Un altro prezioso dono di Silvano, per chi segue questo blog. Esprimete pure i vostri pareri. Per me è stupendo, ma io sono di parte.
G E M M A D I S O L E
Di
Silvano Baracco
(Walco)
GEMMADISOLE
Mi è sempre piaciuto vivere la notte, aspettare il mattino senza troppa premura, saziarmi gli occhi di immagini, di buio e di stelle, assaporare sensazioni diverse da quelle del giorno, altre situazioni, altri colori. Così amo viaggiare per intero la notte, e riempirla di gesti e parole.
La notte si incontrano persone che di giorno non esistono, o comunque sono molto diverse, e non è detto che siano migliori sotto il riflettore del sole (poi, si sa, gli stronzi si trovano dappertutto, persino in paradiso). Non parlo degli ubriachi che affidano al vento i loro discorsi e alla volontà il loro precario equilibrio, e nemmeno di chi semplicemente si diverte, perché questi preferiscono chiudersi in qualche locale; dico quelli che girano, gli sbandati, senza luogo per destino o per scelta, quelli che di notte vivono, e magari qualche volta anche rubano: tanta di questa gente ha ricevuto dalla vita solo calci in faccia, e mai un amore, non quello della famiglia, tanto meno l’affetto e il calore di una persona che ne condivida i giorni. Sono persone affidate al giudizio degli altri, i normali, alla loro condanna, perché questi non sanno che cosa significhi vivere senza mai essere amati. Ma tra queste persone notturne puoi persino scoprire che cos’è l’amicizia: se li capisci, se li ami così come sono, ti diventano amici, son gli amici più veri. Per esempio c’è un tipo che chiamano “Sciangai”, che fulmina con gli occhi e storce la bocca se qualcuno lo saluta, usa il coltello come la leva del cambio e se un passante gli domanda l’ora, è capace di prenderlo per il collo e chiedergli trentamila lire per l’informazione, congedandolo infine con uno spintone, o se gli è particolarmente antipatico con un calcio nel culo. Ma se gli dico che le sigarette che fumo non si trovano in giro, se non in una certa tabaccheria di Bologna, lui pianta lì quel che stava facendo e va a Bologna a comprarmi le sigarette. Mi ricordo quando avevano rubato il motorino di un amico, dalla tecnica si capiva che non era stato un balordo di passaggio, ma uno del giro, e allora dissi a Sciangai che quel mio amico non aveva i soldi per comprarsene un altro, e gli serviva per girare alla ricerca di un lavoro e per andare a trovare la ragazza al paese e che insomma non era la persona giusta per giocargli un tiro come quello; lui rispose accigliato che se non l’avevano già smontato avrebbe visto se poteva fare qualcosa. Due sere dopo una voce mai sentita mi disse al telefono che chiamava da parte di Sciangai:
- Dì a quel tuo amico di andare ai giardini, sul piazzale davanti alle scuole, lì c’è il suo motorino pulito e lustrato, e col pieno di miscela.
Per la gente per bene, i normali, questi sono discorsi difficili da digerire, lo capisco, ma non voglio convincere qualcuno: io racconto e basta.
Qualche volta, la notte, succede l’imprevisto, come quando un amico, pressappoco alle due, trova una ragazza, combina, e ti molla per strada lì ad Alessandria, con molte scuse da parte sua, con la tua laica benedizione, ma intanto i bar chiudono, nessuno ti dà un passaggio a quell’ora, in tasca hai solo i soldi per una rapida telefonata a casa, “non rientro stanotte, dormo qui da un amico”.
Era una notte d’agosto, ed è anche peggio, perché d’inverno sei coperto, attrezzato, ma in quella stagione dopo un giorno di afa può seguire una sera zanzarosa e opprimente che precipita all’improvviso in un violento temporale: io avevo soltanto una camicia e pantaloni leggeri, e già il cielo si riempiva di lampi lontani, e saliva la brezza.
Cominciai a girare a vuoto, aspettando qualche ispirazione, un bar aperto, il ricordo di qualche ragazza da andare a trovare: macché, tutte sposate. Fossi stato altrove quella sera, qualche cosa trovavo, ad Alessandria solo porte chiuse; certo, a Ovada… ma come ci andavo ad Ovada, a piedi? Senza méta, camminavo verso lo stadio, magari avrei trovato qualcuno;
Sciangai non lo conoscevo ancora a quel tempo, gli altri chissà dov’erano. Cominciavo a pensare alla stazione, forse ci sarei arrivato prima che si scatenasse il diluvio, nonostante il mio proverbiale passo lento; tutt’intorno un deserto, non un cane in giro, solo auto frettolose mi facevano aria, qualcuno lampeggiava, qualche clacson suonava, ma fermarsi neanche parlarne.
La prima apparizione di una figura umana, in discreta lontananza, fu quella di una ragazza appoggiata ad un muretto, illuminata in viso solo dai bagliori intermittenti di una sigaretta: evidentemente una prostituta, mai vista prima. Proseguendo le sarei passato davanti. Entrai in una cabina telefonica, mi sfiorò il pensiero di passarvi la notte, ipotesi immediatamente scartata, mi rimaneva giusto un gettone nel quale ponevo l’ultima speranza in un riparo notturno accettabile: mi ero ricordato di Sandro, non proprio un amico, ma un buon conoscente, non lo vedevo da un po’ di tempo, ma se me ne ricordavo il carattere mi avrebbe senz’altro ospitato volentieri, o si sarebbe potuti andare da qualche parte per il resto della notte. Me lo ricordavo come un tipo cordiale, facile alla risata e alla bevuta, e anche alla rissa, ma per divertimento; il suo numero di telefono era simile a quello della scuola che avevo frequentato, che ricordavo ancora, c’era un cambio di numero nel finale, o era l’uno o era l’altro, tutt’al più se avessi chiamato la scuola a quell’ora nessuno avrebbe risposto, avrei recuperato il gettone e composto l’altro numero, ma feci centro al primo tentativo; mi rispose la sorella di Sandro.
- Ciao Gina, Sandro è in casa?
- Chi parla?
- Ah già, scusa, sono Cesare, dormivi?
- No, sono appena rientrata, Sandro non c’è, è al mare.
Sandro al mare? In agosto? Fuori discussione, non era tipo da andare al mare.
- Ma sei Cesare chi?
- Di Valenza; ci siamo visti una volta o due, da amici, a casa di Lorella, mi pare.
- Ho capito, il poeta. Come stai?
- Come vuoi che stia? Non al coperto...
- Mi dispiace, Sandro è via.
- Fino a quando? Cosa dice l’avvocato?
- Vai a cagare!
- Strano avvocato.
- Non c’entra niente l’avvocato, lo dicevo io a te. Buona notte.
Rideva, ma intanto mi staccò il telefono in faccia: anche l’ultima possibilità era sfumata. Non avevo più nemmeno un gettone, non un documento, quasi quasi speravo passasse una pattuglia di sbirri, in un modo o nell’altro mi avrebbero risolto il problema di dove passare la notte, sempre più fredda e minacciosa. Scartai l’ipotesi di andare direttamente da Gina, poteva non essere sola, poteva mandarmi a cagare una seconda volta, e tutto sommato una volta per notte basta. Sandro era un buon diavolo, abbastanza ingenuo da lasciarsi trascinare in qualche cazzata, tipo rubare auto per conto di un certo ferrovecchio dell’astigiano, tanto in galera ci finiva Sandro, quell’altro era una persona rispettabile. Ripresi il cammino, passai davanti alla prostituta: avrà avuto trentacinque anni, forse di più, non era nemmeno brutta, indossava un completino non molto vistoso, capelli biondi a caschetto, aveva un viso simpatico e due occhi lucenti. Stavo per salutarla, ma fu lei a precedermi.
- Ciao biondino.
- Ciao biondina, ti dico subito che non ho un soldo in tasca.
- Sigarette ne hai?
- Poche anche di quelle, neanche mezzo pacchetto.
- Lasciamene due o tre.
Ne avevo otto, facemmo a metà, ne infilò tre in un pacchetto vuoto che teneva in borsetta e una se l’accese subito, io le feci notare che l’aveva appena spenta.
- E allora? Sei il mio medico?
- No, ma così tra mezzora le hai finite di nuovo.
- Amen, passerà qualcun altro. Adesso magari ti puoi pure levare dai coglioni, ché già stasera non si combina un cazzo, non si ferma un cane.
- Per forza, con questo tempo! Bhé, buona serata, biondina.
- Ma sul serio non hai soldi?
- Se mi trovi addosso una lira è la tua, senza niente in cambio: perquisiscimi pure.
E così dicendo allargai le braccia, lei mi perquisì davvero, con cura, prima un po’ nervosa, poi piano piano lasciandosi andare ad un cauto sorriso.
- Non hai proprio niente, nemmeno un coltello: da queste parti a quest’ora ti potrebbe servire.
E da che avrei dovuto difendermi, cosa mai mi potevano rubare? Le raccontai, in poche parole e con molta ironia, la storia di quella sera, com’ero arrivato fin lì e le mie preoccupazioni riguardo il resto della notte, e finalmente la vidi sorridere limpida. Era una di quelle ragazze che quando sorridono sono molto più belle, ma non lo sanno, e stanno spesso imbronciate. Ho conosciuto ragazze che sono più belle quando restano serie, e quasi sempre queste ridono troppo: com’è fatto male questo mondo! Lo dissi anche a lei, e quando le consigliai di sorridere spesso perché era molto bella, lei sorrise di più: ancora una volta ero riuscito a far venire il buon umore a qualcuno e così potevo dire di aver fatto la mia piccola buona azione quotidiana. Salutai con la mano e mi apprestavo a traversare la strada, rassegnato a raggiungere la stazione, tra l’altro il tempo peggiorava, cominciava a gocciolare; ero già qualche passo lontano, quando lei mi chiamò.
- Ehi, senti… tu! Non mi hai detto come ti chiami.
- Cesare, e tu?
- Non è mica un bel nome, Cesare. Ti starebbe meglio... Rodolfo!
Si sciolse in una bella risata argentina, per nulla volgare.
- Non mi hai ancora detto come ti chiami tu.
- Mi chiamo Patrizia, Patty se preferisci.
- Preferisco Patrizia. Ciao, magari ci rivediamo.
- Aspetta… volevo dirti che se non sai dove andare, qui tra un po’ scoppia il finimondo, a me i tuoni fanno paura… insomma, se vuoi puoi venire a casa mia, sto al Cristo, così tu non ti bagni e mi fai compagnia. Parlo mai con nessuno.
- E il tuo uomo?
- E chi ce l’ha?
- Nemmeno...?
- Ah, quello? Se ne frega della mia vita privata, basta che gli dia il suo, è pure sposato.
Aveva la macchina dietro l’angolo; mi lanciò le chiavi e mi disse di aspettarla ancora un’ora o due, tanto per guadagnarsi la sera, ma dopo dieci minuti, oramai sotto l’acquazzone, mi raggiunse in auto.
- Andiamo a casa, tanto stasera non si batte chiodo. Guidi tu?
- Non ho la patente. L’avevo, ma non l’ho più rinnovata.
Accese la radio ad un volume spaventoso, tanto che non capii una parola di quel che disse durante il tragitto; cercai di spiegarglielo a gesti, lei sorrideva e continuava a dire chissà che cosa. Finalmente arrivammo a casa sua, un bell’appartamentino in un palazzo nuovo, arredato con gusto. Disse che a casa non lavorava, andò in bagno mentre io restai nella stanza d’ingresso, che era anche nello stesso tempo sala e soggiorno, a studiarmi una serie di piccoli posters che riempivano una parete, e raffiguravano paesaggi tropicali. Quando uscì dal bagno era avvolta in un accappatoio rosa, molto elegante nella sua semplicità; le chiesi se era stata nei luoghi dei posters, lei rispose di no, ma con un filo di malinconia negli occhi disse che un giorno le sarebbe piaciuto andare ad abitare, per sempre, in una di quelle isole. Mangiò qualcosa, io non avevo fame, ma accettai volentieri un caffè. Aveva anche una buona scorta di sigarette in casa.
- E così dovrei chiamarmi Rodolfo? Se vuoi chiamami pure così, anche se come nome non è che mi piaccia granché.
- Conoscevo un ragazzo, parecchi anni fa, che si chiamava Rodolfo, ti somigliava un po’, mica tanto però, ma aveva gli occhi buoni, come i tuoi.
- Eri innamorata di lui?
- No, non mi pare, non mi ricordo. Forse non sono mai stata innamorata davvero, di nessuno.
- Il protagonista della Boheme si chiama Rodolfo, mi si adatta:
“Chi son, sono un poeta, che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo”.
Canticchiai quest’aria, facendola sorridere di gusto.
- La conosco, è la “Gelida manina”!
- Proprio quella, Puccini per me è il massimo, la sua musica a volte mi commuove fino alle lacrime.
- Mio padre ascoltava spesso la musica lirica, anche a me piaceva, non sempre, e non tutte le opere; sono anni che non la sento più. Ti piace Cindy Lauper?
- Non ricordo di averla ascoltata, è un’opera lirica?
- Ma nooo! È una cantante americana, io preferisco lei che Madonna, te la faccio ascoltare subito.
Mise su un disco, fortunatamente a volume non esagerato, cominciò a cantarci sopra, era molto intonata, e a muoversi al ritmo della musica con una grazia notevole. Lo stile musicale di quella cantante non mi piaceva molto, ma era sopportabile, poi mi piaceva vedere Patrizia cantare e ballare, disse che da un po’ di giorni ascoltava sempre quel disco, le risparmiai che negli ultimi tempi ascoltavo molto le sinfonie di Bruckner.
- Vuoi coricarti un pochino? Io non sono abituata a dormire a quest’ora, dormo al pomeriggio.
- No, grazie, non ho sonno per niente, se a quest’ora sono sveglio non dormo più. Continua a cantare e a ballare, era molto bello.
- Vuoi dirmi che ti piaccio un po’?
- Mi piaci molto, Patrizia, davvero.
- A casa non lavoro, cioè non mi faccio pagare. Se vuoi...
- Non sei ancora stufa?
Sorrise, un po’ malinconica.
- Qualche volta sì, ma un conto è il lavoro, come timbrare il cartellino: non lo si fa per divertimento, meno ancora per amore o anche simpatia. Quando non si lavora è un’altra cosa. Tu che lavoro fai?
- Saltuario, praticamente nulla. Scrivo, ma non pubblico; scrivo poesie, però non le ricordo.
- Che peccato, potevi dirmene una, mi piacciono le poesie, ma anch’io non le ricordo... sì, una me la ricordo, la vuoi sentire?
- Dai!
- Allora...
“ Luna cara, luna bella
che pendi su tetti e su nidi
ove dorme la rondinella
perché mi guardi e sorridi?
Perché mi guardi e mi baci?
...aspetta, non me la ricordo più... ah sì, ora risponde la luna:
Ti guardo perché mi piaci
coi tuoi semplici occhi nuovi
sorrido perché mi commuovi
coi tuoi teneri occhi fidi
coi tuoi limpidi occhi onesti:
ti bacio perché ti resti
un ricordo soave
quando il tempo verrà
che sarai uomo grave
e avrai persa la chiave
della Felicità.”
- Bella, una poesia tenera, con una punta di malinconia. L’hai scritta tu?
- No, è di un poeta che si chiamava.... aspetta, mi pare Novaro.
- Mmh, sì: Angiolo Silvio Novaro, un poeta non molto conosciuto, scriveva soprattutto, o unicamente, poesie per l’infanzia.
- Infatti questa poesia me la leggeva mia madre quando ero piccola. Tu quanti anni hai?
- Ventinove.
- Credevo di più, io trentaquattro.
- Credevo di meno.
Mentivo, era bella, ma un poco sciupata e dimostrava qualche anno di più, specialmente vedendola in piena luce, eppure quelle piccole cicatrici del tempo, le rughe sottili tra gli occhi e le tempie, più visibili quando rideva, agli angoli della bocca e sul mento, in qualche modo che non saprei spiegare meglio, aumentavano, direi che nobilitavano la sua bellezza, tanto più che il suo corpo snello e proporzionato, i suoi modi e la sua voce, erano pieni di giovinezza.
- Cesare, ma tu non mi chiedi niente? Non vuoi sapere nemmeno come mai faccio questa vita?
- Se non me lo vuoi dire non te lo chiedo, se ne vuoi parlare ti ascolto volentieri, comunque per quanto mi riguarda ognuno fa quello che vuole, o che può, io non giudico mai. Nessuno.
- Sono scappata di casa a diciott’anni, mi sono messa con un lavativo che mi ha anche sposata, ma dopo poco tempo è sparito e si è fatto rivedere solo per chiedere dei soldi, poi ho trovato un altro peggio di lui e sono arrivata qui, dove sono adesso. Finita anche con lui, da un pezzo. Coi genitori non ho più rapporti, mi hanno tagliato. È venuto qui una volta mio fratello, mi ha letto la vita, mi ha dato anche due schiaffi, da allora non ho più né visto né sentito qualcuno di loro; meglio così, che vadano in malora!
- Magari, a modo loro, ti vogliono bene...
- Se lo tengano il loro bene! Adesso sono sola, bene che sto! Non mi metto più con nessuno, nemmeno uno ricco. Ogni tanto trovo qualche povero scemo che vorrebbe sposarmi, dico tra i clienti, vuole che cambi vita e mi promette mari e monti. Li mando a quel paese, tutti! Ogni tanto c’è qualcuno che mi dà i suoi consigli, per il mio bene: preti, brave persone, tutti sembrano interessarsi di me, della mia vita, possibile non abbiano niente di meglio da fare? Tu almeno non mi dici niente.
- La vita è la tua. Non dico non ci sia niente di meglio da fare, ma se a te piace così....
- Non è che mi piace.... è così. Meglio non ho trovato, poi magari, chissà, qualche giorno mi innamoro di qualcuno, dico innamorarsi per davvero, non per mettermi a posto, non per i soldi o per farmi una famiglia o cazzate simili, non dico nemmeno che smetterei di fare la vita, dipende. Certo che più passano gli anni e più è dura, dovrò smettere per forza una volta o l’altra, ma chi se ne frega! Del futuro non me ne frega niente, adesso sono qui e stop. E tu, ci pensi al futuro?
- Non so nemmeno cosa farò fra un quarto d’ora, figurati se penso al futuro. A volte vorrei che non ci fosse per niente: sinceramente non trovo buone ragioni per continuare a vivere, ma anche per ammazzarsi bisogna avere una buona ragione.
- Per esempio?
- Per esempio a causa di un grande amore che non si riesce a realizzare, un amore grandissimo, indescrivibile, che venga respinto, magari ridicolizzato: ecco un buon motivo per spararsi. Disgraziatamente sinora le storie che ho avuto si sono sempre realizzate, qualche volta senza neppure averle troppo cercate, e si sono sempre concluse, anche con dolore, ma non abbastanza.
- Anche tu non sei innamorato?
- Al contrario, lo sono quasi sempre, ma non è mai l’amore che intendo io. Anche in questo periodo ho una ragazza, non so come definirla, un’amica, un’amante. Ci si vede ogni tanto, a volte spesso, per qualche giorno, si va in giro, ci si diverte un po’, altre volte si piange assieme, qualche tenerezza, un po’ di sesso, magari per due mesi non ci si telefona neppure, e un giorno o l’altro, credo presto, finirà tutto, forse con una litigata, recriminazioni, scenate, strascichi, forse senza niente di tutto questo, tranquillamente.
- Ma vorresti trovare un amore vero?
- Non l’ho trovato per ora, probabilmente non l’ho mai neppure cercato, ma sono certo che un giorno lo troverò all’improvviso, senza capirne la ragione: sarà un amore travolgente, ma di sicuro lei fraintenderà i miei sentimenti, resterà fredda e insensibile al mio affetto, non le piacerò per niente, e infine mi dirà di non seccarla. E finalmente avrò trovato una buona ragione per ammazzarmi.
- Per una donna così?
- Questo è l’amore, questa è la vita, ma poi perché sto a raccontarti i fatti miei e le mie idee? Te ne frega qualcosa?
- Ma sì, per conoscerci un po’, te l’ho detto che non parlo mai con nessuno, a volte non ne ho proprio voglia, a volte però è dura. Guarda, è rimasta una sigaretta delle tue, ce la fumiamo a turno, o ti da fastidio?
- Ma cosa dici? Io mastico anche i chewing-gum già masticati, come si fa a provare schifo per un altro essere umano? Non ne sono capace.
Mi guardava con gli occhi spalancati, le si poteva leggere in viso quel che stava pensando: “ma guarda che strano tipo sono andata a incontrare stanotte!”
Poi parlammo davvero di tutto, dei pensieri che scappano, le speranze che muoiono, dei sogni che si fanno, e qualcuno era uguale. Ad un certo momento lei non aveva più nulla da raccontare, e allora fu il mio turno di parlarle di me, i vagabondaggi giovanili, l’anarchismo politico ed esistenziale, un figlio lontano e praticamente sconosciuto, il piano bar, il rock an’ roll, un incidente in moto, il bisogno di scrivere, le solite cose di sempre. Capitò un po’ di ridere e anche un po’ di commuoversi, e poi, come sempre, mi lasciai trascinare dal turbine delle parole, sinché a un certo momento mi accorsi che da più di mezzora parlavo solo io. Mi fermai. Lo sguardo di Patrizia era stanco, ma presente; si stirò le spalle allargando le braccia, strizzò gli occhi e sorrise.
- Quante cose sai, Cesare.
- Colpa della mia curiosità, ma il fatto è che me le ricordo tutte. Ma se uno si ferma un attimo a pensare, chiunque, si accorge di sapere molte più cose di quanto non immagini, solo che non ci fa caso. Anche tu, dovresti provare.
- Io non so niente.
- Ad esempio non ricordavi di sapere una poesia, e invece la sai, me l’hai detta prima! Scommetto che non ci avevi mai pensato.
- È vero!
- E chissà quante altre cose che non credi di sapere e invece... ascolta: c’è un gioco che facevo sempre da ragazzo, si tira a sorte una lettera dell’alfabeto e poi, a turno, si deve dire una cosa stabilita all’inizio: fiori, oggetti, città, attori, scrittori, cantanti, animali, qualunque cosa, che comincia con quella lettera.
- Mi piace.
- Benissimo, vedrai quante cose ti verranno in mente, cominciamo da... da che cosa?
- Dai nomi di cantanti... no, di città, però solo città italiane.
- Comincia tu: il nome di una città italiana che inizia con la lettera...
Puntai il dito sulla pagina di una rivista e la lettera estratta fu la “p”: lei disse subito Pavia, velocemente seguirono Piacenza, Potenza, Padova, Parma, Pescara, qualche altra città con una pausa più lunga, sinché lei dopo un certo silenzio, mentre io minacciavo di contare fino a cinque e se lei non avesse in quel mentre trovato un’altra città di assegnarmi un punto di vantaggio, si sbatté ridendo la mano sulla fronte e quasi gridò:
- Ma che scema che sono: Prasco!
- Prasco? E che cos’è?
- Come che cos’è?!? È il mio paese!
- E dove si trova?
- Vicino ad Acqui, non l’hai davvero mai sentito?
- Vedi che non so poi tante cose come dici tu? Tra l’altro hai vinto la prima partita, con la P non mi viene proprio più in mente niente.
Prese un foglio di quaderno, tirò una riga in mezzo, da una parte scrisse “Patrizia” e dall’altra “Cesare”, quindi segnò un punto dalla sua parte, dicendo che avrebbe vinto chi arrivava per primo a dieci punti. Dopo qualche manche sulle città passammo ai fiori, estrasse lei la lettera “g” e io cominciai con “Giglio”, lei rispose “Grisantemo”.
- Eh no, si dice Crisantemo, con la “c”!
- Davvero? Allora... gi... gi... Girasole!
- Ah, volevo dirlo io! Dunque... gi... ge... Geranio.
- Geranio? E io dico... dico..... Gemmadisole!
- Che fiore è? Non l’ho mai sentito.
- È il fiore più bello che esiste, il più raro, il più profumato, il più delicato...
- Ma com’è? Che colore ha?
- La Gemmadisole è.... non lo so, l’ho inventata io adesso, non esiste sul serio. Hai vinto tu questa partita.
- No invece, è così bello questo nome! Magari esiste veramente: sì, ho deciso che la Gemmadisole esiste veramente.
- E che colore ha?
- Rosso, no, giallo.... arancione, ecco! Ed è il fiore più bello che esiste, come hai detto tu, e vedrai che qualche giorno te ne porterò uno, magari per il tuo compleanno. Adesso però cambiamo gioco: tu pensi a una cosa, qualsiasi cosa, io ho sei domande a disposizione alle quali tu devi rispondere con sincerità, dopo la sesta domanda dovrò indovinare cosa avevi pensato.
- Che cosa ci giochiamo? Non dico soldi o cose materiali, ma un premio per chi vince, o una penitenza per chi perde, ci vuole per rendere il gioco più interessante.
- Sì, hai ragione, facciamo così: se indovino che cosa hai pensato ti do un bacio.
- E se non indovini?
- Se non indovino mi dai un bacio.
Non indovinai, aveva pensato alla parola “Felicità” e io avevo completamente sbagliato strada, chiedendole se era un essere umano, un animale o un minerale, se fosse una cosa commestibile, liquida o gassosa, lei rideva di gusto, come forse mai le era capitato nella vita, io alla fine buttai lì:
- Hai pensato a una Gemmadisole?
Baciarsi ridendo non sarà appassionante, ma è bellissimo. Seguì un lampo, andò via la corrente, e nel buio improvviso l’esplosione di un tuono la fece gridare per lo spavento e per la sorpresa. La abbracciai forte, tremava, ora stava piangendo, ma non era soltanto paura, ed allora la strinsi più forte, e in silenzio, senza farmi scoprire, anch’io piansi con lei. Quando tornò la luce ci fu ancora tempo per giocare, ricordare, scherzare, scoprii che soffriva il solletico, e fu un’altra occasione per vederla ridere sino alle lacrime. Eravamo seduti di fronte, lei ripiegò con cura i fogli che aveva usato per segnare i punti, come fosse qualcosa da conservare, poi il suo sguardo e il suo calmo sorriso mi apparvero stanchi, appoggiò la testa sul tavolo e chiuse gli occhi.
- Hai sonno?
- Un pochino, a quest’ora mi capita sempre. Faccio un altro caffè?
- Lascia stare, è tardissimo, saranno quasi le sette. Sarà meglio che vada.
- Dove vai?
- Vado a casa, mi aspettano. Vado al ponte a fare l’autostop, a quest’ora trovo gente che lavora a Valenza, parecchi li conosco, mi danno un passaggio di sicuro.
- Ti porto a casa io...
- No, riposati, poi ti tocca tornare indietro, quelli invece ci restano. Magari un’altra volta.
- Non mi divertivo così da tanto tempo.
- Qualche sera ci rivediamo, ti porto le mie poesie, però non sono tanto allegre, magari giochiamo a qualcos’altro, andiamo a cena da qualche parte, insomma ci divertiamo!
- Io alla sera sono sempre là, dove mi hai trovato.
- Poi so dove abiti.
- Già, lo sai.
- Ora è tempo che vada, tu riposa; mi raccomando, ricorda di sorridere più che puoi, te l’ho detto che quando sorridi sei molto bella, dunque sorridi sempre, non farti prendere dalla tristezza, per nessun motivo, e... ciao Patrizia, ciao biondina.
- Ciao biondino.
Era la prima frase che mi aveva rivolto, e fu identica all’ultima, perché da quel momento non la rividi più. Ripassai molte volte dalla strada dove l’avevo incontrata, a volte solo per caso, mai da solo, sempre in auto con qualche amico, ma non era mai lì: forse era un’ora sbagliata, forse era in giro con qualche cliente. Una sera, casualmente, mi trovai sotto casa sua, mi fermai, il suo nome non c’era e il cognome non l’ho mai conosciuto, suonai a caso due o tre campanelli sperando di trovarla, o eventualmente per chiedere informazioni a qualche vicino, ma nessuno rispose e alla fine rinunciai. Poi passò un po’ di tempo, forse un anno, anche due, era ormai quasi uscita anche dal mio ricordo.
Una sera, in un bar, discorrendo per caso con un tizio che conosce tutte le storie dell’ambiente, ho saputo che si era poi messa con un ragazzo che conoscevo appena, ci avevo parlato due o tre volte in circostanze che neppure ricordo. Dunque aveva trovato l’amore.
Lui era di due anni più giovane di lei, un ragazzo buono come un pezzo di pane e mesto come un concerto di Pietro Locatelli, da dieci anni era tossicodipendente. Si erano trasferiti in un paesino dell’entroterra ligure, forse nell’Ovadese o in Val Scrivia, lui aveva provato ad uscire dall’inferno del buco, ma non ci era riuscito, ed allora anche lei, per amore di lui, perché non fosse solo nella sua sofferenza, era entrata nello stesso suo inferno.
Ed infine era morta, forse per incidente, overdose, omicidio, forse perché stremata da quella vita, forse per scelta, forse consumata da qualche malattia che non perdona, non l’ho mai saputo, non lo voglio neppure sapere. Vorrei solo che sulla sua tomba, dovunque essa sia, ogni giorno qualcuno posasse una Gemmadisole.
Nessun tuono, per quanto violento, le farà più paura. Forse, in qualche posto che sfugge alla nostra comprensione e persino all’immaginazione, avrà trovato l’isola dove avrebbe voluto abitare, non importa se non è nei Caraibi, e nemmeno su questo pianeta, così bello, così triste.
Certamente sarà in qualche luogo di questo o di altri universi, dove regnano il gioco e l’amore, ed esiste soltanto il sorriso.
“Se non diverrete come fanciulli
non entrerete nel regno dei cieli”
(fine)
domenica 29 agosto 2010
martedì 24 agosto 2010
Repubblica fondata sul lavoro?
Repubblica fondata sul lavoro?
di Edgardo Rossi
La prima parte del primo articolo della Costituzione italiana recita: l'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Questo punto della nostra Carta Costituzionale è sempre stato poco rispettato in Italia, Paese dove il lavoro nero, l’evasione fiscale, la precarietà l’hanno sempre fatta da padroni. Non dovremmo quindi essere stupiti di quello che sta succedendo, eppure resta tanta amarezza.
In Sicilia tre precari della scuola stanno facendo lo sciopero della fame, dopo trent’anni di servizio non servono più, i tagli apportati dalla finanziaria hanno ridotto il personale e quindi gli esuberi devono stare a casa. Dovrebbe essere sorprendente che una persona svolga un’attività per trent’anni senza “entrare in ruolo”, non è normale che una persona debba provare per così tanto tempo le sue attitudini. O meglio non è normale da qualunque altra parte del mondo, in Italia è la regola. Sono migliaia nella pubblica amministrazione ad essere precari, e senza possibilità alcuna di stabilizzazione. Dipendono dai numeri della finanziaria, se ci sono i soldi si lavora, se no, no. Troppo giovani per andare in pensione, senza avere diritto ad alcuna cassa integrazione si trovano proiettati nel mondo della disoccupazione, obbligati ad inventarsi nuove attività, ma senza aiuto alcuno. In Italia se hai superato gli “anta” non ti prende più nessuno, forse puoi trovare del lavoro nero.
Ma qui in Italia non ci si stupisce neanche di operai licenziati perché troppo attivi sindacalmente, reintegrati dal giudice del lavoro, ma non accettati dal datore di lavoro al punto da impedire loro di entrare in fabbrica. Il datore di lavoro ha fatto ricorso alla sentenza del giudice e quindi, nel frattempo, gli operai non sono graditi.
Non si resta sorpresi che degli operai debbano restare in sospeso su una piattaforma per difendere il loro posto di lavoro da delle basse speculazioni finanziarie (e questa storia è finita bene). Che altri operai debbano vivere nel dismesso carcere dell’Asinara, perché la loro fabbrica non è più considerata produttiva, nonostante sia in grado di funzionare benissimo. Nell’Isola dei disoccupati si sono presentati in tanti, ma il problema resta.
L’elenco di situazioni analoghe potrebbe continuare, passando dagli insegnanti sui tetti dei provveditorati, dai pastori sardi che bloccano gli scali aeroportuali, dai produttori di latte che hanno pagato le multe e si sentono presi in giro perché altri non solo non le hanno pagate ma sono appoggiati dal governo nella loro intenzione di non pagare alcunché (ma questa è un’altra storia).
Il problema è (viene detto) che mancano i posti di lavoro, e che sarà ancora così per un po’, anche se la crisi è finita.
Il fatto che le banche, i cui utili sono in costante aumento, non assumano più, anzi mandino in prepensionamento e mirino a ridurre il personale, quale posto occupa nella crisi che sta finendo? Le imprese che chiudono per riaprire in altri Paesi dove il costo del lavoro è più basso, c’entrano qualcosa? Il fatto che gli stipendi medi degli Italiani siano tra i più bassi dell’unione europea, che ruolo ha in tutto questo? C’è da dire però che molti dirigenti nel nostro Paese incassano bene, e che in compenso la classe politica italiana è la meglio pagata di tutta l’Europa.
Alla fine di questa riflessione, di questa visione d’insieme di questo Paese dove il lavoro dovrebbe avere un ruolo primario, non vedo alcun programma per superare questa decadenza. Tutto è lasciato al caso, o meglio le decisioni sono prese da chi detiene il potere economico, infatti si sta allargando sempre di più la forbice tra i ricchi (che tendono ad aumentare i loro beni) e i poveri (in costante aumento). Smantellato lo Stato sociale, troppo costoso (dicono), non si è provveduto ad attuare autentiche liberalizzazioni per cui i poteri forti hanno accresciuto le loro aree d’influenza.
Io sarò un “nostalgico” ma ritengo che in momenti di crisi gli interventi da parte dei governi ci debbano essere e debbano tutelare soprattutto le fasce più deboli economicamente, ma non con sterili e saltuari aiuti economici bensì con l’applicazioni di regole di tutela che mirino ad un’equa ripartizione degli utili. Non è un’idea mia, ne parlava un certo Keynes più di ottant’anni fa. Sembra però che gli uomini abbiano la memoria corta. E qui si inserisce l’atavica povertà culturale del nostro Paese, ma questa è un’altra storia, anche più complessa e articolata di quella che ho appena concluso e che rimando ad altri interventi.
di Edgardo Rossi
La prima parte del primo articolo della Costituzione italiana recita: l'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Questo punto della nostra Carta Costituzionale è sempre stato poco rispettato in Italia, Paese dove il lavoro nero, l’evasione fiscale, la precarietà l’hanno sempre fatta da padroni. Non dovremmo quindi essere stupiti di quello che sta succedendo, eppure resta tanta amarezza.
In Sicilia tre precari della scuola stanno facendo lo sciopero della fame, dopo trent’anni di servizio non servono più, i tagli apportati dalla finanziaria hanno ridotto il personale e quindi gli esuberi devono stare a casa. Dovrebbe essere sorprendente che una persona svolga un’attività per trent’anni senza “entrare in ruolo”, non è normale che una persona debba provare per così tanto tempo le sue attitudini. O meglio non è normale da qualunque altra parte del mondo, in Italia è la regola. Sono migliaia nella pubblica amministrazione ad essere precari, e senza possibilità alcuna di stabilizzazione. Dipendono dai numeri della finanziaria, se ci sono i soldi si lavora, se no, no. Troppo giovani per andare in pensione, senza avere diritto ad alcuna cassa integrazione si trovano proiettati nel mondo della disoccupazione, obbligati ad inventarsi nuove attività, ma senza aiuto alcuno. In Italia se hai superato gli “anta” non ti prende più nessuno, forse puoi trovare del lavoro nero.
Ma qui in Italia non ci si stupisce neanche di operai licenziati perché troppo attivi sindacalmente, reintegrati dal giudice del lavoro, ma non accettati dal datore di lavoro al punto da impedire loro di entrare in fabbrica. Il datore di lavoro ha fatto ricorso alla sentenza del giudice e quindi, nel frattempo, gli operai non sono graditi.
Non si resta sorpresi che degli operai debbano restare in sospeso su una piattaforma per difendere il loro posto di lavoro da delle basse speculazioni finanziarie (e questa storia è finita bene). Che altri operai debbano vivere nel dismesso carcere dell’Asinara, perché la loro fabbrica non è più considerata produttiva, nonostante sia in grado di funzionare benissimo. Nell’Isola dei disoccupati si sono presentati in tanti, ma il problema resta.
L’elenco di situazioni analoghe potrebbe continuare, passando dagli insegnanti sui tetti dei provveditorati, dai pastori sardi che bloccano gli scali aeroportuali, dai produttori di latte che hanno pagato le multe e si sentono presi in giro perché altri non solo non le hanno pagate ma sono appoggiati dal governo nella loro intenzione di non pagare alcunché (ma questa è un’altra storia).
Il problema è (viene detto) che mancano i posti di lavoro, e che sarà ancora così per un po’, anche se la crisi è finita.
Il fatto che le banche, i cui utili sono in costante aumento, non assumano più, anzi mandino in prepensionamento e mirino a ridurre il personale, quale posto occupa nella crisi che sta finendo? Le imprese che chiudono per riaprire in altri Paesi dove il costo del lavoro è più basso, c’entrano qualcosa? Il fatto che gli stipendi medi degli Italiani siano tra i più bassi dell’unione europea, che ruolo ha in tutto questo? C’è da dire però che molti dirigenti nel nostro Paese incassano bene, e che in compenso la classe politica italiana è la meglio pagata di tutta l’Europa.
Alla fine di questa riflessione, di questa visione d’insieme di questo Paese dove il lavoro dovrebbe avere un ruolo primario, non vedo alcun programma per superare questa decadenza. Tutto è lasciato al caso, o meglio le decisioni sono prese da chi detiene il potere economico, infatti si sta allargando sempre di più la forbice tra i ricchi (che tendono ad aumentare i loro beni) e i poveri (in costante aumento). Smantellato lo Stato sociale, troppo costoso (dicono), non si è provveduto ad attuare autentiche liberalizzazioni per cui i poteri forti hanno accresciuto le loro aree d’influenza.
Io sarò un “nostalgico” ma ritengo che in momenti di crisi gli interventi da parte dei governi ci debbano essere e debbano tutelare soprattutto le fasce più deboli economicamente, ma non con sterili e saltuari aiuti economici bensì con l’applicazioni di regole di tutela che mirino ad un’equa ripartizione degli utili. Non è un’idea mia, ne parlava un certo Keynes più di ottant’anni fa. Sembra però che gli uomini abbiano la memoria corta. E qui si inserisce l’atavica povertà culturale del nostro Paese, ma questa è un’altra storia, anche più complessa e articolata di quella che ho appena concluso e che rimando ad altri interventi.
giovedì 12 agosto 2010
Generazione mille euro, ovvero largo ai peggiori.
Generazione mille euro, ovvero largo ai peggiori.
di Edgardo Rossi
Esiste un paese dove quasi tutte le migliori menti sono condannate al precariato, sono costrette a vivere inventandosi attività o accettando contratti a tempo determinato, buttando il loro tempo nella spasmodica ricerca di un lavoro che permetta loro di realizzarsi.
Un paese dove i ricercatori (se viene concesso di diventarlo) sono spesso pagati con cifre ridicole e senza garanzia alcuna che l’attività intrapresa possa continuare nel tempo. Un paese dove la cultura è considerata un peso, peggio una perdita.
Un paese dove gli incarichi importanti si trasmettono di padre in figlio (da zio a nipote, da parente a parente, ecc.), i ruoli dirigenziali si conquistano con le “spintarelle”, dove l’incompetenza è considerata una virtù, al punto che importanti dirigenti vengono premiati per aver fatto fallire l’impresa di cui erano amministratori.
Certo esistono le eccezioni (come potrebbe se no quel paese di cui si parla sopravvivere), ogni tanto qualcuno dotato di competenze e capacità arriva a ricoprire il ruolo che gli compete, ma è una variante confermativa, e comunque non devono essere troppi, cambierebbero le regole del gioco.
D’altronde in tale “felice” paese è stato inventato uno spazio apposta per favorire il mantenimento costante dell’incompetenza (se non addirittura l’aumento della stessa). Tale spazio è la politica (o meglio l’uso che viene fatto della politica), dietro la parvenza democratica vi è un sistema di regole che garantisce la scelta della classe politica più gradita alle varie consorterie che detengono il potere economico, esso si divide in due grandi “filoni”, quello diretto e quello condizionato.
Attraverso il sistema diretto i candidati sono scelti dai partiti, che li pongono in ordine, secondo un gradimento personalistico e di interesse. In questo filone il candidato ideale, futuro e certo deputato, deve essere o cointeressato al progetto o totalmente ignaro di esso, o tutte e due le cose assieme, deve però garantire la totale accettazione degli ordini di partito. Guai mancare di rispetto alle regole. Tale principio è brillantemente applicato nelle elezioni nazionali.
Il sistema condizionato è meno sicuro, può portare anche a spiacevoli incidenti, tipo l’elezione di persone non gradite, ma i rischi sono bassi. A monte c’è un capillare lavoro di appiattimento delle menti, si tende a far ragionare la gente per slogan, a creare ad arte delle paure fittizie, ad indurre la massa ad identificarsi in presunti leader carismatici a cui bisogna credere con fede cieca ed assoluta.
Se il gioco riesce (e spesso riesce) tutto è quasi garantito, per cui il candidato consigliato verrà prontamente “scelto” dall’elettorato, garantendo la continuità del sistema stesso ed evitando pericolose intrusioni. È grazie a tale metodo che in altri ambiti elettorali sono stati votati ed eletti personaggi di una tale bassezza morale ed intellettuale da rasentare lo scandalo. So che molti pensano ad un noto figlio di (per altro culturalmente deprivato come il padre), ma in realtà quello a cui pensate è uno dei tanti, guardatevi attorno e soppesate chi sta “governando” con mente libera e forse ci si sveglierà da questo “sonno della ragione” che sembra ottenebrare la mente di troppi.
A questo punto avrete capito che il paese di cui vi ho parlato è l’Italia, che la generazione condannata al precariato è quella attuale, che il processo in corso è attivo da molti anni, che le prospettive di una rinascita sono molto limitate e sono legate alla nascita di una coscienza morale autentica, capace di riscrivere le regole applicando finalmente i principi della nostra Costituzione, e in particolare i primi cinque articoli. Per chi non li ricordasse varrebbe la pena di rileggerli e farli diventare parte del proprio comportamento civico.
Art. 1
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Art. 2
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Art. 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Art. 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
Art. 5
La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.
di Edgardo Rossi
Esiste un paese dove quasi tutte le migliori menti sono condannate al precariato, sono costrette a vivere inventandosi attività o accettando contratti a tempo determinato, buttando il loro tempo nella spasmodica ricerca di un lavoro che permetta loro di realizzarsi.
Un paese dove i ricercatori (se viene concesso di diventarlo) sono spesso pagati con cifre ridicole e senza garanzia alcuna che l’attività intrapresa possa continuare nel tempo. Un paese dove la cultura è considerata un peso, peggio una perdita.
Un paese dove gli incarichi importanti si trasmettono di padre in figlio (da zio a nipote, da parente a parente, ecc.), i ruoli dirigenziali si conquistano con le “spintarelle”, dove l’incompetenza è considerata una virtù, al punto che importanti dirigenti vengono premiati per aver fatto fallire l’impresa di cui erano amministratori.
Certo esistono le eccezioni (come potrebbe se no quel paese di cui si parla sopravvivere), ogni tanto qualcuno dotato di competenze e capacità arriva a ricoprire il ruolo che gli compete, ma è una variante confermativa, e comunque non devono essere troppi, cambierebbero le regole del gioco.
D’altronde in tale “felice” paese è stato inventato uno spazio apposta per favorire il mantenimento costante dell’incompetenza (se non addirittura l’aumento della stessa). Tale spazio è la politica (o meglio l’uso che viene fatto della politica), dietro la parvenza democratica vi è un sistema di regole che garantisce la scelta della classe politica più gradita alle varie consorterie che detengono il potere economico, esso si divide in due grandi “filoni”, quello diretto e quello condizionato.
Attraverso il sistema diretto i candidati sono scelti dai partiti, che li pongono in ordine, secondo un gradimento personalistico e di interesse. In questo filone il candidato ideale, futuro e certo deputato, deve essere o cointeressato al progetto o totalmente ignaro di esso, o tutte e due le cose assieme, deve però garantire la totale accettazione degli ordini di partito. Guai mancare di rispetto alle regole. Tale principio è brillantemente applicato nelle elezioni nazionali.
Il sistema condizionato è meno sicuro, può portare anche a spiacevoli incidenti, tipo l’elezione di persone non gradite, ma i rischi sono bassi. A monte c’è un capillare lavoro di appiattimento delle menti, si tende a far ragionare la gente per slogan, a creare ad arte delle paure fittizie, ad indurre la massa ad identificarsi in presunti leader carismatici a cui bisogna credere con fede cieca ed assoluta.
Se il gioco riesce (e spesso riesce) tutto è quasi garantito, per cui il candidato consigliato verrà prontamente “scelto” dall’elettorato, garantendo la continuità del sistema stesso ed evitando pericolose intrusioni. È grazie a tale metodo che in altri ambiti elettorali sono stati votati ed eletti personaggi di una tale bassezza morale ed intellettuale da rasentare lo scandalo. So che molti pensano ad un noto figlio di (per altro culturalmente deprivato come il padre), ma in realtà quello a cui pensate è uno dei tanti, guardatevi attorno e soppesate chi sta “governando” con mente libera e forse ci si sveglierà da questo “sonno della ragione” che sembra ottenebrare la mente di troppi.
A questo punto avrete capito che il paese di cui vi ho parlato è l’Italia, che la generazione condannata al precariato è quella attuale, che il processo in corso è attivo da molti anni, che le prospettive di una rinascita sono molto limitate e sono legate alla nascita di una coscienza morale autentica, capace di riscrivere le regole applicando finalmente i principi della nostra Costituzione, e in particolare i primi cinque articoli. Per chi non li ricordasse varrebbe la pena di rileggerli e farli diventare parte del proprio comportamento civico.
Art. 1
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Art. 2
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Art. 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Art. 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
Art. 5
La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.
domenica 8 agosto 2010
L'uomo dei vetri - racconto di Silvano Baracco
Un piccolo regalo, un delizioso racconto-favola del grande Silvano. Buona lettura a chi frequenta questo blog.
L’ U O M O D E I V E T R I
Di Silvano Baracco (Walko)
L’uomo dei vetri aveva anche un nome. Nessuno lo sapeva, ma si chiamava Zeno, perché suo padre aveva letto un libro, una volta, da giovane, non ci aveva capito granché, e anche quel poco se lo era subito dimenticato, ma gli era rimasto impresso il nome del protagonista, e il titolo del libro, per cui aveva deciso che, se il suo primo, e anche unico figlio doveva essere un uomo di coscienza, come in effetti avrebbe desiderato, già nel suo nome doveva essere rappresentato un augurio, ed insieme una premessa in tal senso. Zeno, l’uomo dei vetri, era ancora un ragazzo quando cominciò a lavorare al Palazzone, nel centro commerciale della Città, come pulitore delle sue grandi vetrate. Nel Palazzone c’erano solo uffici, tantissimi uffici, pieni di uomini e donne affaccendati, non si sa bene in quali mansioni e per quali finalità, ma l’opinione comune era che in quel palazzo, appunto il Palazzone, alto quarantotto piani e lungo un’intera via di duecento metri, la Via del Palazzone, si facessero cose molto importanti, addirittura decisive per la Città, e forse anche per la Nazione, tanto è vero che, ogni quattro o cinque anni, veniva in visita il Presidente in persona: arrivava sempre intorno alle undici del mattino, con una fila di automobili scure, attorniato da una settantina di persone estremamente rumorose, e tutto il corteo veniva risucchiato dal Palazzone nel volgere di dieci convulsi minuti. La gente, in quell’occasione, dietro le transenne applaudiva e sorrideva, gli uomini adulti sollevavano i bambini e dicevano: “Guarda, quello è il Presidente!”. Con il tempo, quei bambini crescevano, diventavano adulti, e a loro volta sollevavano nuovi bambini dicendo “Guarda, quello è il Presidente!”, e anche lui, il Presidente, non era più lo stesso di prima. Poi anche i nuovi bambini diventavano adulti, e così via. Di uguale, col tempo, restavano solo la scena, le transenne e il Palazzone. E l’uomo dei vetri. Zeno era nato lì, nella Via del Palazzone, ma quando lui era nato si chiamava ancora Via dei Prati Fioriti, e del Palazzone c’erano solo le fondamenta. All’età di un anno, quando aveva cominciato a dare un contorno ed un significato alle cose che lo circondavano, il Palazzone c’era già, tutto intero, completo delle sue grandi vetrate che la luce trasformava in apparenti specchi, e tutto intorno la strada, i marciapiedi, l’asfalto. Il suo mondo era lì, la sua casa di fronte al Palazzone, la scuola di fianco. A quattordici anni, finita la scuola dell’obbligo e dimenticata del tutto l’infanzia, era entrato per la prima, ed unica, volta proprio dentro al Palazzone, accompagnato da suo padre che nell’occasione non si dimostrava molto autoritario, ma anzi, di fronte al tipo in giacca, camicia, cravatta e occhiali che sedeva dietro a una scrivania, stava con la testa china e un sorriso permanente stampato in faccia, in una mano stringeva il cappello e teneva l’altra appoggiata sulla testa del figlio, ogni tanto abbozzando una specie di carezza. Il giorno stesso Zeno era salito sul ponteggio volante, un’asse appesa con due corde laterali, sistemate a carrucola, tirando le quali poteva salire fino al quarantottesimo piano e ridiscendere sino al primo, a piacimento. Era diventato, così, il ragazzo dei vetri, armato di secchio, spazzolone e strofinacci, che lavorava sino a sera e poi rientrava a casa. Questo per un certo periodo, forse qualche anno. Poi, ritrovatosi solo al mondo, divenuto ormai l’uomo dei vetri, cominciò a non rientrare più, la sera. All’ultimo piano c’era il rubinetto esterno per riempire il secchio e la cabina del cambio degli strofinacci, dove qualcuno nottetempo veniva a ritirare quelli sporchi e a sostituirli con stracci puliti che l’uomo dei vetri trovava ogni mattino, quando iniziava il lavoro. Accanto, c’era la mensa self-service, dove bastava pigiare un tasto per avere il rifornimento di cibo. Così Zeno cominciò a vivere sul ponteggio volante: vi lavorava dall’alba al tramonto, con perizia e precisione, vi mangiava, vi dormiva. Non ne ridiscese, per tutti gli anni a venire, ma non si può dire che fosse per una scelta precisa: capitò così, senza nemmeno che se ne rendesse conto, come una cosa normale, insieme a tutte le altre cose circostanti, il cielo, la nebbia, il fumo, la pioggia, la notte, il giorno, il Palazzone e, laggiù in fondo, la strada. Cioè a dire: il mondo.
L’uomo dei vetri prestava il suo servizio con molta coscienza, ogni giorno dell’anno, senza sosta per ferie o feste di cui neppure ricordava l’esistenza. Nemmeno un millimetro di vetro restava immune da una passata del suo strofinaccio, neppure un granello di polvere veniva trascurato dal suo spazzolone. Sul suo ponteggio lungo come tutto il palazzo, l’uomo dei vetri partiva dall’ultimo piano, dove si era fermato a dormire, e scendeva sino al primo, insaponando e lavando le vetrate; il piano terra non gli competeva, perché era tutto di cemento, e la porta di ingresso era un cancello di ferro. Al primo piano si fermava per il pranzo, senza nemmeno per un attimo appoggiare lo sguardo di sotto, al marciapiede, alla strada, che a quell’ora erano sempre vuoti. Una breve pennichella e poi via, cominciava a salire, un piano alla volta, sino all’ultimo, spolverando le vetrate. La strada si riempiva di nuovo, piano piano, ma nessuno si accorgeva mai di quell’uomo sospeso sul ponteggio volante. Anche le persone che lavoravano all’interno del Palazzone non si accorgevano affatto di lui, e forse ignoravano del tutto la sua esistenza.
Né, sia detto per inciso, l’uomo dei vetri si curava di loro: sapeva che erano lì, al di là di quelle vetrate, e che facevano cose importanti, perché chi lavorava nel Palazzone faceva solo cose importanti, ma non sapeva neppure quali fossero, non gli interessava affatto, e non aveva mai visto il viso, né sentito la voce, di una sola di quelle persone. Ne ascoltava il rumoreggiare indistinto, suoni sparsi di voci senza parole, di stampanti e di telescriventi, passi, ticchettii di tasti, campanelli, e nient’altro. In fondo, l’uomo dei vetri non si rendeva neppure conto della propria solitudine, perché anche questa era un fatto normale, scontato come tutto quanto il resto. Ma a volte, la solitudine portata alle estreme conseguenze, provoca fatti alquanto inspiegabili, forse miracolosi. Così, un giorno d’estate, terminato il lavoro che era ancora chiaro abbastanza da non mettersi subito a dormire, l’uomo dei vetri cominciò a passeggiare su e giù per i suoi duecento metri di ponteggio volante, e ritornando al punto di partenza vide un’apparente figura umana, un giovane seduto sul ponteggio, con le gambe penzoloni nel vuoto e un paio di ali dietro la schiena, come fossero richiuse. Si stupì molto di quella visione, e avrebbe voluto rivolgergli subito qualche domanda, che ci facesse lì, come c’era arrivato, ma non parlava da così tanti anni che la voce gli stentava ad uscire. Il giovane lo guardava stupito, come fosse sorpreso che l’uomo dei vetri avanzasse verso di lui, continuando a fissare nella sua direzione, tanto che, a un certo punto, si voltò, come a cercare quel che potesse avere attirato l’attenzione di Zeno esattamente dietro di lui, oltre a lui. L’uomo dei vetri, nel frattempo, era faticosamente riuscito a schiarirsi la voce, con un po’ di esercizio e di deglutizioni della propria saliva, e quando fu di fronte al giovane, senza nemmeno salutarlo, perché non era abituato alle consuetudini della vita in società, gli rivolse la prima domanda che riuscì ad articolare:
- Chi sei?
Il giovane parve trasecolare.
- Io???
- Sì, tu. Non c’è nessun’altro.
- Ma...mi vedi?
- E perché non dovrei vederti?
- Ma...perché...perché io sono...sono invisibile.
L’uomo dei vetri restò colpito da questa affermazione, dal suo punto di vista, ovviamente, del tutto inspiegabile e perciò assurda. Ma non era il tipo d’uomo che non concede al prossimo l’opportunità di spiegarsi, sebbene a dire il vero, fino a quel momento, non ricordava di aver mai avuto occasione di rapportarsi ad alcun prossimo di qualsivoglia specie.
- Ma allora, se sei invisibile come dici, perché ti vedo?
- E’ proprio quello che non riesco a spiegarmi, perché a questo punto non c’è alcun dubbio che tu mi stia vedendo, e anche ascoltando, perché rispondi a tono e con logica conseguenza alle parole che ti rivolgo.
- Anche questo non dovrebbe essere possibile?
- Proprio così. Non capisco...
- Non ci sarà un guasto da qualche parte?
- Un guasto?
- Sì, un guasto nel tuo meccanismo di invisibilità e inascoltabilità.
Il giovane non rispose, ed era visibilmente perplesso, e il fatto di esserlo, appunto visibilmente, aumentava di fatto il suo stato di perplessità, come si può ben capire. Improvvisamente, come avesse avuto una comunicazione dall’esterno, per quanto chiusa al suo interno, che gli aveva fornito una spiegazione puntuale e plausibile, il giovane si illuminò in viso.
- Ah, è così! Allora è tutto chiaro.
- Cioè?
- Cioè: tu puoi vedermi e puoi ascoltarmi a causa della solitudine in cui vivi, da molto tempo. Solo quando un uomo è estremamente e permanentemente solo con sé stesso, come è il tuo caso, e comunque, anche in casi come questo del tutto eccezionalmente, a quell’uomo può capitare che gli si materializzi di fronte, per così dire in carne ed ossa, e voce, il suo Angelo custode.
Questa volta fu l’uomo dei vetri a rimanere perplesso.
- Perché hai detto “per così dire in carne e ossa”?
- Perché in realtà non ho carne, né ossa: la mia è soltanto una materializzazione visiva e sonora.
- Cioè saresti solo un’immagine?
- In un certo senso sì, ma un’immagine concreta, autonoma, indipendente. In poche parole: non sono frutto della tua immaginazione. Esisto. Anche se non posso toccarti, né tu toccare me, perché sono etereo, impalpabile.
- Come può esistere una cosa impalpabile? Una cosa o c’è, o non c’è.
- Anche la musica è impalpabile, eppure quando la senti non la stai immaginando, ma esiste sul serio. Ah già, tu non hai mai sentito una musica. Ascolta.
E nell’aria, misteriosamente, come se qualcuno avesse acceso una radio, si materializzarono le note di un concerto per arpa e organo. L’uomo dei vetri non aveva mai sentito niente di simile.
- E’ bellissima questa cosa! Però in fondo è un suono, come quelli che sento di là dai vetri. Anche se non lo si può toccare, è una cosa concreta, provocata da qualcosa di materiale, uno sfrigolio di corde, un picchiettare su tasti.
L’Angelo si batté una mano sulla fronte, o almeno così parve.
- E’ vero. Non è un esempio azzeccato.
La musica cessò di colpo. Era inutile parlare di sentimenti e sensazioni, perché l’uomo dei vetri non ne aveva esperienza, e sarebbe stato troppo lungo e difficoltoso cercare di spiegarglieli in parole. Alla fine, l’Angelo decise di non approfondire ulteriormente il discorso.
- L’unica spiegazione possibile è questa: io esisto, non sei tu che te lo stai sognando, non sono frutto di un pensiero, ma pura realtà, per quanto eterea e impalpabile. Del resto ogni cosa ha una sua natura specifica, e la mia è questa.
L’uomo dei vetri sembrò soddisfatto di quest’ultima spiegazione, ma non si erano esaurite le sue curiosità.
- Ma dimmi: se voi Angeli custodi siete impalpabili, non potete essere toccati, ma nemmeno toccare.
- Sì, infatti.
- Ma dunque, se io ora scivolassi e precipitassi dal ponteggio, tu non mi potresti afferrare in nessun modo.
- Proprio così.
- Ma allora in cosa consiste la vostra custodia?
L’Angelo restò un attimo interdetto. Si riprese subito.
- Ma è ovvio che non possiamo intervenire materialmente, altrimenti non ci sarebbero incidenti di alcun genere, salvo ad ammettere che ogni tanto un Angelo custode si può anche distrarre, il che sicuramente non è.
- Allora, siete invisibili, inascoltabili, immateriali. Non ti offendere, ma a che servite?
L’Angelo avrebbe anche potuto cominciare a scocciarsi, ma siccome era un Angelo, proseguì serenamente il suo discorso.
- Noi assistiamo gli uomini con la nostra presenza, con il nostro consiglio sussurrato al cuore, fermo restando che gli uomini rimangono liberi di non ascoltarlo. E a volte portiamo a Dio le richieste e i bisogni che nascono dal cuore degli uomini. Niente altro che questo.
L’uomo dei vetri era una persona concreta, e certe cose non le capiva, o almeno non del tutto. Anche sull’esistenza di questo Dio aveva alcuni dubbi: anche Lui non si vedeva e non si poteva toccare, non si capiva bene quale fosse il suo ruolo e la sua utilità, ma non volle mancare di rispetto o addirittura addolorare il suo Angelo custode, che appariva come una persona, o qualcosa di simile, assolutamente per bene, e certamente di buon cuore. Però volle lo stesso dire ancora qualcosa sull’argomento.
- Io credo nelle cose che vedo, te compreso, perché altrimenti non starei qui a parlarti. Tutto sommato preferisco non pormi troppe domande, ed accontentarmi di quello che c’è: per esempio queste vetrate, solide e pulite come specchi, perché sono io che le tengo pulite. Ognuno è utile a qualche cosa, e io a questo. Forse un giorno capirò anche l’utilità di Dio. Forse l’essenza di Dio è contenuta proprio in questo grande palazzo, il Palazzone, dove si decidono e si fanno cose importanti per tutti. Sì, dev’essere proprio così.
- No, Zeno, non ti confondere: l’essenza di Dio la puoi trovare semmai nelle cose piccole...e non si può misurare tutto, men che meno Dio, col metro dell’utilità. Anche le cose utili, e persino quelle importanti, se si studiano a fondo...certe volte non sono poi una gran cosa. Ad esempio: tu consideri molto importante e utile il tuo lavoro. Eppure, non c’è una sola persona che se ne accorga, nemmeno quelli che lavorano nel Palazzone.
Questa volta fu l’uomo dei vetri a rimanere interdetto. Reagì.
- Non è vero! Io, con il mio lavoro di pulizia, permetto che la luce penetri in quegli uffici, al di là delle vetrate, affinché le persone che vi operano possano farlo nelle migliori condizioni, anche se loro non lo sanno o non se ne avvedono.
- Ma non ti sei accorto dei tendaggi impenetrabili, sempre chiusi, che vi sono dietro ad ogni vetrata? Non hai mai fatto caso che tutti gli uffici sono illuminati da barre al neon, sempre accese? Nel Palazzone non sanno che farsene della luce del sole, che entrerebbe dalle vetrate. Hai mai visto qualcuno affacciarsi a una finestra? Se anziché vetrate vi fosse solo un muro di cemento, come al pian terreno, sarebbe lo stesso. Hai notato che le vetrate sono di colore grigio? Questo perché non si veda lo sporco, quella polvere che tu levi un granello alla volta, senza tralasciarne nemmeno uno. Se anche tu non lo facessi, se stessi anche un anno o dieci, senza far nulla, nessuno se ne accorgerebbe, perché comunque le vetrate rimarrebbero sempre uguali, grigie, come tutto il resto: la strada, il marciapiede, i muri, il cielo, che è sempre grigio per il fumo che sale dalla Città, e perché il mare da qui è troppo lontano, per cui il cielo riflette solo l’asfalto.
L’uomo dei vetri pensò che i discorsi di quell’essere fatuo, con ogni evidenza rispecchiavano la sua stessa natura: l’Angelo perdeva di vista le cose concrete, quelle d’ogni giorno, il mondo, per seguire i suoi pensieri eterei e impalpabili. Per tutto il tempo trascorso, da quel giorno, l’uomo dei vetri non prestò più attenzione all’Angelo, che restava sempre lì sul ponteggio, vicino a lui, senza parlare. Solo ogni tanto gli urlava “fai attenzione!” quando lui si sporgeva un po’ troppo. Ma l’uomo dei vetri alzava le spalle: non aveva certo bisogno dei suoi suggerimenti e dei suoi avvertimenti. Un giorno, molti anni prima, che si era sporto davvero troppo, e un colpo di vento aveva spostato il ponteggio volante, lui era rimasto attaccato ai vetri con le unghie e con i polpastrelli, come avesse delle ventose, e un’altra volta era salito di alcuni piani, senza rendersene conto, non azionando la carrucola, rimanendo attaccato ai vetri con il suo strofinaccio, e continuando il suo lavoro come se niente fosse. Era impossibile che potesse cadere, era abituato a distrarsi, a pensare, e pensava molto, col tempo sempre di più. Lavorava e pensava, attaccato ai suoi vetri, e non poteva cadere.
Eppure, un’altra chiara sera d’estate, terminato il lavoro, l’uomo dei vetri si trovò, all’improvviso, a precipitare nel vuoto, dal quarantottesimo piano, a testa in giù, agitando le braccia come nuotasse nell’aria. L’Angelo aprì le ali, e lo raggiunse, gli si accostò. L’uomo dei vetri continuava a precipitare nuotando, quasi che in tale maniera aumentasse l’attrito e rallentasse la sua irrefrenabile caduta. L’uomo dei vetri precipitava e nuotava, impassibile, come se stesse accadendo qualcosa di assolutamente normale e scontato, come tutto il resto. L’Angelo e l’uomo dei vetri non avevano più intavolato un discorso, dal giorno in cui si erano conosciuti. Fu l’Angelo a interrompere il silenzio.
- Zeno! Cos’è successo? Come hai fatto a cadere?
- Ho perso l’equilibrio.
- Ma...com’è possibile? Proprio tu?
- Proprio io. Ho pensato moltissimo in tutto questo tempo, perciò non ti parlavo. Volevo prima completare il pensiero.
- E ora non lo potrai più completare...
- L’ho completato invece. Perciò sto precipitando. Ho cercato un senso a tutto questo, al Palazzone, a quel che stavo facendo, a quel che stavo vivendo, all’insieme delle cose, e non l’ho più trovato: tutto qui. Così ho perso l’equilibrio.
- Mi dispiace.
- E perché? Ora vedo avvicinarsi la strada, ma anche questa è grigia, come tutto il resto. Se si rovesciasse il punto di vista, ponendo il Palazzone in orizzontale e la strada in verticale, non cambierebbe nulla. Tutto grigio.
- Mi dispiace.
- L’hai già detto. E ti ho già risposto: e perché? Che restassi lassù, attaccato ai vetri grigi, o che precipiti verso la strada grigia, non cambia poi un granché. Ero inutile lassù, resto inutile adesso. Nessuno si accorgeva di nulla quando ero lassù, e anche adesso è lo stesso. Ero solo, lassù, e sono solo adesso. L’unica cosa che mi spiace è che, mentre la strada si avvicina, e con la strada lo schianto, non trovo ancora un giusto senso, adeguato a sostituire il senso perduto, e forse ormai è troppo tardi.
- Mi dispiace.
- Ma...cos’è quella macchia di colore diverso, là nel mezzo del marciapiede?
- Una piccola aiuola, verde. Tutto quel che è rimasto della vecchia Via dei Prati Fioriti.
- E cos’è quella piccola cosa, ritta, al centro?
- Un fiore. Un piccolo fiore.
Quando ormai era a poco più di un metro dall’asfalto, l’uomo dei vetri vide più chiaramente quella aiuola striminzita, pochi centimetri quadrati d’erba verde sepolti in mezzo all’asfalto, e al centro un piccolo fiore, striminzito anche quello, ma vivo, col suo fragile stelo, la sua piccola corolla, e i suoi minuscoli petali variopinti. Un fiore. Era la prima volta che vedeva un fiore.
- Avevi ragione sai, Angelo! E’ nelle piccole cose che si avverte l’essenza di Dio.
- Il senso...
L’uomo dei vetri sorrise, per la prima volta nella sua vita.
L’ U O M O D E I V E T R I
Di Silvano Baracco (Walko)
L’uomo dei vetri aveva anche un nome. Nessuno lo sapeva, ma si chiamava Zeno, perché suo padre aveva letto un libro, una volta, da giovane, non ci aveva capito granché, e anche quel poco se lo era subito dimenticato, ma gli era rimasto impresso il nome del protagonista, e il titolo del libro, per cui aveva deciso che, se il suo primo, e anche unico figlio doveva essere un uomo di coscienza, come in effetti avrebbe desiderato, già nel suo nome doveva essere rappresentato un augurio, ed insieme una premessa in tal senso. Zeno, l’uomo dei vetri, era ancora un ragazzo quando cominciò a lavorare al Palazzone, nel centro commerciale della Città, come pulitore delle sue grandi vetrate. Nel Palazzone c’erano solo uffici, tantissimi uffici, pieni di uomini e donne affaccendati, non si sa bene in quali mansioni e per quali finalità, ma l’opinione comune era che in quel palazzo, appunto il Palazzone, alto quarantotto piani e lungo un’intera via di duecento metri, la Via del Palazzone, si facessero cose molto importanti, addirittura decisive per la Città, e forse anche per la Nazione, tanto è vero che, ogni quattro o cinque anni, veniva in visita il Presidente in persona: arrivava sempre intorno alle undici del mattino, con una fila di automobili scure, attorniato da una settantina di persone estremamente rumorose, e tutto il corteo veniva risucchiato dal Palazzone nel volgere di dieci convulsi minuti. La gente, in quell’occasione, dietro le transenne applaudiva e sorrideva, gli uomini adulti sollevavano i bambini e dicevano: “Guarda, quello è il Presidente!”. Con il tempo, quei bambini crescevano, diventavano adulti, e a loro volta sollevavano nuovi bambini dicendo “Guarda, quello è il Presidente!”, e anche lui, il Presidente, non era più lo stesso di prima. Poi anche i nuovi bambini diventavano adulti, e così via. Di uguale, col tempo, restavano solo la scena, le transenne e il Palazzone. E l’uomo dei vetri. Zeno era nato lì, nella Via del Palazzone, ma quando lui era nato si chiamava ancora Via dei Prati Fioriti, e del Palazzone c’erano solo le fondamenta. All’età di un anno, quando aveva cominciato a dare un contorno ed un significato alle cose che lo circondavano, il Palazzone c’era già, tutto intero, completo delle sue grandi vetrate che la luce trasformava in apparenti specchi, e tutto intorno la strada, i marciapiedi, l’asfalto. Il suo mondo era lì, la sua casa di fronte al Palazzone, la scuola di fianco. A quattordici anni, finita la scuola dell’obbligo e dimenticata del tutto l’infanzia, era entrato per la prima, ed unica, volta proprio dentro al Palazzone, accompagnato da suo padre che nell’occasione non si dimostrava molto autoritario, ma anzi, di fronte al tipo in giacca, camicia, cravatta e occhiali che sedeva dietro a una scrivania, stava con la testa china e un sorriso permanente stampato in faccia, in una mano stringeva il cappello e teneva l’altra appoggiata sulla testa del figlio, ogni tanto abbozzando una specie di carezza. Il giorno stesso Zeno era salito sul ponteggio volante, un’asse appesa con due corde laterali, sistemate a carrucola, tirando le quali poteva salire fino al quarantottesimo piano e ridiscendere sino al primo, a piacimento. Era diventato, così, il ragazzo dei vetri, armato di secchio, spazzolone e strofinacci, che lavorava sino a sera e poi rientrava a casa. Questo per un certo periodo, forse qualche anno. Poi, ritrovatosi solo al mondo, divenuto ormai l’uomo dei vetri, cominciò a non rientrare più, la sera. All’ultimo piano c’era il rubinetto esterno per riempire il secchio e la cabina del cambio degli strofinacci, dove qualcuno nottetempo veniva a ritirare quelli sporchi e a sostituirli con stracci puliti che l’uomo dei vetri trovava ogni mattino, quando iniziava il lavoro. Accanto, c’era la mensa self-service, dove bastava pigiare un tasto per avere il rifornimento di cibo. Così Zeno cominciò a vivere sul ponteggio volante: vi lavorava dall’alba al tramonto, con perizia e precisione, vi mangiava, vi dormiva. Non ne ridiscese, per tutti gli anni a venire, ma non si può dire che fosse per una scelta precisa: capitò così, senza nemmeno che se ne rendesse conto, come una cosa normale, insieme a tutte le altre cose circostanti, il cielo, la nebbia, il fumo, la pioggia, la notte, il giorno, il Palazzone e, laggiù in fondo, la strada. Cioè a dire: il mondo.
L’uomo dei vetri prestava il suo servizio con molta coscienza, ogni giorno dell’anno, senza sosta per ferie o feste di cui neppure ricordava l’esistenza. Nemmeno un millimetro di vetro restava immune da una passata del suo strofinaccio, neppure un granello di polvere veniva trascurato dal suo spazzolone. Sul suo ponteggio lungo come tutto il palazzo, l’uomo dei vetri partiva dall’ultimo piano, dove si era fermato a dormire, e scendeva sino al primo, insaponando e lavando le vetrate; il piano terra non gli competeva, perché era tutto di cemento, e la porta di ingresso era un cancello di ferro. Al primo piano si fermava per il pranzo, senza nemmeno per un attimo appoggiare lo sguardo di sotto, al marciapiede, alla strada, che a quell’ora erano sempre vuoti. Una breve pennichella e poi via, cominciava a salire, un piano alla volta, sino all’ultimo, spolverando le vetrate. La strada si riempiva di nuovo, piano piano, ma nessuno si accorgeva mai di quell’uomo sospeso sul ponteggio volante. Anche le persone che lavoravano all’interno del Palazzone non si accorgevano affatto di lui, e forse ignoravano del tutto la sua esistenza.
Né, sia detto per inciso, l’uomo dei vetri si curava di loro: sapeva che erano lì, al di là di quelle vetrate, e che facevano cose importanti, perché chi lavorava nel Palazzone faceva solo cose importanti, ma non sapeva neppure quali fossero, non gli interessava affatto, e non aveva mai visto il viso, né sentito la voce, di una sola di quelle persone. Ne ascoltava il rumoreggiare indistinto, suoni sparsi di voci senza parole, di stampanti e di telescriventi, passi, ticchettii di tasti, campanelli, e nient’altro. In fondo, l’uomo dei vetri non si rendeva neppure conto della propria solitudine, perché anche questa era un fatto normale, scontato come tutto quanto il resto. Ma a volte, la solitudine portata alle estreme conseguenze, provoca fatti alquanto inspiegabili, forse miracolosi. Così, un giorno d’estate, terminato il lavoro che era ancora chiaro abbastanza da non mettersi subito a dormire, l’uomo dei vetri cominciò a passeggiare su e giù per i suoi duecento metri di ponteggio volante, e ritornando al punto di partenza vide un’apparente figura umana, un giovane seduto sul ponteggio, con le gambe penzoloni nel vuoto e un paio di ali dietro la schiena, come fossero richiuse. Si stupì molto di quella visione, e avrebbe voluto rivolgergli subito qualche domanda, che ci facesse lì, come c’era arrivato, ma non parlava da così tanti anni che la voce gli stentava ad uscire. Il giovane lo guardava stupito, come fosse sorpreso che l’uomo dei vetri avanzasse verso di lui, continuando a fissare nella sua direzione, tanto che, a un certo punto, si voltò, come a cercare quel che potesse avere attirato l’attenzione di Zeno esattamente dietro di lui, oltre a lui. L’uomo dei vetri, nel frattempo, era faticosamente riuscito a schiarirsi la voce, con un po’ di esercizio e di deglutizioni della propria saliva, e quando fu di fronte al giovane, senza nemmeno salutarlo, perché non era abituato alle consuetudini della vita in società, gli rivolse la prima domanda che riuscì ad articolare:
- Chi sei?
Il giovane parve trasecolare.
- Io???
- Sì, tu. Non c’è nessun’altro.
- Ma...mi vedi?
- E perché non dovrei vederti?
- Ma...perché...perché io sono...sono invisibile.
L’uomo dei vetri restò colpito da questa affermazione, dal suo punto di vista, ovviamente, del tutto inspiegabile e perciò assurda. Ma non era il tipo d’uomo che non concede al prossimo l’opportunità di spiegarsi, sebbene a dire il vero, fino a quel momento, non ricordava di aver mai avuto occasione di rapportarsi ad alcun prossimo di qualsivoglia specie.
- Ma allora, se sei invisibile come dici, perché ti vedo?
- E’ proprio quello che non riesco a spiegarmi, perché a questo punto non c’è alcun dubbio che tu mi stia vedendo, e anche ascoltando, perché rispondi a tono e con logica conseguenza alle parole che ti rivolgo.
- Anche questo non dovrebbe essere possibile?
- Proprio così. Non capisco...
- Non ci sarà un guasto da qualche parte?
- Un guasto?
- Sì, un guasto nel tuo meccanismo di invisibilità e inascoltabilità.
Il giovane non rispose, ed era visibilmente perplesso, e il fatto di esserlo, appunto visibilmente, aumentava di fatto il suo stato di perplessità, come si può ben capire. Improvvisamente, come avesse avuto una comunicazione dall’esterno, per quanto chiusa al suo interno, che gli aveva fornito una spiegazione puntuale e plausibile, il giovane si illuminò in viso.
- Ah, è così! Allora è tutto chiaro.
- Cioè?
- Cioè: tu puoi vedermi e puoi ascoltarmi a causa della solitudine in cui vivi, da molto tempo. Solo quando un uomo è estremamente e permanentemente solo con sé stesso, come è il tuo caso, e comunque, anche in casi come questo del tutto eccezionalmente, a quell’uomo può capitare che gli si materializzi di fronte, per così dire in carne ed ossa, e voce, il suo Angelo custode.
Questa volta fu l’uomo dei vetri a rimanere perplesso.
- Perché hai detto “per così dire in carne e ossa”?
- Perché in realtà non ho carne, né ossa: la mia è soltanto una materializzazione visiva e sonora.
- Cioè saresti solo un’immagine?
- In un certo senso sì, ma un’immagine concreta, autonoma, indipendente. In poche parole: non sono frutto della tua immaginazione. Esisto. Anche se non posso toccarti, né tu toccare me, perché sono etereo, impalpabile.
- Come può esistere una cosa impalpabile? Una cosa o c’è, o non c’è.
- Anche la musica è impalpabile, eppure quando la senti non la stai immaginando, ma esiste sul serio. Ah già, tu non hai mai sentito una musica. Ascolta.
E nell’aria, misteriosamente, come se qualcuno avesse acceso una radio, si materializzarono le note di un concerto per arpa e organo. L’uomo dei vetri non aveva mai sentito niente di simile.
- E’ bellissima questa cosa! Però in fondo è un suono, come quelli che sento di là dai vetri. Anche se non lo si può toccare, è una cosa concreta, provocata da qualcosa di materiale, uno sfrigolio di corde, un picchiettare su tasti.
L’Angelo si batté una mano sulla fronte, o almeno così parve.
- E’ vero. Non è un esempio azzeccato.
La musica cessò di colpo. Era inutile parlare di sentimenti e sensazioni, perché l’uomo dei vetri non ne aveva esperienza, e sarebbe stato troppo lungo e difficoltoso cercare di spiegarglieli in parole. Alla fine, l’Angelo decise di non approfondire ulteriormente il discorso.
- L’unica spiegazione possibile è questa: io esisto, non sei tu che te lo stai sognando, non sono frutto di un pensiero, ma pura realtà, per quanto eterea e impalpabile. Del resto ogni cosa ha una sua natura specifica, e la mia è questa.
L’uomo dei vetri sembrò soddisfatto di quest’ultima spiegazione, ma non si erano esaurite le sue curiosità.
- Ma dimmi: se voi Angeli custodi siete impalpabili, non potete essere toccati, ma nemmeno toccare.
- Sì, infatti.
- Ma dunque, se io ora scivolassi e precipitassi dal ponteggio, tu non mi potresti afferrare in nessun modo.
- Proprio così.
- Ma allora in cosa consiste la vostra custodia?
L’Angelo restò un attimo interdetto. Si riprese subito.
- Ma è ovvio che non possiamo intervenire materialmente, altrimenti non ci sarebbero incidenti di alcun genere, salvo ad ammettere che ogni tanto un Angelo custode si può anche distrarre, il che sicuramente non è.
- Allora, siete invisibili, inascoltabili, immateriali. Non ti offendere, ma a che servite?
L’Angelo avrebbe anche potuto cominciare a scocciarsi, ma siccome era un Angelo, proseguì serenamente il suo discorso.
- Noi assistiamo gli uomini con la nostra presenza, con il nostro consiglio sussurrato al cuore, fermo restando che gli uomini rimangono liberi di non ascoltarlo. E a volte portiamo a Dio le richieste e i bisogni che nascono dal cuore degli uomini. Niente altro che questo.
L’uomo dei vetri era una persona concreta, e certe cose non le capiva, o almeno non del tutto. Anche sull’esistenza di questo Dio aveva alcuni dubbi: anche Lui non si vedeva e non si poteva toccare, non si capiva bene quale fosse il suo ruolo e la sua utilità, ma non volle mancare di rispetto o addirittura addolorare il suo Angelo custode, che appariva come una persona, o qualcosa di simile, assolutamente per bene, e certamente di buon cuore. Però volle lo stesso dire ancora qualcosa sull’argomento.
- Io credo nelle cose che vedo, te compreso, perché altrimenti non starei qui a parlarti. Tutto sommato preferisco non pormi troppe domande, ed accontentarmi di quello che c’è: per esempio queste vetrate, solide e pulite come specchi, perché sono io che le tengo pulite. Ognuno è utile a qualche cosa, e io a questo. Forse un giorno capirò anche l’utilità di Dio. Forse l’essenza di Dio è contenuta proprio in questo grande palazzo, il Palazzone, dove si decidono e si fanno cose importanti per tutti. Sì, dev’essere proprio così.
- No, Zeno, non ti confondere: l’essenza di Dio la puoi trovare semmai nelle cose piccole...e non si può misurare tutto, men che meno Dio, col metro dell’utilità. Anche le cose utili, e persino quelle importanti, se si studiano a fondo...certe volte non sono poi una gran cosa. Ad esempio: tu consideri molto importante e utile il tuo lavoro. Eppure, non c’è una sola persona che se ne accorga, nemmeno quelli che lavorano nel Palazzone.
Questa volta fu l’uomo dei vetri a rimanere interdetto. Reagì.
- Non è vero! Io, con il mio lavoro di pulizia, permetto che la luce penetri in quegli uffici, al di là delle vetrate, affinché le persone che vi operano possano farlo nelle migliori condizioni, anche se loro non lo sanno o non se ne avvedono.
- Ma non ti sei accorto dei tendaggi impenetrabili, sempre chiusi, che vi sono dietro ad ogni vetrata? Non hai mai fatto caso che tutti gli uffici sono illuminati da barre al neon, sempre accese? Nel Palazzone non sanno che farsene della luce del sole, che entrerebbe dalle vetrate. Hai mai visto qualcuno affacciarsi a una finestra? Se anziché vetrate vi fosse solo un muro di cemento, come al pian terreno, sarebbe lo stesso. Hai notato che le vetrate sono di colore grigio? Questo perché non si veda lo sporco, quella polvere che tu levi un granello alla volta, senza tralasciarne nemmeno uno. Se anche tu non lo facessi, se stessi anche un anno o dieci, senza far nulla, nessuno se ne accorgerebbe, perché comunque le vetrate rimarrebbero sempre uguali, grigie, come tutto il resto: la strada, il marciapiede, i muri, il cielo, che è sempre grigio per il fumo che sale dalla Città, e perché il mare da qui è troppo lontano, per cui il cielo riflette solo l’asfalto.
L’uomo dei vetri pensò che i discorsi di quell’essere fatuo, con ogni evidenza rispecchiavano la sua stessa natura: l’Angelo perdeva di vista le cose concrete, quelle d’ogni giorno, il mondo, per seguire i suoi pensieri eterei e impalpabili. Per tutto il tempo trascorso, da quel giorno, l’uomo dei vetri non prestò più attenzione all’Angelo, che restava sempre lì sul ponteggio, vicino a lui, senza parlare. Solo ogni tanto gli urlava “fai attenzione!” quando lui si sporgeva un po’ troppo. Ma l’uomo dei vetri alzava le spalle: non aveva certo bisogno dei suoi suggerimenti e dei suoi avvertimenti. Un giorno, molti anni prima, che si era sporto davvero troppo, e un colpo di vento aveva spostato il ponteggio volante, lui era rimasto attaccato ai vetri con le unghie e con i polpastrelli, come avesse delle ventose, e un’altra volta era salito di alcuni piani, senza rendersene conto, non azionando la carrucola, rimanendo attaccato ai vetri con il suo strofinaccio, e continuando il suo lavoro come se niente fosse. Era impossibile che potesse cadere, era abituato a distrarsi, a pensare, e pensava molto, col tempo sempre di più. Lavorava e pensava, attaccato ai suoi vetri, e non poteva cadere.
Eppure, un’altra chiara sera d’estate, terminato il lavoro, l’uomo dei vetri si trovò, all’improvviso, a precipitare nel vuoto, dal quarantottesimo piano, a testa in giù, agitando le braccia come nuotasse nell’aria. L’Angelo aprì le ali, e lo raggiunse, gli si accostò. L’uomo dei vetri continuava a precipitare nuotando, quasi che in tale maniera aumentasse l’attrito e rallentasse la sua irrefrenabile caduta. L’uomo dei vetri precipitava e nuotava, impassibile, come se stesse accadendo qualcosa di assolutamente normale e scontato, come tutto il resto. L’Angelo e l’uomo dei vetri non avevano più intavolato un discorso, dal giorno in cui si erano conosciuti. Fu l’Angelo a interrompere il silenzio.
- Zeno! Cos’è successo? Come hai fatto a cadere?
- Ho perso l’equilibrio.
- Ma...com’è possibile? Proprio tu?
- Proprio io. Ho pensato moltissimo in tutto questo tempo, perciò non ti parlavo. Volevo prima completare il pensiero.
- E ora non lo potrai più completare...
- L’ho completato invece. Perciò sto precipitando. Ho cercato un senso a tutto questo, al Palazzone, a quel che stavo facendo, a quel che stavo vivendo, all’insieme delle cose, e non l’ho più trovato: tutto qui. Così ho perso l’equilibrio.
- Mi dispiace.
- E perché? Ora vedo avvicinarsi la strada, ma anche questa è grigia, come tutto il resto. Se si rovesciasse il punto di vista, ponendo il Palazzone in orizzontale e la strada in verticale, non cambierebbe nulla. Tutto grigio.
- Mi dispiace.
- L’hai già detto. E ti ho già risposto: e perché? Che restassi lassù, attaccato ai vetri grigi, o che precipiti verso la strada grigia, non cambia poi un granché. Ero inutile lassù, resto inutile adesso. Nessuno si accorgeva di nulla quando ero lassù, e anche adesso è lo stesso. Ero solo, lassù, e sono solo adesso. L’unica cosa che mi spiace è che, mentre la strada si avvicina, e con la strada lo schianto, non trovo ancora un giusto senso, adeguato a sostituire il senso perduto, e forse ormai è troppo tardi.
- Mi dispiace.
- Ma...cos’è quella macchia di colore diverso, là nel mezzo del marciapiede?
- Una piccola aiuola, verde. Tutto quel che è rimasto della vecchia Via dei Prati Fioriti.
- E cos’è quella piccola cosa, ritta, al centro?
- Un fiore. Un piccolo fiore.
Quando ormai era a poco più di un metro dall’asfalto, l’uomo dei vetri vide più chiaramente quella aiuola striminzita, pochi centimetri quadrati d’erba verde sepolti in mezzo all’asfalto, e al centro un piccolo fiore, striminzito anche quello, ma vivo, col suo fragile stelo, la sua piccola corolla, e i suoi minuscoli petali variopinti. Un fiore. Era la prima volta che vedeva un fiore.
- Avevi ragione sai, Angelo! E’ nelle piccole cose che si avverte l’essenza di Dio.
- Il senso...
L’uomo dei vetri sorrise, per la prima volta nella sua vita.
mercoledì 9 giugno 2010
Il re è nudo! di Edgardo Rossi
E così finalmente il re è nudo, dopo aver sparato ad alzo zero sulla cosiddetta scuola del rigore la ministra Gelmini entra in scena per dire che la legge sulla “severa” ammissione agli esami di maturità va interpretata, non è necessario applicarla alla lettera. Con un cinque non è necessario non ammettere all’esame, d’altronde la ministra si dice soddisfatta, l’ansia creata dalla paura per la non ammissione ha sicuramente obbligato i ragazzi ad impegnarsi di più. Taccio sui valori pedagogici di questa ultima affermazione, stigmatizzo il fatto che da sempre nella scuola italiana la decisione d’ammissione è compito del consiglio di classe convocato in forma perfetta, mi scappa da ridere a pensare quanto può essere presa sul serio una legge interpretabile, che esempio per le nuove generazioni! Non è una novità, in altri Paesi le leggi ci sono e sono applicate, qui in Italia vanno ad interpretazioni.
Con questa perla finale direi che l’attacco alla scuola pubblica è completo, tagliati i fondi e in modo pesante (in molte scuole non ci sono i soldi per le supplenze e si improvvisa), diminuito in maniera radicale il tempo pieno, tagliati via i laboratori dagli Istituti professionali e Tecnici (questi ultimi diventati Licei, non si sa ancora bene con quali nuove norme), portate le ore di insegnamento settimanale da 36 a 32, con taglio di materie e con il fittizio obbligo di ore da 60 minuti. E anche su questo punto con libertà di interpretazioni visto che il decreto parla di ore di servizio annuale, non conta la qualità conta la somma delle ore di servizio, quindi resteranno ore da 50 minuti con recuperi da applicarsi in supplenze e/o altre attività. Insomma ingegnatevi e arrangiatevi. Una legge chiara e soprattutto ferma negli intenti.
Se a tutto questo aggiungiamo che in compenso sono stati aumentati i finanziamenti alle scuole private, quelle che secondo la Costituzione dovrebbero non creare nessun onere per lo Stato, il quadro diventa di una chiarezza inquietante.
Chi può e ha i mezzi potrà se vorrà accedere a corsi anche di eccellenza a pagamento, gli altri dovranno sperare nella buona sorte e a attrezzarsi contribuendo a comprare banchi, carta igienica, gessi, eccetera (come sta succedendo). Ovviamente l’aumento alunni per classe renderà anche più difficile fornire una preparazione all’altezza, è così che si compete con gli altri paesi europei, dove invece (nonostante la crisi) non solo non ci sono stati tagli alla pubblica istruzione, ma addirittura (udite! udite!) investimenti.
Con questa perla finale direi che l’attacco alla scuola pubblica è completo, tagliati i fondi e in modo pesante (in molte scuole non ci sono i soldi per le supplenze e si improvvisa), diminuito in maniera radicale il tempo pieno, tagliati via i laboratori dagli Istituti professionali e Tecnici (questi ultimi diventati Licei, non si sa ancora bene con quali nuove norme), portate le ore di insegnamento settimanale da 36 a 32, con taglio di materie e con il fittizio obbligo di ore da 60 minuti. E anche su questo punto con libertà di interpretazioni visto che il decreto parla di ore di servizio annuale, non conta la qualità conta la somma delle ore di servizio, quindi resteranno ore da 50 minuti con recuperi da applicarsi in supplenze e/o altre attività. Insomma ingegnatevi e arrangiatevi. Una legge chiara e soprattutto ferma negli intenti.
Se a tutto questo aggiungiamo che in compenso sono stati aumentati i finanziamenti alle scuole private, quelle che secondo la Costituzione dovrebbero non creare nessun onere per lo Stato, il quadro diventa di una chiarezza inquietante.
Chi può e ha i mezzi potrà se vorrà accedere a corsi anche di eccellenza a pagamento, gli altri dovranno sperare nella buona sorte e a attrezzarsi contribuendo a comprare banchi, carta igienica, gessi, eccetera (come sta succedendo). Ovviamente l’aumento alunni per classe renderà anche più difficile fornire una preparazione all’altezza, è così che si compete con gli altri paesi europei, dove invece (nonostante la crisi) non solo non ci sono stati tagli alla pubblica istruzione, ma addirittura (udite! udite!) investimenti.
lunedì 17 maggio 2010
Moralia-Immoralia
Moralia – Immoralia
di Edgardo Rossi
Mi trovo a scrivere delle ovvietà, spinto da un ruglio interiore che non riesce ad accettare il degrado morale di un intero popolo, motivato dalla convinzione che alla fine in qualche modo la ragione finirà per prevalere.
Il Paese soffre di una grave mancanza morale, della vacanza di una capace ed onesta classe dirigente, in questa assenza di valori autentici, in questo vuoto culturale hanno piantato i semi e formato profonde radici le persone peggiori. C’è una convivenza criminale fra una cattiva politica, una delinquenza ormai legalizzata e un senso di impunità che in qualche modo coinvolge buona parte degli Italiani. Siamo arrivati al punto che in questo Paese è più difficile essere onesto che essere disonesto. Le tantissime (troppe) leggi che dovrebbero garantire il rispetto delle regole sono disattese; la lunghezza di troppi processi garantisce di fatto l’impunità anche per gravi reati; il senso di prepotenza che pervade le menti di troppi porta al totale disprezzo della legalità. Gli esempi vengono dall’alto, quando qualche personaggio influente viene indagato per qualcosa, immediatamente si parla di complotto (questa tattica la pratica soprattutto Berlusconi, ma non è il solo), si avvia così una trafila giuridica che spesso si risolve nella prescrizione.
Faccio fatica a citare Berlusconi, uomo che mi induce a pensieri torbidi, uomo per cui provo una profonda pena e un forte senso di disgusto. Non posso però evitarlo perché in qualche modo lui è il simbolo del degrado morale e culturale del Paese, perché in lui sono presenti tutti i più gravi e tipici difetti dell’italianità, quella fatta di arroganza e meschineria che tanti grandi attori e autori hanno irriso e messo in burla in film e commedie.
D’altronde noi siamo il Paese (per fare solo alcuni esempi) degli autovelox truccati, dei camion che percorrono in modo smodato il Paese di fatto senza controlli, dei contratti al ribasso, della protezione civile e mai della prevenzione. Il paese dove in molti conoscono a memoria le formazioni di squadre di calcio anche di quarant’anni fa, ma in pochi sanno di piazza Fontana, della loggia P2, dei tentativi di colpo di Stato, di fatto riusciti con l’entrata nelle istituzioni di certi figuri.
Bisognerebbe riformare la morale comune, bisognerebbe usare la giustizia in modo equo, bisognerebbe ritornare al rispetto per il lavoro (smettendola di proporre scorciatoie verso chissà quali celebrità). Bisognerebbe capire che la ricchezza di un Paese si misura con il rispetto, rispetto delle leggi, delle tasse, delle regole, degli uomini (da dovunque essi provengono). La ricchezza non può essere calcolata in merci e beni di consumo, è sbagliato, induce a trasformare tutto in mercato, porta la società a basarsi sull’avere e non sull’essere, la rincorsa alla ricchezza economica porta all’accumulo di capitali in un numero sempre minore di privilegiati a discapito di una sempre più grande massa di diseredati.
Vedete tutte cose ovvie, come premesso, ma persistenti e apparentemente inattaccabili, perché diffuse. Per rinnovare la morale bisogna che qualcuno la pratichi, perché le leggi vengano rispettate, bisogna che i cittadini le conoscano e le facciano proprie, se non avverrà avremo un futuro di ronde e di presunti uomini d’ordine che, ritagliandosi questo ruolo di protettori, diventeranno loro i responsabili delle crescenti violenze con cui bisognerà imparare a convivere (per intenderci ci sono violenze sottili come il non avere diritto ad un lavoro sicuro, come il dover rinunciare alla propria dignità per dover campare, come il non avere garantito il diritto allo studio). Guardatevi attorno, sta già succedendo.
di Edgardo Rossi
Mi trovo a scrivere delle ovvietà, spinto da un ruglio interiore che non riesce ad accettare il degrado morale di un intero popolo, motivato dalla convinzione che alla fine in qualche modo la ragione finirà per prevalere.
Il Paese soffre di una grave mancanza morale, della vacanza di una capace ed onesta classe dirigente, in questa assenza di valori autentici, in questo vuoto culturale hanno piantato i semi e formato profonde radici le persone peggiori. C’è una convivenza criminale fra una cattiva politica, una delinquenza ormai legalizzata e un senso di impunità che in qualche modo coinvolge buona parte degli Italiani. Siamo arrivati al punto che in questo Paese è più difficile essere onesto che essere disonesto. Le tantissime (troppe) leggi che dovrebbero garantire il rispetto delle regole sono disattese; la lunghezza di troppi processi garantisce di fatto l’impunità anche per gravi reati; il senso di prepotenza che pervade le menti di troppi porta al totale disprezzo della legalità. Gli esempi vengono dall’alto, quando qualche personaggio influente viene indagato per qualcosa, immediatamente si parla di complotto (questa tattica la pratica soprattutto Berlusconi, ma non è il solo), si avvia così una trafila giuridica che spesso si risolve nella prescrizione.
Faccio fatica a citare Berlusconi, uomo che mi induce a pensieri torbidi, uomo per cui provo una profonda pena e un forte senso di disgusto. Non posso però evitarlo perché in qualche modo lui è il simbolo del degrado morale e culturale del Paese, perché in lui sono presenti tutti i più gravi e tipici difetti dell’italianità, quella fatta di arroganza e meschineria che tanti grandi attori e autori hanno irriso e messo in burla in film e commedie.
D’altronde noi siamo il Paese (per fare solo alcuni esempi) degli autovelox truccati, dei camion che percorrono in modo smodato il Paese di fatto senza controlli, dei contratti al ribasso, della protezione civile e mai della prevenzione. Il paese dove in molti conoscono a memoria le formazioni di squadre di calcio anche di quarant’anni fa, ma in pochi sanno di piazza Fontana, della loggia P2, dei tentativi di colpo di Stato, di fatto riusciti con l’entrata nelle istituzioni di certi figuri.
Bisognerebbe riformare la morale comune, bisognerebbe usare la giustizia in modo equo, bisognerebbe ritornare al rispetto per il lavoro (smettendola di proporre scorciatoie verso chissà quali celebrità). Bisognerebbe capire che la ricchezza di un Paese si misura con il rispetto, rispetto delle leggi, delle tasse, delle regole, degli uomini (da dovunque essi provengono). La ricchezza non può essere calcolata in merci e beni di consumo, è sbagliato, induce a trasformare tutto in mercato, porta la società a basarsi sull’avere e non sull’essere, la rincorsa alla ricchezza economica porta all’accumulo di capitali in un numero sempre minore di privilegiati a discapito di una sempre più grande massa di diseredati.
Vedete tutte cose ovvie, come premesso, ma persistenti e apparentemente inattaccabili, perché diffuse. Per rinnovare la morale bisogna che qualcuno la pratichi, perché le leggi vengano rispettate, bisogna che i cittadini le conoscano e le facciano proprie, se non avverrà avremo un futuro di ronde e di presunti uomini d’ordine che, ritagliandosi questo ruolo di protettori, diventeranno loro i responsabili delle crescenti violenze con cui bisognerà imparare a convivere (per intenderci ci sono violenze sottili come il non avere diritto ad un lavoro sicuro, come il dover rinunciare alla propria dignità per dover campare, come il non avere garantito il diritto allo studio). Guardatevi attorno, sta già succedendo.
Sfoggio di ignoranza
Il dialetto, l'inno di Mameli e “Va', pensiero”, il mito di Fetonte. L'ignoranza di chi propone strafalcioni forse maschera intenzioni più pericolose
EDGARDO ROSSI*
Di fronte alla protervia e all’ignoranza di un movimento politico che vorrebbe imporre lo studio obbligatorio dei dialetti e la nascita dei cosiddetti inni regionali, voglio dire due cose. Punto primo. In Italia esistono: 13 gruppi linguistici gallo italici, 5 gruppi linguistici veneti, 1 gruppo definito varianti del dialetto toscano, 4 gruppi dei dialetti centrali, 5 gruppi dei dialetti meridionali intermedi, 6 gruppi linguistici siciliani, 2 gruppi linguistici corsi. A tali gruppi vanno aggiunte 13 minoranze linguistiche riconosciute con legge 482 del 1999. Già così la mappa risulta variegata, ma se si vuole essere ancora più precisi si scopre che i vari gruppi si dividono in sottogruppi spesso estesi solo in ambiti locali. Restando su un piano regionale basterebbe ricordare che in Piemonte sono riconosciuti: l’astigiano, il torinese, il cuneese, il vercellese, l’alessandrino, il monferrino, il langarolo, il valsesiano, il biellese, il canavesano. Si può affermare per difetto che nel nostro Paese esistono 261 parlate diverse. Verranno attivati tutti gli insegnamenti di tali parlate o ne verrà privilegiata qualcuna?
Secondo. Viene proposto il coro Va’, pensiero come inno del nord. Tratto dal Nabucco di Verdi (1842), è cantato dagli Ebrei prigionieri in Babilonia. I versi di Temistocle Solera sono ispirati al salmo 136 della Bibbia, noto come Super flumina Babylonis. Il testo fu, nel corso del Risorgimento, considerato un messaggio patriottico, facile riconoscere una similitudine tra gli Ebrei prigionieri dei Babilonesi e gli Italiani oppressi dagli Austriaci. Non capisco perché tale coro dovrebbe identificare meglio l’Italia o una parte di essa. Quando non si hanno sufficienti conoscenze si confondono i simboli e così Fetonte, fulminato da Zeus per la sua incompetenza nel guidare il carro solare e caduto nei pressi del Po (Eridano per i Greci), diventa un gigante dormiente simbolo dell’orgoglio padano.
Questo inutile sfoggio di ignoranza in realtà nasconde ben altre intenzioni, e mi pare che di leggi pericolose e poco rispettose della dignità umana siano state licenziate in questi ultimi tempi, per cui ben più gravi sarebbero i motivi del contendere, ma non si può sempre tacere di fronte a dichiarazioni lanciate con tanta sicumera.
*Docente di filosofia, Alessandria
Pubblicato come corsivo dei lettori da La Stampa
EDGARDO ROSSI*
Di fronte alla protervia e all’ignoranza di un movimento politico che vorrebbe imporre lo studio obbligatorio dei dialetti e la nascita dei cosiddetti inni regionali, voglio dire due cose. Punto primo. In Italia esistono: 13 gruppi linguistici gallo italici, 5 gruppi linguistici veneti, 1 gruppo definito varianti del dialetto toscano, 4 gruppi dei dialetti centrali, 5 gruppi dei dialetti meridionali intermedi, 6 gruppi linguistici siciliani, 2 gruppi linguistici corsi. A tali gruppi vanno aggiunte 13 minoranze linguistiche riconosciute con legge 482 del 1999. Già così la mappa risulta variegata, ma se si vuole essere ancora più precisi si scopre che i vari gruppi si dividono in sottogruppi spesso estesi solo in ambiti locali. Restando su un piano regionale basterebbe ricordare che in Piemonte sono riconosciuti: l’astigiano, il torinese, il cuneese, il vercellese, l’alessandrino, il monferrino, il langarolo, il valsesiano, il biellese, il canavesano. Si può affermare per difetto che nel nostro Paese esistono 261 parlate diverse. Verranno attivati tutti gli insegnamenti di tali parlate o ne verrà privilegiata qualcuna?
Secondo. Viene proposto il coro Va’, pensiero come inno del nord. Tratto dal Nabucco di Verdi (1842), è cantato dagli Ebrei prigionieri in Babilonia. I versi di Temistocle Solera sono ispirati al salmo 136 della Bibbia, noto come Super flumina Babylonis. Il testo fu, nel corso del Risorgimento, considerato un messaggio patriottico, facile riconoscere una similitudine tra gli Ebrei prigionieri dei Babilonesi e gli Italiani oppressi dagli Austriaci. Non capisco perché tale coro dovrebbe identificare meglio l’Italia o una parte di essa. Quando non si hanno sufficienti conoscenze si confondono i simboli e così Fetonte, fulminato da Zeus per la sua incompetenza nel guidare il carro solare e caduto nei pressi del Po (Eridano per i Greci), diventa un gigante dormiente simbolo dell’orgoglio padano.
Questo inutile sfoggio di ignoranza in realtà nasconde ben altre intenzioni, e mi pare che di leggi pericolose e poco rispettose della dignità umana siano state licenziate in questi ultimi tempi, per cui ben più gravi sarebbero i motivi del contendere, ma non si può sempre tacere di fronte a dichiarazioni lanciate con tanta sicumera.
*Docente di filosofia, Alessandria
Pubblicato come corsivo dei lettori da La Stampa
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