martedì 24 ottobre 2017
Decameron, Settima giornata
Settima Giornata
Introduzione
Incomincia la settima giornata nella quale, sotto il reggimento di Dioneo, si ragiona delle beffe, le quali, o per amore o per salvamento di loro, le donne hanno già fatte a'lor mariti, senza essersene avveduti o sì.
Ogni stella era già delle parti d'oriente fuggita, se non quella sola, la qual noi chiamiamo Lucifero, che ancor luceva nella biancheggiante aurora, quando il siniscalco levatosi, con una gran salmeria n'andò nella Valle delle donne, per quivi disporre ogni cosa secondo l'ordine e il comandamento avuto dal suo signore. Appresso alla quale andata non stette guari a levarsi il re, il quale lo strepito de'caricanti e delle bestie aveva desto, e levatosi fece le donne e' giovani tutti parimente levare.
Né ancora spuntavano li raggi del sole bene bene, quando tutti entrarono in cammino; né era ancora lor paruto alcuna volta tanto gaiamente cantar gli usignuoli e gli altri uccelli quanto quella mattina pareva; da' canti de' quali accompagnati infino nella Valle delle donne n'andarono, dove da molti più ricevuti, parve loro che essi della lor venuta si rallegrassero. Quivi intorniando quella e riproveggendo tutta da capo, tanto parve loro più bella che il dì passato, quanto l'ora del dì era più alla bellezza di quella conforme. E poi che col buon vino e con confetti ebbero il digiun rotto acciò che di canto non fossero dagli uccelli avanzati, cominciarono a cantare, e la valle insieme con essoloro, sempre quelle medesime canzoni dicendo che essi dicevano; alle quali tutti gli uccelli, quasi non volessero esser vinti, dolci e nuove note aggiugnevano.
Ma poi che l'ora del mangiar fu venuta, messe le tavole sotto i vivaci allori e agli altri belli arbori vicine al bel laghetto, come al re piacque, così andarono a sedere, e mangiando, i pesci notar vedean per lo lago a grandissime schiere; il che, come di riguardare, così talvolta dava cagione di ragionare. Ma poi che venuta fu la fine del desinare, e le vivande e le tavole furon rimosse, ancora più lieti che prima, cominciarono a cantare e dopo questo a sonare e a carolare. Quindi, essendo in più luoghi per la piccola valle fatti letti, e tutti dal discreto siniscalco di sarge francesche e di capoletti intorniati e chiusi, con licenzia del re, a cui piacque, si potè andare a dormire; e chi dormir non volle, degli altri lor diletti usati pigliar poteva a suo piacere. Ma, venuta già l'ora che tutti levati erano e tempo era da riducersi a novellare, come il re volle, non guari lontano al luogo dove mangiato aveano, fatti in su l'erba tappeti distendere e vicini al lago a seder postisi, comandò il re ad Emilia che cominciasse. La qual lietamente così cominciò a dir sorridendo.
Novella prima
Gianni Lotteringhi ode di notte toccar l'uscio suo; desta la moglie, ed ella gli fa accredere che egli è la fantasima; vanno ad incantare con una orazione, e il picchiar si rimane.
Signor mio, a me sarebbe stato carissimo, quando stato fosse piacere a voi, che altra persona che io avesse a così bella materia, come è quella di che parlar dobbiamo, dato cominciamento; ma, poi che egli v'aggrada che io tutte l'altre assicuri, e io il farò volentieri. E ingegnerommi, carissime donne, di dir cosa che vi possa essere utile nell'avvenire, per ciò che, se così son l'altre come io, tutte siamo paurose, e massimamente della fantasima, la quale sallo Iddio che io non so che cosa si sia, né ancora alcuna trovai che 'l sapesse, come che tutte ne temiamo igualmente. A quella cacciar via, quando da voi venisse, notando bene la mia novella, potrete una santa e buona orazione e molto a ciò valevole apparare.
Egli fu già in Firenze nella contrada di San Brancazio uno stamaiuolo, il qual fu chiamato Gianni Lotteringhi, uomo più avventurato nella sua arte che savio in altre cose, per ciò che, tenendo egli del semplice, era molto spesso fatto capitano de'laudesi di Santa Maria Novella, e aveva a ritenere la scuola loro, e altri così fatti uficietti aveva assai sovente, di che egli da molto più si teneva; e ciò gli avvenia per ciò che egli molto spesso, sì come agiato uomo, dava di buone pietanze a' frati. Li quali, per ciò che qual calze e qual cappa e quale scapolare ne traevano spesso, gli insegnavano di buone orazioni e davangli il paternostro in volgare e la canzone di santo Alesso e il lamento di san Bernardo e la lauda di donna Matelda e cotali altri ciancioni, li quali egli aveva molto cari, e tutti per la salute dell'anima sua se gli serbava molto diligentemente.
Ora aveva costui una bellissima donna e vaga per moglie, la quale ebbe nome monna Tessa e fu figliuola di Mannuccio dalla Cuculia, savia e avveduta molto. La quale, conoscendo la semplicità del marito, essendo innamorata di Federigo di Neri Pegolotti, il quale bello e fresco giovane era, ed egli di lei, ordinò con una sua fante che Federigo le venisse a parlare ad un luogo molto bello che il detto Gianni aveva in Camerata, al quale ella si stava tutta la state; e Gianni alcuna volta vi veniva la sera a cenare e ad albergo, e la mattina se ne tornava a bottega e talora a' laudesi suoi. Federigo, che ciò senza modo disiderava, preso tempo, un dì che imposto gli fu, in su '1 vespro se n'andò lassù, e non venendovi la sera Gianni, a grande agio e con molto piacere cenò e albergò con la donna; ed ella, standogli in braccio, la notte gl'insegnò da sei delle laude del suo marito. Ma, non intendendo essa che questa fosse così l'ultima volta come stata era la prima, né Federigo altressì, acciò che ogni volta non convenisse che la fante avesse ad andar per lui, ordinarono insieme a questo modo: che egli ognindì, quando andasse o tornasse da un suo luogo che alquanto più su era, tenesse mente in una vigna la quale allato alla casa di lei era, ed egli vedrebbe un teschio d'asino in su un palo di quelli della vigna, il quale quando col muso volto vedesse verso Firenze, sicuramente e senza alcun fallo la sera di notte se ne venisse a lei, e se non trovasse l'uscio aperto, pianamente picchiasse tre volte, ed ella gli aprirebbe; e quando vedesse il muso del teschio volto verso Fiesole, non vi venisse, per ciò che Gianni vi sarebbe. E in questa maniera faccendo, molte volte insieme si ritrovarono.
Ma tra l'altre volte una avvenne che, dovendo Federigo cenar con monna Tessa, avendo ella fatti cuocere due grossi capponi, avvenne che Gianni, che venir non vi doveva, molto tardi vi venne; di che la donna fu molto dolente, ed egli ed ella cenarono un poco di carne salata che da parte aveva fatta lessare; e alla fante fece portare in una tovagliuola bianca i due capponi lessi e molte uova fresche e un fiasco di buon vino in un suo giardino, nel quale andar si potea senza andar per la casa, e dov'ella era usa di cenare con Federigo alcuna volta, e dissele che a piè d'un pesco, che era allato ad un pratello, quelle cose ponesse. E tanto fu il cruccio che ella ebbe, che ella non si ricordò di dire alla fante che tanto aspettasse che Federigo venisse, e dicessegli che Gianni v'era e che egli quelle cose dell'orto prendesse. Per che, andatisi ella e Gianni al letto, e similmente la fante, non stette guari che Federigo venne e toccò una volta pianamente la porta, la quale sì vicina alla camera era che Gianni incontanente il sentì, e la donna altressì; ma, acciò che Gianni nulla suspicar potesse di lei, di dormire fece sembiante.
E stando un poco, Federigo picchiò la seconda volta; di che Gianni maravigliandosi punzecchiò un poco la donna, e disse: - Tessa, odi tu quel ch'io? E' pare che l'uscio nostro sia tocco -.
La donna, che molto meglio di lui udito l'avea, fece vista di svegliarsi, e disse: - Come di'? Eh? -
- Dico, - disse Gianni - ch'e' pare che l'uscio nostro sia tocco -.
Disse la donna: - Tocco? Ohimè, Gianni mio, or non sai tu quello ch'egli è? Egli è la fantasima, della quale io ho avuta a queste notti la maggior paura che mai s'avesse, tale che, come io sentita l'ho, ho messo il capo sotto né mai ho avuto ardir di trarlo fuori sì è stato dì chiaro -.
Disse allora Gianni: - Va, donna, non aver paura, se ciò è, ché io dissi dianzi il "Te lucis" e la " 'ntemerata" e tante altre buone orazioni, quando al letto ci andammo, e anche segnai il letto di canto in canto al nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, che temere non ci bisogna, ché ella non ci può, per potere ch'ella abbia, nuocere -.
La donna, acciò che Federigo per avventura altro sospetto non prendesse e con lei si turbasse, diliberò del tutto di doversi levare e di fargli sentire che Gianni v'era, e disse al marito: - Bene sta, tu di' tue parole tu, io per me non mi terrò mai salva né sicura, se noi non la 'ncantiamo, poscia che tu ci se'-.
Disse Gianni: - O come s'incanta ella? -
Disse la donna: - Ben la so io incantare; ché l'altrieri, quando io andai a Fiesole alla perdonanza, una di quelle romite, che è, Gianni mio, pur la più santa cosa che Iddio tel dica per me, vedendomene così paurosa, m'insegnò una santa e buona orazione, e disse che provata l'avea più volte avanti che romita fosse, e sempre l'era giovato. Ma sallo Iddio che io non avrei mai avuto ardire d'andare sola a provarla; ma ora che tu ci se', io vo' che noi andiamo ad incantarla -.
Gianni disse che molto gli piacea; e levatisi, se ne vennero amenduni pianamente all'uscio, al quale ancor di fuori Federigo, già sospettando, aspettava. E giunti quivi, disse la donna a Gianni:
- Ora sputerai, quando io il ti dirò -.
Disse Gianni: - Bene -.
E la donna cominciò l'orazione, e disse: - Fantasima, fantasima che di notte vai, a coda ritta ci venisti, a coda ritta te n'andrai; va nell'orto a piè del pesco grosso, troverai unto bisunto e cento cacherelli della gallina mia; pon bocca al fiasco e vatti via, e non far male né a me né a Gianni mio -; e così detto, disse al marito: - Sputa, Gianni -; e Gianni sputò.
E Federigo, che di fuori era e questo udiva, già di gelosia uscito, con tutta la malinconia, aveva si gran voglia di ridere che scoppiava; e pianamente, quando Gianni sputava, diceva: - I denti -.
La donna, poi che in questa guisa ebbe tre volte la fantasima incantata, al letto se ne tornò col marito. Federigo, che con lei di cenar s'aspettava, non avendo cenato e avendo bene le parole della orazione intese, se n'andò nell'orto e a piè del pesco grosso trovati i due capponi e '1 vino e l'uova, a casa se ne gli portò e cenò a grande agio. E poi dell'altre volte, ritrovandosi con la donna, molto di questa incantazione rise con essolei.
Vera cosa è che alcuni dicono che la donna aveva ben volto il teschio dello asino verso Fiesole, ma un lavoratore, per la vigna passando, v'aveva entro dato d'un bastone e fattol girare intorno intorno, ed era rimaso volto verso Firenze, e per ciò Federigo, credendo esser chiamato, v'era venuto; e che la donna aveva fatta l'orazione in questa guisa: - Fantasima, fantasima, vatti con Dio, che la testa dell'asino non vols'io, ma altri fu, che tristo il faccia Iddio, e io son qui con Gianni mio -; per che, andatosene, senza albergo e senza cena era la notte rimaso.
Ma una mia vicina, la quale è una donna molto vecchia, mi dice che l'una e l'altra fu vera, secondo che ella aveva, essendo fanciulla, saputo; ma che l'ultimo non a Gianni Lotteringhi era avvenuto, ma ad uno che si chiamò Gianni di Nello, che stava in porta San Piero, non meno sofficiente lavaceci che fosse Gianni Lotteringhi. E per ciò, donne mie care, nella vostra elezione sta di torre qual più vi piace delle due, o volete amendune. Elle hanno grandissima virtù a così fatte cose, come per esperienzia avete udito; apparatele, e potravvi ancor giovare.
Novella quarta
Tofano chiude una notte fuor di casa la moglie, la quale, non potendo per prieghi rientrare, fa vista di gittarsi in un pozzo e gittavi una gran pietra. Tofano esce di casa e corre là, ed ella in casa le n'entra e serra lui di fuori, e sgridandolo il vitupera.
Il re, come la novella d'Elissa sentì aver fine, così senza indugio verso la Lauretta rivolto le dimostrò che gli piacea che ella dicesse; per che essa, senza stare, così cominciò:
O Amore, chenti e quali sono le tue forze! Chenti i consigli e chenti gli avvedimenti! Qual filosofo, quale artista mai avrebbe potuto o potrebbe mostrare quegli argomenti, quegli avvedimenti, quegli dimostramenti che fai tu subitamente a chi seguita le tue orme? Certo la dottrina di qualunque altro è tarda a rispetto della tua, sì come assai bene com prender si può nelle cose davanti mostrate. Alle quali, amorose donne, io una n'aggiugnerò da una semplicetta donna adoperata, tale che io non so chi altri se l'avesse potuta mostrare che Amore.
Fu adunque già in Arezzo un ricco uomo, il quale fu Tofano nominato. A costui fu data per moglie una bellissima donna, il cui nome fu monna Ghita, della quale egli, senza saper perché, prestamente divenne geloso. Di che la donna avvedendosi prese sdegno, e più volte avendolo della cagione della sua gelosia addomandato, né egli alcuna avendone saputa assegnare, se non cotali generali e cattive, cadde nell'animo alla donna di farlo morire del male del quale senza cagione aveva paura. Ed essendosi avveduta che un giovane, secondo il suo giudicio molto da bene, la vagheggiava, discretamente con lui s'incominciò ad intendere. Ed essendo già tra lui e lei tanto le cose innanzi, che altro che dare effetto con opera alle parole non vi mancava, pensò la donna di trovare similmente modo a questo. E avendo già tra'costumi cattivi del suo marito conosciuto lui dilettarsi di bere, non solamente gliele cominciò a commendare, ma artatamente a sollicitarlo a ciò molto spesso. E tanto ciò prese per uso, che, quasi ogni volta che a grado l'era, infino allo inebriarsi bevendo il conducea; e quando bene ebbro il vedea, messolo a dormire, primieramente col suo amante si ritrovò, e poi sicuramente più volte di ritrovarsi con lui continuò. E tanto di fidanza nella costui ebbrezza prese, che non solamente avea preso ardire di menarsi il suo amante in casa, ma ella talvolta gran parte della notte s'andava con lui a dimorare alla sua, la qual di quivi non era guari lontana. E in questa maniera la innamorata donna continuando, avvenne che il doloroso marito si venne accorgendo che ella, nel confortare lui a bere, non beveva però essa mai; di che egli prese sospetto non così fosse come era, cioè che la donna lui inebriasse per poter poi fare il piacer suo mentre egli addormentato fosse. E volendo di questo, se così fosse, far pruova, senza avere il dì bevuto, una sera tornò a casa mostrandosi il più ebbro uomo, e nel parlare e ne'modi, che fosse mai; il che la donna credendo né estimando che più bere gli bisognasse a ben dormire, il mise prestamente a letto. E fatto ciò, secondo che alcuna volta era usata di fare, uscita di casa, alla casa del suo amante se n'andò, e quivi infino alla mezza notte dimorò.
Tofano, come la donna non vi sentì, così si levò, e andatosene alla sua porta, quella serrò dentro e posesi alle finestre, acciò che tornare vedesse la donna e le facesse manifesto che egli si fosse accorto delle maniere sue; e tanto stette che la donna tornò. La quale, tornando a casa e trovandosi serrata di fuori, fu oltre modo dolente, e cominciò a tentare se per forza potesse l'uscio aprire.
Il che poi che Tofano alquanto ebbe sofferto, disse: - Donna, tu ti fatichi invano, per ciò che qua entro non potrai tu entrare. Va, tornati là dove infino ad ora se'stata, e abbi per certo che tu non ci tornerai mai, infino a tanto che io di questa cosa, in presenza de'parenti tuoi e de'vicini, te n'avrò fatto quello onore che ti si conviene -.
La donna lo 'ncominciò a pregar per l'amor di Dio che piacer gli dovesse d'aprirle. per ciò che ella non veniva donde s'avvisava, ma da vegghiare con una sua vicina, per ciò che le notti eran grandi ed ella non le poteva dormir tutte, né sola in casa vegghiare. Li prieghi non giovavano nulla, per ciò che quella bestia era pur disposto a volere che tutti gli aretin sapessero la loro vergogna, laddove niun la sapeva.
La donna, veggendo che il pregar non le valeva, ricorse al minacciare e disse: - Se tu non m'apri, io ti farò il più tristo uom che viva -.
A cui Tofano rispose: - E che mi potresti tu fare? -
La donna, alla quale Amore aveva già aguzzato co'suoi consigli lo 'ngegno, rispose: - Innanzi che io voglia sofferire la vergogna che tu mi vuoi fare ricevere a torto, io mi gitterò in questo pozzo che qui è vicino, nel quale poi essendo trovata morta, niuna persona sarà che creda che altri che tu, per ebbrezza, mi v'abbia gittata; e così o ti converrà fuggire e perdere ciò che tu hai ed essere in bando, o converrà che ti sia tagliata la testa, sì come a micidial di me che tu veramente sarai stato -.
Per queste parole niente si mosse Tofano dalla sua sciocca oppinione. Per la qual cosa la donna disse: - Or ecco, io non posso più sofferire questo tuo fastidio; Dio il ti perdoni; farai riporre questa mia rocca che io lascio qui -.
E questo detto, essendo la notte tanto oscura che appena si sarebbe potuto veder l'un l'altro per la via, se n'andò la donna verso il pozzo, e presa una grandissima pietra che a piè del pozzo era, gridando: - Iddio, perdonami - , la lasciò cadere entro nel pozzo. La pietra giugnendo nell'acqua fece un grandissimo romore; il quale come Tofano udì, credette fermamente che essa gittata vi si fosse; per che, presa la secchia con la fune, subitamente si gittò di casa per aiutarla, e corse al pozzo. La donna, che presso all'uscio della sua casa nascosa s'era, come il vide correre al pozzo, così ricoverò in casa e serrossi dentro e andossene alle finestre e cominciò a dire: - Egli si vuole inacquare quando altri il bee, non poscia la notte -.
Tofano, udendo costei, si tenne scornato e tornossi all'uscio; e non potendovi entrare, le cominciò a dire che gli aprisse.
Ella, lasciato stare il parlar piano come infino allora aveva fatto, quasi gridando cominciò a dire: - Alla croce di Dio, ubriaco fastidioso, tu non c'enterrai stanotte; io non posso più sofferire questi tuoi modi; egli convien che io faccia vedere ad ogn'uomo chi tu se' e a che ora tu torni la notte a casa.
Tofano d'altra parte crucciato le 'ncominciò a dir villania e a gridare; di che i vicini, sentendo il romore, si levarono, e uomini e donne, e fecersi alle finestre e domandarono che ciò fosse. La donna cominciò piagnendo a dire: - Egli è questo reo uomo, il quale mi torna ebbro la sera a casa, o s'addormenta per le taverne e poscia torna a questa otta; di che io avendo lungamente sofferto e dettogli molto male e non giovandomi, non potendo più sofferire, ne gli ho voluta fare questa vergogna di serrarlo fuor di casa, per vedere se egli se ne ammenderà -.
Tofano bestia, d'altra parte, diceva come il fatto era stato, e minacciava forte.
La donna co' suoi vicini diceva: - Or vedete che uomo egli è! Che direste voi se io fossi nella via come è egli, ed egli fosse in casa come sono io? In fè di Dio che io dubito che voi non credeste che egli dicesse il vero. Ben potete a questo conoscere il senno suo. Egli dice appunto che io ho fatto ciò che io credo che egli abbia fatto egli. Egli mi credette spaventare col gittare non so che nel pozzo; ma or volesse Iddio che egli vi si fosse gittato da dovero e affogato, sì che il vino, il quale egli di soperchio ha bevuto, si fosse molto bene inacquato -.
I vicini, e gli uomini e le donne, cominciaro a riprender tutti Tofano, e a dar la colpa a lui e a dirgli villania di ciò che contro alla donna diceva; e in brieve tanto andò il romore di vicino in vicino, che egli pervenne infino a'parenti della donna. Li quali venuti là, e udendo la cosa e da un vicino e da altro, presero Tofano e diedergli tante busse che tutto il ruppono. Poi, andati in casa, presero le cose della donna e con lei si ritornarono a casa loro, minacciando Tofano di peggio. Tofano, veggendosi mal parato, e che la sua gelosia l'aveva mal condotto, sì come quegli che tutto 'l suo ben voleva alla donna, ebbe alcuni amici mezzani, e tanto procacciò che egli con buona pace riebbe la donna a casa sua alla quale promise di mai più non esser geloso; e oltre a ciò le diè licenza che ogni suo piacer facesse, ma sì saviamente, che egli non se ne avvedesse. E così, a modo del villan matto, dopo danno fe' patto. E viva amore, e muoia soldo e tutta la brigata.
Novella quinta
Un geloso in forma di prete confessa la moglie, al quale ella dà a vedere che ama un prete che viene a lei ogni notte; di che mentre che il geloso nascostamente prende guardia all'uscio, la donna per lo tetto si fa venire un suo amante, e con lui si dimora.
Posto avea fine la Lauretta al suo ragionamento, e avendo già ciascun commendata la donna che ella bene avesse fatto e come a quel cattivo si conveniva, il re, per non perder tempo, verso la Fiammetta voltatosi, piacevolmente il carico le 'mpose del novellare; per la qual cosa ella così cominciò:
Nobilissime donne, la precedente novella mi tira a dovere io similmente ragionar d'un geloso, estimando che ciò che si fa loro dalle loro donne, e massimamente quando senza cagione ingelosiscono, esser ben fatto. E se ogni cosa avessero i componitori delle leggi guardata, giudico che in questo essi dovessero alle donne non altra pena avere constituta che essi constituirono a colui che alcuno offende sé difendendo; per ciò che i gelosi sono insidiatori della vita delle giovani donne e diligentissimi cercatori della lor morte. Esse stanno tutta la settimana rinchiuse e attendono alle bisogne familiari e domestiche, disiderando, come ciascun fa, d'aver poi il dì delle feste alcuna consolazione, alcuna quiete, e di potere alcun diporto pigliare, sì come prendono i lavoratori dei campi, gli artefici delle città e i reggitori delle corti; come fece Iddio, che il dì settimo da tutte le sue fatiche si riposò; e come vogliono le leggi sante e le civili, le quali, allo onor di Dio e al ben comune di ciascun riguardando, hanno i dì delle fatiche distinti da quegli del riposo. Alla qual cosa fare niente i gelosi consentono, anzi quegli dì che a tutte l'altre son lieti, fanno ad esse, più serrate e più rinchiuse tenendole, esser più miseri e più dolenti; il che quanto e qual consumamento sia delle cattivelle quelle sole il sanno che l'hanno provato. Perché, conchiudendo, ciò che una donna fa ad un marito geloso a torto, per certo non condennare ma commendare si dovrebbe.
Fu adunque in Arimino un mercatante, ricco e di possessioni e di denari assai, il quale avendo una bellissima donna per moglie, di lei divenne oltre misura geloso: né altra cagione a questo avea se non che, come egli molto l'amava e molto bella la teneva e conosceva che ella con tutto il suo studio s'ingegnava di piacergli, così estimava che ogn'uomo l'amasse, e che ella a tutti paresse bella e ancora che ella s'ingegnasse così di piacere altrui come a lui. E così ingelosito tanta guardia ne prendeva e sì stretta la tenea, che forse assai son di quegli che a capital pena son dannati, che non sono da'pregionieri con tanta guardia servati. La donna, lasciamo stare che a nozze o a festa o a chiesa andar potesse, o il piè della casa trarre in alcun modo, ma ella non osava farsi ad alcuna finestra né fuor della casa guardare per alcuna cagione; per la qual cosa la vita sua era pessima, ed essa tanto più impaziente sosteneva questa noia, quanto meno si sentiva nocente.
Per che, veggendosi a torto fare ingiuria al marito, s avvisò, a consolazion di sé medesima, di trovar modo (se alcuno ne potesse trovare) di far sì che a ragione le fosse fatto. E per ciò che a finestra far non si potea, e così modo non avea di potersi mostrare contenta dello amore d'alcuno che atteso l'avesse per la sua contrada passando, sappiendo che nella casa la quale era allato alla sua aveva alcun giovane e bello e piacevole, si pensò, se pertugio alcun fosse nel muro che la sua casa divideva da quella, di dovere per quello tante volte guatare, che ella vedrebbe il giovane in atto da potergli parlare, e di donargli il suo amore, se egli il volesse ricevere; e se modo vi si potesse vedere, di ritrovarsi con lui alcuna volta, e in questa maniera trapassare la sua malvagia vita infino a tanto che il fistolo uscisse da dosso al suo marito. E venendo ora in una parte e ora in una altra, quando il marito non v'era, il muro della casa guardando, vide per avventura in una parte assai segreta di quella il muro alquanto da una fessura esser aperto; per che, riguardando per quella, ancora che assai male discerner potesse dall'altra parte, pur s'avvide che quivi era una camera dove capitava la fessura, e seco disse: - Se questa fosse la camera di Filippo - (cioè del giovane suo vicino) - io sarei mezza fornita -.E cautamente da una sua fante, a cui di lei incresceva, ne fece spiare, e trovò che veramente il giovane in quella dormiva tutto solo; per che, visitando la fessura spesso, e, quando il giovane vi sentiva, faccendo cader pietruzze e cotali fuscellini, tanto fece che, per veder che ciò fosse, il giovane venne quivi. Il quale ella pianamente chiamò; ed egli che la sua voce conobbe, le rispose; ed ella, avendo spazio, in brieve tutto l'animo suo gli aprì. Di che il giovane contento assai, sì fece che dal suo lato il pertugio si fece maggiore, tuttavia in guisa faccendo che alcuno avvedere non se ne potesse; e quivi spesse volte insieme si favellavano e toccavansi la mano, ma più avanti per la solenne guardia del geloso non si poteva.
Ora, appressandosi la festa del Natale, la donna disse al marito che, se gli piacesse, ella voleva andar la mattina della pasqua alla chiesa e confessarsi e comunicarsi come fanno gli altri cristiani.
Alla quale il geloso disse: - E che peccati ha' tu fatti, che tu ti vuoi confessare? -
Disse la donna: - Come! Credi tu che io sia santa, perché tu mi tenghi rinchiusa? Ben sai che io fo de'peccati come l'altre persone che ci vivono, ma io non gli vo' dire a te, ché tu non se' prete -.
Il geloso prese di queste parole sospetto e pensossi di voler saper che peccati costei avesse fatti e avvisossi del modo nel quale ciò gli verrebbe fatto; e rispose che era contento, ma che non volea che ella andasse ad altra chiesa che alla cappella loro; e quivi andasse la mattina per tempo e confessassesi o dal cappellan loro o da quel prete che il cappellan le desse e non da altrui, e tornasse di presente a casa. Alla donna pareva mezzo avere inteso; ma, senza altro dire, rispose che sì farebbe.
Venuta la mattina della pasqua, la donna si levò in su l'aurora e acconciossi e andossene alla chiesa impostale dal marito. Il geloso d'altra parte levatosi se n'andò a quella medesima chiesa e fuvvi prima di lei; e avendo già col prete di là entro composto ciò che far voleva, messasi prestamente una delle robe del prete indosso con un cappuccio grande a gote, come noi veggiamo che i preti portano, avendosel tirato un poco innanzi, si mise a stare in coro. La donna venuta alla chiesa fece domandare il prete. Il prete venne, e udendo dalla donna che confessar si volea, disse che non potea udirla, ma che le manderebbe un suo compagno; e andatosene, mandò il geloso nella sua malora. Il quale molto contegnoso vegnendo, ancora che egli non fosse molto chiaro il dì ed egli s'avesse molto messo il cappuccio innanzi agli occhi, non si seppe sì occultare che egli non fosse prestamente conosciuto dalla donna; la quale, questo vedendo, disse seco medesima: - Lodato sia Iddio, che costui di geloso è divenuto prete; ma pure lascia fare, ché io gli darò quello che egli va cercando -. Fatto adunque sembiante di non conoscerlo, gli si pose a sedere a' piedi. Messer lo geloso s'avea messe alcune petruzze in bocca, acciò che esse alquanto la favella gli 'mpedissero, sì che egli a quella dalla moglie riconosciuto non fosse, parendogli in ogn'altra cosa sì del tutto esser divisato che esser da lei riconosciuto a niun partito credeva. Or venendo alla confessione, tra l'altre cose che la donna gli disse, avendogli prima detto come maritata era, si fu che ella era innamorata d'un prete, il quale ogni notte con lei s'andava a giacere.
Quando il geloso udì questo, e' gli parve che gli fosse dato d'un coltello nel cuore; e se non fosse che volontà lo strinse di saper più innanzi, egli avrebbe la confessione abbandonata andatosene. Stando adunque fermo domandò la donna: - E come? Non giace vostro marito con voi? -
La donna rispose: - Messer sì -.
- Adunque, - disse '1 geloso - come vi puote anche il prete giacere? -
- Messere, - disse la donna - il prete con che arte il si faccia non so, ma egli non è in casa uscio sì serrato che, come egli il tocca, non s'apra; e dicemi egli che, quando egli è venuto a quello della camera mia, anzi che egli l'apra, egli dice certe parole per le quali il mio marito incontanente s'addormenta, e come addormentato il sente, così apre l'uscio e viensene dentro e stassi con meco, e questo non falla mai -.
Disse allora il geloso: - Madonna, questo è mal fatto, e del tutto egli ve ne conviene rimanere -.
A cui la donna disse: - Messere, questo non crederrei io mai poter fare, per ciò che io l'amo troppo -.
- Dunque, - disse il geloso - non vi potrò io assolvere -.
A cui la donna disse: - Io ne son dolente: io non venni qui per dirvi le bugie; se io il credessi poter fare, io il vi direi -.
Disse allora il geloso: - In verità, madonna, di voi m'incresce, ché io vi veggio a questo partito perder l'anima; ma io, in servigio di voi, ci voglio durar fatica in far mie orazioni speziali a Dio in vostro nome, le quali forse vi gioveranno; e sì vi manderò alcuna volta un mio cherichetto, a cui voi direte se elle vi saranno giovate o no; e se elle vi gioveranno, sì procederemo innanzi -.
A cui la donna disse: - Messer, cotesto non fate voi che voi mi mandiate persona a casa, ché, se il mio marito il risapesse, egli è sì forte geloso che non gli trarrebbe del capo tutto il mondo che per altro che per male vi si venisse, e non avrei ben con lui di questo anno -.
A cui il geloso disse: - Madonna, non dubitate di questo, ché per certo io terrò sì fatto modo, che voi non ne sentirete mai parola da lui -.
Disse allora la donna: - Se questo vi dà il cuore di fare, io son contenta - ; e fatta la confessione e presa la penitenzia, e da' piè levataglisi, se n'andò a udire la messa.
Il geloso soffiando con la sua mala ventura s'andò a spogliare i panni del prete, e tornossi a casa, disideroso di trovar modo da dovere il prete e la moglie trovare insieme, per fare un mal giuoco e all'uno e all'altro. La donna tornò dalla chiesa, e vide bene nel viso al marito che ella gli aveva data la mala pasqua; ma egli, quanto poteva, s'ingegnava di nasconder ciò che fatto avea e che saper gli parea.
E avendo seco stesso diliberato di dover la notte vegnente star presso all'uscio della via ad aspettare se il prete venisse, disse alla donna: - A me conviene questa sera essere a cena e ad albergo altrove, e per ciò serrerai ben l'uscio da via e quello da mezza scala e quello della camera, e quando ti parrà t'andrai a letto -.
La donna rispose: - In buon'ora.
E quando tempo ebbe se n'andò alla buca e fece il cenno usato, il quale come Filippo sentì, così di presente a quel venne. Al quale la donna disse ciò che fatto avea la mattina, e quello che il marito appresso mangiare l'aveva detto, e poi disse: - Io son certa che egli non uscirà di casa, ma si metterà a guardia dell'uscio; e per ciò truova modo che su per lo tetto tu venghi stanotte di qua, sì che noi siamo insieme -.
Il giovane, contento molto di questo fatto, disse: - Madonna, lasciate far me -.
Venuta la notte, il geloso con sue armi tacitamente si nascose in una camera terrena, e la donna avendo fatti serrar tutti gli usci, e massimamente quello da mezza scala, acciò che il geloso su non potesse venire, quando tempo le parve, il giovane per via assai cauta dal suo lato se ne venne, e andaronsi a letto, dandosi l'un dell'altro piacere e buon tempo; e venuto il dì, il giovane se ne tornò in casa sua. Il geloso, dolente e senza cena, morendo di freddo, quasi tutta la notte stette con le sue armi allato all'uscio ad aspettare se il prete venisse; e appressandosi il giorno, non potendo più vegghiare, nella camera terrena si mise a dormire. Quindi vicin di terza levatosi, essendo già l'uscio della casa aperto faccendo sembiante di venire altronde, se ne salì in casa sua e desinò. E poco appresso mandato un garzonetto, a guisa che stato fosse il cherico del prete che confessata l'avea, la mandò dimandando se colui cui ella sapeva più venuto vi fosse. La donna, che molto bene conobbe il messo, rispose che venuto non v'era quella notte, e che, se così facesse, che egli le potrebbe uscir di mente, quantunque ella non volesse che di mente l'uscisse.
Ora che vi debbo dire? Il geloso stette molte notti per volere giugnere il prete all'entrata, e la donna continuamente col suo amante dandosi buon tempo. Alla fine il geloso, che più sofferir non poteva, con turbato viso domandò la moglie ciò che ella avesse al prete detto la mattina che confessata s'era. La donna rispose che non gliele voleva dire, per ciò che ella non era onesta cosa né convenevole.
A cui il geloso disse: - Malvagia femina, a dispetto di te io so ciò che tu gli dicesti; e convien del tutto che io sappia chi è il prete di cui tu tanto se' innamorata e che teco per suoi incantesimi ogni notte si giace, o io ti segherò le veni -.
La donna disse che non era vero che ella fosse innamorata d'alcun prete.
- Come! - disse il geloso - non dicestù così e così al prete che ti confessò?
La donna disse: - Non che egli te l'abbia ridetto, ma egli basterebbe, se tu fossi stato presente, mai sì, che io gliele dissi -.
- Dunque, - disse il geloso - dimmi chi è questo prete, e tosto -.
La donna cominciò a sorridere, e disse: - Egli mi giova molto quando un savio uomo è da una donna semplice menato come si mena un montone per le corna in beccheria; benché tu non se' savio, né fosti da quella ora in qua che tu ti lasciasti nel petto entrare il maligno spirito della gelosia, senza saper perché; e tanto quanto tu se' più sciocco e più bestiale, cotanto ne diviene la gloria mia minore. Credi tu, marito mio, che io sia cieca degli occhi della testa, come tu se' cieco di quegli della mente? Certo no; e vedendo conobbi chi fu il prete che mi confessò, e so che tu fosti desso tu; ma io mi puosi in cuore di darti quello che tu andavi cercando, e dieditelo. Ma, se tu fussi stato savio come esser ti pare, non avresti per quel modo tentato di sapere i segreti della tua buona donna, e, senza prender vana sospezion, ti saresti avveduto di ciò che ella ti confessava così essere il vero, senza avere ella in cosa alcuna peccato. Io ti dissi che io amava un prete: e non eri tu, il quale io a gran torto amo, fatto prete? Dissiti che niuno uscio della mia casa gli si poteva tener serrato quando meco giacer volea: e quale uscio ti fu mai in casa tua tenuto quando tu colà dove io fossi se' voluto venire? Dissiti che il prete si giaceva ogni notte con meco: e quando fu che tu meco non giacessi? E quante volte il tuo cherico a me mandasti, tante sai quante tu meco non fosti, ti mandai a dire che il prete meco stato non era. Quale smemorato altri che tu, che alla gelosia tua t'hai lasciato accecare, non avrebbe queste cose intese? E se' ti stato in casa a far la notte la guardia all'uscio, e a me credi aver dato a vedere che tu altrove andato sii a cena e ad albergo. Ravvediti oggimai, e torna uomo come tu esser solevi, e non far far beffe di te a chi conosce i modi tuoi come fo io, e lascia star questo solenne guardar che tu fai; ché io giuro a Dio, se voglia me ne venisse di porti le corna, se tu avessi cento occhi come tu n'hai due, e' mi darebbe il cuore di fare i piacer miei in guisa che tu non te ne avvedresti -.
Il geloso cattivo, a cui molto avvedutamente pareva avere il segreto della donna sentito, udendo questo, si tenne scornato; e senza altro rispondere, ebbe la donna per buona e per savia; e quando la gelosia gli bisognava del tutto se la spogliò, così come, quando bisogno non gli era, se l'aveva vestita. Per che la savia donna, quasi licenziata ai suoi piaceri, senza far venire il suo amante su per lo tetto, come vanno le gatte, ma pur per l'uscio, discretamente operando, poi più volte con lui buon tempo e lieta vita si diede.
Novella sesta
Madonna Isabella con Leonetto standosi, amata da un messer Lambertuccio, è da lui visitata; e tornando il marito di lei, messer Lambertuccio con un coltello in mano fuor di casa ne manda, e il marito di lei poi Leonetto accompagna.
Maravigliosamente era piaciuta a tutti la novella della Fiammetta, affermando ciascuno ottimamente la donna aver fatto, e quel che si convenia al bestiale uomo; ma poi che finita fu, il re a Pampinea impose che seguitasse. La quale incominciò a dire:
Molti sono, li quali, semplicemente parlando, dicono che Amore trae altrui del senno e quasi chi ama fa divenire smemorato. Sciocca oppinione mi pare; e assai le già dette cose l'hanno mostrato; e io ancora intendo di dimostrarlo.
Nella nostra città, copiosa di tutti i beni, fu già una giovane donna e gentile e assai bella, la qual fu moglie d'un cavaliere assai valoroso e da bene. E come spesso avviene che sempre non può l'uomo usare un cibo, ma talvolta disidera di variare; non soddisfaccendo a questa donna molto il suo marito, s'innamorò d'un giovane, il quale Leonetto era chiamato, assai piacevole e costumato, come che di gran nazion non fosse, ed egli similmente s'innamorò di lei; e come voi sapete che rade volte è senza effetto quello che vuole ciascuna delle parti, a dare al loro amor compimento molto tempo non si interpose. Ora avvenne che, essendo costei bella donna e avvenevole, di lei un cavalier chiamato messer Lambertuccio s'innamorò forte, il quale ella, per ciò che spiacevole uomo e sazievole le parea, per cosa del mondo ad amar lui disporre non si potea. Ma costui con ambasciate sollicitandola molto, e non valendogli, essendo possente uomo, la mandò minacciando di vituperarla se non facesse il piacer suo. Per la qual cosa la donna, temendo e conoscendo come fatto era, si condusse a fare il voler suo.
Ed essendosene la donna, che madonna Isabella avea nome, andata, come nostro costume è di state, a stare ad una sua bellissima possessione in contado, avvenne, essendo una mattina il marito di lei cavalcato in alcun luogo per dovere stare alcun giorno, che ella mandò per Leonetto che si venisse a star con lei, il quale lietissimo incontanente v'andò. Messer Lambertuccio, sentendo il marito della donna essere andato altrove, tutto solo montato a cavallo, a lei se n'andò e picchiò alla porta.
La fante della donna, vedutolo, n'andò incontanente a lei, che in camera era con Leonetto, e chiamatala le disse: - Madonna, messer Lambertuccio è qua giù tutto solo -.
La donna, udendo questo, fu la più dolente femina del mondo; ma, temendol forte, pregò Leonetto che grave non gli fosse il nascondersi alquanto dietro alla cortina del letto, in fino a tanto che messer Lambertuccio se n'andasse.
Leonetto, che non minor paura di lui avea che avesse la donna, vi si nascose; ed ella comandò alla fante che andasse ad aprire a messer Lambertuccio: la quale apertogli, ed egli nella corte smontato d'un suo pallafreno e quello appiccato ivi ad uno arpione, se ne salì suso. La donna, fatto buon viso e venuta infino in capo della scala, quanto più potè in parole lietamente il ricevette e domandollo quello che egli andasse faccendo. Il cavaliere, abbracciatala e baciatala, disse: - Anima mia, io intesi che vostro marito non c'era, sì ch'io mi son venuto a stare alquanto con essovoi. - E dopo queste parole, entratisene in camera e serratisi dentro, cominciò messer Lambertuccio a prender diletto di lei.
E così con lei standosi, tutto fuori della credenza della donna, avvenne che il marito di lei tornò; il quale quando la fante alquanto vicino al palagio vide, così subitamente corse alla camera della donna e disse: - Madonna, ecco messer che torna: io credo che egli sia già giù nella corte. La donna, udendo questo e sentendosi aver due uomini in casa, e conosceva che il cavaliere non si poteva nascondere per lo suo pallafreno che nella corte era, si tenne morta. Nondimeno, subitamente gittatasi del letto in terra, prese partito, e disse a messer Lambertuccio: - Messere, se voi mi volete punto di bene e voletemi da morte campare, farete quello che io vi dirò. Voi vi recherete in mano il vostro coltello ignudo, e con un mal viso e tutto turbato ve n'andrete giù per le scale, e andrete dicendo: - Io fo boto a Dio che io il coglierò altrove -; e se mio marito vi volesse ritenere o di niente vi domandasse, non dite altro che quello che detto v'ho, e montato a cavallo, per niuna cagione seco ristate.
Messer Lambertuccio disse che volentieri; e tirato fuori i coltello, tutto infocato nel viso tra per la fatica durata e per l'ira avuta della tornata del cavaliere, come la donna gl'impose così fece. Il marito della donna, già nella corte smontato, maravigliandosi del pallafreno e volendo su salire, vide messer Lambertuccio scendere, e maravigliossi e delle parole e del viso di lui, e disse: - Che è questo messere?
Messer Lambertuccio, messo il piè nella staffa e montato su, non disse altro, se non: - Al corpo di Dio, io il giugnerò altrove - ; e andò via.
Il gentile uomo montato su trovò la donna sua in capo della scala tutta sgomentata e piena di paura, alla quale egli disse: - Che cosa è questa? Cui va messer Lambertuccio così adirato minacciando? -
La donna, tiratasi verso la camera, acciò che Leonetto l'udisse, rispose: - Messere, io non ebbi mai simil paura a questa. Qua entro si fuggì un giovane, il quale io non conosco e che esser Lambertuccio col coltello in man seguitava, e trovò per ventura questa camera aperta, e tutto tremante disse: - Madonna, per Dio aiutatemi, ché io non sia nelle braccia vostre morto -. Io mi levai diritta, e come il voleva domandare chi fosse e che avesse, ed ecco messer Lambertuccio venir su dicendo: - Dove se', traditore? - Io mi parai in su l'uscio della camera, e volendo egli entrar dentro, il ritenni, ed egli in tanto fu cortese che, come vide che non mi piaceva che egli qua entro entrasse, dette molte parole, se ne venne giù come voi vedeste -.
Disse allora il marito: - Donna, ben facesti: troppo ne sarebbe stato gran biasimo, se persona fosse stata qua entro uccisa; e messer Lambertuccio fece gran villania a seguitar persona che qua entro fuggita fosse -. Poi domandò dove fosse quel giovane.
La donna rispose: - Messere, io non so dove egli si sia nascoso -.
Il cavaliere allora disse: - Ove se'tu? Esci fuori sicuramente -.
Leonetto che ogni cosa udita avea, tutto pauroso, come colui che paura aveva avuta da dovero, uscì fuori del luogo dove nascoso s'era.
Disse allora il cavaliere: - Che hai tu a fare con messer Lambertuccio? -
Il giovane rispose: - Messer, niuna cosa che sia in questo mondo; e per ciò io credo fermamente che egli non sia in buon senno, o che egli m'abbia colto in iscambio; per ciò che, come poco lontano da questo palagio nella strada mi vide, così mise mano al coltello, e disse: - Traditor, tu se' morto -. Io non mi posi a domandare per che cagione, ma quanto potei cominciai a fuggire e qui me ne venni dove, mercé di Dio e di questa gentil donna, scampato sono -.
Disse allora il cavaliere: - Or via, non aver paura alcuna; io ti porrò a casa tua sano e salvo, e tu poi sappi far cercar quello che con lui hai a fare.
E, come cenato ebbero, fattol montare a cavallo, a Firenze il ne menò, e lasciollo a casa sua. Il quale, secondo l'ammaestramento della donna avuto, quella sera medesima parlò con messer Lambertuccio occultamente, e sì con lui ordinò, che quantunque poi molte parole ne fossero, mai per ciò il cavalier non s'accorse della beffa fattagli dalla moglie.
Novella ottava
Un diviene geloso della moglie, ed ella, legandosi uno spago al dito la notte, sente il suo amante venire a lei. Il marito se n'accorge, e mentre seguita l'amante, la donna mette in luogo di sé nel letto un'altra femina, la quale il marito batte e tagliale le trecce, e poi va per li fratelli di lei, li quali, trovando ciò non esser vero, gli dicono villania.
Stranamente pareva a tutti madonna Beatrice essere stata maliziosa in beffare il suo marito, e ciascuno affermava dovere essere stata la paura d'Anichino grandissima, quando, tenuto forte dalla donna, l'udì dire che egli d'amore l'aveva richesta; ma poi che il re vide Filomena tacersi, verso Neifile voltosi, disse: - Dite voi -. La qual, sorridendo prima un poco, cominciò:
Belle donne, gran peso mi resta se io vorrò con una bella novella contentarvi, come quelle che davanti hanno detto contentate v'hanno; del quale con l'aiuto di Dio io spero assai bene scaricarmi. Dovete dunque sapere che nella nostra città fu già un ricchissimo mercatante chiamato Arriguccio Berlinghieri, il quale scioccamente, sì come ancora oggi fanno tutto 'l dì i mercatanti pensò di volere ingentilire per moglie, e prese una giovane gentil donna male a lui convenientesi, il cui nome fu monna Sismonda. La quale, per ciò che egli, sì come i mercatanti fanno, andava molto dattorno e poco con lei dimorava, s'innamorò d'un giovane chiamato Ruberto, il quale lungamente vagheggiata l'avea.
E avendo presa sua dimestichezza e quella forse men discretamente usando, per ciò che sommamente le dilettava, avvenne o che Arriguccio alcuna cosa ne sentisse, o come che s'andasse, egli ne diventò il più geloso uom del mondo, e lascionne stare l'andar dattorno e ogni altro suo fatto, e quasi tutta la sua sollicitudine aveva posta in guardar ben costei; né mai addormentato si sarebbe, se lei primieramente non avesse sentita entrar nel letto; per la qual cosa la donna sentiva gravissimo dolore, per ciò che in guisa niuna col suo Ruberto esser poteva. Or pure, avendo molti pensieri avuti a dover trovare alcun modo d'esser con essolui, e molto ancora da lui essendone sollicitata, le venne pensato di tenere questa maniera: che, con ciò fosse cosa che la sua camera fosse lungo la via, ed ella si fosse molte volte accorta che Arriguccio assai ad addormentarsi penasse, ma poi dormiva saldissimo, avvisò di dover far venire Ruberto in su la mezza notte all'uscio della casa sua e d'andargli ad aprire e a starsi alquanto con essolui mentre il marito dormiva forte. E a fare che ella il sentisse quando venuto fosse, in guisa che persona non se ne accorgesse, divisò di mandare uno spaghetto fuori della finestra della camera, il quale con l'un de' capi vicino alla terra aggiugnesse, e l'altro capo mandatol basso infin sopra 'l palco e conducendolo al letto suo, quello sotto i panni mettere, e quando essa nel letto fosse, legarlosi al dito grosso del piede. E appresso, mandato questo a dire a Ruberto, gl'impose che, quando venisse, dovesse lo spago tirare, ed ella, se il marito dormisse, il lascerebbe andare e andrebbegli ad aprire; e s'egli non dormisse, ella il terrebbe fermo e tirerebbelo a sé, acciò che egli non aspettasse: la qual cosa piacque a Ruberto, e assai volte andatovi, alcuna gli venne fatto d'esser con lei, e alcuna no.
Ultimamente, continuando costoro questo artificio così fatto, avvenne una notte che, dormendo la donna e Arriguccio stendendo il piè per lo letto, gli venne questo spago trovato; per che, postavi la mano e trovatolo al dito della donna legato, disse seco stesso: - Per certo questo dee essere qualche inganno -. E avvedutosi poi che lo spago usciva fuori per la finestra, l'ebbe per fermo; per che, pianamente tagliatolo dal dito della donna, al suo il legò, e stette attento per vedere quel che questo volesse dire. Né stette guari che Ruberto venne, e tirato lo spago, come usato era, Arriguccio si sentì, e non avendoselo ben saputo legare, e Ruberto avendo tirato forte ed essendogli lo spago in man venuto, intese di doversi aspettare, e così fece. Arriguccio, levatosi prestamente e prese sue armi, corse all'uscio, per dover vedere chi fosse costui, e per fargli male. Ora era Arriguccio, con tutto che fosse mercatante, un fiero e un forte uomo; e giunto all'uscio e non aprendolo soavemente come soleva far la donna, e Ruberto che aspettava sentendolo, s'avvisò esser quello che era, cioè che colui che l'uscio apriva fosse Arriguccio; per che prestamente cominciò a fuggire, e Arriguccio a seguitarlo. Ultimamente, avendo Ruberto un gran pezzo fuggito e colui non cessando di seguitarlo, essendo altressì Ruberto armato, tirò fuori la spada e rivolsesi, e incominciarono l'uno a volere offendere e l'altro a difendersi.
La donna, come Arriguccio aprì la camera, svegliatasi e trovatosi tagliato lo spago dal dito, incontanente s'accorse che 'l suo inganno era scoperto; e sentendo Arriguccio esser corso dietro a Ruberto, prestamente levatasi, avvisandosi ciò che doveva potere avvenire, chiamò la fante sua, la quale ogni cosa sapeva, e tanto la predicò, che ella in persona di sé nel suo letto la mise, pregandola che, senza farsi conoscere, quel le busse pazientemente ricevesse che Arriguccio le desse, per ciò che ella ne le renderebbe sì fatto merito, che ella non avrebbe cagione donde dolersi. E spento il lume che nella camera ardeva, di quella s'uscì, e nascosa in una parte della casa cominciò ad aspettare quello che dovesse avvenire.
Essendo tra Arriguccio e Ruberto la zuffa, i vicini della contrada, sentendola e levatisi, cominciarono loro a dir male; e Arriguccio, per tema di non esser conosciuto, senza aver potuto sapere chi il giovane si fosse o d'alcuna cosa offenderlo, adirato e di mal talento, lasciatolo stare, se ne tornò verso la casa sua; e pervenuto nella camera adiratamente cominciò a dire: - Ove se'tu, rea femina? Tu hai spento il lume perché io non ti truovi, ma tu l'hai fallita -.
E andatosene al letto, credendosi la moglie pigliare, prese la fante, e quanto egli potè menare le mani e'piedi, tante pugna e tanti calci le diede, che tutto il viso l'ammaccò; e ultimamente le tagliò i capegli, sempre dicendole la maggior villania che mai a cattiva femina si dicesse. La fante piagneva forte, come colei che aveva di che; e ancora che ella alcuna volta dicesse: - Ohimè, mercé per Dio; oh, non più - ; era sì la voce dal pianto rotta, e Arriguccio impedito dal suo furore, che discerner non poteva più quella esser d'un'altra femina che della moglie.
Battutala adunque di santa ragione e tagliatile i capegli, come dicemmo, disse: - Malvagia femina, io non intendo di toccarti altramenti, ma io andrò per li tuoi fratelli e dirò loro le tue buone opere; e appresso che essi vengan per te e faccianne quello che essi credono che loro onor sia, e menintene; ché per certo in questa casa non starai tu mai più -. E così detto, uscito della camera, la serrò di fuori e andò tutto sol via.
Come monna Sismonda, che ogni cosa udita aveva, sentì il marito essere andato via, così, aperta la camera e racceso il lume, trovò la fante sua tutta pesta che piagneva forte; la quale, come poté il meglio, racconsolò, e nella camera di lei la rimise, dove poi chetamente fattala servire e governare, sì di quello d'Arriguccio medesimo la sovvenne che ella si chiamò per contenta. E come la fante nella sua camera rimessa ebbe, così prestamente il letto della sua rifece, e quella tutta racconciò e rimise in ordine, come se quella notte niuna persona giaciuta vi fosse, e raccese la lampana e sé rivestì e racconciò, come se ancora al letto non si fosse andata; e accesa una lucerna e presi suoi panni, in capo della scala si pose a sedere, e cominciò a cucire e ad aspettare quello a che il fatto dovesse riuscire.
Arriguccio, uscito di casa sua, quanto più tosto potè n'andò alla casa de' fratelli della moglie, e quivi tanto picchiò che fu sentito e fugli aperto. Li fratelli della donna, che eran tre, e la madre di lei, sentendo che Arriguccio era, tutti si levarono, e fatto accendere de' lumi vennero a lui e domandaronlo quello che egli a quella ora e così solo andasse cercando. A' quali Arriguccio, cominciandosi dallo spago che trovato aveva legato al dito del piè di monna Sismonda, infino all'ultimo di ciò che trovato e fatto avea, narrò loro; e per fare loro intera testimonianza di ciò che fatto avesse, i capelli che alla moglie tagliati aver credeva lor pose in mano, aggiugnendo che per lei venissero e quel ne facessero che essi credessero che al loro onore appartenesse, per ciò che egli non intendeva di mai più in casa tenerla. I fratelli della donna, crucciati forte di ciò che udito avevano e per fermo tenendolo, contro a lei inanimati, fatti accender de' torchi, con intenzione di farle un mal giuoco, con Arriguccio si misero in via e andaronne a casa sua. Il che veggendo la madre di loro, piagnendo gl'incominciò a seguitare, or l'uno e or l'altro pregando che non dovessero queste cose così subitamente credere, senza vederne altro o saperne; per ciò che il marito poteva per altra cagione esser crucciato con lei e averle fatto male, e ora apporle questo per iscusa di sé; dicendo ancora che ella si maravigliava forte come ciò potesse essere avvenuto, per ciò che ella conosceva ben la sua figliuola, sì come colei che infino da piccolina l'aveva allevata; e molte altre parole simiglianti.
Pervenuti adunque a casa d'Arriguccio ed entrati dentro, cominciarono a salir le scale. Li quali monna Sismonda sentendo venire, disse: - Chi è là?
Alla quale l'un de' fratelli rispose: - Tu il saprai bene, rea femina, chi è.
Disse allora monna Sismonda: - Ora che vorrà dir questo? Domine, aiutaci. - E levatasi in piè disse: - Fratelli miei, voi siate i benvenuti; che andate voi cercando a questa ora quincentro tutti e tre?
Costoro, avendola veduta a sedere e cucire e senza alcuna vista nel viso d'essere stata battuta, dove Arriguccio aveva detto che tutta l'aveva pesta, alquanto nella prima giunta si maravigliarono e rifrenarono l'impeto della loro ira, e domandaronla come stato fosse quello di che Arriguccio di lei si doleva, minacciandola forte se ogni cosa non dicesse loro.
La donna disse: - Io non so ciò che io mi vi debba dire, né di che Arriguccio di me vi si debba esser doluto. Arriguccio, vedendola, la guatava come smemorato, ricordandosi che egli l'aveva dati forse mille punzoni per lo viso e graffiatogliele e fattole tutti i mali del mondo, e ora la vedeva come se di ciò niente fosse stato.
In brieve i fratelli le dissero ciò che Arriguccio loro aveva detto, e dello spago e delle battiture e di tutto.
La donna, rivolta ad Arriguccio, disse: - Ohimè, marito mio, che è quel ch'io odo? Perché fai tu tener me rea femina con tua gran vergogna, dove io non sono, e te malvagio uomo e crudele di quello che tu non se'? E quando fostù questa notte più in questa casa, non che con meco? O quando mi battesti tu? Io per me non me ne ricordo.
Arriguccio cominciò a dire: - Come, rea femina, non ci andammo noi iersera al letto insieme? Non ci tornai io, avendo corso dietro all'amante tuo? Non ti diedi io di molte busse, e taglia'ti i capegli?
La donna rispose:- In questa casa non ti coricasti tu iersera. Ma lasciamo stare di questo, ché non ne posso altra testimonianza fare che le mie vere parole, e veniamo a quello che tu di', che mi battesti e tagliasti i capegli. Me non battestù mai, e quanti n'ha qui e tu altressì mi ponete mente se io ho segno alcuno per tutta la persona di battitura; né ti consiglierei che tu fossi tanto ardito che tu mano addosso mi ponessi, ché, alla croce di Dio, io ti sviserei. Né i capegli altressì mi tagliasti, che io sentissi o vedessi; ma forse il facesti che io non me n'avvidi: lasciami vedere se io gli ho tagliati o no.
E, levatisi suoi veli di testa, mostrò che tagliati non gli avea, ma interi.
Le quali cose e vedendo e udendo i fratelli e la madre, cominciarono verso d'Arriguccio a dire: - Che vuoi tu dire, Arriguccio? Questo non è già quello che tu ne venisti a dire che avevi fatto; e non sappiam noi come tu ti proverrai il rimanente.
Arriguccio stava come trasognato e voleva pur dire; ma, veggendo che quello ch'egli credea poter mostrare non era così, non s'attentava di dir nulla.
La donna, rivolta verso i fratelli, disse: - Fratei miei, io veggio che egli è andato cercando che io faccia quello che io non volli mai fare, cioè ch'io vi racconti le miserie e le cattività sue, e io il farò. Io credo fermamente che ciò che egli v'ha detto gli sia intervenuto e abbial fatto; e udite come.
Questo valente uomo, al qual voi nella mia mala ora per moglie mi deste, che si chiama mercatante e che vuole esser creduto e che dovrebbe esser più temperato che uno religioso e più onesto che una donzella, son poche sere che egli non si vada inebbriando per le taverne, e or con questa cattiva femina e or con quella rimescolando; e a me si fa infino a mezza notte e talora infino a matutino aspettare, nella maniera che mi trovaste. Son certa che, essendo bene ebbro, si mise a giacere con alcuna sua trista, e a lei destandosi trovò lo spago al piede e poi fece tutte quelle sue gagliardie che egli dice, e ultimamente tornò a lei e battella e tagliolle i capegli; e non essendo ancora ben tornato in sé, si credette, e son certa che egli crede ancora, queste cose aver fatte a me; e se voi il porrete ben mente nel viso, egli è ancora mezzo ebbro. Ma tuttavia, che che egli s'abbia di me detto, io non voglio che voi il vi rechiate se non come da uno ubriaco; e poscia che io gli perdono io, gli perdonate voi altressì.
La madre di lei, udendo queste cose, cominciò a fare romore e a dire: - Alla croce di Dio, figliuola mia, cotesto non si votrebbe fare; anzi si vorrebbe uccidere questo can fastidioso e sconoscente, ché egli non ne fu degno d'avere una figliuola fatta come se' tu. Frate, bene sta!; Basterebbe se egli t'avesse ricolta del fango. Col malanno possa egli essere oggimai, se tu dei stare al fracidume delle parole di un mercantuzzo di feccia d'asino, che venutici di contado e usciti delle troiate, vestiti di romagnuolo, con le calze a campanile e con la penna in culo, come egli hanno tre soldi, vogliono le figliuole de'gentili uomini e delle buone donne per moglie, e fanno arme e dicono: - I' son de' cotali - e - quei di casa mia fecer così. - Ben vorrei che'miei figliuoli n'avesser seguito il mio consiglio, ché ti potevano così orrevolmente acconciare in casa i conti Guidi con un pezzo di pane, ed essi vollon pur darti a questa bella gioia, che, dove tu se' la miglior figliuola di Firenze e la più onesta, egli non s'è vergognato di mezza notte di dir che tu sii puttana, quasi noi non ti conoscessimo; ma, alla fè di Dio, se me ne fosse creduto, se ne gli darebbe sì fatta gastigatoia che gli putirebbe.
E, rivolta a' figliuoli, disse: - Figliuoli miei, io il vi dicea bene che questo non doveva potere essere. Avete voi udito come il buono vostro cognato tratta la sirocchia vostra? Mercatantuolo di quattro denari che egli è! Ché, se io fossi come voi, avendo detto quello che egli ha di lei e faccendo quello che egli fa, io non mi terrei mai né contenta né appagata, se io nollo levassi di terra; e se io fossi uomo come io son femina, io non vorrei che altri ch'io se ne 'mpacciasse. Domine, fallo tristo: ubriaco doloroso che non si vergogna!
I giovani, vedute e udite queste cose, rivoltisi ad Arriguccio, gli dissero la maggior villania che mai a niun cattivo uom si dicesse; e ultimamente dissero: - Noi ti perdoniam questa si come ad ebbro; ma guarda che per la vita tua da quinci innanzi simili novelle noi non sentiamo più, ché per certo, se più nulla ce ne viene agli orecchi, noi ti pagheremo di questa e di quella - ; e così detto, se n'andarono.
Arriguccio, rimaso come uno smemorato, seco stesso non sappiendo se quello che fatto avea era stato vero o s'egli aveva sognato, senza più farne parola, lasciò la moglie in pace. La qual, non solamente colla sua sagacità fuggì il pericol sopra stante ma s'aperse la via a poter fare nel tempo avvenire ogni suo piacere, senza paura alcuna più aver del marito.
Novella nona
Lidia moglie di Nicostrato ama Pirro, il quale, acciò che credere il possa, le chiede tre cose, le quali ella gli fa tutte; e oltre a questo in presenza di Nicostrato si sollazza con lui, e a Nicostrato fa credere che non sia vero quello che ha veduto.
Tanto era piaciuta la novella di Neifile, che né di ridere né di ragionar di quella si potevano le donne tenere, quantunque il re più volte silenzio loro avesse imposto, avendo comandato a Panfilo che la sua dicesse. Ma pur, poi che tacquero, così Panfilo incominciò:
Io non credo, reverende donne, che niuna cosa sia, quantunque sia grave e dubbiosa, che a far non ardisca chi ferventemente ama. La qual cosa quantunque in assai novelle sia stato dimostrato, nondimeno io il mi credo molto più, con una che dirvi intendo, mostrare, dove udirete d'una donna, alla qua le nelle sue opere fu troppo più favorevole la fortuna, che la ragione avveduta; e per ciò non consiglierei io alcuna che dietro alle pedate di colei, di cui dire intendo, s'arrischiasse d'andare, per ciò che non sempre è la fortuna in un modo disposta, né sono al mondo tutti gli uomini abbagliati igualmente.
In Argo, antichissima città di Grecia, per li suoi passati re molto più famosa che grande, fu già uno nobile uomo, il quale appellato fu Nicostrato, a cui già vicino alla vecchiezza la fortuna concedette per moglie una gran donna, non meno ardita che bella, detta per nome Lidia. Teneva costui, sì come nobile uomo e ricco, molta famiglia e cani e uccelli, e grandissimo diletto prendea nelle cacce; e aveva tra gli altri suoi famigliari un giovinetto leggiadro e adorno e bello della persona e destro a qualunque cosa avesse voluta fare, chiamato Pirro; il quale Nicostrato oltre ad ogni altro amava e più di lui si fidava. Di costui Lidia s'innamorò forte, tanto che né dì né notte in altra parte che con lui aver poteva il pensiere; del quale amore, o che Pirro non s'avvedesse o non volesse, niente mostrava se ne curasse, di che la donna intollerabile noia portava nell'animo. E disposta del tutto di fargliele sentire, chiamò a sé una sua cameriera nomata Lusca, della quale ella si confidava molto, e sì le disse: - Lusca, li benefici li quali tu hai da me ricevuti ti debbono fare a me obediente e fedele; e per ciò guarda che quello che io al presente ti dirò niuna persona senta giammai se non colui al quale da me ti fia imposto. Come tu vedi, Lusca, io son giovane e fresca donna, e piena e copiosa di tutte quelle cose che alcuna può disiderare; e brievemente, fuor che d'una, non mi posso rammaricare, e questa è che gli anni del mio marito son troppi, se co'miei si misurano, per la qual cosa di quello che le giovani donne prendono più piacere io vivo poco contenta; e pur come l'altre disiderandolo, è buona pezza che io diliberai meco di non volere, se la fortuna m'è stata poco amica in darmi così vecchio marito, essere io nimica di me medesima in non saper trovar modo a' miei diletti e alla mia salute; e per avergli così compiuti in questo come nell'altre cose, ho per partito preso di volere, sì come di ciò più degno che alcun altro, che il nostro Pirro co'suoi abbracciamenti gli supplisca, e ho tanto amore in lui posto, che io non sento mai bene se non tanto quanto io il veggio o di lui penso; e se io senza indugio non mi ritruovo seco, per certo io me ne credo morire. E per ciò, se la mia vita t'è cara, per quel modo che miglior ti parrà, il mio amore gli significherai e sì 'l pregherai da mia parte che gli piaccia di venire a me quando tu per lui andrai.
La cameriera disse di farlo volentieri; e come prima tempo e luogo le parve, tratto Pirro da parte, quanto seppe il meglio l'ambasciata gli fece della sua donna. La qual cosa udendo Pirro, si maravigliò forte, sì come colui che mai d'alcuna cosa avveduto non s'era, e dubitò non la donna ciò facesse dirgli per tentarlo; per che subito e ruvidamente rispose: - Lusca, io non posso credere che queste parole vengano dalla mia donna, e per ciò guarda quel che tu parli; e se pure da lei venissero, non credo che con l'animo dir te le faccia; e se pur con l'animo dir le facesse, il mio signore mi fa più onore che io non vaglio; io non farei a lui sì fatto oltraggio per la vita mia; e però guarda che tu più di sì fatte cose non mi ragioni.
La Lusca, non sbigottita per lo suo rigido parlare, gli disse: - Pirro, e di queste e d'ogn'altra cosa che la mia donna m'imporrà ti parlerò io quante volte ella il mi comanderà, o piacere o noia ch'egli ti debbia essere; ma tu se' una bestia.
E turbatetta con le parole di Pirro se ne tornò alla donna, la quale udendole disiderò di morire, e dopo alcun giorno riparlò alla cameriera e disse: - Lusca, tu sai che per lo primo colpo non cade la quercia; per che a me pare che tu da capo ritorni a colui che in mio pregiudicio nuovamente vuol divenir leale, e, prendendo tempo convenevole, gli mostra interamente il mio ardore e in tutto t'ingegna di far che la cosa abbia effetto; però che, se così s'intralasciasse, io ne morrei ed egli si crederebbe esser stato tentato; e dove il suo amor cerchiamo, ne seguirebbe odio.
La cameriera confortò la donna, e cercato di Pirro, il trovò lieto e ben disposto, e sì gli disse: - Pirro, io ti mostrai, pochi dì sono, in quanto fuoco la tua donna e mia stea per l'amor che ella ti porta, e ora da capo te ne rifò certo, che, dove tu in su la durezza che l'altrieri dimostrasti dimori, vivi sicuro che ella viverà poco; per che io ti priego che ti piaccia di consolarla del suo disiderio; e dove tu pure in su la tua ostinazione stessi duro, là dove io per molto savio t'aveva, io t'avrò per uno scioccone. Che gloria ti può egli esser maggiore che una così fatta donna, così bella, così gentile e così ricca, te sopra ogni altra cosa ami? Appresso questo, quanto ti puo'tu conoscere alla fortuna obligato, pensando che ella t'abbia parata dinanzi così fatta cosa, e a'disideri della tua giovinezza atta, e ancora un così fatto rifugio a'tuoi bisogni! Qual tuo pari conosci tu che per via di diletto meglio stea che starai tu, se tu sarai savio? Quale altro troverai tu che in arme, in cavalli, in robe e in denari possa star come tu starai, volendo il tuo amor concedere a costei? Apri adunque l'animo alle mie parole e in te ritorna; e ricordati che una volta senza più suole avvenire che la Fortuna si fa altrui incontro col viso lieto e col grembo aperto; la quale chi allora non sa ricevere, poi, trovandosi povero e mendico, di sé e non di lei s'ha a rammaricare. E oltre a questo non si vuol quella lealtà tra'servidori usare e'signori, che tra gli amici e pari si conviene; anzi gli deono così i servidori trattare, in quel che possono, come essi da loro trattati sono. Speri tu, se tu avessi o bella moglie o madre o figliuola o sorella che a Nicostrato piacesse, che egli andasse la lealtà ritrovando che tu servar vuoi a lui della sua donna? Sciocco se' se tu 'l credi: abbi di certo, se le lusinghe e'prieghi non bastassono, che che ne dovesse a te parere, e'vi si adoperrebbe la forza. Trattiamo adunque loro e le lor cose come essi noi e le nostre trattano. Usa il beneficio della Fortuna; non la cacciare, falleti incontro e lei vegnente ricevi, ché per certo, se tu nol fai, lasciamo stare la morte la quale senza fallo alla tua donna ne seguirà, ma tu ancora te ne penterai tante volte che tu ne vorrai morire.
Pirro, il qual più fiate sopra le parole che la Lusca dette gli avea avea ripensato, per partito avea preso che, se ella più a lui ritornasse, di fare altra risposta e del tutto recarsi a compiacere alla donna, dove certificar si potesse che tentato non fosse; e per ciò rispose: - Vedi, Lusca, tutte le cose che tu mi di'io le conosco vere, ma io conosco d'altra parte il mio signore molto savio e molto avveduto, e ponendomi tutti i suoi fatti in mano, io temo forte che Lidia con consiglio e voler di lui questo non faccia per dovermi tentare; e per ciò, dove tre cose ch'io domanderò voglia fare a chiarezza di me, per certo niuna cosa mi comanderà poi che io prestamente non faccia. E quelle tre cose che io voglio son queste: primieramente che in presenzia di Nicostrato ella uccida il suo buono sparviere; appresso ch'ella mi mandi una ciocchetta della barba di Nicostrato; e ultimamente un dente di quegli di lui medesimo de' migliori.
Queste cose parvono alla Lusca gravi e alla donna gravissime; ma pure Amore, (che è buono confortatore e gran maestro di consigli, le fece diliberar di farlo, e per la sua cameriera gli mandò dicendo che quello che egli aveva addimandato pienamente fornirebbe, e tosto; e oltre a ciò, per ciò che egli così savio reputava Nicostrato, disse che in presenzia di lui con Pirro si sollazzerebbe e a Nicostrato farebbe credere che ciò non fosse vero. Pirro adunque cominciò ad aspettare quello che far dovesse la gentil donna; la quale, avendo ivi a pochi dì Nicostrato dato un gran desinare, sì come usava spesse volte di fare, a certi gentili uomini, ed essendo già levate le tavole, vestita d'uno sciamito verde e ornata molto, e uscita della sua camera, in quella sala venne dove costoro erano, e veggente Pirro e ciascuno altro, se n'andò alla stanga sopra la quale lo sparviere era cotanto da Nicostrato tenuto caro, e scioltolo, quasi in mano sel volesse levare, e presolo per li geti, al muro il percosse e ucciselo.
E gridando verso lei Nicostrato: - Ohimè, donna, che hai tu fatto? - niente a lui rispose; ma, rivolta a'gentili uomini che con lui avevan mangiato, disse: - Signori, mal prenderei vendetta d'un re che mi facesse dispetto, se d'uno sparvier non avessi ardir di pigliarla. Voi dovete sapere che questo uccello tutto il tempo da dover essere prestato dagli uomini al piacer delle donne lungamente m'ha tolto; per ciò che, sì come l'aurora suole apparire, così Nicostrato s'è levato, e salito a cavallo col suo sparviere in mano n'è andato alle pianure aperte a vederlo volare; e io, qual voi mi vedete, sola e mal contenta nel letto mi sono rimasa; per la qual cosa ho più volte avuta voglia di far ciò che io ho ora fatto, né altra cagione m'ha di ciò ritenuta se non l'aspettar di farlo in presenzia d'uomini che giusti giudici sieno alla mia querela, sì come io credo che voi sarete.
I gentili uomini che l'udivano, credendo non altramente esser fatta la sua affezione a Nicostrato che sonasser le parole, ridendo ciascuno e verso Nicostrato rivolti che turbato era cominciarono a dire: - Deh! come la donna ha ben fatto a vendicare la sua ingiuria con la morte dello sparviere! - e con diversi motti sopra così fatta materia, essendosi già la donna in camera ritornata, in riso rivolsero il cruccio di Nicostrato.
Pirro, veduto questo, seco medesimo disse: - Alti principii ha dati la donna a' miei felici amori; faccia Iddio che ella perseveri -.
Ucciso adunque da Lidia lo sparviere, non trapassar molti giorni che, essendo ella nella sua camera insieme con Nicostrato, faccendogli carezze, con lui cominciò a cianciare, ed egli per sollazzo alquanto tiratala per li capelli, le diè cagione di mandare ad effetto la seconda cosa a lei domandata da Pirro; e prestamente lui per un picciolo lucignoletto preso della sua barba e ridendo, sì forte il tirò che tutto del mento gliele divelse.
Di che ramaricandosi Nicostrato, ella disse: - Or che avesti, che fai cotal viso per ciò che io t'ho tratti forse sei peli della barba? Tu non sentivi quel ch'io, quando tu mi tiravi testeso i capelli.
E così d'una parola in una altra continuando il lor sollazzo, la donna cautamente guardò la ciocca della barba che tratta gli avea, e il dì medesimo la mandò al suo caro amante.
Della terza cosa entrò la donna in più pensiero; ma pur, sì come quella che era d'alto ingegno e Amor la faceva vie più, s'ebbe pensato che modo tener dovesse a darle compimento.
E avendo Nicostrato due fanciulli datigli da' padri loro acciò che in casa sua, per ciò che gentili uomini erano, apparassono alcun costume, dei quali, quando Nicostrato mangiava, l'uno gli tagliava innanzi e l'altro gli dava bere, fattigli chiamare amenduni, fece lor vedere che la bocca putiva loro e ammaestrogli che quando a Nicostrato servissono, tirassono il capo indietro il più che potessono, né questo mai dicessero a persona.
I giovanetti, credendole, cominciarono a tenere quella maniera che la donna aveva lor mostrata. Per che ella una volta domandò Nicostrato: - Se' ti tu accorto di ciò che questi fanciulli fanno quando ti servono?
Disse Nicostrato: - Mai sì, anzi gli ho io voluti domandare perché il facciano.
A cui la donna disse: - Non fare, ché io il ti so dire io, e holti buona pezza taciuto per non fartene noia; ma ora che io m'accorgo che altri comincia ad avvedersene, non è più da celarloti. Questo non ti avviene per altro, se non che la bocca ti pute fieramente, e non so qual si sia la cagione, per ciò che ciò non soleva essere; e questa è bruttissima cosa, avendo tu ad usare con gentili uomini; e per ciò si vorrebbe veder modo di curarla.
Disse allora Nicostrato: - Che potrebbe ciò essere? Avrei io in bocca dente niun guasto?
A cui Lidia disse: - Forse che sì - ; e menatolo ad una finestra, gli fece aprire la bocca, e poscia che ella ebbe d'una patte e d'altra riguardato, disse: - O Nicostrato, e come il puoi tu tanto aver patito? Tu n'hai uno da questa parte, il quale, per quel che mi paia, non solamente è magagnato, ma egli è tutto fracido, e fermamente, se tu il terrai guari in bocca, egli guasterà quegli che son da lato; per che io ti consiglierei che tu nel cacciassi fuori, prima che l'opera andasse più innanzi.
Disse allora Nicostrato: - Da poi che egli ti pare, ed egli mi piace; mandisi senza più indugio per un maestro il qual mel tragga.
Al quale la donna disse: - Non piaccia a Dio che qui per questo venga maestro; e' mi pare che egli stea in maniera, che senza alcun maestro io medesima tel trarrò ottimamente. E d'altra parte questi maestri son sì crudeli a far questi servigi, che il cuore nol mi patirebbe per niuna maniera di vederti o di sentirti tra le mani a niuno; e per ciò del tutto io voglio fare io medesima; ché almeno, se egli ti dorrà troppo, ti lascerò io incontanente, quello che il maestro non farebbe.
Fattisi adunque venire i ferri da tal servigio e mandato fuori della camera ogni persona, solamente seco la Lusca ritenne; e dentro serratesi, fece distender Nicostrato sopra un desco, e messegli le tanaglie in bocca, e preso uno de' denti suoi, quantunque egli forte per dolor gridasse, tenuto fermamente dall'una, fu dall'altra per viva forza un dente tirato fuori; e quel serbatosi, e presone un altro il quale sconciamente magagnato Lidia aveva in mano, a lui doloroso e quasi mezzo morto il mostrarono, dicendo: - Vedi quello che tu hai tenuto in bocca già è cotanto.
Egli credendoselo, quantunque gravissima pena sostenuta avesse e molto se ne ramaricasse, pur, poi che fuor n'era, gli parve esser guarito; e con una cosa e con altra riconfortato, essendo la pena alleviata, s'uscì della camera.
La donna, preso il dente, tantosto al suo amante il mandò; il quale già certo del suo amore, sé ad ogni suo piacere offerse apparecchiato. La donna, disiderosa di farlo più sicuro, e parendole ancora ogn'ora mille che con lui fosse, volendo quello che profferto gli avea attenergli, fatto sembiante d'essere inferma ed essendo un dì appresso mangiare da Nicostrato visitata, non veggendo con lui altri che Pirro, il pregò per alleggiamento della sua noia, che aiutar la dovessero ad andare infino nel giardino.
Per che Nicostrato dall'un de' lati e Pirro dall'altro presala, nel giardin la portarono e in un pratello a piè d'un bel pero la posarono; dove stati alquanto sedendosi, disse la donna, che già aveva fatto informar Pirro di ciò che avesse a fare: - Pirro, io ho gran disiderio d'aver di quelle pere, e però montavi suso e gittane giù alquante.
Pirro, prestamente salitovi, cominciò a gittar giù delle pere; e mentre le gittava cominciò a dire: - Eh, messere, che è ciò che voi fate? E voi, madonna, come non vi vergognate di sofferirlo in mia presenza? Credete voi che io sia cieco? Voi eravate pur testé così forte malata; come siete voi così tosto guerita che voi facciate tai cose? Le quali se pur far volete, voi avete tante belle camere; perché non in alcuna di quelle a far queste cose ve n'andate? E' sarà più onesto che farlo in mia presenza.
La donna, rivolta al marito, disse: - Che dice Pirro? Farnetica egli?
Disse allora Pirro: - Non farnetico no, madonna; non credete voi che i veggia?
Nicostrato si maravigliava forte, e disse: - Pirro, veramente io credo che tu sogni.
Al quale Pirro rispose: - Signor mio, non sogno né mica, né voi anche non sognate; anzi vi dimenate ben sì che, se così si dimenasse questo pero, egli non ce ne rimarrebbe su niuna.
Disse la donna allora: - Che può questo essere? Potrebbe egli esser vero che gli paresse ver ciò ch'e' dice? Se Dio mi salvi, se io fossi sana come io fu' già, che io vi sarrei suso, per vedere che maraviglie sien queste che costui dice che vede.
Pirro d'in sul pero pur diceva, e continuava queste novelle; al qual Nicostrato disse: - Scendi giù - ; ed egli scese; a cui egli disse: - Che di' tu che vedi?
Disse Pirro: - Io credo che voi m'abbiate per smemorato o per trasognato; vedeva voi addosso alla donna vostra, poi pur dir mel conviene; e poi discendendo io vi vidi levare e porvi così dove voi siete a sedere.
- Fermamente, - disse Nicostrato - eri tu in questo smemorato, ché noi non ci siamo, poi che in sul pero salisti, punto mossi, se non come tu vedi.
Al qual Pirro disse: - Perché ne facciam noi quistione? Io vi pur vidi; e se io vi vidi, io vi vidi in sul vostro.
Nicostrato più ogn'ora si maravigliava, tanto che egli disse: - Ben vo' vedere se questo pero è incantato, e che chi v'è su vegga le maraviglie - ; e montovvi su. Sopra il quale come egli fu, la donna insieme con Pirro s'incominciarono a sollazzare; il che Nicostrato veggendo cominciò a gridare: - Ahi rea femina, che è quel che tu fai? E tu Pirro, di cui io più mi fidava? - e così dicendo cominciò a scendere del pero.
La donna e Pirro dicevano: - Noi ci seggiamo - e lui veggendo discendere, a seder si tornarono in quella guisa che lasciati gli avea. Come Nicostrato fu giù e vide costoro dove lasciati gli avea, così lor cominciò a dir villania.
Al quale Pirro disse: - Nicostrato, ora veramente confesso io che, come voi diciavate davanti, che io falsamente vedessi mentre fui sopra 'l pero; né ad altro il conosco se non a questo, che io veggio e so che voi falsamente avete veduto. E che io dica il vero, niun'altra cosa vel mostri, se non l'aver riguardo e pensare a che ora la vostra donna, la quale è onestissima e più savia che altra volendo di tal cosa farvi oltraggio, si recherebbe a farlo davanti agli occhi vostri. Di me non vo' dire, che mi lascerei prima squartare che io il pur pensassi, non che io il venissi a fare in vostra presenza. Per che di certo la magagna di questo transvedere dee procedere dal pero; per ciò che tutto il mondo non m'avrebbe fatto discredere che voi qui non foste colla donna vostra carnalmente giaciuto, se io non udissi dire a voi che egli vi fosse paruto che io facessi quello che io so certissimamente che io non pensai, non che io facessi mai.
La donna appresso, che quasi tutta turbata s'era levata in piè, cominciò a dire: - Sia con la mala ventura, se tu m'hai per sì poco sentita, che, se io volessi attendere a queste tristezze che tu di' che vedevi, io le venissi a fare dinanzi agli occhi tuoi. Sii certo di questo che qualora volontà me ne venisse, io non verrei qui, anzi mi crederrei sapere essere in una delle nostre camere, in guisa e in maniera che gran cosa mi parrebbe che tu il risapessi giammai.
Nicostrato, al qual vero parea ciò che dicea l'uno e l'altro che essi quivi dinanzi a lui mai a tale atto non si dovessero esser condotti, lasciate stare le parole e le riprensioni di tal maniera, cominciò a ragionar della novità del fatto e del miracolo della vista che così si cambiava a chi su vi montava.
Ma la donna, che della oppinione che Nicostrato mostrava d'avere avuta di lei si mostrava turbata, disse: - Veramente questo pero non ne farà mai più niuna, né a me né ad altra donna, di queste vergogne, se io potrò; e perciò, Pirro, corri e va e reca una scure, e ad una ora te e me vendica tagliandolo, come che molto meglio sarebbe a dar con essa in capo a Nicostrato, il quale senza considerazione alcuna così tosto si lasciò abbagliar gli occhi dello 'ntelletto; ché, quantunque a quegli che tu hai in testa paresse ciò che tu dì, per niuna cosa dovevi nel giudicio della tua mente comprendere o consentire che ciò fosse.
Pirro prestissimo andò per la scure e tagliò il pero; il quale come la donna vide caduto, disse verso Nicostrato: - Poscia che io veggio abbattuto il nimico della mia onestà, la mia ira è ita via - ; e a Nicostrato, che di ciò la pregava, benignamente perdonò, imponendogli che più non gli avvenisse di presummere, di colei che più che sé l'amava, una così fatta cosa giammai.
Così il misero marito schernito con lei insieme e col suo amante nel palagio se ne tornarono, nel quale poi molte volte Pirro di Lidia, ed ella di lui, con più agio presero piacere e di letto. Dio ce ne dea a noi.
Conclusione
Zeffiro era levato per lo sole che al ponente s'avvicinava, quando il re, finita la sua novella né alcuno altro restandogli a dire, levatasi la corona di testa, sopra il capo la pose alla Lauretta, dicendo: - Madonna, io vi corono di voi medesima reina della nostra brigata; quello omai che crederete che piacer sia di tutti e consolazione, sì come donna, comanderete - ; e riposesi a sedere.
La Lauretta, divenuta reina, si fece chiamare il siniscalco, al quale impose che ordinasse che nella piacevole valle alquanto a migliore ora che l'usato si mettesser le tavole, acciò che poi adagio si potessero al palagio tornare; e appresso ciò che a fare avesse, mentre il suo reggimento durasse, gli divisò. Quindi, rivolta alla compagnia, disse: - Dioneo volle ieri che oggi si ragionasse delle beffe che le donne fanno a' mariti; e, se non fosse ch'io non voglio mostrare d'essere di schiatta di can botolo che incontanente si vuol vendicare, io direi che domane si dovesse ragionare delle beffe che gli uomini fanno alle lor mogli. Ma, lasciando star questo, dico che ciascun pensi di dire di quelle beffe che tutto il giorno, o donna ad uomo, o uomo a donna, o l'uno uomo all'altro si fanno; e credo che in questo sarà non men di piacevol ragionare, che stato sia questo giorno - ; e così detto, levatasi in piè, per infino ad ora di cena licenziò la brigata.
Levaronsi adunque le donne e gli uomini parimente, de' quali alcuni scalzi per la chiara acqua cominciarono ad andare, e altri tra'belli e diritti alberi sopra il verde prato s'andavano diportando.
Dioneo e la Fiammetta gran pezza cantarono insieme d'Arcita e di Palemone; e così, vari e diversi diletti pigliando, il tempo infino all'ora della cena con grandissimo piacer trapassarono. La qual venuta e lungo al pelaghetto a tavola postisi, quivi al canto di mille uccelli, rinfrescati sempre da un'aura soave che da quelle montagnette dattorno nasceva, senza alcuna mosca, riposatamente e con letizia cenarono. E levate le tavole, poi che alquanto la piacevol valle ebber circuita, essendo ancora il sole alto a mezzo vespro, sì come alla loro reina piacque, in verso la loro usata dimora con lento passo ripresero il cammino; e motteggiando e cianciando di ben mille cose, così di quelle che il dì erano state ragionate come d'altre, al bel palagio assai vicino di notte pervennero. Dove con freschissimi vini e con confetti la fatica del picciol cammin cacciata via, intorno della bella fontana di presente furono in sul danzare, quando al suono della cornamusa di Tindaro e quando d'altri suoni carolando. Ma alla fine la reina comandò a Filomena che dicesse una canzone, la quale così incominciò:
Deh lassa la mia vita!
Sarà giammai ch'io possa ritornare
donde mi tolse noiosa partita?
Certo io non so, tanto è ' disio focoso
che io porto nel petto,
di ritrovarmi ov'io lassa già fui.
O caro bene, o solo mio riposo,
che 'l mio cuor tien distretto,
deh dilmi tu, ché domandarne altrui
non oso, né so cui,
deh, signor mio, deh fammelo sperare
sì ch'io conforti l'anima smarrita.
I' non so ben ridir qual fu 'l piacere
che sì m'ha infiammata,
ché io non trovo dì né notte loco,
perché l'udire e 'l sentire e 'l vedere,
con forza non usata,
ciascun per sé accese novo foco;
nel qual tutta mi coco,
né mi può altri che tu confortare,
o ritornar la virtù sbigottita.
Deh dimmi s'esser dee, e quando fia,
ch'io ti trovi giammai,
dov'io baciai quegli occhi che m'han morta.
Dimmel, caro mio bene, anima mia
quando tu vi verrai, e, col dir - tosto -, alquanto mi conforta.
Sia la dimora corta
d'ora al venire, e poi lunga allo stare,
ch'io non men curo, sì m'ha Amor ferita.
Se egli avvien che io mai più ti tenga,
non so s'io sarò sciocca,
com'io or fui, a lasciarti partire.
Io ti terrò, e che può sì n'avvenga;
e della dolce bocca
convien ch'io sodisfaccia al mio disire.
D'altro non voglio or dire.
Dunque vien tosto, vienmi ad abbracciare
che 'l pur pensarlo di cantar m'invita.
Estimar fece questa canne a tutta la brigata che nuovo e piacevole amore Filomena strignesse; e per ciò che per le parole di quella pareva che ella più avanti che la vista sola n'avesse sentito, tenendonela più felice, invidia per tali vi furono le ne fu avuta. Ma poi che la sua canzon fu finita, ricordandosi la reina che il dì seguente era venerdì, così a tutti piacevolmente disse: - Voi sapete, nobili donne e voi giovani, che domane è quel dì che alla passione del nostro Signore è consecrato, il qual, se ben vi ricorda, noi divotamente celebrammo, essendo reina Neifile, e a'ragionamenti dilettevoli demmo luogo, e il simigliante facemmo del sabato susseguente. Per che, volendo il buono essemplo datone da Neifile seguitare, estimo che onesta cosa sia, che domane e l'altro dì, come i passati giorni facemmo, dal nostro dilettevole novellare ci asteniamo, quello a memoria riducendoci che in così fatti giorni per la salute delle nostre anime addivenne.
Piacque a tutti il divoto parlare della loro reina, dalla quale licenziati, essendo già buona pezza di notte passata, tutti s'andarono a riposare.
Finisce la settima giornata del Decameron
lunedì 23 ottobre 2017
Decamerone, Sesta giornata
Sesta Giornata
Introduzione
Incomincia la sesta giornata nella quale sotto il reggimento d'Elissa, si ragiona di chi con alcuno leggiadro motto, tentato, si riscosse, o con pronta risposta o avvedimento fuggì perdita o perico-lo o scorno.
Aveva la luna, essendo nel mezzo del cielo, perduti i raggi suoi, e già, per la nuova luce ve-gnente, ogni parte del nostro mondo era chiara, quando la reina levatasi, fatta la sua compagnia chiamare, alquanto con lento passo dal bel palagio, su per la rugiada spaziandosi, s'allontanaro-no, d'una e d'altra cosa vari ragionamenti tenendo, e della più bellezza e della meno delle rac-contate novelle disputando, e ancora de'vari casi recitati in quelle rinnovando le risa infino a tanto che, già più alzandosi il sole e cominciandosi a riscaldare, a tutti parve di dover verso casa tornare; per che, voltati i passi, là se ne vennero.
E quivi, essendo già le tavole messe, e ogni cosa d'erbucce odorose e di be' fiori seminata, avanti che il caldo surgesse più, per comandamento della reina si misero a mangiare. E questo con festa fornito, avanti che altro facessero, alquante canzonette belle e leggiadre cantate, chi andò a dormire e chi a giucare a scacchi e chi a tavole. E Dioneo insieme con Lauretta di Troiolo e di Criseida cominciarono a cantare.
E già l'ora venuta del dovere a concistoro tornare, fatti tutti dalla reina chiamare, come usati erano, dintorno alla fonte si posero a sedere. E volendo già la reina comandare la prima novella, avvenne cosa che ancora addivenuta non v'era, cioè che per la reina e per tutti fu un gran romore udito, che per le fanti e famigliari si faceva in cucina. Laonde, fatto chiamare il siniscalco, e domandato qual gridasse e qual fosse del romore la cagione, rispose che il romore era tra Licisca e Tindaro; ma la cagione egli non sapea, sì come colui che pure allora giugnea per fargli star cheti, quando per parte di lei era stato chiamato. Al quale la reina comandò che incontanente quivi facesse venire la Licisca e Tindaro; li quali venuti, domandò la reina qual fosse la cagione del loro romore.
Alla quale volendo Tindaro rispondere, la Licisca, che attempatetta era e anzi superba che no, e in sul gridar riscaldata, voltatasi verso lui con un mal viso disse: - Vedi bestia d'uom che ardisce, dove io sia, a parlare prima di me! Lascia dir me -; e alla reina rivolta disse: - Madonna, costui mi vuol far conoscere la moglie di Sicofante; e né più né meno, come se io con lei usata non fossi, mi vuol dare a vedere che la notte prima che Sicofante giacque con lei, messer Mazza entrasse in Monte Nero per forza e con ispargimento di sangue; e io dico che non è vero, anzi v'entrò paceficamente e con gran piacere di quei d'entro. Ed è ben sì bestia costui, che egli si crede troppo bene che le giovani sieno così sciocche, che elle stieno a perdere il tempo loro, stando alla bada del padre e dei fratelli, che delle sette volte le sei soprastanno tre o quattro anni più che non debbono a maritarle. Frate, bene starebbono, se elle s'indugiasser tanto! Alla fè di Cristo (ché debbo sapere quello che io mi dico quando io giuro) io non ho vicina che pulcella ne sia andata a marito; e anche delle maritate, so io ben quante e quali beffe elle fanno a' mariti; e questo pecorone mi vuol far conoscere le femine, come se io fossi nata ieri. -
Mentre la Licisca parlava, facevan le donne sì gran risa, che tutti i denti si sarebbero loro potuti trarre. E la reina l'aveva ben sei volte imposto silenzio; ma niente valea: ella non ristette mai infino a tanto che ella ebbe detto ciò che le piacque. Ma poi che fatto ebbe alle parole fine, la reina ridendo, volta a Dioneo, disse: - Dioneo, questa è quistion da te; e per ciò farai, quando finite fieno le nostre novelle che tu sopr'essa déi sentenzia finale.
Alla qual Dioneo prestamente rispose: - Madonna, la sentenzia è data senza udirne altro; e dico che la Licisca ha ragione, e credo che così sia com'ella dice; e Tindaro è una bestia.
La qual cosa la Licisca udendo, cominciò a ridere, e a Tindaro rivolta, disse: - Occi ben lo diceva io; vatti con Dio; credi tu saper più di me tu, che non hai ancora rasciutti gli occhi? Gran mercé, non ci son vivuta invano io, no.
E, se non fosse che la reina con un mal viso le 'mpose silenzio e comandolle che più parola né romor facesse se esser non volesse scopata, e lei e Tindaro mandò via, niuna altra cosa avrebbero avuta a fare in tutto quel giorno che attendere a lei. Li quali poi che partiti furono, la reina impose a Filomena che alle novelle desse principio. La quale lietamente così cominciò.
Novella prima
Un cavaliere dice a madonna Oretta di portarla con una novella a cavallo, e malcompostamente dicen-dola, è da lei pregato che a piè la ponga.
Giovani donne, come né lucidi sereni sono le stelle ornamento del cielo e nella primavera i fiori de'verdi prati, e de'colli i rivestiti albuscelli, così de'laudevoli costumi e de'ragionamenti belli sono i leggiadri motti, li quali, per ciò che brievi sono, tanto stanno meglio alle donne che agli uomini, quanto più alle donne che agli uomini il molto parlar si disdice. E' il vero che, qual si sia la cagione, o la malvagi-tà del nostro ingegno o inimicizia singulare che à nostri secoli sia portata dà cieli, oggi poche o non niu-na donna rimasa ci è, la qual ne sappi né tempi opportuni dire alcuno, o, se detto l'è, intenderlo come si conviene: general vergogna di tutte noi. Ma per ciò che già sopra questa materia assai da Pampinea fu detto, più oltre non intendo di dirne. Ma per farvi avvedere quanto abbiano in sé di bellezza à tempi detti, un cortese impor di silenzio fatto da una gentil donna ad un cavaliere mi piace di raccontarvi.
Sì come molte di voi o possono per veduta sapere o possono avere udito, egli non è ancora guari che nella nostra città fu una gentile e costumata donna e ben parlante, il cui valore non meritò che il suo nome si taccia. Fu adunque chiamata madonna Oretta, e fu moglie di messer Geri Spina; la quale per avventura essendo in contado, come noi siamo, e da un luogo ad un altro andando per via di diporto insieme con donne e con cavalieri, li quali a casa sua il dì avuti avea a desinare, ed essendo forse la via lunghetta di là onde si partivano a colà dove tutti a piè d'andare intendevano disse uno de' cavalieri della brigata: - Madonna Oretta, quando voi vogliate, io vi porterò, gran parte della via che ad andare abbiamo, a cavallo, con una delle belle novelle del mondo.
Al quale la donna rispose: - Messere, anzi ve ne priego io molto, e sarammi carissimo. -
Messer lo cavaliere, al quale forse non stava meglio la spada allato che '1 novellar nella lingua, udi-to questo, cominciò una sua novella, la quale nel vero da sé era bellissima; ma egli or tre e quattro e sei volte replicando una medesima parola, e ora indietro tornando, e talvolta dicendo: - Io non dissi bene - ; e spesso né nomi errando, un per un altro ponendone, fieramente la guastava; senza che egli pessimamente, secondo le qualità delle persone e gli atti che accadevano, proffereva. Di che a madonna Oretta, udendolo, spesse volte veniva un sudore e uno sfinimento di cuore, come se inferma fosse stata per terminare; la qual cosa poi che più sofferir non potè, conoscendo che il cavaliere era entrato nel pecoreccio, né era per riuscirne, piacevolmente disse: - Messere, questo vostro cavallo ha troppo duro trotto; per che io vi priego che vi piaccia di pormi a piè. -
Il cavaliere, il qual per avventura era molto migliore intenditore che novellatore, inteso il motto, e quello in festa e in gabbo preso, mise mano in altre novelle, e quella che cominciata avea e mai seguita, senza finita lasciò stare.
Novella seconda
Cisti fornaio con una sola parola fa raveder messer Geri Spina d'una sua trascutata domanda.
Molto fu da ciascuna delle donne e degli uomini il parlar di madonna Oretta lodato, il qual comandò la reina a Pampinea che seguitasse; per che ella così cominciò:
Belle donne, io non so da me medesima vedere che più in questo si pecchi, o la natura apparec-chiando a una nobile anima un vil corpo, o la fortuna apparecchiando a un corpo dotato d'anima nobile vil mestiero, sì come in Cisti nostro cittadino e in molti ancora abbiamo potuto vedere avvenire; il qual Cisti, d'altissimo animo fornito, la fortuna fece fornaio.
E certo io maladicerei e la natura parimente e la fortuna, se io non conoscessi la natura esser di-scretissima e la fortuna aver mille occhi, come che gli sciocchi lei cieca figurino. Le quali io avviso che, sì come molto avvedute, fanno quello che i mortali spesse volte fanno, li quali, incerti de'futuri casi, per le loro oportunità le loro più care cose né più vili luoghi delle lor case, sì come meno sospetti sepelli-scono, e quindi né maggiori bisogni le traggono, avendole il vil luogo più sicuramente servate che la bella camera non avrebbe. E così le due ministre del mondo spesso le lor cose più care nascondono sotto l'ombra dell'arti reputate più vili, acciò che di quelle alle necessità traendole più chiaro appaia il loro splendore. Il che quanto in poca cosa Cisti fornaio il dichiarasse, gli occhi dello 'ntelletto rimetten-do a messer Geri Spina, il quale la novella di madonna Oretta contata, che sua moglie fu, m'ha tornata nella memoria, mi piace in una novelletta assai piccola dimostrarvi.
Dico adunque che, avendo Bonifazio papa, appo il quale messer Geri Spina fu in grandissimo stato, mandati in Firenze certi suoi nobili ambasciadori per certe sue gran bisogne, essendo essi in casa di messer Geri smontati, e egli con loro insieme i fatti del Papa trattando, avvenne che, che se ne fosse cagione, messer Geri con questi ambasciadori del Papa tutti a piè quasi ogni mattina davanti a Santa Maria Ughi passavano, dove Cisti fornaio il suo forno aveva e personalmente la sua arte esserceva. Al quale quantunque la fortuna arte assai umile data avesse, tanto in quella gli era stata benigna, che egli n'era ricchissimo divenuto, e senza volerla mai per alcuna altra abbandonare splendidissimamente vivea, avendo tra l'altre sue buone cose sempre i migliori vini bianchi e vermigli che in Firenze si trovassero o nel contado. Il quale, veggendo ogni mattina davanti all'uscio suo passar messer Geri e gli ambasciadori del Papa, e essendo il caldo grande, s'avisò che gran cortesia sarebbe il dar lor bere del suo buon vin bianco; ma avendo riguardo alla sua condizione e a quella di messer Geri, non gli pareva onesta cosa il presummere d'invitarlo ma pensossi di tener modo il quale inducesse messer Geri medesimo a invitarsi. E avendo un farsetto bianchissimo indosso e un grembiule di bucato innanzi sempre, li quali più tosto mugnaio che fornaio il dimostravano, ogni mattina in su l'ora che egli avvisava che messer Geri con gli ambasciadori dover passare si faceva davanti all'uscio suo recare una secchia nuova e stagnata d'acqua fresca e un picciolo orcioletto bolognese nuovo del suo buon vin bianco e due bicchieri che parevano d'ariento, sì eran chiari: e a seder postosi, come essi passavano, e egli, poi che una volta o due spurgato s'era, cominciava a ber sì saporitamente questo suo vino, che egli n'avrebbe fatta venir voglia a' morti.
La qual cosa avendo messer Geri una e due mattine veduta, disse la terza: - Chente è, Cisti? è buo-no? -
Cisti, levato prestamente in piè, rispose: - Messer sì, ma quanto non vi potre' io dare a intendere, se voi non assaggiaste -.
Messer Geri, al quale o la qualità o affanno più che l'usato avuto o forse il saporito bere, che a Cisti vedeva fare, sete avea generata, volto agli ambasciadori sorridendo disse: - Signori, egli è buono che noi assaggiamo del vino di questo valente uomo: forse che è egli tale, che noi non ce ne penteremo -; e con loro insieme se n'andò verso Cisti.
Il quale, fatta di presente una bella panca venire di fuori dal forno, gli pregò che sedessero; e alli lor famigliari, che già per lavare i bicchieri si facevano innanzi, disse: - Compagni, tiratevi indietro e lasciate questo servigio fare a me, ché io so non meno ben mescere che io sappia infornare; e non aspettaste voi d'assaggiarne gocciola!
E così detto, esso stesso, lavati quatro bicchieri belli e nuovi e fatto venire un piccolo orcioletto del suo buon vino diligentemente diede bere a messer Geri e a' compagni, alli quali il vino parve il migliore che essi avessero gran tempo davanti bevuto; per che, commendatol molto, mentre gli ambasciador vi stettero, quasi ogni mattina con loro insieme n'andò a ber messer Geri. A' quali, essendo espediti e partir dovendosi, messer Geri fece un magnifico convito al quale invitò una parte de' più orrevoli cittadini, e fecevi invitare Cisti, il quale per niuna condizione andar vi volle. Impose adunque messer Geri a uno de' suoi famigliari che per un fiasco andasse del vin di Cisti e di quello un mezzo bicchier per uomo desse alle prime mense.
Il famigliare, forse sdegnato perché niuna volta bere aveva potuto del vino, tolse un gran fiasco. Il quale come Cisti vide, disse: - Figliuolo, messer Geri non ti manda a me. -
Il che raffermando più volte il famigliare né potendo altra risposta avere, tornò a messer Geri e sì gliele disse; a cui messer Geri disse: - Tornavi e digli che sì fo: e se egli più così ti risponde, domandalo a cui io ti mando. -
Il famigliare tornato disse: - Cisti, per certo messer Geri mi manda pure a te. -
Al quale Cisti rispose: - Per certo, figliuol, non fa. -
- Adunque -, disse il famigliare - a cui mi manda? -
Rispose Cisti: - Ad Arno. -
Il che rapportando il famigliare a messer Geri, subito gli occhi gli s'apersero dello 'ntelletto e disse al famigliare: - Lasciami vedere che fiasco tu vi porti -; e vedutol disse: - Cisti dice vero -; e dettagli villania gli fece torre un fiasco convenevole.
Il quale Cisti vedendo disse: - Ora so io bene che egli ti manda a me -, e lietamente glielo impiè.
E poi quel medesimo dì fatto il botticello riempiere d'un simil vino e fattolo soavemente portare a casa di messer Geri, andò appresso, e trovatolo gli disse: - Messere, io non vorrei che voi credeste che il gran fiasco stamane m'avesse spaventato; ma, parendomi che vi fosse uscito di mente ciò che io a questi dì co' miei piccoli orcioletti v'ho dimostrato, ciò questo non sia vin da famiglia, vel volli staman raccordare. Ora, per ciò che io non intendo d'esservene più guardiano tutto ve l'ho fatto venire: fatene per innanzi come vi piace.
Messer Geri ebbe il dono di Cisti carissimo e quelle grazie gli rendè che a ciò credette si convenissero, e sempre poi per da molto l'ebbero e per amico.
Novella terza
Monna Nonna de' Pulci con una presta risposta al meno che onesto motteggiare del vescovo di Firenze silenzio impone.
Quando Pampinea la sua novella ebbe finita, poi che da tutte la risposta e la liberalità di Cisti molto fu commendata, piacque alla reina che Lauretta dicesse appresso, la quale lietamente così a dire co-minciò:
Piacevoli donne, prima Pampinea e ora Filomena assai del vero toccarono della nostra poca virtù e della bellezza de'motti; alla quale per ciò che tornar non bisogna, oltre a quello che de'motti è stato detto, vi voglio ricordare essere la natura de'motti cotale, che essi come la pecora morde deono così mordere l'uditore, e non come '1 cane; per ciò che, se come il cane mordesse il motto, non sarebbe motto ma villania. La qual cosa ottimamente fecero e le parole di madonna Oretta e la risposta di Cisti.
E' il vero che, se per risposta si dice, e il risponditore morda come cane, essendo come da cane pri-ma stato morso, non par da riprendere, come, se ciò avvenuto non fosse, sarebbe; e per ciò è da guardare e come e quando e con cui e similmente dove si motteggia. Alle quali cose poco guardando già un nostro prelato, non minor morso ricevette che '1 desse; il che in una piccola novella vi voglio mostrare.
Essendo vescovo di Firenze messer Antonio d'Orso, valoroso e savio prelato, venne in Firenze un gentile uom catalano, chiamato messer Dego della Ratta, maliscalco per lo re Ruberto. Il quale, essen-do del corpo bellissimo e vie più che grande vagheggiatore, avvenne che fra l'altre donne fiorentine una ne gli piacque, la quale era assai bella donna ed era nepote d'un fratello del detto vescovo. E a-vendo sentito che il marito di lei, quantunque di buona famiglia fosse, era avarissimo e cattivo, con lui compose di dovergli dare cinquecento fiorin d'oro, ed egli una notte con la moglie il lasciasse giacere; per che, fatti dorare popolini d'ariento, che allora si spendevano, giaciuto con la moglie, come che contro al piacer di lei fosse, gliele diede. Il che poi sappiendosi per tutto, rimasero al cattivo uomo il danno e le beffe; e il vescovo, come savio, s'infinse di queste cose niente sentire.
Per che, usando molto insieme il vescovo e '1 maliscalco, avvenne che il dì di San Giovanni, caval-cando l'uno allato all'altro, veggendo le donne per la via onde il palio si corre, il vescovo vide una gio-vane, la quale questa pestilenzia presente ci ha tolta donna, il cui nome fu monna Nonna de' Pulci, cu-gina di messere Alesso Rinucci, e cui voi tutte doveste conoscere; la quale, essendo allora una fresca e bella giovane e parlante e di gran cuore, di poco tempo avanti in Porta San Piero a marito venutane, la mostrò al maliscalco; e poi essendole presso, posta la mano sopra la spalla del maliscalco, disse: - Nonna, che ti par di costui? Crederrestil vincere? -
Alla Nonna parve che quelle parole alquanto mordessero la sua onestà, o la dovesser contaminar negli animi di coloro, che molti v'erano, che l'udirono. Per che, non intendendo a purgar questa con-taminazione, ma a render colpo per colpo, prestamente rispose: - Messere, e' forse non vincerebbe me, ma vorrei buona moneta. -
La qual parola udita il maliscalco e 'l vescovo, sentendosi parimente trafitti, l'uno siccome facitore della disonesta cosa nella nepote del fratel del vescovo, e l'altro sì come ricevitore nella nepote del proprio fratello, senza guardar l'un l'altro, vergognosi e taciti se n'andarono, senza più quel giorno dirle alcuna cosa. Così adunque, essendo la giovane stata morsa, non le si disdisse il mordere altrui motteggiando.
Novella quarta
Chichibio, cuoco di Currado Gianfigliazzi, con una presta parola a sua salute l'ira di Currado volge in ri-so, e sé campa dalla mala ventura minacciatagli da Currado.
Tacevasi già la Lauretta, e da tutti era stata sommamente commendata la Nonna, quando la reina a Neifile impose che seguitasse; la qual disse:
Quantunque il pronto ingegno, amorose donne, spesso parole presti e utili e belle, secondo gli accidenti, a' dicitori, la fortuna ancora, alcuna volta aiutatrice de' paurosi, sopra la lor lingua subitamente di quelle pone, che mai ad animo riposato per lo dicitor si sarebber sapute trovare; il che io per la mia novella intendo di dimostrarvi.
Currado Gianfigliazzi sì come ciascuna di voi e udito e veduto puote avere, sempre della nostra città è stato nobile cittadino, liberale e magnifico, e vita cavalleresca tenendo, continuamente in cani e in uccelli s'è dilettato, le sue opere maggiori al presente lasciando stare. Il quale con un suo falcone avendo un dì presso a Peretola una gru ammazata, trovandola grassa e giovane, quella mandò ad un suo buon cuoco, il quale era chiamato Chichibio, ed era viniziano, e sì gli mandò dicendo che a cena l'arrostisse e governassela bene. Chichibio, il quale come riuovo bergolo era così pareva, acconcia la gru, la mise a fuoco e con sollicitudine a cuocerla cominciò. La quale essendo già presso che cotta grandissimo odor venendone, avvenne che una feminetta della contrada, la qual Brunetta era chiamata e di cui Chichibio era forte innamorato, entrò nella cucina; e sentendo l'odor della gru e veggendola, pregò caramente Chichibio che ne le desse una coscia.
Chichibio le rispose cantando e disse: - "Voi non l'avrì da mi, donna Brunetta, voi non l'avrì da mi". -
Di che donna Brunetta essendo un poco turbata, gli disse: - In fè di Dio, se tu non la mi dai, tu non avrai mai da me cosa che ti piaccia - ; e in brieve le parole furon molte. Alla fine Chichibio, per non crucciar la sua donna, spiccata l'una delle cosce alla gru, gliele diede.
Essendo poi davanti a Currado e ad alcun suo forestiere messa la gru senza coscia, e Currado mara-vigliandosene, fece chiamare Chichibio e domandollo che fosse divenuta l'altra coscia della gru. Al quale il vinizian bugiardo subitamente rispose: - Signor mio, le gru non hanno se non una coscia e una gamba. -
Currado allora turbato disse: -- Come diavol non hanno che una coscia e una gamba? Non vid'io mai più gru che questa? -
Chichibio seguitò: - Egli è, messer, com'io vi dico; e quando vi piaccia, io il vi farò veder né vivi.
Currado, per amor dei forestieri che seco aveva, non volle dietro alle parole andare, ma disse: - Poi che tu dì di farmelo vedere né vivi, cosa che io mai più non vidi né udii dir che fosse, e io il voglio veder domattina e sarò contento; ma io ti giuro in sul corpo di Cristo, che, se altramenti sarà, che io ti farò conciare in maniera che tu con tuo danno ti ricorderai, sempre che tu ci viverai, del nome mio.
Finite adunque per quella sera le parole, la mattina seguente come il giorno apparve, Currado, a cui non era per lo dormire l'ira cessata, tutto ancor gonfiato si levò e comandò che i cavalli gli fosser menati; e fatto montar Chichibio sopra un ronzino, verso una fiumana, alla riva della quale sempre soleva in sul far del dì vedersi delle gru, nel menò dicendo: - Tosto vedremo chi avrà iersera mentito, o tu o io. -
Chichibio, veggendo che ancora durava l'ira di Currado e che far gli convenia pruova della sua bugia, non sappiendo come poterlasi fare, cavalcava appresso a Currado con la maggior paura del mondo, e volentieri, se potuto avesse, si sarebbe fuggito; ma non potendo, ora innanzi e ora addietro e da lato si riguardava, e ciò che vedeva credeva che gru fossero che stessero in due piedi.
Ma già vicini al fiume pervenuti, gli venner prima che ad alcun vedute sopra la riva di quello ben dodici gru, le quali tutte in un piè dimoravano, si come quando dormono soglion fare. Per che egli prestamente mostratele a Currado, disse: - Assai bene potete, messer, vedere che iersera vi dissi il vero, che le gru non hanno se non una coscia e un piè, se voi riguardate a quelle che colà stanno. -
Currado vedendole disse: - Aspettati, che io ti mosterrò che elle n'hanno due -; e fattosi alquanto più a quelle vicino gridò: - Ho ho - ; per lo qual grido le gru, mandato l'altro piè giù, tutte dopo alquanti passi cominciarono a fuggire. Laonde Currado rivolto a Chichibio disse: - Che ti par, ghiottone? Parti ch'elle n'abbian due? -
Chichibio quasi sbigottito, non sappiendo egli stesso donde si venisse, rispose: - Messer sì, ma voi non gridaste - ho ho - a quella di iersera; ché se così gridato aveste, ella avrebbe così l'altra coscia e l'altro piè fuor mandata, come hanno fatto queste.
A Currado piacque tanto questa risposta, che tutta la sua ira si convertì in festa e riso, e disse: - Chi-chibio, tu hai ragione, ben lo dovea fare.
Così adunque con la sua pronta e sollazzevol risposta Chichibio cessò la mala ventura e paceficossi col suo signore.
Novella sesta
Pruova Michele Scalza a certi giovani come i Baronci sono i più gentili uomini del mondo o di marem-ma, e vince una cena.
Ridevano ancora le donne della bella e presta risposta di Giotto, quando la reina impose il seguitare alla Fiammetta, la qual così 'ncominciò a parlare:
Giovani donne, l'essere stati ricordati i Baronci da Panfilo, li quali per avventura voi non conoscete come fa egli, m'ha nella memoria tornata una novella, nella quale quanta sia la lor nobiltà si dimostra, senza dal nostro proposito deviare; e per ciò mi piace di raccontarla.
Egli non è ancora guari di tempo passato che nella nostra città era un giovane chiamato Michele Scalza, il quale era il più piacevole e il più sollazzevole uom del mondo, e le più nuove novelle aveva per le mani; per la qual cosa i giovani fiorentini avevan molto caro, quando in brigata si trovavano, di poter aver lui.
Ora avvenne un giorno che, essendo egli con alquanti a Montughi, si 'ncominciò tra loro una qui-stion così fatta: quali fossero li più gentili uomini di Firenze e i più antichi. De' quali alcuni dicevano gli Uberti, e altri i Lamberti, e chi uno e chi un altro, secondo che nell'animo gli capea.
Li quali udendo lo Scalza, cominciò a ghignare, e disse: - Andate via, andate, goccioloni che voi siete, voi non sapete ciò che voi vi dite; i più gentili uomini e i più antichi, non che di Firenze, ma di tutto il mondo o di maremma, sono i Baronci; e a questo s'accordano tutti i fisofoli e ogn'uom che gli conosce, come fo io; e acciò che voi non intendeste d'altri, io dico de' Baronci vostri vicini da Santa Maria Maggiore. -
Quando i giovani, che aspettavano che egli dovesse dire altro, udiron questo, tutti si fecero beffe di lui, e dissero: - Tu ci uccelli, quasi come se noi non cognoscessimo i Baronci come facci tu. -
Disse lo Scalza: - Alle guagnele non fo, anzi mi dico il vero, e se egli ce n'è niuno che voglia metter su una cena a doverla dare a chi vince con sei compagni quali più gli piaceranno, io la metterò volentieri; e ancora vi farò più, che io ne starò alla sentenzia di chiunque voi vorrete. -
Tra' quali disse uno, che si chiamava Neri Mannini: - Io sono acconcio a voler vincer questa cena -; e accordatisi insieme d'aver per giudice Piero di Fiorentino, in casa cui erano, e andatisene a lui, e tutti gli altri appresso, per vedere perdere lo Scalza e dargli noia, ogni cosa detta gli raccontarono.
Piero, che discreto giovane era, udita primieramente la ragione di Neri, poi allo Scalza rivolto, disse: - E tu come potrai mostrare questo che tu affermi?
Disse lo Scalza: - Che? Il mosterrò per sì fatta ragione, che non che tu, ma costui che il nega, dirà che io dica il vero. Voi sapete che, quanto gli uomini sono più antichi, più son gentili, e così si diceva pur testé tra costoro; e i Baronci son più antichi che niuno altro uomo, sì che son più gentili; e come essi sien più antichi mostrandovi, senza dubbio io avrò vinta la quistione. Voi dovete sapere che i Baronci furon fatti da Domenedio al tempo che egli avea cominciato d'apparare a dipignere; ma gli altri uomini furon fatti poscia che Domenedio seppe dipignere. E che io dica di questo il vero, ponete mente a' Baronci e agli altri uomini: dove voi tutti gli altri vedrete co' visi ben composti e debitamente proporzionati, potrete vedere i Baronci qual col viso molto lungo e stretto, e quale averlo oltre ad ogni convenevolezza largo, e tal v'è col naso molto lungo, e tale l'ha corto, e alcuno col mento in fuori e in su rivolto, e con mascelloni che paiono d'asino; ed evvi tale che ha l'uno occhio più grosso che l'altro, e ancora chi l'un più giù che l'altro, sì come sogliono esser i visi che fanno da prima i fanciulli che apparano a disegnare. Per che, come già dissi, assai bene appare che Domenedio gli fece quando apparava a dipignere; sì che essi sono più antichi che gli altri, e così più gentili. -
Della qual cosa, e Piero che era il giudice, e Neri che aveva messa la cena, e ciascun altro ricordan-dosi, e avendo il piacevole argomento dello Scalza udito, tutti cominciarono a ridere e affermare che lo Scalza aveva la ragione, e che egli aveva vinta la cena, e che per certo i Baronci erano i più gentili uo-mini e i più antichi che fossero, non che in Firenze, ma nel mondo o in maremma.
E perciò meritamente Panfilo, volendo la turpitudine del viso di messer Forese mostrare, disse che stato sarebbe sozzo ad un de' Baronci.
Novella settima
Madonna Filippa dal marito con un suo amante trovata, chiamata in giudicio, con una pronta e piacevol risposta sé libera e fa lo statuto modificare.
Già si tacea la Fiammetta, e ciascun rideva ancora del nuovo argomento dallo Scalza usato a nobili-tare sopra ogn'altro i Baronci, quando la reina ingiunse a Filostrato che novellasse; ed egli a dir comin-ciò:
Valorose donne, bella cosa è in ogni parte saper ben parlare, ma io la reputo bellissima quivi saper-lo fare dove la necessità il richiede. Il che sì ben seppe fare una gentil donna, della quale intendo di ragionarvi, che non solamente festa e riso porse agli uditori, ma sé de'lacci di vituperosa morte disviluppò, come voi udirete.
Nella terra di Prato fu già uno statuto, nel vero non men biasimevole che aspro, il quale, senza niu-na distinzion fare, comandava che così fosse arsa quella donna che dal marito fosse con alcuno suo amante trovata in adulterio, come quella che per denari con qualunque altro uomo stata trovata fosse. E durante questo statuto avvenne che una gentil donna e bella e oltre ad ogn'altra innamorata, il cui nome fu madonna Filippa, fu trovata nella sua propria camera una notte da Rinaldo de' Pugliesi suo marito nelle braccia di Lazzarino de' Guazzagliotri, nobile giovane e bello di quella terra, il quale ella quanto sé medesima amava, ed era da lui amata. La qual cosa Rinaldo vedendo, turbato forte, appena del correr loro addosso e di uccidergli si ritenne; e se non fosse che di sé medesimo dubitava, seguitando l'impeto della sua ira, l'avrebbe fatto.
Rattemperatosi adunque da questo, non si potè temperar da voler quello dello statuto pratese, che a lui non era licito di fare, cioè la morte della sua donna. E per ciò avendo al fallo della donna provare assai convenevole testimonianza, come il dì fu venuto, senza altro consiglio prendere, accusata la donna, la fece richiedere. La donna, che di gran cuore era, sì come generalmente esser soglion quelle che innamorate son da dovero, ancora che sconsigliata da molti suoi amici e parenti ne fosse, del tutto dispose di comparire e di voler più tosto, la verità confessando, con forte animo morire, che, vilmente fuggendo, per contumacia in essilio vivere e negarsi degna di così fatto amante come colui era nelle cui braccia era stata la notte passata. E assai bene accompagnata di donne e d'uomini, da tutti confortata al negare, davanti al podestà venuta, domandò con fermo viso e con salda voce quello che egli a lei domandasse.
Il podestà, riguardando costei e veggendola bellissima e di maniere laudevoli molto, e, secondo che le sue parole testimoniavano, di grande animo, cominciò di lei ad aver compassione, dubitando non ella confessasse cosa per la quale a lui convenisse, volendo il suo onor servare, farla morire. Ma pur, non potendo cessare di domandarla di quello che apposto l'era, le disse: - Madonna, come voi vedete, qui è Rinaldo vostro marito, e duolsi di voi, la quale egli dice che ha con altro uomo trovata in adulterio; e per ciò domanda che io, secondo che uno statuto che ci è vuole, faccendovi morire di ciò vi punisca; ma ciò far non posso, se voi nol confessate, e per ciò guardate bene quello che voi rispondete, e ditemi se vero è quello di che vostro marito v'accusa.
La donna, senza sbigottire punto, con voce assai piacevole rispose: - Messere, egli è vero che Rinaldo è mio marito, e che egli questa notte passata mi trovò nelle braccia di Lazzarino, nelle quali io sono, per buono e per perfetto amore che io gli porto, molte volte stata; né questo negherei mai; ma come io son certa che voi sapete, le leggi deono esser comuni e fatte con consentimento di coloro a cui toccano. Le quali cose di questa non avvengono, ché essa solamente le donne tapinelle costrigne, le quali molto meglio che gli uomini potrebbero a molti sodisfare; e oltre a questo, non che alcuna donna, quando fatta fu, ci prestasse consentimento, ma niuna ce ne fu mai chiamata; per le quali cose meritamente malvagia si può chiamare. E se voi volete, in pregiudicio del mio corpo e della vostra anima, esser di quella esecutore, a voi sta; ma, avanti che ad alcuna cosa giudicar procediate, vi prego che una piccola grazia mi facciate, cioè che voi il mio marito domandiate se io ogni volta e quante volte a lui piaceva, senza dir mai di no, io di me stessa gli concedeva intera copia o no. -
A che Rinaldo, senza aspettare che il podestà il domandasse, prestamente rispose che senza alcun dubbio la donna ad ogni sua richiesta gli aveva di sé ogni suo piacer conceduto.
- Adunque,- seguì prestamente la donna - domando io voi, messer podestà, se egli ha sempre di me preso quello che gli è bisognato e piaciuto, io che doveva fare o debbo di quel che gli avanza? Debbolo io gittare ai cani? Non è egli molto meglio servirne un gentile uomo che più che sé m'ama, che lasciarlo perdere o guastare? -
Eran quivi a così fatta essaminazione, e di tanta e sì famosa donna, quasi tutti i pratesi concorsi, li quali, udendo così piacevol risposta, subitamente, dopo molte risa, quasi ad una voce tutti gridarono la donna aver ragione e dir bene; e prima che di quivi si partissono, a ciò confortandogli il podestà, modificarono il crudele statuto e lasciarono che egli s'intendesse solamente per quelle donne le quali per denari a' lor mariti facesser fallo.
Per la qual cosa Rinaldo, rimaso di così matta impresa confuso, si partì dal giudicio; e la donna lieta e libera, quasi dal fuoco risuscitata, alla sua casa se ne tornò gloriosa.
Novella ottava
Fresco conforta la nepote che non si specchi, se gli spiacevoli, come diceva, l'erano a veder noiosi.
La novella da Filostrato raccontata prima con un poco di vergogna punse li cuori delle donne ascol-tanti, e con onesto rossore né lor visi apparito ne dieder segno; e poi, l'una l'altra guardando, appena del ridere potendosi astenere, sogghignando quella ascoltarono. Ma poi che esso alla fine ne fu venuto, la reina, ad Emilia voltatasi, che ella seguitasse le 'mpose. La quale, non altrimenti che se da dormir si levasse, soffiando incominciò:
Vaghe giovani, per ciò che un lungo pensiero molto di qui m'ha tenuta gran pezza lontana, per ub-bidire alla nostra reina, forse con molto minor novella, che fatto non avrei se qui l'animo avessi avuto, mi passerò, lo sciocco error d'una giovane raccontandovi, con un piacevol motto corretto da un suo zio, se ella da tanto stata fosse che inteso l'avesse.
Uno adunque, che si chiamò Fresco da Celatico, aveva una sua nepote chiamata per vezzi Cesca, la quale, ancora che bella persona avesse e viso (non però di quegli angelici che già molte volte vedemo), sé da tanto e sì nobile reputava, che per costume aveva preso di biasimare e uomini e donne e ciascuna cosa che ella vedeva, senza avere alcun riguardo a sé medesima, la quale era tanto più spiacevole, sazievole e stizzosa che alcuna altra, che a sua guisa niuna cosa si poteva fare; e tanto, oltre a tutto questo, era altiera, che se stata fosse de'reali di Francia sarebbe stato soperchio. E quando ella andava per via sì forte le veniva del cencio, che altro che torcere il muso non faceva, quasi puzzo le venisse di chiunque vedesse o scontrasse.
Ora, lasciando stare molti altri suoi modi spiacevoli e rincrescevoli, avvenne un giorno che, essen-dosi ella in casa tornata là dove Fresco era, e tutta piena di smancerie postaglisi presso a sedere, altro non faceva che soffiare; laonde Fresco domandando le disse: - Cesca, che vuol dir questo che, essendo oggi festa, tu te ne sé così tosto tornata in casa? -
Al quale ella tutta cascante di vezzi rispose: - Egli è il vero che io me ne sono venuta tosto, per ciò che io non credo che mai in questa terra fossero e uomini e femine tanto spiacevoli e rincrescevoli quanto sono oggi, e non ne passa per via uno che non mi spiaccia come la mala ventura; e io non credo che sia al mondo femina a cui più sia noioso il vedere gli spiacevoli che è a me, e per non vedergli così tosto me ne son venuta. -
Alla qual Fresco, a cui li modi fecciosi della nepote dispiacevan fieramente, disse: - Figliuola, se così ti dispiaccion gli spiacevoli, come tu dì, se tu vuoi viver lieta, non ti specchiare giammai. -
Ma ella, più che una canna vana e a cui di senno pareva pareggiar Salamone, non altramenti che un montone avrebbe fatto, intese il vero motto di Fresco; anzi disse che ella si voleva specchiar come l'altre. E così nella sua grossezza si rimase e ancor vi si sta.
Novella decima
Frate Cipolla promette a certi contadini di mostrar loro la penna dell'agnolo Gabriello; in luogo della quale trovando carboni, quegli dice esser di quegli che arrostirono san Lorenzo.
Essendo ciascuno della brigata della sua novella riuscito, conobbe Dioneo che a lui toccava il dover dire; per la qual cosa, senza troppo solenne comandamento aspettare, imposto silenzio a quegli che il sentito motto di Guido lodavano, incominciò:
Vezzose donne, quantunque io abbia per privilegio di poter di quel che più mi piace parlare, oggi io non intendo di volere da quella materia separarmi della qual voi tutte avete assai acconciamente parlato; ma, seguitando le vostre pedate, intendo di mostrarvi quanto cautamente con subito riparo uno de'frati di santo Antonio fuggisse uno scorno che da due giovani apparecchiato gli era. Né vi dovrà esser grave perché io, per ben dir la novella compiuta, alquanto in parlar mi distenda, se al sol guarderete il qual è ancora a mezzo il cielo.
Certaldo, come voi forse avete potuto udire, è un castel di Val d'Elsa posto nel nostro contado, il quale, quantunque piccol sia, già di nobili uomini e d'agiati fu abitato; nel quale, per ciò che buona pa-stura vi trovava, usò un lungo tempo d'andare ogni anno una volta a ricoglier le limosine fatte loro da-gli sciocchi un de'frati di santo Antonio, il cui nome era frate Cipolla, forse non meno per lo nome che per altra divozione vedutovi volontieri, con ciò sia cosa che quel terreno produca cipolle famose per tutta Toscana. Era questo frate Cipolla di persona piccolo, di pelo rosso e lieto nel viso e il miglior bri-gante del mondo: e oltre a questo, niuna scienzia avendo, sì ottimo parlatore e pronto era, che chi co-nosciuto non l'avesse, non solamente un gran rettorico l'avrebbe stimato, ma avrebbe detto esser Tulio medesimo o forse Quintiliano: e quasi di tutti quegli della contrada era compare o amico o benivogliente.
Il quale, secondo la sua usanza, del mese d'agosto tra l'altre v'andò una volta, e una domenica mattina, essendo tutti i buoni uomini e le femine delle ville da torno venuti alla messa nella calonica, quando tempo gli parve, fattosi innanzi disse: - Signori e donne, come voi sapete, vostra usanza è di mandare ogni anno à poveri del baron messer santo Antonio del vostro grano e delle vostre biade, chi poco e chi assai, secondo il podere e la divozion sua, acciò ché il beato santo Antonio vi sia guardia de'buoi e degli asini e de'porci e delle pecore vostre; e oltre a ciò solete pagare, e spezialmente quegli che alla nostra compagnia scritti sono, quel poco debito che ogni anno si paga una volta. Alle quali cose ricogliere io sono dal mio maggiore, cioè da messer l'abate, stato mandato, e per ciò, con la benedizion di Dio, dopo nona, quando udirete sonare le campanelle, verrete qui di fuori della chiesa là dove io al modo usato vi farò la predicazione, e bacerete la croce; e oltre a ciò, per ciò che divotissimi tutti vi conosco del barone messer santo Antonio, di spezial grazia vi mostrerò una santissima e bella reliquia, la quale io medesimo già recai dalle sante terre d'oltremare: e questa è una delle penne dell'agnol Gabriello, la quale nella camera della Vergine Maria rimase quando egli la venne ad annunziare in Nazaret. - E questo detto, si tacque e ritornossi alla messa.
Erano, quando frate Cipolla queste cose diceva, tra gli altri molti nella chiesa due giovani astuti mol-to, chiamato l'uno Giovanni del Bragoniera e l'altro Biagio Pizzini li quali, poi che alquanto tra sé ebbero riso della reliquia di frate Cipolla, ancora che molto fossero suoi amici e di sua brigata, seco proposero di fargli di questa penna alcuna beffa. E avendo saputo che frate Cipolla la mattina desinava nel castello con un suo amico, come a tavola il sentirono così se ne scesero alla strada e all'albergo dove il frate era smontato se n'andarono con questo proponimento: che Biagio dovesse tenere a parole il fante di frate Cipolla e Giovanni dovesse tralle cose del frate cercare di questa penna, chente che ella si fosse, e torgliele, per vedere come egli di questo fatto poi dovesse al popol dire.
Aveva frate Cipolla un suo fante, il quale alcuni chiamavano Guccio Balena e altri Guccio Imbratta, e chi gli diceva Guccio Porco: il quale era tanto cattivo, che egli non è vero che mai Lippo Topo ne facesse alcun cotanto. Di cui spesse volte frate Cipolla era usato di motteggiare con la sua brigata e di dire: - Il fante mio ha in sé nove cose tali che, se qualunque è l'una di quelle fosse in Salamone o in Aristotile o in Seneca, avrebbe forza di guastare ogni lor vertù, ogni lor senno, ogni lor santità. Pensate adunque che uom dee essere egli, nel quale né vertù né senno né santità alcuna è, avendone nove. -
Ed, essendo alcuna volta domandato quali fossero queste nove cose, ed egli, avendole in rima messe, rispondeva: - Dirolvi: egli è tardo, sugliardo e bugiardo; negligente, disubidente e maldicente; trascutato, smemorato e scostumato; senza che egli ha alcune altre taccherelle con queste, che si taccion per lo migliore. E quel che sommamente è da rider de'fatti suoi è che egli in ogni luogo vuol pigliar moglie e tor casa a pigione; e avendo la barba grande e nera e unta, gli par sì forte esser bello e piacevole, che egli s'avisa che quante femine il veggano tutte di lui s'innamorino, ed essendo lasciato, a tutte andrebbe dietro perdendo la coreggia. E' il vero che egli m'è d'un grande aiuto, per ciò che mai niun non mi vuol sì segreto parlare, che egli non voglia la sua parte udire; e se avviene che io d'alcuna cosa sia domandato, ha sì gran paura che io non sappia rispondere, che prestamente risponde egli e sì e no, come giudica si convenga. -
A costui, lasciandolo all'albergo, aveva frate Cipolla comandato che ben guardasse che alcuna per-sona non toccasse le cose sue, e spezialmente le sue bisacce, per ciò che in quelle erano le cose sacre. Ma Guccio Imbratta, il quale era più vago di stare in cucina che sopra i verdi rami l'usignolo, e massimamente se fante vi sentiva niuna, avendone in quella dell'oste una veduta, grassa e grossa e piccola e mal fatta, con un paio di poppe che parean due ceston da letame e con un viso che parea de'Baronci, tutta sudata, unta e affumicata, non altramenti che si gitti l'avoltoio alla carogna, lasciata la camera di frate Cipolla aperta e tutte le sue cose in abbandono, là si calò. E ancora che d'agosto fosse, postosi presso al fuoco a sedere, cominciò con costei, che Nuta aveva nome, a entrare in parole e dirle che egli era gentile uomo per procuratore e che egli aveva de'fiorini più di millantanove, senza quegli che egli aveva a dare altrui, che erano anzi più che meno, e che egli sapeva tante cose fare e dire, che domine pure unquanche. E senza riguardare a un suo cappuccio sopra il quale era tanto untume, che avrebbe condito il calderon d'Altopascio, e a un suo farsetto rotto e ripezzato e intorno al collo e sotto le ditella smaltato di sucidume, con più macchie e di più colori che mai drappi fossero tartereschi o indiani, e alle sue scarpette tutte rotte e alle calze sdrucite, le disse, quasi stato fosse il siri di Ciastiglione, che rivestir la voleva e rimetterla in arnese, e trarla di quella cattività di star con altrui e senza gran possession d'avere ridurla in isperanza di miglior fortuna e altre cose assai; le quali quantunque molto affettuosamente le dicesse, tutte in vento convertite, come le più delle sue imprese facevano, tornarono in niente.
Trovarono adunque i due giovani Guccio Porco intorno alla Nuta occupato; della qual cosa contenti, per ciò che mezza la lor fatica era cessata, non contradicendolo alcuno nella camera di frate Cipolla, la quale aperta trovarono, entrati, la prima cosa che venne lor presa per cercare fu la bisaccia nella quale era la penna; la quale aperta, trovarono in un gran viluppo di zendado fasciata una piccola cassettina; la quale aperta, trovarono in essa una penna di quelle della coda d'un pappagallo, la quale avvisarono dovere esser quella che egli promessa avea di mostrare a' certaldesi. E certo egli il poteva a quei tempi leggiermente far credere, per ciò che ancora non erano le morbidezze d'Egitto, se non in piccola quantità, trapassate in Toscana, come poi in grandissima copia con disfacimento di tutta Italia son trapassate: e dove che elle poco conosciute fossero, in quella contrada quasi in niente erano da gli abitanti sapute; anzi, durandovi ancora la rozza onestà degli antichi, non che veduti avessero pappagalli ma di gran lunga la maggior parte mai uditi non gli avean ricordare. Contenti adunque i giovani d'aver la penna trovata, quella tolsero e, per non lasciare la cassetta vota, vedendo carboni in un canto della camera, di quegli la cassetta empierono; e richiusala e ogni cosa racconcia come trovata avevano, senza essere stati veduti, lieti se ne vennero con la penna e cominciarono a aspettare quello che frate Cipolla, in luogo della penna trovando carboni, dovesse dire.
Gli uomini e le femine semplici che nella chiesa erano, udendo che veder dovevano la penna dell'agnol Gabriello dopo nona, detta la messa, si tornarono a casa; e dettolo l'un vicino all'altro e l'una comare all'altra, come desinato ebbero ogni uomo, tanti uomini e tante femine concorsono nel castello, che appena vi capeano, con desiderio aspettando di veder questa penna. Frate Cipolla, avendo ben desinato e poi alquanto dormito, un poco dopo nona levatosi e sentendo la moltitudine grande esser venuta di contadini per dovere la penna vedere, mandò a Guccio Imbratta che lassù con le campanelle venisse e recasse le sua bisacce. Il quale, poi che con fatica dalla cucina e dalla Nuta si fu divelto, con le cose addimandate con fatica lassù n'andò: dove ansando giunto, per ciò che il ber dell'acqua gli avea molto fatto crescere il corpo, per comandamento di frate Cipolla andatone in su la porta della chiesa, forte incominciò le campanelle a sonare.
Dove, poi che tutto il popolo fu ragunato, frate Cipolla, senza essersi avveduto che niuna sua cosa fosse stata mossa, cominciò la sua predica, e in acconcio de' fatti suoi disse molte parole; e dovendo venire al mostrar della penna dell'agnolo Gabriello, fatta prima con grande solennità la confessione, fece accender due torchi, e soavemente sviluppando il zendado, avendosi prima tratto il cappuccio, fuori la cassetta ne trasse. E dette primieramente alcune parolette a laude e a commendazione dell'a-gnolo Gabriello e della sua reliquia, la cassetta aperse. La quale come piena di carboni vide, non sospi-cò che ciò che Guccio Balena gli avesse fatto, per ciò che nol conosceva da tanto, né il maladisse del male aver guardato che altri ciò non facesse, ma bestemmiò tacitamente sé, che a lui la guardia delle sue cose aveva commessa, conoscendol, come faceva, negligente, disubbidente, trascutato e smemorato.
Ma non per tanto, senza mutar colore, alzato il viso e le mani al cielo, disse sì che da tutti fu udito: - O Iddio, lodata sia sempre la tua potenzia! - Poi richiusa la cassetta e al popolo rivolto disse: - Signori e donne, voi dovete sapere che, essendo io ancora molto giovane, io fui mandato dal mio superiore in quelle parti dove apparisce il sole, e fummi commesso con espresso comandamento che io cercassi tanto che io trovassi i privilegi del Porcellana, li quali, ancora che a bollar niente costassero, molto più utili sono a altrui che a noi. Per la qual cosa messom'io cammino, di Vinegia partendomi e andandomene per lo Borgo de'Greci e di quindi per lo reame del Garbo cavalcando e per Baldacca, pervenni in Parione, donde, non senza sete, dopo alquanto per venni in Sardigna. Ma perché vi vo io tutti i paesi cerchi da me divisando? Io capitai, passato il braccio di San Giorgio, in Truffia e in Buffia, paesi molto abitati e con gran popoli; e di quindi pervenni in terra di Menzogna, dove molti de'nostri frati e d'altre religioni trovai assai, li quali tutti il disagio andavan per l'amor di Dio schifando, poco dell'altrui fatiche curandosi, dove la loro utilità vedessero seguitare, nulla altra moneta spendendo che senza conio per quei paesi: e quindi passai in terra d'Abruzzi, dove gli uomini e le femine vanno in zoccoli su pe'monti, rivestendo i porci delle lor busecchie medesime; e poco più là trovai gente che portano il pan nelle mazze e 'l vin nelle sacca: da' quali alle montagne de' bachi pervenni, dove tutte le acque corrono alla 'ngiù. E in brieve tanto andai adentro, che io pervenni mei infino in India Pastinaca, là dove io vi giuro, per l'abito che io porto addosso che io vidi volare i pennati, cosa incredibile a chi non gli avesse veduti; ma di ciò non mi lasci mentire Maso del Saggio, il quale gran mercante io trovai là, che schiacciava noci e vendeva gusci a ritaglio. Ma non potendo quello che io andava cercando trovare, perciò che da indi in là si va per acqua, indietro tornandomene, arrivai in quelle sante terre dove l'anno di state vi vale il pan freddo quattro denari, e il caldo v'è per niente. E quivi trovai il venerabile padre messer Nonmiblasmete Sevoipiace, degnissimo patriarca di Jerusalem. Il quale, per reverenzia dell'abito che io ho sempre portato del baron messer santo Antonio, volle che io vedessi tutte le sante reliquie le quali egli appresso di sé aveva; e furon tante che, se io ve le volessi tutte contare, io non ne verrei a capo in parecchie miglia, ma pure, per non lasciarvi sconsolate, ve ne dirò alquante. Egli primieramente mi mostrò il dito dello Spirito Santo così intero e saldo come fu mai, e il ciuffetto del serafino che apparve a san Francesco, e una dell'unghie de' Gherubini, e una delle coste del Verbum caro fatti alle finestre, e de' vestimenti della Santa Fé catolica, e alquanti de' raggi della stella che apparve a' tre Magi in oriente, e una ampolla del sudore di san Michele quando combatté col diavole, e la mascella della Morte di san Lazzaro e altre. E per ciò che io liberamente gli feci copia delle piagge di Monte Morello in volgare e d'alquanti capitoli del Caprezio, li quali egli lungamente era andati cercando, mi fece egli partefice delle sue sante reliquie, e donommi uno de' denti della santa Croce, e in una ampolletta alquanto del suono delle campane del tempio di Salomone e la penna dell'agnol Gabriello, della quale già detto v'ho, e l'un de' zoccoli di san Gherardo da Villamagna (il quale io, non ha molto, a Firenze donai a Gherardo di Bonsi, il quale in lui ha grandissima divozione) e diedemi de' carboni, co' quali fu il beatissimo martire san Lorenzo arrostito; le quali cose io tutte di qua con meco divotamente le recai, e holle tutte. E' il vero che il mio maggiore non ha mai sofferto che io l'abbia mostrate infino a tanto che certificato non s'è se desse sono o no; ma ora che per certi miracoli fatti da esse e per lettere ricevute dal Patriarca fatto n'è certo m'ha conceduta licenzia che io le mostri; ma io, temendo di fidarle altrui, sempre le porto meco. Vera cosa è che io porto la penna dell'agnol Gabriello, acciò che non si guasti, in una cassetta e i carboni co'quali fu arrostito san Lorenzo in un'altra; le quali son sì simiglianti l'una all'altra, che spesse volte mi vien presa l'una per l'altra, e al presente m'è avvenuto; per ciò che, credendomi io qui avere arrecata la cassetta dove era la penna, io ho arrecata quella dove sono i carboni. Il quale io non reputo che stato sia errore, anzi mi pare esser certo che volontà sia stata di Dio e che Egli stesso la cassetta de' carboni ponesse nelle mie mani, ricordandom'io pur testé che la festa di san Lorenzo sia di qui a due dì. E per ciò, volendo Iddio che io, col mostrarvi i carboni co'quali esso fu arrostito, raccenda nelle vostre anime la divozione che in lui aver dovete, non la penna che io voleva, ma i benedetti carboni spenti dall'omor di quel santissimo corpo mi fe'pigliare. E per ciò, figliuoli benedetti, trarretevi i cappucci e qua divotamente v'appresserete a vedergli. Ma prima voglio che voi sappiate che chiunque da questi carboni in segno di croce è tocco, tutto quello anno può viver sicuro che fuoco nol cocerà che non si senta. -
E poi che così detto ebbe, cantando una laude di san Lorenzo, aperse la cassetta e mostrò i carboni; li quali poi che alquanto la stolta moltitudine ebbe con ammirazione reverentemente guardati, con grandissima calca tutti s'appressarono a frate Cipolla e, migliori offerte dando che usati non erano, che con essi gli dovesse toccare il pregava ciascuno.
Per la qual cosa frate Cipolla, recatisi questi carboni in mano, sopra li lor camisciotti bianchi e sopra i farsetti e sopra li veli delle donne cominciò a fare le maggior croci che vi capevano, affermando che tanto quanto essi scemavano a far quelle croci, poi ricrescevano nella cassetta, sì come egli molte volte aveva provato. E in cotal guisa, non senza sua grandissima utilità avendo tutti crociati i certaldesi, per presto accorgimento fece coloro rimanere scherniti, che lui, togliendogli la penna, avevan creduto schernire. Li quali stati alla sua predica e avendo udito il nuovo riparo preso da lui e quanto da lungi fatto si fosse e con che parole, avevan tanto riso che eran creduti smascellare. E poi che partito si fu il vulgo, a lui andatisene, con la maggior festa del mondo ciò che fatto avevan gli discoprirono, e appresso gli renderono la sua penna; la quale l'anno seguente gli valse non meno che quel giorno gli fosser valuti i carboni.
Conclusione
Questa novella porse igualmente a tutta la brigata grandissimo piacere e sollazzo, e molto per tutti fu riso di fra Cipolla e massimamente del suo pellegrinaggio e delle reliquie così da lui vedute come reca-te. La quale la reina sentendo esser finita, e similmente la sua signoria, levata in piè, la corona si trasse e ridendo la mise in capo a Dioneo, e disse: - Tempo è, Dioneo, che tu alquanto pruovi che carico sia l'aver donne a reggere e a guidare; sii dunque re, e sì fattamente ne reggi, che del tuo reggimento nella fine ci abbiamo a lodare.
Dioneo, presa la corona, ridendo rispose: - Assai volte già ne potete aver veduti, io dico delli re da scacchi, troppo più cari che io non sono; e per certo, se voi m'ubbidiste come vero re si dee ubbidire, io vi farei goder di quello senza il che per certo niuna festa compiutamente è lieta. Ma lasciamo star queste parole: io reggerò come io saprò.
E fattosi, secondo il costume usato, venire il siniscalco, ciò che a fare avesse quanto durasse la sua signoria ordinatamente gl'impose, e appresso disse: - Valorose donne, in diverse maniere ci s'è della umana industria e de'casi vari ragionato, tanto che, se donna Licisca non fosse poco avanti qui venuta, la quale con le sue parole m'ha trovata materia à futuri ragionamenti di domane, io dubito che io non avessi gran pezza penato a trovar tema da ragionare. Ella, come voi udiste, disse che vicina non avea che pulcella ne fosse andata a marito; e soggiunse che ben sapeva quante e quali beffe le maritate ancora facessero à mariti. Ma, lasciando stare la prima parte, che è opera fanciullesca, reputo che la seconda debbia essere piacevole a ragionarne; e per ciò voglio che domane si dica, poi che donna Licisca data ce n'ha cagione, delle beffe, le quali, o per amore o per salvamento di loro, le donne hanno già fatte à lor mariti, senza essersene essi avveduti o sì. -
Il ragionare di sì fatta materia pareva ad alcuna delle donne che male a loro si convenisse, e prega-vanlo che mutasse la proposta già detta.
Alle quali il re rispose: - Donne, io conosco ciò che io ho imposto non meno che facciate voi; e da imporlo non mi potè istorre quello che voi mi volete mostrare, pensando che il tempo è tale che, guardandosi e gli uomini e le donne d'operar disonestamente, ogni ragionare è conceduto. Or non sapete voi che, per la perversità di questa stagione, gli giudici hanno lasciati i tribunali; le leggi, così le divine come le umane, tacciono; e ampia licenzia per conservar la vita è conceduta a ciascuno? Per che, se alquanto s'allarga la vostra onestà nel favellare, non per dovere con le opere mai alcuna cosa sconcia seguire, ma per dare diletto a voi e ad altrui, non veggo con che argomento da concedere vi possa nello avvenire riprendere alcuno. Oltre a questo la nostra brigata, dal primo dì infino a questa ora stata onestissima, per cosa che detta ci si sia, non mi pare che in atto alcuno si sia maculata, né si maculerà collo aiuto di Dio. Appresso, chi è colui che non conosca la vostra onestà? La quale non che i ragionamenti sollazzevoli, ma il terrore della morte non credo che potesse smagare. E a dirvi il vero, chi sapesse che voi vi cessaste da queste ciance ragionare alcuna volta, forse suspicherebbe che voi in ciò non foste colpevoli, e per ciò ragionare non ne voleste. Senza che voi mi fareste un bello onore, essendo io stato ubbidente a tutti, e ora avendomi vostro re fatto, mi voleste la legge porre in mano, e di quello non dire che io avessi imposto. Lasciate adunque questa suspizione più atta à cattivi animi che à vostri, e con la buona ventura pensi ciascuna di dirla bella. -
Quando le donne ebbero udito questo, dissero che così fosse come gli piacesse; per che il re per infino all'ora della cena di fare il suo piacere diede licenzia a ciascuno.
Era ancora il sol molto alto, per ciò che il ragionamento era stato brieve; per che, essendosi Dioneo con gli altri giovani messo a giucare a tavole, Elissa, chiamate l'altre donne da una parte, disse: - Poi che noi fummo qui, ho io disiderato di menarvi in parte assai vicina di questo luogo, dove io non credo che mai fosse alcuna di voi, e chiamavisi la Valle delle donne, né ancora vidi tempo da potervi quivi menare, se non oggi, sì è alto ancora il sole; e per ciò, se di venirvi vi piace, io non dubito punto che, quando vi sarete, non siate contentissime d'esservi state.
Le donne risposono che erano apparecchiate; e chiamata una delle lor fanti, senza farne alcuna co-sa sentire à giovani, si misero in via; né guari più d'un miglio furono andate, che alla Valle delle donne pervennero. Dentro alla quale per una via assai stretta, dall'una delle parti della quale correva un chia-rissimo fiumicello, entrarono, e viderla tanto bella e tanto dilettevole, e spezialmente in quel tempo che era il caldo grande, quanto più si potesse divisare. E secondo che alcuna di loro poi mi ridisse, il pi-ano che nella valle era, così era ritondo come se a sesta fosse stato fatto, quantunque artificio della natura e non manual paresse; ed era di giro poco più che un mezzo miglio, intorniato di sei montagnette di non troppa altezza, e in su la sommità di ciascuna si vedeva un palagio quasi in forma fatto d'un bel castelletto. Le piagge delle quali montagnette così digradando giù verso '1 piano discendevano, come né teatri veggiamo dalla lor sommità i gradi infino all'infimo venire successivamente ordinati, sempre ristrignendo il cerchio loro. Ed erano queste piaggie, quante alla plaga del mezzogiorno ne riguardavano, tutte di vigne, d'ulivi, di mandorli, di ciriegi, di fichi e d'altre maniere assai d'alberi fruttiferi piene, senza spanna perdersene. Quelle le quali il carro di tramontana guardava, tutte eran boschetti di querciuoli, di frassini e d'altri alberi verdissimi e ritti quanto più esser poteano. Il piano appresso, senza aver più entrate che quella donde le donne venute v'erano, era pieno d'abeti, di cipressi, d'allori e d'alcuni pini sì ben composti e sì bene ordinati, come se qualunque è di ciò il migliore artefice gli avesse piantati; e fra essi poco sole o niente, allora che egli era alto, entrava infino al suolo, il quale era tutto un prato d'erba minutissima e piena di fiori porporini e d'altri.
E oltre a questo, quel che non meno che altro di diletto porgeva, era un fiumicello, il qual d'una delle valli, che due di quelle montagnette dividea, cadeva giù per balzi di pietra viva, e cadendo faceva un romore ad udire assai dilettevole, e sprizzando pareva da lungi ariento vivo che d'alcuna cosa premuta minutamente sprizzasse; e come giù al piccol pian pervenia così quivi in un bel canaletto raccolta infino al mezzo del piano velocissima discorreva, e ivi faceva un picciol laghetto quale talvolta per modo di vivaio fanno né lor giardini i cittadini che di ciò hanno destro. Ed era questo laghetto non più profondo che sia una statura d'uomo infino al petto lunga, e senza avere in sé mistura alcuna, chiarissimo il suo fondo mostrava esser duna minutissima ghiaia, la qual tutta, chi altro non avesse avuto a fare, avrebbe, volendo, potuta annoverare. Nè solamente nell'acqua riguardando vi si vedeva il fondo, ma tanto pesce in qua e in là andar discorrendo, che oltre al diletto era una maraviglia. Nè da altra ripa era chiuso che dal suolo del prato, tanto d'intorno a quel più bello, quanto più dello umido sentiva di quello. L'acqua, la quale alla sua capacità soprabbondava, un altro canaletto riceveva, per lo qual fuori del valloncello uscendo alle parti più basse sen correva.
In questo adunque venute le giovani donne, poi che per tutto riguardato ebbero e molto commendato il luogo, essendo il caldo grande e vedendosi il pelaghetto chiaro davanti e senza alcun sospetto d'esser vedute, diliberaron di volersi bagnare. E comandato alla lor fante che sopra la via per la quale quivi s'entrava dimorasse, e guardasse se alcun venisse, e loro il facesse sentire tutte e sette si spogliarono ed entrarono in esso, il quale non altrimenti li lor corpi candidi nascondeva, che farebbe una vermiglia rosa un sottil vetro. Le quali essendo in quello, né per ciò niuna turbazion d'acqua nascendone, cominciarono come potevano ad andare in qua in là di dietro à pesci, i quali male avevan dove nascondersi, e a volerne con esso le mani pigliare. E poi che in così fatta festa, avendone presi alcuni, dimorate furono alquanto, uscite di quello, si rivestirono, e senza poter più commendare il luogo che commendato l'avessero, parendo lor tempo da dover tornar verso casa, con soave passo, molto della bellezza del luogo parlando, in cammino si misero. E al palagio giunte ad assai buona ora, ancora quivi trovarono i giovani giucando dove lasciati gli aveano.
Alli quali Pampinea ridendo disse: - Oggi vi pure abbiam noi ingannati.
- E come? - disse Dioneo - cominciate voi prima a far de' fatti che a dir delle parole?
Disse Pampinea: - Signor nostro, sì - ; e distesamente gli narrò donde venivano, e come era fatto il luogo, e quanto di quivi distante, e ciò che fatto avevano.
Il re, udendo contare la bellezza del luogo, disideroso di vederlo, prestamente fece comandar la cena; la qual poi che con assai piacer di tutti fu fornita, li tre giovani colli lor famigliari, lasciate le donne, se n'andarono a questa valle, e ogni cosa considerata, non essendovene alcuno di loro stato mai più, quella per una delle belle cose del mondo lodarono. E poi che bagnati si furono e rivestiti, per ciò che troppo tardi si faceva, se ne tornarono a casa, dove trovarono le donne che facevano una carola ad un verso che facea la Fiammetta, e con loro, fornita la carola, entrati in ragionamenti della Valle delle donne, assai di bene e di lode ne dissero.
Per la qual cosa il re, fattosi venire il siniscalco, gli comandò che la seguente mattina là facesse che fosse apparecchiato, e portatovi alcun letto, se alcun volesse o dormire o giacersi di meriggiana. Ap-presso questo, fatto venire de'lumi e vino e confetti, e alquanto riconfortatisi, comandò che ogn'uomo fosse in sul ballare. E avendo per suo volere Panfilo una danza presa, il re rivoltatosi verso Elissa le disse piacevolmente: - Bella giovane, tu mi facesti oggi onore della corona, e io il voglio questa sera a te fare della canzone; e per ciò una fa che ne dichi qual più ti piace. -
A cui Elissa sorridendo rispose che volentieri, e con soave voce cominciò in cotal guisa:
Amor, s'io posso uscir de' tuoi artigli,
appena creder posso
che alcun altro uncin più mai mi pigli.
Io entrai giovinetta en la tua guerra,
quella credendo somma e dolce pace,
e ciascuna mia arme posi in terra,
come sicuro chi si fida face
tu, disleal tiranno, aspro e rapace,
tosto mi fosti addosso
con le tue armi e co'crude'roncigli.
Poi, circundata delle tue catene,
a quel, che nacque per la morte mia,
piena d'amare lagrime e di pene
presa mi desti, e hammi in sua balia;
ed è sì cruda la sua signoria,
che giammai non l'ha mosso
sospir né pianto alcun che m'assottigli.
Li prieghi miei tutti glien porta il vento,
nullo n'ascolta né ne vuole udire;
per che ogn'ora cresce '1 mio tormento,
onde 'l viver m'è noia, né so morire.
Deh dolgati, signor, del mio languire,
fa tu quel ch'io non posso;
dalmi legato dentro à tuoi vincigli.
Se questo far non vuogli, almeno sciogli,
i legami annodati da speranza.
Deh! io ti priego, signor, che tu vogli;
ché, se tu 'l fai, ancor porto fidanza
di tornar bella qual fu mia usanza,
e il dolor rimosso,
di bianchi fiori ornarmi e di vermigli.
Poi che con un sospiro assai pietoso Elissa ebbe alla sua canzon fatta fine, ancor che tutti si maravi-gliasser di tali parole, niuno per ciò ve n'ebbe che potesse avvisare chi di così cantar le fosse stato ca-gione. Ma il re, che in buona tempera era, fatto chiamar Tindaro, gli comandò che fuor traesse la sua cornamusa, al suono della quale esso fece fare molte . danze. Ma, essendo già buona parte di notte passata, a ciascun disse ch'andasse a dormire.
Finisce la sesta giornata del Decameron.
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