddittorio comportamento che hanno molte cose insieme rispetto ad ognuna di esse (o parte di ognuna). Egli fece notare che molti chicchi, cadendo, fanno rumore, mentre un chicco solo (o una parte di esso) non lo fa. Nasce dunque una palese contraddizione, perché, se l'attestazione dell'esperienza fosse veritiera, un chicco dovrebbe fare rumore (con la debita proporzione) esattamente come lo fanno molti chicchi. Con tale esempio Zenone gioca abilmente sulla percezione sensibile e sui suoi limiti, dimostrando l’inaffidabilità dei sensi.
Infine un altro abilissimo gioco dialettico è quello utilizzato contro l’esistenza del luogo, detto anche paradosso dello spazio o del luogo. Zenone afferma che ogni cosa che esiste deve trovarsi in uno spazio, dunque lo spazio esiste, ma se esiste deve essere a sua volta in uno spazio e così via all’infinito.
Melisso
1. Vita e opere. Melisso nacque a Samo fra la fine del secolo VI e i primi anni del V a.C. La tradizione ci dice che fu, con Zenone di Elea, discepolo e continuatore di Parmenide. Fu esperto uomo di mare e abile politico. Nel 442 a.C. fu nominato stratega dai concittadini e guidò la flotta che sconfisse quella di Pericle in un’importante battaglia navale. Scrisse in prosa un libro “Sulla natura” o “Sull'essere”, di cui ci sono pervenuti, attraverso Simplicio, una decina di frammenti. Da essi risulta che l’opera di Melisso non fu, come era stato per Zenone, una difesa dialettica del pensiero del maestro, ma un ampliamento dell’originale teoria dell’essere.
2. Il pensiero. Melisso analizzò con rigore deduttivo la dottrina eleatica, e la corresse attribuendo all’essere parmenideo due nuovi attributi. In primo luogo, egli affermò che l'essere è "infinito" (e non finito come diceva Parmenide), perché non ha limiti né temporali, né spaziali, e perché, se fosse finito, dovrebbe confinare con un vuoto, cioè con un non-essere, il che è impossibile. Aggiungendo poi che proprio perché infinito, l'essere è necessariamente uno. La critica recente, analizzando questa affermazione, ha evidenziato un possibile legame tra Melisso e la scuola di Mileto, con un particolare riferimento ápeiron di Anassimandro.
In secondo luogo egli qualificò l’essere come "incorporeo", non nel senso che esso debba essere concepito come immateriale, ma nel senso che esso è privo di qualsiasi figura che lo determini, e non può, quindi, avere neppure la perfetta figura della sfera, come voleva Parmenide. Una concezione ardita per originalità che sembra preparare la strada a Platone, il quale per primo parlerà del concetto di incorporeo anche nel senso di immateriale.
In accordo con Parmenide, Melisso ritiene che solo il pensiero razionale possa giungere all’essere, superando i limiti dei sensi, legati ad una visione pluralistica del mondo. Il pluralismo, infatti, altro non sarebbe che un equivoco derivato dalla credenza nella validità della conoscenza empirica, nella quale domina l’opinione (doxa) che determina una conoscenza illusoria che porta l’uomo a vedere la realtà come molteplice e ricca di contraddizioni.
Melisso fu molto più radicale di Parmenide nell’eliminazione dell'opinione, cosa che egli fece con un ragionamento di grande arditezza speculativa, secondo il quale: l'ipotetico molteplice potrebbe esistere solo se potesse essere come l'Essere-Uno. Concetto espresso nella frase: "Se i molti fossero, dovrebbero essere ciascuno quale è l'Uno".
Con Melisso l'eleatismo concepisce un Essere eterno, infinito, uno, uguale, immutabile, immobile, incorporeo e giunge all’esplicita e categorica negazione del molteplice, e alla conseguente negazione dei fenomeni, visti non come uno strumento di conoscenza ed analisi ma come una manifestazione dell’illusoria realtà. In tal modo, però, gli Eleati lasciavano ai successori un grande problema: come fosse possibile riconoscere alla ragione le sue ragioni, e allo stesso tempo riconoscere le ragioni dell'esperienza, che pure attesta (per molti aspetti) il contrario. Insomma si trattava di salvare, ad un tempo, il principio di Parmenide e i fenomeni.
3. Testi dal Poema “Sulla natura” di Melisso
fr. 1 Diels-Kranz
Sempre era ciò che era e sempre sarà. Se, infatti, fosse generato, sarebbe necessario che, prima che fosse generato, non fosse nulla: e se, prima, non era nulla, per nessuna ragione nulla si sarebbe potuto generare dal nulla.
fr. 2 Diels-Kranz
E poiché, dunque, non si è generato, è e sempre era e sempre sarà, non ha neppure principio né fine, ma è infinito. Infatti, se si fosse generato, avrebbe un principio (infatti avrebbe cominciato a generarsi ad un certo momento) e una fine (infatti avrebbe finito di generarsi ad un certo momento); ma, poiché non ha avuto inizio e non ha terminato, era e sarà sempre, non ha principio né fine. Non è infatti possibile che sia sempre ciò che non è tutto.
fr. 7 Diels-Kranz
1. Così, dunque, è eterno, infinito, uno, tutto uguale.
2. E non può né perdere qualcosa né diventare più grande, né può mutare forma, e non prova dolore, né soffre pena. Infatti, se patisse qualcuna di queste cose, non sarebbe più uno. Se si alterasse, necessariamente l'essere non sarebbe uguale, ma dovrebbe perire ciò che era prima, e dovrebbe nascere ciò che non è. Se, dunque, si alterasse anche di un solo capello in diecimila anni, si distruggerebbe tutto quanto in tutta la durata del tempo.
3. Né è possibile che subisca mutazione di forma; infatti la forma che c'era prima non perisce, né si genera quella che non è. Ma, poiché nulla si aggiunge né perisce né si altera, come potrebbe qualcosa subire mutamento di forma? Se, infatti, qualcosa diventasse diverso, subirebbe senz'altro anche mutamento di forma.
4. E non prova dolore, perché non potrebbe essere tutto, se provasse dolore. Infatti, una cosa che prova dolore non può essere sempre; né potrebbe avere una forza uguale a una cosa che è sana. E non sarebbe neppure uguale, se provasse dolore: infatti, soffrirebbe se qualcosa gli venisse tolto o aggiunto, e, quindi, non sarebbe più uguale.
5. E ciò che è sano non potrebbe provare dolore: infatti, perirebbe ciò che è sano, cioè l'essere, e si genererebbe il non-essere.
6. E anche per il soffrire vale lo stesso ragionamento che si è fatto per il provare dolore.
7. E non c'è alcun vuoto: infatti, il vuoto non è nulla; e ciò che non è nulla non può essere. Allora l'essere neppure si muove; infatti, non può spostarsi in alcun luogo, ma è pieno. Infatti, se ci fosse il vuoto, si potrebbe spostare nel vuoto; ma, poiché il vuoto non c'è, non ha dove spostarsi.
8. E non potrebbe essere denso e raro. Infatti il raro non può essere pieno nello stesso modo che il denso, ma il raro è senz'altro più vuoto del denso.
9. E tra il pieno e il non pieno bisogna fare la seguente distinzione: se qualcosa fa luogo a qualcos'altro e l'accoglie, non è pieno; invece, se non fa luogo a qualcos'altro e non l'accoglie, è pieno.
10. Dunque, è necessario che sia pieno, se il vuoto non è. E se, dunque, è pieno, non si muove.
Iscriviti a:
Post (Atom)

