sabato 5 febbraio 2011
domenica 23 gennaio 2011
martedì 18 gennaio 2011
Di nuovo alla sua attenzione signor Berlusconi
di Edgardo Rossi
Signor Berlusconi mi tocca scriverle un’altra volta, lo avevo già fatto (e ben due volte), ma sicuramente lei non se lo ricorda, preso com’è dalle sue feste, dai suoi proclami, dall’inventare scherzi e amenità con cui intrattenere i vari potenti della Terra nelle varie assise internazionali da lei frequentate, oppure ad essere premuroso padrone di casa quando ne ospita qualcuno. Si sa che le sue battute e le sue gag hanno fatto il giro del mondo e sono meriti di cui menare vanto.
Devo essere sincero sono molto dispiaciuto di dover perdere del tempo per causa sua, ma lo faccio volentieri sapendo che lei sta vivendo in gravi ambasce, e aiutare chi soffre è un atto molto umano.
Entro nel nocciolo di questa mia per darle un consiglio; si dimetta! Vada a vivere nel suo castello di Antigua, passi le sue giornate ad organizzare feste, raccontare barzellette e cantare canzoni intrattenendo gli ospiti che sicuramente non mancheranno (per altro pare che per queste cose abbia una naturale talento, non lo butti via).
Lei ha già una certa età, è riuscito a passare indenne dalle tante vicende poco chiare in cui risulta coinvolto, i tanti processi che deve ancora affrontare prevedono tempistiche lunghe, non farà in tempo a vederne la fine. Se si vuole bene e se vuole un po’ di bene ai suoi elettori (dico alla massa popolare che lei da anni illude e circuisce trattandola un po’ come l’utile idiota) vada a vivere ai tropici.
Lei non lo sa, o non se lo ricorda, ma ha avuto un famoso predecessore come spergiuro (andiamo giurare sulla testa dei figli e dei nipoti, ma cos’è una fiction su cosa nostra?) e uomo coinvolto in dubbi affari; si chiamava Cepperello da Prato, meglio noto come ser Ciappelletto, figura resa immortale dal Boccaccio. Lui, coerente fino alla fine, compì il suo più grande inganno in punto di morte e si guadagnò la santità. Lei non ha lo stesso spessore del fu notaio toscano, rischia di prolungare la sua decadenza impegnandosi nel cercare di destabilizzare le istituzioni democratiche, ha già provveduto a licenziare una serie di leggi ad personam, non le sono bastate perché questo Paese possiede una Costituzione, spesso disattesa ma comunque in grado di distinguere il lecito dall’illecito. La sua rischia di essere una fatica si Sisifo, e alla lunga potrebbe anche pagare il conto di ciò che ha fatto. Non se ne vada da questo mondo lasciando solo macerie, la sua memoria storica è già compromessa adesso, non la peggiori, se ne vada in vacanza, forse troverà anche chi potrebbe compiangerla. Ora sta solo accumulando irrisioni, non è stufo?
La saluto con poca stima ma molta sincerità.
Signor Berlusconi mi tocca scriverle un’altra volta, lo avevo già fatto (e ben due volte), ma sicuramente lei non se lo ricorda, preso com’è dalle sue feste, dai suoi proclami, dall’inventare scherzi e amenità con cui intrattenere i vari potenti della Terra nelle varie assise internazionali da lei frequentate, oppure ad essere premuroso padrone di casa quando ne ospita qualcuno. Si sa che le sue battute e le sue gag hanno fatto il giro del mondo e sono meriti di cui menare vanto.
Devo essere sincero sono molto dispiaciuto di dover perdere del tempo per causa sua, ma lo faccio volentieri sapendo che lei sta vivendo in gravi ambasce, e aiutare chi soffre è un atto molto umano.
Entro nel nocciolo di questa mia per darle un consiglio; si dimetta! Vada a vivere nel suo castello di Antigua, passi le sue giornate ad organizzare feste, raccontare barzellette e cantare canzoni intrattenendo gli ospiti che sicuramente non mancheranno (per altro pare che per queste cose abbia una naturale talento, non lo butti via).
Lei ha già una certa età, è riuscito a passare indenne dalle tante vicende poco chiare in cui risulta coinvolto, i tanti processi che deve ancora affrontare prevedono tempistiche lunghe, non farà in tempo a vederne la fine. Se si vuole bene e se vuole un po’ di bene ai suoi elettori (dico alla massa popolare che lei da anni illude e circuisce trattandola un po’ come l’utile idiota) vada a vivere ai tropici.
Lei non lo sa, o non se lo ricorda, ma ha avuto un famoso predecessore come spergiuro (andiamo giurare sulla testa dei figli e dei nipoti, ma cos’è una fiction su cosa nostra?) e uomo coinvolto in dubbi affari; si chiamava Cepperello da Prato, meglio noto come ser Ciappelletto, figura resa immortale dal Boccaccio. Lui, coerente fino alla fine, compì il suo più grande inganno in punto di morte e si guadagnò la santità. Lei non ha lo stesso spessore del fu notaio toscano, rischia di prolungare la sua decadenza impegnandosi nel cercare di destabilizzare le istituzioni democratiche, ha già provveduto a licenziare una serie di leggi ad personam, non le sono bastate perché questo Paese possiede una Costituzione, spesso disattesa ma comunque in grado di distinguere il lecito dall’illecito. La sua rischia di essere una fatica si Sisifo, e alla lunga potrebbe anche pagare il conto di ciò che ha fatto. Non se ne vada da questo mondo lasciando solo macerie, la sua memoria storica è già compromessa adesso, non la peggiori, se ne vada in vacanza, forse troverà anche chi potrebbe compiangerla. Ora sta solo accumulando irrisioni, non è stufo?
La saluto con poca stima ma molta sincerità.
mercoledì 12 gennaio 2011
venerdì 24 dicembre 2010
domenica 28 novembre 2010
Favola cinese di Silvano Baracco
CAPITOLO VIII
Favola cinese
di Silvano Baracco
Nel tempo del regno Shi-tzu, circa settantasette secoli prima che Siddharta Gautama vi portasse il suo verbo illuminato, l'ultimo regnante della dinastia Shi-tzu-Yang vide, durante la sua passeggiata mattutina, una ragazza dai lunghi capelli chiari che indossava un abito corto, di colore rosso. Il Re, che era un uomo di ardenti e subitanee passioni, se ne innamorò al primo sguardo, e si disponeva ad esternare alla ragazza quel suo sentimento, quando il tarlo dell'indecisione penetrò il suo pensiero, e ragionò tra sé: "Se io mi presento a lei in abiti e con insegne regali, corro due gravi rischi: di fronte ad un suo eventuale rifiuto la mia autorità e il mio onore ne risulterebbero irrimediabilmente lesi; d’altro canto, una sua accoglienza dei miei desideri, espressi come Re, resterebbe per sempre turbata dal dubbio che ella abbia amato non già la mia persona, ma piuttosto il mio onorevole ruolo. Se poi mi presentassi a lei sotto false insegne, magari nei panni di un qualsiasi cortigiano, potrei più facilmente giudicare la sincerità di una sua risposta e delle sue intenzioni, ma nel momento in cui dovrò necessariamente svelarle il segreto, ella potrebbe sentirsi offesa da questa finzione, tramutando l'amore, già prima conquistato, in dispregio." Non riuscendo a risolvere questi dubbi, decise di chiedere consiglio al Grande Saggio senza nome e senza dimora, che proprio in quei giorni aveva fermato il suo cammino appena fuori dalle mura della città. Vi si recò, titubante, in quello stesso giorno. Il Grande Saggio, giovane d'aspetto quanto antichissimo per sapienza, avvolto in un ampio mantello bianco privo di cintura, con una barba foltissima e lunga, i capelli raccolti in un ampio turbante, era immobile, accovacciato su di una stuoia, assorto in profonda meditazione. Solo dopo molti minuti da che il Re, in silenzio, si era fermato proprio di fronte a lui, aprì i suoi occhi smeraldini e fissò lungamente lo sguardo del Re. Poi gli chiese, appena sussurrando, quale fosse il rovello che lo aveva spinto a richiedere il suo consiglio. Il Re gli narrò dei suoi dubbi. A questo punto il Grande Saggio cominciò, sempre appena sussurrando le sue parole, un lungo discorso sull'unità delle cose e sul loro eterno fluire; parlò dell'anima, del moto degli astri, della musica e della matematica, mostrandogli l'armonico nesso fra tutte queste cose. Parlò così per diverse ore, senza affatto che il Re si sentisse annoiato, né stanco, pur essendo sempre all'impiedi, ma semmai sollevato, leggero e in pace con sé stesso come mai prima di allora. Ad un certo momento il Grande Saggio tacque, e senza mai distogliere i suoi occhi smeraldini dal viso del Re, lo invitò a sedersi di fronte a lui, poi si raccolse per qualche istante in una leggera meditazione e quindi gli parlò direttamente del problema che era venuto ad esporgli:
- Onorevole Signore, come puoi tu ritenere di amare la ragazza di cui parli, se dimostri di non conoscerne affatto i sentimenti? Tu quindi non ami la persona che è in lei, ma soltanto il suo aspetto esteriore, i suoi lunghi capelli chiari e il suo abito rosso. Sei Re, hai potere di discernimento sulla vita di molti, e dimostri di non saper discernere la paglia dal fiore riguardo il sentimento dell'amore. D'altra parte, voglio porti un quesito: tu oggi hai potuto imparare a conoscermi a fondo, hai penetrato, sin negli angoli più remoti, le profondità del mio sentimento, attraverso le mie parole e il mio sguardo, dai quali hai attinto la felicità e il benessere a piene mani. Ora ti domando: potresti tu, ora, innamorarti di me?
- Venerabile Maestro, con il rispetto e la riconoscenza che sento di doverti, la mia risposta è no, e non vedo come potrebbe essere altrimenti.
- Vai dunque, giovane Re. Ritorna alla tua onorevole residenza, a meditare sulla tua stoltezza.
Detto questo, il Grande Saggio rinchiuse i suoi occhi smeraldini ed entrò in una profonda, imperturbabile meditazione. L'ultimo regnante della dinastia Shi-tzu-Yang ritornò, tristemente, nella sua reggia, e non vi uscì per il resto dei suoi giorni.
Verso il tramonto, il Grande Saggio uscì dalla meditazione, si spogliò della lunga tunica bianca, si tolse la lunga e folta barba finta, si levò il turbante, sciogliendo al vento i suoi lunghi capelli chiari, indossò il suo corto abito rosso, e se ne andò per sempre da quella città.
Favola cinese
di Silvano Baracco
Nel tempo del regno Shi-tzu, circa settantasette secoli prima che Siddharta Gautama vi portasse il suo verbo illuminato, l'ultimo regnante della dinastia Shi-tzu-Yang vide, durante la sua passeggiata mattutina, una ragazza dai lunghi capelli chiari che indossava un abito corto, di colore rosso. Il Re, che era un uomo di ardenti e subitanee passioni, se ne innamorò al primo sguardo, e si disponeva ad esternare alla ragazza quel suo sentimento, quando il tarlo dell'indecisione penetrò il suo pensiero, e ragionò tra sé: "Se io mi presento a lei in abiti e con insegne regali, corro due gravi rischi: di fronte ad un suo eventuale rifiuto la mia autorità e il mio onore ne risulterebbero irrimediabilmente lesi; d’altro canto, una sua accoglienza dei miei desideri, espressi come Re, resterebbe per sempre turbata dal dubbio che ella abbia amato non già la mia persona, ma piuttosto il mio onorevole ruolo. Se poi mi presentassi a lei sotto false insegne, magari nei panni di un qualsiasi cortigiano, potrei più facilmente giudicare la sincerità di una sua risposta e delle sue intenzioni, ma nel momento in cui dovrò necessariamente svelarle il segreto, ella potrebbe sentirsi offesa da questa finzione, tramutando l'amore, già prima conquistato, in dispregio." Non riuscendo a risolvere questi dubbi, decise di chiedere consiglio al Grande Saggio senza nome e senza dimora, che proprio in quei giorni aveva fermato il suo cammino appena fuori dalle mura della città. Vi si recò, titubante, in quello stesso giorno. Il Grande Saggio, giovane d'aspetto quanto antichissimo per sapienza, avvolto in un ampio mantello bianco privo di cintura, con una barba foltissima e lunga, i capelli raccolti in un ampio turbante, era immobile, accovacciato su di una stuoia, assorto in profonda meditazione. Solo dopo molti minuti da che il Re, in silenzio, si era fermato proprio di fronte a lui, aprì i suoi occhi smeraldini e fissò lungamente lo sguardo del Re. Poi gli chiese, appena sussurrando, quale fosse il rovello che lo aveva spinto a richiedere il suo consiglio. Il Re gli narrò dei suoi dubbi. A questo punto il Grande Saggio cominciò, sempre appena sussurrando le sue parole, un lungo discorso sull'unità delle cose e sul loro eterno fluire; parlò dell'anima, del moto degli astri, della musica e della matematica, mostrandogli l'armonico nesso fra tutte queste cose. Parlò così per diverse ore, senza affatto che il Re si sentisse annoiato, né stanco, pur essendo sempre all'impiedi, ma semmai sollevato, leggero e in pace con sé stesso come mai prima di allora. Ad un certo momento il Grande Saggio tacque, e senza mai distogliere i suoi occhi smeraldini dal viso del Re, lo invitò a sedersi di fronte a lui, poi si raccolse per qualche istante in una leggera meditazione e quindi gli parlò direttamente del problema che era venuto ad esporgli:
- Onorevole Signore, come puoi tu ritenere di amare la ragazza di cui parli, se dimostri di non conoscerne affatto i sentimenti? Tu quindi non ami la persona che è in lei, ma soltanto il suo aspetto esteriore, i suoi lunghi capelli chiari e il suo abito rosso. Sei Re, hai potere di discernimento sulla vita di molti, e dimostri di non saper discernere la paglia dal fiore riguardo il sentimento dell'amore. D'altra parte, voglio porti un quesito: tu oggi hai potuto imparare a conoscermi a fondo, hai penetrato, sin negli angoli più remoti, le profondità del mio sentimento, attraverso le mie parole e il mio sguardo, dai quali hai attinto la felicità e il benessere a piene mani. Ora ti domando: potresti tu, ora, innamorarti di me?
- Venerabile Maestro, con il rispetto e la riconoscenza che sento di doverti, la mia risposta è no, e non vedo come potrebbe essere altrimenti.
- Vai dunque, giovane Re. Ritorna alla tua onorevole residenza, a meditare sulla tua stoltezza.
Detto questo, il Grande Saggio rinchiuse i suoi occhi smeraldini ed entrò in una profonda, imperturbabile meditazione. L'ultimo regnante della dinastia Shi-tzu-Yang ritornò, tristemente, nella sua reggia, e non vi uscì per il resto dei suoi giorni.
Verso il tramonto, il Grande Saggio uscì dalla meditazione, si spogliò della lunga tunica bianca, si tolse la lunga e folta barba finta, si levò il turbante, sciogliendo al vento i suoi lunghi capelli chiari, indossò il suo corto abito rosso, e se ne andò per sempre da quella città.
lunedì 8 novembre 2010
Complimenti signor berlusconi
di Edgardo Rossi
Ci riprovo, consapevole del fatto che lei non leggerà questa mia, troppo impegnato com’è a recuperare le sue forze guardando giovani (anche minorenni) donne e troppo occupato a portare avanti il suo programma di degrado morale del paese, nonché troppo attento a servire i suoi padroni, perché via non mi faccia credere che lei da solo è l’artefice del crollo trasversale del paese? O meglio che questo progetto lo ha pensato lei? Personalmente non la ritengo all’altezza.
Già crollo, questa è la parola che sottolinea bene il suo operato, suo e dei suoi accoliti, uomini venduti alla causa che la ringraziano persino di esistere, perché per loro (e solo per loro) lei è effettivamente una garanzia di benessere. Sono talmente asserviti da negare anche le verità più scomode e, facendo questo, loro sono persino peggiori di lei.
Ma dicevo crollo, le avranno detto che è crollata la palestra dei gladiatori a Pompei, bene quel crollo è quasi un segnale simbolo di quello che lei sta facendo all’Italia.
Questo è diventato il Paese dei tagli alla scuola, dei tagli alla cultura, dei tagli alla sanità; dei tagli alla ricerca, il Paese dal territorio devastato e dalle continue emergenze (ma tanto ci pensa la sua tanto amata protezione civile del suo amico bertolaso, l’uomo insostituibile che tanto bene ha gestito il sito di Pompei e l’emergenza rifiuti a Napoli, giusto per ricordare due cose), il Paese dove il divario tra ricchi e poveri è in continuo aumento, il Paese dove abbiamo il maggior numero di scorte al mondo e di auto blu, il Paese dove la sicurezza è il primo dei problemi e per garantirla si fomentano odi razziali e intolleranza e si tagliano i fondi alle forze dell’ordine (non so in quali altre nazioni i poliziotti devono pagarsi la benzina per far funzionare le automobili o anticipare i fondi per le indagini, forse non lo sa ma succede anche questo in Italia). Il Paese dove non esiste un vero piano di investimenti, dove si improvvisa e dove gli appalti pubblici spesso finiscono in mano ad organizzazioni criminali.
Il Paese dove la crisi non c’è o meglio è stata affrontata meglio che da tutte le altre parti, però bisogna che tutti facciamo sacrifici lo stesso. Ma lei, lei e tutto il suo gruppo, che sacrifici avete fatto per superare questa crisi che non c’è ma che comunque abbiamo affrontato meglio degli altri.
Avete deciso di bloccare gli scatti di anzianità dei dipendenti pubblici, ma il vostro stipendio continua ad aumentare; avete bloccato le assunzioni perché bisogna snellire la macchina dello Stato, ma non avete rinunciato a nessuno dei vostri privilegi. Non dovevamo affrontare i sacrifici tutti insieme?
Il suo governo del fare non è riuscito a creare null’altro che improvvisazione, tale improvvisazione ha aumentato il numero dei disoccupati, resi i giovani dei precari (la maggioranza dei giovani che hanno la fortuna di trovare lavoro sono assunti con contratti a tempo determinato) probabilmente a vita. A pagare il prezzo della crisi, che non c’è ma c’è, chissà come mai sono le classi sociali più deboli.
Lei dice di avere ottenuto il mandato dal popoli italiano, in verità la Costituzione dice un’altra cosa in proposito (ma qui glisso), peccato che la legge elettorale che le ha permesso di vincere le elezioni sia una legge che lede il diritto sacrosanto degli elettori di scegliere i propri rappresentanti.
Potrei continuare ad elencare le sue mancanze e le sue colpe, ma interrompo le ho già dedicato troppo del mio tempo e anche questa è una sua colpa io non vorrei occuparmi minimante di lei, al limite potrei considerare con un pensiero pietoso il suo caso umano, ma in verità preferirei ignorarla, il fatto è che lei tutti i giorni reca danno al Paese dove vivo e quindi anche a me, questo fatto mi obbliga, quindi, a dirle quello che io penso di lei. Si tratta di una atto morale, o forse di semplice senso civico.
Ci riprovo, consapevole del fatto che lei non leggerà questa mia, troppo impegnato com’è a recuperare le sue forze guardando giovani (anche minorenni) donne e troppo occupato a portare avanti il suo programma di degrado morale del paese, nonché troppo attento a servire i suoi padroni, perché via non mi faccia credere che lei da solo è l’artefice del crollo trasversale del paese? O meglio che questo progetto lo ha pensato lei? Personalmente non la ritengo all’altezza.
Già crollo, questa è la parola che sottolinea bene il suo operato, suo e dei suoi accoliti, uomini venduti alla causa che la ringraziano persino di esistere, perché per loro (e solo per loro) lei è effettivamente una garanzia di benessere. Sono talmente asserviti da negare anche le verità più scomode e, facendo questo, loro sono persino peggiori di lei.
Ma dicevo crollo, le avranno detto che è crollata la palestra dei gladiatori a Pompei, bene quel crollo è quasi un segnale simbolo di quello che lei sta facendo all’Italia.
Questo è diventato il Paese dei tagli alla scuola, dei tagli alla cultura, dei tagli alla sanità; dei tagli alla ricerca, il Paese dal territorio devastato e dalle continue emergenze (ma tanto ci pensa la sua tanto amata protezione civile del suo amico bertolaso, l’uomo insostituibile che tanto bene ha gestito il sito di Pompei e l’emergenza rifiuti a Napoli, giusto per ricordare due cose), il Paese dove il divario tra ricchi e poveri è in continuo aumento, il Paese dove abbiamo il maggior numero di scorte al mondo e di auto blu, il Paese dove la sicurezza è il primo dei problemi e per garantirla si fomentano odi razziali e intolleranza e si tagliano i fondi alle forze dell’ordine (non so in quali altre nazioni i poliziotti devono pagarsi la benzina per far funzionare le automobili o anticipare i fondi per le indagini, forse non lo sa ma succede anche questo in Italia). Il Paese dove non esiste un vero piano di investimenti, dove si improvvisa e dove gli appalti pubblici spesso finiscono in mano ad organizzazioni criminali.
Il Paese dove la crisi non c’è o meglio è stata affrontata meglio che da tutte le altre parti, però bisogna che tutti facciamo sacrifici lo stesso. Ma lei, lei e tutto il suo gruppo, che sacrifici avete fatto per superare questa crisi che non c’è ma che comunque abbiamo affrontato meglio degli altri.
Avete deciso di bloccare gli scatti di anzianità dei dipendenti pubblici, ma il vostro stipendio continua ad aumentare; avete bloccato le assunzioni perché bisogna snellire la macchina dello Stato, ma non avete rinunciato a nessuno dei vostri privilegi. Non dovevamo affrontare i sacrifici tutti insieme?
Il suo governo del fare non è riuscito a creare null’altro che improvvisazione, tale improvvisazione ha aumentato il numero dei disoccupati, resi i giovani dei precari (la maggioranza dei giovani che hanno la fortuna di trovare lavoro sono assunti con contratti a tempo determinato) probabilmente a vita. A pagare il prezzo della crisi, che non c’è ma c’è, chissà come mai sono le classi sociali più deboli.
Lei dice di avere ottenuto il mandato dal popoli italiano, in verità la Costituzione dice un’altra cosa in proposito (ma qui glisso), peccato che la legge elettorale che le ha permesso di vincere le elezioni sia una legge che lede il diritto sacrosanto degli elettori di scegliere i propri rappresentanti.
Potrei continuare ad elencare le sue mancanze e le sue colpe, ma interrompo le ho già dedicato troppo del mio tempo e anche questa è una sua colpa io non vorrei occuparmi minimante di lei, al limite potrei considerare con un pensiero pietoso il suo caso umano, ma in verità preferirei ignorarla, il fatto è che lei tutti i giorni reca danno al Paese dove vivo e quindi anche a me, questo fatto mi obbliga, quindi, a dirle quello che io penso di lei. Si tratta di una atto morale, o forse di semplice senso civico.
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