
martedì 6 gennaio 2009
giovedì 1 gennaio 2009
Alcune precisazioni su questo blog
Questo blog è principalmente un manuale di filosofia, in esso però compaiono (e compariranno articoli e pensieri in libertà), legato a Edgardo Rossi News c'è un Dizionario di Filosofia ecc. che crescerà man mano, così come crescerà il manuale (prevedo di metterci molto tempo n.d.a.).
Digitando sul lettore XiX si potrà entrare nel romanzo Graal, curato da Silvano Baracco e scritto a più mani sul sito Libere parole, fondato da Silvano anni fa e oggi non più attivo.
Per leggere tutto bisogna entrare nei vari archivi mensili, al momento non conosco un altro modo per creare l'elenco di quanto scritto.
Ad oggi la Filosofia va dalle origini ad Anassagora.
Gli articoli, si trovano in Novembre. o meglio Nov 01 e Nov 02, quindi a seguire
e sono
Le lacrime non hanno colore
Il silenzio degli innocenti
Omaggio a Silvano Baracco
si trovano con trova
martedì 9 dicembre 2008
Origine della Filosofia oggi?
Origine della Filosofia oggi?
di Giorgio Minucci
La filosofia si definisce per la sua ricerca sull’insieme piuttosto che sulle parti, in qualsiasi settore o dimensione essa si svolga: dimensione metafisica, ontologica, etica, politica, sociale, estetica, logica, gnoseologica. In qualunque settore, la filosofia si interroga sulle questioni essenziali. Che cosa è essenzialmente metafisico? Essenzialmente ontologico? Essenzialmente etico? È chiaro che le risposte dipendono dalle differenti filosofie. Perché le filosofie differiscono? Riflettere su queste differenze significa chiederci se esista o meno una condizione espistemologica per la filosofia, che in qualche modo spieghi e legittimi la differenza tra le filosofie. Tale interrogativo però richiede una soluzione a mio avviso difficile, estremamente complessa.
Iniziamo allora a chiederci perché vi sono diverse filosofie. Al di là di qualunque risposta possiamo dare, il problema è che anche la risposta stessa può essere il frutto di una filosofia, dunque essa può essere diversa a seconda delle differenti filosofie. Per esempio un marxista, in base alla sua filosofia, non esiterebbe ad affermare che le filosofie si differenziano a seconda dei diversi contesti storico-materiali; un weberiano, invece, che parte da un altro presupposto filosofico (ogni azione umana in quanto tale è dotata di senso) non esiterebbe a rispondere che le filosofie si differenziano per i diversi contesti etico-culturali. Come si vede la filosofie orientano risposte essenziali sulla base di presupposti filosofici, che a loro volta hanno, comunque sia, una loro dignità filosofica, nel senso che sono presupposti filosoficamente assunti, la cui critica o accettazione viene mediata rispettivamente da un’altra o dalla propria filosofia. Il discorso che stiamo facendo serve per mostrare che in realtà non esiste una Filosofia delle filosofie, una Filosofia che stabilisca l’esito del filosofare in una direzione piuttosto che in un’altra. La filosofia vive di sé. Delle sue riflessioni, delle sue ricerche, della sua libertà, della sua assenza di presupposti estrinseci, oggettivamente dati. Essa è epistemologicamente autonoma. L’unico divieto è il dogma. Chi pretende di filosofare partendo da assunti che non sono anche il risultato di una libera critica riflessiva, in realtà avanza una pretesa ideologica, non criticamente fondata. Ma cosa significa critica, fondazione, ideologia, che cosa tali termini significhino in sé, in modo assoluto, questo non può essere stabilito una volta per tutte. I significati di tali termini, ancora una volta, dipendono dalle differenti filosofie. Tutto ciò però non attesta un circolo vizioso, ma il fatto incontestabile che la critica, la libertà, la fondazione eccetera, al di là dei contenuti teoretici differenti di cui si riempiono, sono modalità, atteggiamenti peculiari del filosofare, che avanza con il suo stile interpretativo.
In questo senso la filosofia nasce in Grecia, perché in questa terra per la prima volta, per quel che ne sappiamo, lo sguardo umano si interroga criticamente sull’essenza delle cose. Non importa che tale essenza sia l’acqua piuttosto che il fuoco o l’infinito o l’aria. Importa che la risposta sia stata ricercata criticamente attraverso un’indagine razionale.La razionalità di cui si serve la filosofia però non è quella della spiegazione scientifica, è semmai la coerenza critica del discorso per cui le conclusioni conseguono dalle premesse, che sono tali per il fatto che per il modo in cui sono assunte risultano le più evidenti. Anche qui tocchiamo un argomento difficile eppure molto interessante. La filosofia parte dall’evidenza di ciò che le si mostra. Attraverso la riflessione critica importa che in un modo o nell’altro si arrivi all’evidenza. Essa può essere presentata, dopo una lunga ricerca, da un dato empirico, da un’intuizione che sorge dall’animo, oppure si rinviene attraverso un’analisi filologica o semantica di un termine, di una tradizione, di una religione. La filosofia, comunque sia, argomenta criticamente, partendo dall’evidenza di ciò che le si manifesta attraverso un libero esame. Ma a sua volta il libero esame critico, riflessivo, presuppone un’evidenza radicale, ineludibile: la meraviglia dell’essere, il sentimento che l’essere non sia nulla di scontato. Qui tocchiamo l’animo del filosofare, che è forse l’unica condizione necessaria anche se non sufficiente della sua possibilità: il sentimento che nulla non sia degno di essere oggetto di meraviglia e interrogazione. Lo sguardo filosofico è fanciullesco e al tempo stesso molto impegnativo. Chiede il senso dell’essenza delle cose, con ingenuità disarmante rispetto all’ordinarietà. In questo senso la filosofia è criticità radicale grazie alla meraviglia dell’Essere. In questo senso spostiamo l’attenzione verso un altro argomento: è molto difficile essere filosofi nelle condizioni attuali del nostro sistema sociale. In effetti la burocratizzazione dell’esistente sociale, attraverso organigrammi e mansionari più o meno formali atti a garantire l’ingranaggio e l’ordine vocazionale per i ruoli, è così conformante l’identità personale, che questa non sa più porsi nell’ottica della Meraviglia; immediatamente la preclude con procedure che la squalificano in quanto non amministrabile, perciò viene letteralmente rimossa. È difficile oggi trovare un filosofo che in occasioni pubbliche reciti il suo pensiero senza procedure burocratiche. La filosofia, dal momento che assume come sua propria condizione la riflessione critica e interpretativa meravigliata, mai come oggi è nella condizione di dovere e poter assumere come sua propria condizione anche la critica irriducibile della Modernità, profilandosi per uno stile radicalmente umanistico. Storicamente parlando, questa le è la condizione più fondamentale, non solo perché la filosofia è costitutivamente critica verso la Modernità, ma anche perché ogni compromesso con la Modernità le toglie la fonte da cui scaturisce: la Me
di Giorgio Minucci
La filosofia si definisce per la sua ricerca sull’insieme piuttosto che sulle parti, in qualsiasi settore o dimensione essa si svolga: dimensione metafisica, ontologica, etica, politica, sociale, estetica, logica, gnoseologica. In qualunque settore, la filosofia si interroga sulle questioni essenziali. Che cosa è essenzialmente metafisico? Essenzialmente ontologico? Essenzialmente etico? È chiaro che le risposte dipendono dalle differenti filosofie. Perché le filosofie differiscono? Riflettere su queste differenze significa chiederci se esista o meno una condizione espistemologica per la filosofia, che in qualche modo spieghi e legittimi la differenza tra le filosofie. Tale interrogativo però richiede una soluzione a mio avviso difficile, estremamente complessa.
Iniziamo allora a chiederci perché vi sono diverse filosofie. Al di là di qualunque risposta possiamo dare, il problema è che anche la risposta stessa può essere il frutto di una filosofia, dunque essa può essere diversa a seconda delle differenti filosofie. Per esempio un marxista, in base alla sua filosofia, non esiterebbe ad affermare che le filosofie si differenziano a seconda dei diversi contesti storico-materiali; un weberiano, invece, che parte da un altro presupposto filosofico (ogni azione umana in quanto tale è dotata di senso) non esiterebbe a rispondere che le filosofie si differenziano per i diversi contesti etico-culturali. Come si vede la filosofie orientano risposte essenziali sulla base di presupposti filosofici, che a loro volta hanno, comunque sia, una loro dignità filosofica, nel senso che sono presupposti filosoficamente assunti, la cui critica o accettazione viene mediata rispettivamente da un’altra o dalla propria filosofia. Il discorso che stiamo facendo serve per mostrare che in realtà non esiste una Filosofia delle filosofie, una Filosofia che stabilisca l’esito del filosofare in una direzione piuttosto che in un’altra. La filosofia vive di sé. Delle sue riflessioni, delle sue ricerche, della sua libertà, della sua assenza di presupposti estrinseci, oggettivamente dati. Essa è epistemologicamente autonoma. L’unico divieto è il dogma. Chi pretende di filosofare partendo da assunti che non sono anche il risultato di una libera critica riflessiva, in realtà avanza una pretesa ideologica, non criticamente fondata. Ma cosa significa critica, fondazione, ideologia, che cosa tali termini significhino in sé, in modo assoluto, questo non può essere stabilito una volta per tutte. I significati di tali termini, ancora una volta, dipendono dalle differenti filosofie. Tutto ciò però non attesta un circolo vizioso, ma il fatto incontestabile che la critica, la libertà, la fondazione eccetera, al di là dei contenuti teoretici differenti di cui si riempiono, sono modalità, atteggiamenti peculiari del filosofare, che avanza con il suo stile interpretativo.
In questo senso la filosofia nasce in Grecia, perché in questa terra per la prima volta, per quel che ne sappiamo, lo sguardo umano si interroga criticamente sull’essenza delle cose. Non importa che tale essenza sia l’acqua piuttosto che il fuoco o l’infinito o l’aria. Importa che la risposta sia stata ricercata criticamente attraverso un’indagine razionale.La razionalità di cui si serve la filosofia però non è quella della spiegazione scientifica, è semmai la coerenza critica del discorso per cui le conclusioni conseguono dalle premesse, che sono tali per il fatto che per il modo in cui sono assunte risultano le più evidenti. Anche qui tocchiamo un argomento difficile eppure molto interessante. La filosofia parte dall’evidenza di ciò che le si mostra. Attraverso la riflessione critica importa che in un modo o nell’altro si arrivi all’evidenza. Essa può essere presentata, dopo una lunga ricerca, da un dato empirico, da un’intuizione che sorge dall’animo, oppure si rinviene attraverso un’analisi filologica o semantica di un termine, di una tradizione, di una religione. La filosofia, comunque sia, argomenta criticamente, partendo dall’evidenza di ciò che le si manifesta attraverso un libero esame. Ma a sua volta il libero esame critico, riflessivo, presuppone un’evidenza radicale, ineludibile: la meraviglia dell’essere, il sentimento che l’essere non sia nulla di scontato. Qui tocchiamo l’animo del filosofare, che è forse l’unica condizione necessaria anche se non sufficiente della sua possibilità: il sentimento che nulla non sia degno di essere oggetto di meraviglia e interrogazione. Lo sguardo filosofico è fanciullesco e al tempo stesso molto impegnativo. Chiede il senso dell’essenza delle cose, con ingenuità disarmante rispetto all’ordinarietà. In questo senso la filosofia è criticità radicale grazie alla meraviglia dell’Essere. In questo senso spostiamo l’attenzione verso un altro argomento: è molto difficile essere filosofi nelle condizioni attuali del nostro sistema sociale. In effetti la burocratizzazione dell’esistente sociale, attraverso organigrammi e mansionari più o meno formali atti a garantire l’ingranaggio e l’ordine vocazionale per i ruoli, è così conformante l’identità personale, che questa non sa più porsi nell’ottica della Meraviglia; immediatamente la preclude con procedure che la squalificano in quanto non amministrabile, perciò viene letteralmente rimossa. È difficile oggi trovare un filosofo che in occasioni pubbliche reciti il suo pensiero senza procedure burocratiche. La filosofia, dal momento che assume come sua propria condizione la riflessione critica e interpretativa meravigliata, mai come oggi è nella condizione di dovere e poter assumere come sua propria condizione anche la critica irriducibile della Modernità, profilandosi per uno stile radicalmente umanistico. Storicamente parlando, questa le è la condizione più fondamentale, non solo perché la filosofia è costitutivamente critica verso la Modernità, ma anche perché ogni compromesso con la Modernità le toglie la fonte da cui scaturisce: la Me
giovedì 4 dicembre 2008
Anassagora
Anassagora
(Clazomene ca 495 a.C. - Lampsaco ca 428 a.C. )
1.Vita e opere. Scrisse un trattato “Sulla Natura” di cui ci sono giunti 22 frammenti. Nei suoi scritti evidenti paiono le influenze di Anassimene, Parmenide, Zenone e, forse, di Empedocle. Di lui sappiamo che era già noto nel 462, per l’originalità delle sue teorie e che viaggiò molto prima di stabilirsi ad Atene, provenendo dalla Ionia, dove per primo parlò di filosofia e aprì una scuola dove insegnò per oltre trent’anni. Suoi allievi furono Euripide, Archelao e, si pensa, lo stesso Socrate.
Amico personale di Pericle fu coinvolto nelle vicissitudini del suo protettore. Nel 432 fu accusato di empietà e processato. Gli accusatori gli contestarono il fatto d’aver sostenuto dottrine sui corpi celesti contrarie alla tradizione e di aver negato l’esistenza degli dei. In realtà le motivazioni dell’accusa erano un mezzo per colpire lo stesso Pericle. Le accuse lanciate contro Anassagora erano una critica diretta alla politica democratica e da sempre aperta alle novità culturali promossa dal circolo di Pericle. Per tali motivi il filosofo fu obbligato a rifugiarsi a Lampsaco in Asia Minore, dove aprì un’altra scuola e dove morì.
2. La teoria dei semi. Anassagora è un filosofo pluralista, che propone come base dell'esistere delle piccole particelle dette “semi” (in greco spérmata, che Aristotele chiamò in seguito omeomerie = realtà che nella suddivisione danno sempre parti qualitativamente identiche, ma alcuni studiosi non escludono che il termine sia anassagoreo), le quali si aggregano e disgregano seguendo l'intervento di un principio intelligente o “Mente ordinatrice” (in greco Nous). Egli ammette, con Parmenide, l’omogeneità e l’unità del tutto, concetto che può essere espresso nella frase: nulla nasce o perisce, ma tutto si unisce o si separa, perché la totalità della cose è sempre uguale a se stessa. Ma non accetta che l’essere sia immobile e indeterminato. Anassagora afferma che tutto è in tutto, e cioè che ogni cosa o essere vivente contiene seppure in minima parte le particelle delle altre sostanze, e che “da tutto, tutto si genera”. Questa concezione gli permette di spiegare in modo non contraddittorio il divenire, in particolare il nascere e il morire, come sviluppo di qualità intrinseche e già esistenti e non come il crearsi o il distruggersi di nuove o vecchie qualità.
Osserviamo in maniera più approfondita le teorie di Anassagora, evidenziandone meglio le caratteristiche.
Affermando che il nascere e il morire non esistono realmente Anassagora accetta le tesi eleatiche, ma pensando all’universo come un qualcosa in perenne divenire occhieggia alle tesi eraclitee. Egli afferma che esistono delle "cose che sono", che, componendosi e scomponendosi, danno origine al nascere e al morire di tutte le cose; questi principi però non possono essere solo le quattro radici di Empedocle. I quattro elementi: Acqua, aria, terra e fuoco non sono sufficienti a spiegare le innumerevoli qualità che si manifestano nei fenomeni. È dunque ovvio che gli elementi da cui derivano tutte le cose dovranno essere tanti quante sono le innumerevoli quantità delle cose stesse, cioè "semi aventi forme, colori e gusti di ogni genere", vale a dire infinitamente vari. Sono proprio questi semi l'originario qualitativo che Anassagora ci propone eleaticamente non solo perché è ingenerabile (eterno), ma anche perché è immutabile (nessuna qualità si trasforma nell'altra, essendo appunto originaria). Insomma tali infiniti originari sono pensati con le stesse caratteristiche dell'Uno di Melisso.
Va aggiunto che i semi non sono solo infiniti di numero (e quindi considerati nel loro complesso per le loro infinite qualità), ma risultano infiniti anche se presi ciascuno singolarmente, ossia sono infiniti anche in quantità. Dunque non hanno limite in grandezza (sono inesauribili e possono aumentare all’infinito) e nemmeno nella piccolezza, perché possono essere divisi all'infinito, senza che la divisione possa arrivare al nulla (dato che il nulla non è). Forte di tale convinzione Anassagora afferma che si può dividere all'infinito qualsivoglia seme (qualsiasi sostanza-qualità) in parti sempre più piccole, e le parti che si otterranno saranno sempre della medesima qualità, le famose omeomerie.
Partendo da tali basi Anassagora costruisce la sua teoria cosmologica. Originariamente la totalità dell’essere è una mescolanza caotica (detta migma) in cui tutto era mescolato insieme e in cui sono contenuti tutti i principi (i semi) di cui saranno costituiti tutti i corpi. Su tale massa caotica interviene l’intelligenza ordinatrice, il nous, la quale è formata da materia più leggera e sottile risultando quindi separata dagli altri semi che ordina e governa. L’intelletto ordinatore determinò un movimento che produsse una ben ordinata mescolanza da cui scaturirono tutte le cose. Platone ed Aristotele, riflettendo su questo punto, riconobbero ad Anassagora il merito di aver introdotto nella natura un principio finalistico, introducendo tale concetto nell’ambito della ricerca filosofica.
Anassagora però andò oltre nelle sue riflessioni e affermò che ciascuna e tutte le cose sono ben ordinate mescolanze, in cui esistono tutti i semi di tutte le altre cose, anche se in misura piccolissima e variamente proporzionati. Operando sui semi il nous li ripartisce nelle varie cose in proporzioni diverse, in modo che in ogni punto del cosmo tutte le qualità siano sempre rappresentate (secondo la regola: tutto è in tutto), dando anche vita all’immagine di un universo infinito (con più mondi simili in tutto e per tutto alla terra). In tal modo il filosofo di Clazomene cercava anche di spiegare i fenomeni naturali di trasformazione e assimilazione. In pratica egli affermava: è la prevalenza di questo o di quest'altro seme che determina la differenza delle cose ed è per tale motivo che la focaccia (il grano), mangiata e assimilata, diventa capello, carne, osso e tutto il resto; perché nella focaccia ci sono i semi di capello, di carne, di osso e di tutto il resto (Anassagora afferma testualmente: "Come infatti potrebbe prodursi da ciò che non è capello il capello e la carne da ciò che non è carne?"). L’uomo non si accorge di ciò a causa della debolezza dei suoi sensi che gli permettono di cogliere solo le qualità dei semi quantitativamente prevalenti. Con tali concetti Anassagora tentava di salvare l'immobilità sia "quantitativa" sia "qualitativa", affermando che: nulla viene dal nulla né va nel nulla, ma tutto è nell'essere da sempre e per sempre, anche la qualità apparentemente più insignificante.
Ma le proprietà dell’intelletto non finiscono qui, è il nous che ordina il movimento degli astri, che non sono divinità ma “fuoco, terra e pietra”. L’intelletto ordinatore appare come un qualcosa di veramente innovativo, come l'intuizione di un principio che è una realtà infinita, separata da tutto il resto, la "più sottile" e "più pura" delle cose, uguale a se stessa, intelligente e sapiente. Con Anassagora ci avviciniamo alla scoperta dell’immateriale, tema che verrà ripreso da Platone ed Aristotele e che resta uno dei punti più controversi delle speculazioni filosofiche.
3. L’importanza del lavoro. Anassagora fu però anche uno spirito pratico, diede un grande impulso alla ricerca naturalistica, che egli fondò sull’esperienza, la memoria e la tecnica. La tradizione gli attribuisce anche la spiegazione razionale delle eclissi e della respirazione dei pesci, e ricerche sull’anatomia del cervello, di cui forse per primo intuì la funzione. Egli rivide anche la teoria della conoscenza affermando, al contrario di Empedocle, che la sensazione è prodotta negli uomini non dalle cose simili, ma da quelle dissimili. Gli uomini percepiscono il freddo con il caldo, il dolce con l’amaro, e ogni qualità con la qualità opposta; è solo l’assenza di una qualità determinata che ci consente di coglierla tramite i sensi quando essa si presenta nelle cose. Da qui la nota affermazione: il simile conosce il dissimile.
Anassagora considerò il lavoro e le attività tecniche come strumenti essenziali nella formazione degli uomini. Solo le conoscenze tecniche potevano garantire un autentico sapere, solo l’attività lavorativa rendeva l’uomo veramente tale. In un suo frammento (DK 59 A 102) Anassagora afferma: “L’uomo è il più intelligente degli animali in virtù del possesso delle mani”, si tratta di un’importante intuizione, sono l’esperienza e il lavoro che permettono all’uomo di raffinare le capacità mentali, senza tali attività le capacità umane rimarrebbero ad un livello molto basso. È attraverso le tecniche che l’uomo si fa uomo distinguendosi dagli animali ed elevandosi alla condizione di essere razionale.
Testi.
Da “Sulla natura” di Anassagora
Fr. 1 Diels-Kranz
Insieme erano tutte le cose, illimitate per quantità e per piccolezza, perché anche il piccolo era illimitato. Stando tutte assieme nessuna era discernibile a causa della piccolezza, su tutte predominava l’aria e l’etere, essendo entrambi illimitati, sono infatti queste nella massa totale le più grandi per quantità e per grandezza.
Fr. 2 Diels-Kranz
Perché l’aria e l’etere si separano dal molto che li avvolge e tale avvolgente è illimitato per quantità.
Fr. 3 Diels-Kranz
In effetti del piccolo non c’è il minimo ma sempre un più piccolo (infatti è impossibile che ciò che è non sia) ma anche del grande c’è sempre un più grande, e per quantità è uguale al piccolo e in rapporto a se stessa ogni cosa è grande e piccola.
Fr. 4 Diels-Kranz
Stando così queste cose, bisogna ritenere che molte cose e di ogni genere si trovino in tutto ciò che viene ad essere per agglomerazione e semi aventi forme, colori e gusti di ogni genere. E si condensarono uomini e tutti gli esseri viventi e quanti hanno sensibilità. E questi uomini hanno città abitate ed opere manufatte, come noi, ed essi hanno il Sole e la Luna e tutte le altre cose come noi, e la terra produce loro molte cose e di ogni genere, delle più utili delle quali fanno uso, dopo averle raccolte nelle loro dimore. Questo dunque ho detto sulla formazione per separazione, perché non solo da noi è possibile il processo di formazione, ma anche altrove.
Prima che queste cose si separassero, essendo insieme tutte le cose, non era distinguibile neppure alcun colore. Era infatti d'ostacolo la mescolanza di tutte le cose, dell'umido e dell'asciutto, del caldo e del freddo, del luminoso e dell'oscuro e di molta terra che vi si trovava, e dei semi illimitati in quantità, in nulla simili l'uno all'altro. Infatti neppure delle altre cose in nulla rassomiglia l'una all'altra. Stando così queste cose bisogna ritenere che nel tutto ci siano tutte le cose.
Fr. 5 Diels-Kranz
Una volta che queste cose si sono divise in tal modo, bisogna riconoscere che tutte le cose non sono né di meno né di più (perché non è possibile che siano più di tutte) ma tutte sempre uguali.
Fr. 11 Diels-Kranz
In ogni cosa c’è parte di ogni cosa, ad eccezione dell’intelletto, ma ci sono cose nelle quali c’è anche l’intelletto.
Fr. 12 Diels-Kranz:
Tutte le altre cose hanno parte di ogni cosa, ma l'intelletto è illimitato, indipendente e non mescolato ad alcuna cosa, ma sta sola in sé. Se infatti non stesse in sé, ma fosse mescolato a qualche cosa d'altro, parteciperebbe di tutte le cose, se fosse mescolato a qualcuna. In tutto si trova infatti parte di ogni cosa, come ho detto prima, e le cose mescolate gli sarebbero d'ostacolo, sì che non avrebbe potere su alcuna cosa, come lo ha stando solo in sé. È infatti la più sottile e più pura di tutte le cose e possiede piena conoscenza di tutto e ha grandissima forza. E quante cose hanno vita, le maggiori e le minori, tutte domina l'intelletto. E sull’intera rivoluzione l’intelletto ebbe potere sì da avviarne l’inizio. E per prima cosa ha dato inizio a tale rivolgimento dal piccolo, poi la rivoluzione diventa più grande e diventerà più grande. E le cose che si mischiano insieme si separano e si dividono, tutte l’intelletto ha conosciuto. E qualunque cosa doveva essere e qualunque fu che ora non è, e quante adesso sono e qualunque altra sarà, tutte l’intelletto ha ordinato, anche la rotazione in cui si rivolgono adesso gli astri, il sole, la luna, l’aria, l’etere che si vengono separando. Proprio questa rivoluzione li ha fatti separare e dal raro per separazione si forma il denso, dal freddo il caldo, dall’oscuro la luce, dall’umido al secco. In realtà molte cose hanno parte a molte cose. Ma nessuna si separa o si divide del tutto, l’una dall’altra, ad eccezione dell’intelletto. L’intelletto è tutto uguale, quello più grande e quello più piccolo. Nessun'altra cosa è simile ad altra, ma ognuna è ed era la cosa più appariscente che in essa sono in misura massima.
Fr. 13 Diels-Kranz
Dopo di che l’intelletto dette inizio al movimento, dal tutto che era mosso cominciarono a formarsi le cose per separazione e quello che l’intelletto aveva messo in movimento tutto si divise. E la rotazione di quanto era mosso e separato accresceva di molto il processo di separazione.
Fr. 17 Diels-Kranz
Ma del nascere e del morire non considerano correttamente i Greci: nessuna cosa infatti nasce e muore, ma a partire da cose che sono si produce un processo di composizione e divisione; così dunque dovrebbero correttamente chiamare il nascere comporsi e il morire dividersi.
(Clazomene ca 495 a.C. - Lampsaco ca 428 a.C. )
1.Vita e opere. Scrisse un trattato “Sulla Natura” di cui ci sono giunti 22 frammenti. Nei suoi scritti evidenti paiono le influenze di Anassimene, Parmenide, Zenone e, forse, di Empedocle. Di lui sappiamo che era già noto nel 462, per l’originalità delle sue teorie e che viaggiò molto prima di stabilirsi ad Atene, provenendo dalla Ionia, dove per primo parlò di filosofia e aprì una scuola dove insegnò per oltre trent’anni. Suoi allievi furono Euripide, Archelao e, si pensa, lo stesso Socrate.
Amico personale di Pericle fu coinvolto nelle vicissitudini del suo protettore. Nel 432 fu accusato di empietà e processato. Gli accusatori gli contestarono il fatto d’aver sostenuto dottrine sui corpi celesti contrarie alla tradizione e di aver negato l’esistenza degli dei. In realtà le motivazioni dell’accusa erano un mezzo per colpire lo stesso Pericle. Le accuse lanciate contro Anassagora erano una critica diretta alla politica democratica e da sempre aperta alle novità culturali promossa dal circolo di Pericle. Per tali motivi il filosofo fu obbligato a rifugiarsi a Lampsaco in Asia Minore, dove aprì un’altra scuola e dove morì.
2. La teoria dei semi. Anassagora è un filosofo pluralista, che propone come base dell'esistere delle piccole particelle dette “semi” (in greco spérmata, che Aristotele chiamò in seguito omeomerie = realtà che nella suddivisione danno sempre parti qualitativamente identiche, ma alcuni studiosi non escludono che il termine sia anassagoreo), le quali si aggregano e disgregano seguendo l'intervento di un principio intelligente o “Mente ordinatrice” (in greco Nous). Egli ammette, con Parmenide, l’omogeneità e l’unità del tutto, concetto che può essere espresso nella frase: nulla nasce o perisce, ma tutto si unisce o si separa, perché la totalità della cose è sempre uguale a se stessa. Ma non accetta che l’essere sia immobile e indeterminato. Anassagora afferma che tutto è in tutto, e cioè che ogni cosa o essere vivente contiene seppure in minima parte le particelle delle altre sostanze, e che “da tutto, tutto si genera”. Questa concezione gli permette di spiegare in modo non contraddittorio il divenire, in particolare il nascere e il morire, come sviluppo di qualità intrinseche e già esistenti e non come il crearsi o il distruggersi di nuove o vecchie qualità.
Osserviamo in maniera più approfondita le teorie di Anassagora, evidenziandone meglio le caratteristiche.
Affermando che il nascere e il morire non esistono realmente Anassagora accetta le tesi eleatiche, ma pensando all’universo come un qualcosa in perenne divenire occhieggia alle tesi eraclitee. Egli afferma che esistono delle "cose che sono", che, componendosi e scomponendosi, danno origine al nascere e al morire di tutte le cose; questi principi però non possono essere solo le quattro radici di Empedocle. I quattro elementi: Acqua, aria, terra e fuoco non sono sufficienti a spiegare le innumerevoli qualità che si manifestano nei fenomeni. È dunque ovvio che gli elementi da cui derivano tutte le cose dovranno essere tanti quante sono le innumerevoli quantità delle cose stesse, cioè "semi aventi forme, colori e gusti di ogni genere", vale a dire infinitamente vari. Sono proprio questi semi l'originario qualitativo che Anassagora ci propone eleaticamente non solo perché è ingenerabile (eterno), ma anche perché è immutabile (nessuna qualità si trasforma nell'altra, essendo appunto originaria). Insomma tali infiniti originari sono pensati con le stesse caratteristiche dell'Uno di Melisso.
Va aggiunto che i semi non sono solo infiniti di numero (e quindi considerati nel loro complesso per le loro infinite qualità), ma risultano infiniti anche se presi ciascuno singolarmente, ossia sono infiniti anche in quantità. Dunque non hanno limite in grandezza (sono inesauribili e possono aumentare all’infinito) e nemmeno nella piccolezza, perché possono essere divisi all'infinito, senza che la divisione possa arrivare al nulla (dato che il nulla non è). Forte di tale convinzione Anassagora afferma che si può dividere all'infinito qualsivoglia seme (qualsiasi sostanza-qualità) in parti sempre più piccole, e le parti che si otterranno saranno sempre della medesima qualità, le famose omeomerie.
Partendo da tali basi Anassagora costruisce la sua teoria cosmologica. Originariamente la totalità dell’essere è una mescolanza caotica (detta migma) in cui tutto era mescolato insieme e in cui sono contenuti tutti i principi (i semi) di cui saranno costituiti tutti i corpi. Su tale massa caotica interviene l’intelligenza ordinatrice, il nous, la quale è formata da materia più leggera e sottile risultando quindi separata dagli altri semi che ordina e governa. L’intelletto ordinatore determinò un movimento che produsse una ben ordinata mescolanza da cui scaturirono tutte le cose. Platone ed Aristotele, riflettendo su questo punto, riconobbero ad Anassagora il merito di aver introdotto nella natura un principio finalistico, introducendo tale concetto nell’ambito della ricerca filosofica.
Anassagora però andò oltre nelle sue riflessioni e affermò che ciascuna e tutte le cose sono ben ordinate mescolanze, in cui esistono tutti i semi di tutte le altre cose, anche se in misura piccolissima e variamente proporzionati. Operando sui semi il nous li ripartisce nelle varie cose in proporzioni diverse, in modo che in ogni punto del cosmo tutte le qualità siano sempre rappresentate (secondo la regola: tutto è in tutto), dando anche vita all’immagine di un universo infinito (con più mondi simili in tutto e per tutto alla terra). In tal modo il filosofo di Clazomene cercava anche di spiegare i fenomeni naturali di trasformazione e assimilazione. In pratica egli affermava: è la prevalenza di questo o di quest'altro seme che determina la differenza delle cose ed è per tale motivo che la focaccia (il grano), mangiata e assimilata, diventa capello, carne, osso e tutto il resto; perché nella focaccia ci sono i semi di capello, di carne, di osso e di tutto il resto (Anassagora afferma testualmente: "Come infatti potrebbe prodursi da ciò che non è capello il capello e la carne da ciò che non è carne?"). L’uomo non si accorge di ciò a causa della debolezza dei suoi sensi che gli permettono di cogliere solo le qualità dei semi quantitativamente prevalenti. Con tali concetti Anassagora tentava di salvare l'immobilità sia "quantitativa" sia "qualitativa", affermando che: nulla viene dal nulla né va nel nulla, ma tutto è nell'essere da sempre e per sempre, anche la qualità apparentemente più insignificante.
Ma le proprietà dell’intelletto non finiscono qui, è il nous che ordina il movimento degli astri, che non sono divinità ma “fuoco, terra e pietra”. L’intelletto ordinatore appare come un qualcosa di veramente innovativo, come l'intuizione di un principio che è una realtà infinita, separata da tutto il resto, la "più sottile" e "più pura" delle cose, uguale a se stessa, intelligente e sapiente. Con Anassagora ci avviciniamo alla scoperta dell’immateriale, tema che verrà ripreso da Platone ed Aristotele e che resta uno dei punti più controversi delle speculazioni filosofiche.
3. L’importanza del lavoro. Anassagora fu però anche uno spirito pratico, diede un grande impulso alla ricerca naturalistica, che egli fondò sull’esperienza, la memoria e la tecnica. La tradizione gli attribuisce anche la spiegazione razionale delle eclissi e della respirazione dei pesci, e ricerche sull’anatomia del cervello, di cui forse per primo intuì la funzione. Egli rivide anche la teoria della conoscenza affermando, al contrario di Empedocle, che la sensazione è prodotta negli uomini non dalle cose simili, ma da quelle dissimili. Gli uomini percepiscono il freddo con il caldo, il dolce con l’amaro, e ogni qualità con la qualità opposta; è solo l’assenza di una qualità determinata che ci consente di coglierla tramite i sensi quando essa si presenta nelle cose. Da qui la nota affermazione: il simile conosce il dissimile.
Anassagora considerò il lavoro e le attività tecniche come strumenti essenziali nella formazione degli uomini. Solo le conoscenze tecniche potevano garantire un autentico sapere, solo l’attività lavorativa rendeva l’uomo veramente tale. In un suo frammento (DK 59 A 102) Anassagora afferma: “L’uomo è il più intelligente degli animali in virtù del possesso delle mani”, si tratta di un’importante intuizione, sono l’esperienza e il lavoro che permettono all’uomo di raffinare le capacità mentali, senza tali attività le capacità umane rimarrebbero ad un livello molto basso. È attraverso le tecniche che l’uomo si fa uomo distinguendosi dagli animali ed elevandosi alla condizione di essere razionale.
Testi.
Da “Sulla natura” di Anassagora
Fr. 1 Diels-Kranz
Insieme erano tutte le cose, illimitate per quantità e per piccolezza, perché anche il piccolo era illimitato. Stando tutte assieme nessuna era discernibile a causa della piccolezza, su tutte predominava l’aria e l’etere, essendo entrambi illimitati, sono infatti queste nella massa totale le più grandi per quantità e per grandezza.
Fr. 2 Diels-Kranz
Perché l’aria e l’etere si separano dal molto che li avvolge e tale avvolgente è illimitato per quantità.
Fr. 3 Diels-Kranz
In effetti del piccolo non c’è il minimo ma sempre un più piccolo (infatti è impossibile che ciò che è non sia) ma anche del grande c’è sempre un più grande, e per quantità è uguale al piccolo e in rapporto a se stessa ogni cosa è grande e piccola.
Fr. 4 Diels-Kranz
Stando così queste cose, bisogna ritenere che molte cose e di ogni genere si trovino in tutto ciò che viene ad essere per agglomerazione e semi aventi forme, colori e gusti di ogni genere. E si condensarono uomini e tutti gli esseri viventi e quanti hanno sensibilità. E questi uomini hanno città abitate ed opere manufatte, come noi, ed essi hanno il Sole e la Luna e tutte le altre cose come noi, e la terra produce loro molte cose e di ogni genere, delle più utili delle quali fanno uso, dopo averle raccolte nelle loro dimore. Questo dunque ho detto sulla formazione per separazione, perché non solo da noi è possibile il processo di formazione, ma anche altrove.
Prima che queste cose si separassero, essendo insieme tutte le cose, non era distinguibile neppure alcun colore. Era infatti d'ostacolo la mescolanza di tutte le cose, dell'umido e dell'asciutto, del caldo e del freddo, del luminoso e dell'oscuro e di molta terra che vi si trovava, e dei semi illimitati in quantità, in nulla simili l'uno all'altro. Infatti neppure delle altre cose in nulla rassomiglia l'una all'altra. Stando così queste cose bisogna ritenere che nel tutto ci siano tutte le cose.
Fr. 5 Diels-Kranz
Una volta che queste cose si sono divise in tal modo, bisogna riconoscere che tutte le cose non sono né di meno né di più (perché non è possibile che siano più di tutte) ma tutte sempre uguali.
Fr. 11 Diels-Kranz
In ogni cosa c’è parte di ogni cosa, ad eccezione dell’intelletto, ma ci sono cose nelle quali c’è anche l’intelletto.
Fr. 12 Diels-Kranz:
Tutte le altre cose hanno parte di ogni cosa, ma l'intelletto è illimitato, indipendente e non mescolato ad alcuna cosa, ma sta sola in sé. Se infatti non stesse in sé, ma fosse mescolato a qualche cosa d'altro, parteciperebbe di tutte le cose, se fosse mescolato a qualcuna. In tutto si trova infatti parte di ogni cosa, come ho detto prima, e le cose mescolate gli sarebbero d'ostacolo, sì che non avrebbe potere su alcuna cosa, come lo ha stando solo in sé. È infatti la più sottile e più pura di tutte le cose e possiede piena conoscenza di tutto e ha grandissima forza. E quante cose hanno vita, le maggiori e le minori, tutte domina l'intelletto. E sull’intera rivoluzione l’intelletto ebbe potere sì da avviarne l’inizio. E per prima cosa ha dato inizio a tale rivolgimento dal piccolo, poi la rivoluzione diventa più grande e diventerà più grande. E le cose che si mischiano insieme si separano e si dividono, tutte l’intelletto ha conosciuto. E qualunque cosa doveva essere e qualunque fu che ora non è, e quante adesso sono e qualunque altra sarà, tutte l’intelletto ha ordinato, anche la rotazione in cui si rivolgono adesso gli astri, il sole, la luna, l’aria, l’etere che si vengono separando. Proprio questa rivoluzione li ha fatti separare e dal raro per separazione si forma il denso, dal freddo il caldo, dall’oscuro la luce, dall’umido al secco. In realtà molte cose hanno parte a molte cose. Ma nessuna si separa o si divide del tutto, l’una dall’altra, ad eccezione dell’intelletto. L’intelletto è tutto uguale, quello più grande e quello più piccolo. Nessun'altra cosa è simile ad altra, ma ognuna è ed era la cosa più appariscente che in essa sono in misura massima.
Fr. 13 Diels-Kranz
Dopo di che l’intelletto dette inizio al movimento, dal tutto che era mosso cominciarono a formarsi le cose per separazione e quello che l’intelletto aveva messo in movimento tutto si divise. E la rotazione di quanto era mosso e separato accresceva di molto il processo di separazione.
Fr. 17 Diels-Kranz
Ma del nascere e del morire non considerano correttamente i Greci: nessuna cosa infatti nasce e muore, ma a partire da cose che sono si produce un processo di composizione e divisione; così dunque dovrebbero correttamente chiamare il nascere comporsi e il morire dividersi.
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