giovedì 9 novembre 2017

Decameron - Nona giornata

Introduzione Incomincia la nona giornata nella quale sotto il reggimento d'Emilia, si ragiona ciascuno secondo che gli pia-ce e di quello che più gli aggrada. La luce, il cui splendore la notte fugge, aveva già l'ottavo cielo d'azzurrino in color cilestro mutato tutto, e cominciavansi i fioretti per li prati a levar suso, quando Emilia, levatasi, fece le sue compagne e i giovani parimente chiamare. Li quali venuti, e appresso alli lenti passi della reina avviatisi, infino ad un boschetto, non guari al palagio lontano, se n'andarono; e per quello entrati, videro gli animali, sì come cavriuoli, cervi e altri, quasi sicuri da'cacciatori per la sopra stante pistolenzia, non altramente aspettargli che se senza te ma o dimestichi fossero divenuti. E ora a questo e ora a quell'altro appressandosi, quasi giugnere gli dovessero, faccendogli correre e saltare, per alcuno spazio sollazzo presero. Ma già inalzando il sole, parve a tutti di ritornare. Essi eran tutti di frondi di quercia inghirlandati, con le mani piene o d'erbe odorifere o di fiori; e chi scontrati gli avesse, niun'altra cosa avrebbe potuto dire se non: - O costor non saranno dalla morte vinti, o ella gli ucciderà lieti -. Così adunque, piede innanzi piede venendosene, cantando e cianciando e motteggiando, pervennero al palagio, dove ogni cosa ordinatamente disposta e li lor famigliari lieti e festeggianti trovarono. Quivi riposatisi alquanto, non prima a tavola andarono che sei canzonette, più lieta l'una che l'altra, da'giovani e dalle donne cantate furono; appresso alle quali, data l'acqua alle mani, tutti secondo il piacer . della reina gli mise il siniscalco a tavola, dove le vivande . venute, allegri tutti mangiarono; e da quello levati, al carolare e al sonare si dierono per alquanto spazio, e poi, co mandandolo la reina, chi volle s'andò a riposare. Ma già l'ora usitata venuta, ciascuno nel luogo usato s'adunò a ragionare; dove la reina, a Filomena guardando, disse che principio desse alle novelle del presente giorno, la qual sorridendo cominciò in questa guisa: Novella prima Madonna Francesca, amata da uno Rinuccio e da uno Alessandro, e niuno amandone, col fare entrare l'un per morto in una sepoltura, e l'altro quello trarne per morto, non potendo essi venire al fine imposto, cau-tamente se gli leva da dosso. Madonna, assai m'aggrada, poi che vi piace, che per questo campo aperto e libero, nel quale la vostra magnificenzia n'ha messi, del novellare, d'esser colei che corra il primo aringo, il quale se ben farò, non du-bito che quegli che appresso verranno non facciano bene e meglio. Molte volte s'è, o vezzose donne, ne'nostri ragionamenti mostrato quante e quali sieno le forze d'amore; né però credo che pienamente se ne sia detto, né sarebbe ancora, se di qui ad uno anno d'altro che di ciò non parlassimo; e per ciò che esso non solamente a vari dubbi di dover morire gli amanti conduce, ma quegli ancora ad entrare nelle case de'morti per morti tira, m'aggrada di ciò raccontarvi, oltre a quelle che dette sono, una novella, nella quale non solamente la potenzia d'amore comprenderete, ma il senno da una valorosa donna usato a torsi da dosso due che contro al suo piacere l'amavan, cognoscerete. Dico adunque che nella città di Pistoia fu già una bellissima donna vedova, la quale due nostri fiorentini, che per aver bando di Firenze a Pistoia dimoravano, chiamati l'uno Rinuccio Palermini e l'altro Alessandro Chiarmontesi, senza sapere l'un dell'altro, per caso di costei presi, sommamente amavano, operando cau-tamente ciascuno ciò che per lui si poteva, a dover l'amor di costei acquistare. Ed essendo questa gentil donna, il cui nome fu madonna Francesca de'Lazzari, assai sovente stimolata da ambasciate e da prieghi di ciascun di costoro, e avendo ella ad esse men saviamente più volte gli orecchi porti, e volendosi saviamente ritrarre e non potendo, le venne, acciò che la lor seccaggine si levasse da dosso, un pensiero; e quel fu di volergli richiedere d'un servigio il quale ella pensò niuno dovergliele fare, quantunque egli fosse possibile, acciò che, non faccendolo essi, ella avesse onesta o colorata ragione di più non volere le loro ambasciate udire; e 'pensiero fu questo. Era, il giorno che questo pensier le venne, morto in Pistoia uno, il quale, quantunque stati fossero i suoi passati gentili uomini, era reputato il piggiore uomo che, non che in Pistoia, ma in tutto il mondo fosse; e oltre a questo vivendo era sì contraffatto e di sì divisato viso, che chi conosciuto non l'avesse, vedendol da prima, n'avrebbe avuto paura; ed era stato sotterrato in uno avello fuori della chiesa dei frati minori; il quale ella avvisò dovere in parte essere grande acconcio del suo proponimento. Per la qual cosa ella disse ad una sua fante: - Tu sai la noia e l'angoscia la quale io tutto il dì ricevo dall'ambasciate di questi due fiorentini, da Rinuccio e da Alessandro; ora io non son disposta a dover loro del mio amore compiacere; e per torglimi da dosso, m'ho posto in cuore, per le grandi profferte che fanno, di volergli in cosa provare, la quale io son certa che non faranno, e così questa seccaggine torrò via: e odi come. Tu sai che stamane fu sotterrato al luogo de'frati minori lo Scannadio (così era chiamato quel reo uomo di cui dl sopra dicemmo), del quale, non che morto, ma vivo, i più sicuri uomini di questa terra, vedendolo, avevan paura; e però tu te n'andrai segretamente prima ad Alessandro, e sì gli dirai: - Madonna Francesca ti manda dicendo che ora è venuto il tempo che tu puoi avere il suo amore, il qual tu hai cotanto disiderato, ed esser con lei, dove tu vogli, in questa forma. A lei dee, per alcuna cagione che tu poi saprai, questa notte essere da un suo parente recato a casa il corpo di Scannadio che stamane fu sepellito, ed ella, sì come quel la che ha di lui, così morto come egli è, paura, nol vi vorrebbe; per che ella ti priega in luogo di gran servigio, che ti debbia piacere d'andare stasera in su il primo sonno ed entrare in quella sepoltura dove Scannadio è sepellito, e metterti i suoi panni in dosso, e stare come se tu desso fossi, infino a tanto che per te sia venuto, e senza alcuna cosa dire o motto fare, di quella trarre ti lasci e recare a casa sua, dove ella ti riceverà, e con lei poi ti starai, e a tua posta ti potrai partire, lasciando del rimanente il pensiero a lei - . E, se egli dice di volerlo fare, bene sta; dove dicesse di non volerlo fare sì gli di'da mia parte che più dove io sia non apparisca, e come egli ha cara la vita, si guardi che più né messo né ambasciata mi mandi. E appresso questo te n'andrai a Rinuccio Palermini, e sì gli dirai: - Madonna Francesca dice che è presta di volere ogni tuo piacer fare, dove tu a lei facci un gran servigio, cioè che tu stanotte in su la mezza notte te ne vadi allo avello dove fu stamane sotterrato Scannadio, e lui, senza dire alcuna parola di cosa che tu oda o senta, tragghi di quello soavemente e rechigliele a casa. Quivi perché ella il voglia vedrai, e di lei avrai il piacer tuo; e dove questo non ti piaccia di fare ella infino ad ora t'impone che tu mai più non le mandi né messo né ambasciata -. La fante n'andò ad amenduni, e ordinatamente a ciascuno, secondo che imposto le fu, disse. Alla quale risposto fu da ognuno, che non che in una sepoltura, ma in inferno andrebber, quando le piacesse. La fante fe'la risposta alla donna, la quale aspettò di vedere se sì fosser pazzi che essi il facessero. Venuta adunque la notte, essendo già primo sonno, Alessandro Chiarmontesi spogliatosi in farsetto, uscì di casa sua per andare a stare in luogo di Scannadio nello avello, e andando gli venne un pensier molto pauroso nell'animo, e cominciò a dir seco: - Deh, che bestia sono io? Dove vo io? che so io se i parenti di costei, forse avvedutisi che io l'amo, credendo essi quel che non è, le fanno far questo per uccidermi in quello avello? Il che se avvenisse, io m'avrei il danno, né mai cosa del mondo se ne saprebbe che lor nocesse. che so io se forse alcun mio nimico que sto m'ha procacciato, il quale ella forse amando, di questo il vuol servire? - E poi dicea: - Ma pognam che niuna di queste cose sia, e che pure i suoi parenti a casa di lei portar mi debbano io debbo credere che essi il corpo di Scannadio non vogliono per doverlosi tenere in braccio, o metterlo in braccio a lei; anzi si dee credere che essi ne voglian far qualche strazio, sì come di colui che forse già d'alcuna cosa gli diservì. Costei dice che di cosa che io senta io non faccia motto. se essi mi cacciasser gli occhi o mi traessero i denti o mozzasermi le mani o facessermi alcuno altro così fatto giuoco, a che sare'io? Come potre'io star cheto? E se io favello, e'mi conosceranno e per avventura mi faranno male; ma come che essi non me ne facciano, io non avrò fatto nulla, ché essi non mi lasceranno con la donna; e la donna dirà poi che io abbia rotto il suo comandamento e non farà mai cosa che mi piaccia -. E così dicendo, fu tutto che tornato a casa; ma pure il grande amore il sospinse innanzi con argomenti contrari a questi e di tanta forza, che allo avello il condussero. Il quale egli aperse, ed entratovi dentro e spogliato Scannadio e sé rivestito e l'avello sopra sé richiuso e nel luogo di Scannadio postosi, gl'incominciò a tornare a mente chi costui era stato, e le cose che già aveva udite dire che di notte erano intervenute, non che nelle sepolture de'morti, ma ancora altrove; e tutti i peli gli s'incominciarono ad arricciare ad dos-so, e parevagli tratto tratto che Scannadio si dovesse levar ritto e quivi scannar lui. Ma da fervente amore aiutato, questi e gli altri paurosi pensier vincendo, stando come se egli il morto fosse, cominciò ad aspetta-re che di lui dovesse intervenire. Rinuccio, appressandosi la mezza notte, uscì di casa sua per far quello che dalla sua donna gli era stato mandato a dire; e andando, in molti e vari pensieri entrò delle cose possibili ad intervenirgli; sì come di po-ter col corpo sopra le spalle di Scannadio venire alle mani della signoria ed esser come malioso condennato al fuoco; o di dovere, se egli si risapesse, venire in odio de'suoi parenti; e d'altri simili, da'quali tutto che rattenuto fu. Ma poi, rivolto, disse: - Deh! dirò io di no della prima cosa che questa gentil donna, la quale io ho cotan-to amata e amo, m'ha richiesto, e spezialmente dovendone la sua grazia acquistare? Non, ne dovess'io di certo morire, che io non me ne metta a fare ciò che promesso l'ho -; e andato avanti giunse alla sepoltura e quella leggermente aperse. Alessandro, sentendola aprire, ancora che gran paura avesse, stette pur cheto. Rinuccio, entrato dentro, credendosi il corpo di Scannadio prendere, prese Alessandro pe'piedi e lui fuor ne tirò, e in su le spalle levatoselo, verso la casa della gentil donna cominciò ad andare; e così andando e non riguardandolo altramenti, spesse volte il percoteva ora in un canto e ora in un altro d'alcune panche che allato alla via erano; e la notte era sì buia e sì oscura che egli non poteva discernere ove s'andava. Ed essendo già Rinuccio a piè dell'uscio della gentil donna, la quale alle finestre con la sua fante stava per sentire se Rinuccio Alessandro recasse, già da sé armata in modo da mandargli amenduni via, avvenne che la famiglia della signoria, in quella contrada ripostasi e chetamente standosi aspettando di dover pigliare uno sbandito, sentendo lo scalpiccio che Rinuccio coi piè faceva, subitamente tratto fuori un lume per veder che si fare e dove andarsi, e mossi i pavesi e le lance, gridò: - Chi è là? La quale Rinuccio conoscendo, non avendo tempo da troppa lunga diliberazione, lasciatosi cadere Alessandro, quanto le gambe nel poteron portare andò via. Alessandro, levatosi prestamente, con tutto che i panni del morto avesse in dosso, li quali erano molto lunghi, pure andò via altressì. La donna, per lo lume tratto fuori dalla famiglia, ottimamente veduto aveva Rinuccio con Alessandro dietro alle spalle, e similmente aveva scorto Alessandro esser vestito dei panni di Scannadio, e maravigliossi molto del grande ardire di ciascuno; ma con tutta la maraviglia rise assai del veder gittar giuso Alessandro, e del vedergli poscia fuggire. Ed essendo di tale accidente molto lieta e lodando Iddio che dallo 'mpaccio di costoro tolta l'avea, se ne tornò dentro e andossene in camera, affermando con la fante senza alcun dubbio ciascun di costoro amarla molto, poscia quello avevan fatto, sì come appariva, che ella loro aveva imposto. Rinuccio, dolente e bestemmiando la sua sventura, non se ne tornò a casa per tutto questo, ma, partita di quella contrada la famiglia, colà tornò dove Alessandro aveva gittato, e cominciò brancolone a cercare se egli il ritrovasse, per fornire il suo servigio, ma non trovandolo, e avvisando la famiglia quindi averlo tolto, dolente a casa se ne tornò. Alessandro, non sappiendo altro che farsi, sena aver conosciuto chi portato se l'avesse, dolente di tale sciagura, similmente a casa sua se n'andò. La mattina, trovata aperta la sepoltura di Scannadio né dentro vedendovisi, perciò che nel fondo l'aveva Alessandro voltato, tutta Pistoia ne fu in vari ragionamenti, estimando gli sciocchi lui da'diavoli essere stato portato via. Nondimeno ciascun de'due amanti, significato alla donna ciò che fatto avea e quello che era intervenuto, e con questo scusandosi se fornito non avean pienamente il suo comandamento, la sua grazia e il suo amore addimandava. La qual mostrando a niun ciò voler credere, con recisa risposta di mai per lor niente voler fare, poi che essi ciò che essa ad dimandato avea non avean fatto, se gli tolse da dosso. Novella seconda Levasi una badessa in fretta e al buio per trovare una sua monaca, a lei accusata, col suo amante nel letto; ed essendo con lei un prete, credendosi il saltero de'veli aver posto in capo, le brache del prete vi si pose; le quali vedendo l'accusata e fattalane accorgere, fu diliberata, ed ebbe agio di starsi col suo amante. Già si tacea Filomena, e il senno della donna a torsi da dosso coloro li quali amar non volea da tutti era stato commendato, e così in contrario non amor ma pazzia era stata tenuta da tutti l'ardita presunzione degli amanti, quando la reina ad Elissa vezzosamente disse: - Elissa, segui -. La quale prestamente incominciò: Carissime donne, saviamente si seppe madonna Francesca, come detto è, liberar dalla noia sua; ma una giovane monaca, aiutandola la fortuna, sé da un soprastante pericolo, leggiadramente parlando, diliberò. E, come voi sapete, assai sono li quali, essendo stoltissimi, maestri degli altri si fanno e gastigatori, li quali, sì come voi potrete com prendere per la mia novella, la fortuna alcuna volta e meritamente vitupera; e ciò addivenne alla badessa, sotto la cui obbedienza era la monaca della quale debbo dire. Sapere adunque dovete in Lombardia essere un famosissimo monistero di santità e di religione, nel quale, tra l'altre donne monache che v'erano, v'era una giovane di sangue nobile e di maravigliosa bellezza dotata, la quale, Isabetta chiamata, essendo un dì ad un suo parente alla grata venuta, d'un bel giovane che con lui era s'innamorò. Ed esso, lei veggendo bellissima, già il suo disidero avendo con gli occhi concetto, similmente di lei s'accese; e non senza gran pena di ciascuno questo amore un gran tempo senza frutto sostennero. Ultimamente, essendone ciascun sollicito, venne al giovane veduta una via da potere alla sua monaca occultissimamente andare; di che ella contentandosi, non una volta ma molte, con gran piacer di ciascuno, la visitò. Ma continuandosi questo, avvenne una notte che egli da una delle donne di là entro fu veduto, senza avvedersene egli o ella, dall'Isabetta partirsi e andarsene. Il che costei con alquante altre comunicò. E prima ebber consiglio d'accusarla alla badessa, la quale madonna Usimbalda ebbe nome, buona e santa donna secondo la oppinione delle donne monache e di chiunque la conoscea; poi pensarono, acciò che la negazione non avesse luogo, di volerla far cogliere col giovane alla badessa. E così taciutesi, tra sé le vigilie e le guardie segretamente partirono per incoglier costei. Or, non guardandosi l'Isabetta da questo, né alcuna cosa sappiendone, avvenne che ella una notte vel fece venire; il che tantosto sepper quelle che a ciò badavano. Le quali, quando a loro parve tempo, essendo già buona pezza di notte, in due si divisero, e una parte se ne mise a guardia del l'uscio della cella dell'Isabetta, e un'altra n'andò correndo alla camera della badessa; e picchiando l'uscio, a lei che già rispondeva, dissero: - Su, madonna, levatevi tosto, ché noi abbiam trovato che l'Isabetta ha un giovane nella cella. Era quella notte la badessa accompagnata d'un prete, il quale ella spesse volte in una cassa si faceva venire. La quale, udendo questo, temendo non forse le monache per troppa fretta o troppo volonterose, tanto l'uscio sospignessero che egli s'aprisse, spacciatamente si levò suso, e come il meglio seppe si vestì al buio, e credendosi tor certi veli piegati, li quali in capo portano e chiamanli il saltero, le venner tolte le brache del prete; e tanta fu la fretta, che, senza avvedersene, in luogo del saltero le si gittò in capo e uscì fuori, e prestamente l'uscio si riserrò dietro, dicendo: - Dove è questa maladetta da Dio? - e con l'altre, che sì focose e sì attente erano a dover far trovare in fallo l'Isabetta, che di cosa che la badessa in capo avesse non s'avvedieno, giunse all'uscio della cella, e quello, dall'altre aiutata, pinse in terra; ed entrate dentro, nel letto trovarono i due amanti abbracciati, li quali, da così subito soprapprendimento storditi, non sappiendo che farsi, stettero fermi. La giovane fu incontanente dall'altre monache presa, e per comandamento della badessa menata in capitolo. Il giovane s'era rimaso; e vestitosi, aspettava di veder che fine la cosa avesse, con intenzione di fare un mal giuoco a quante giugner ne potesse, se alla sua giovane novità niuna fosse fatta, e di lei menarne con seco. La badessa, postasi a sedere in capitolo, in presenzia di tutte le monache, le quali solamente alla colpe-vole riguardavano, incominciò a dirle la maggior villania che mai a femina fosse detta, sì come a colei la quale la santità, l'onestà e la buona fama del monistero con le sue sconce e vituperevoli opere, se di fuor si sapesse, contaminate avea; e dietro alla villania aggiugneva gravissime minacce. La giovane, vergognosa e timida, sì come colpevole, non sapeva che si rispondere, ma tacendo, di sé metteva compassion nell'altre; e, multiplicando pur la badessa in novelle, venne alla giovane alzato il viso e veduto ciò che la badessa aveva in capo, e gli usolieri che di qua e di là pendevano. Di che ella, avvisando ciò che era, tutta rassicurata disse: - Madonna, se Iddio v'aiuti, annodatevi la cuf-fia, e poscia mi dite ciò che voi volete. La badessa, che non la intendeva, disse: - Che cuffia, rea femina? Ora hai tu viso di motteggiare? Parti egli aver fatta cosa che i motti ci abbian luogo? Allora la giovane un'altra volta disse: - Madonna, io vi priego che voi v'annodiate la cuffia, poi dite a me ciò che vi piace. Laonde molte delle monache levarono il viso al capo della badessa, ed ella similmente po-nendovisi le mani, s'accorsero perché l'Isabetta così diceva. Di che la badessa, avvedutasi del suo medesimo fallo e vedendo che da tutte veduto era né aveva ricoperta, mutò sermone, e in tutta altra guisa che fatto non avea cominciò a parlare, e conchiudendo venne impossibile essere il potersi dagli stimoli della carne difendere; e per ciò chetamente, come infino a quel dì fatto s'era, disse che ciascuna si desse buon tempo quando potesse. E liberata la giovane, col suo prete si tornò a dormire, e l'Isabetta col suo amante. Il qual poi molte volte, in dispetto di quelle che di lei avevano invidia, vi fe' venire. L'altre che senza amante erano, come seppero il meglio, segretamente procacciaron lor ventura. Novella terza Maestro Simone, ad instanzia di Bruno e di Buffalmacco e di Nello, fa credere a Calandrino che egli è pre-gno; il quale per medicine dà a'predetti capponi e denari, e guarisce della pregnezza senza partorire. Poi che Elissa ebbe la sua novella finita, essendo da tutte rendute grazie a Dio che la giovane monaca aveva con lieta uscita tratta dei morsi delle invidiose compagne, la reina a Filostrato comandò che seguitasse; il quale, senza più comandamento aspettare, incominciò: Bellissime donne, lo scostumato giudice marchigiano, di cui ieri vi novellai, mi trasse di bocca una novel-la di Calandrino, la quale io era per dirvi. E per ciò che ciò che di lui si ragiona non può altro che multiplicare la festa, benché di lui e de'suoi compagni assai ragionato si sia, ancor pur quella che ieri aveva in animo vi dirò. Mostrato è di sopra assai chiaro chi Calandrin fosse e gli altri de' quali in questa novella ragionar debbo; e per ciò, senza più dirne, dico che egli avvenne che una zia di Calandrin si morì e lasciogli dugento lire di piccioli con tanti; per la qual cosa Calandrino cominciò a dire che egli voleva comperare un podere; e con quanti sensali aveva in Firenze, come se da spendere avesse avuti diecimila fiorin d'oro, teneva mercato, il quale sempre si guastava quando al prezzo del poder domandato si perveniva. Bruno e Buffalmacco, che queste cose sapevano, gli avevan più volte detto che egli farebbe il meglio a goderglisi con loro insieme, che andar comperando terra, come se egli avesse avuto a far pallottole; ma, non che a questo, essi non l'aveano mai potuto conducere che egli loro una volta desse mangiare. Per che un dì dolendosene, ed essendo a ciò sopravenuto un lor compagno, che aveva nome Nello, di-pintore, di liberar tutti e tre di dover trovar modo da ugnersi il grifo alle spese di Calandrino; e senza troppo indugio darvi, avendo tra sé ordinato quello che a fare avessero, la seguente mattina appostato quando Calandrino di casa uscisse, non essendo egli guari andato, gli si fece incontro Nello e disse: - Buon dì, Calandrino. Calandrino gli rispose che Iddio gli desse il buon dì e 'l buono anno. Appresso questo, Nello rattenutosi un poco, lo 'ncominciò a guardar nel viso. A cui Calandrino disse: - Che guati tu? E Nello disse a lui: - Haiti tu sentita sta notte cosa niuna? Tu non mi par desso. Calandrino incontanente incominciò a dubitare e disse: - Ohimè, come! Che ti pare egli che io abbia? Disse Nello: - Deh! io nol dico per ciò; ma tu mi pari tutto cambiato; fia forse altro -; e lasciollo andare. Calandrino tutto sospettoso, non sentendosi per ciò cosa del mondo, andò avanti. Ma Buffalmacco, che guari non era lontano, vedendol partito da Nello, gli si fece incontro, salutatolo il domandò se egli si sentisse niente. Calandrino rispose: - Io non so, pur testé mi diceva Nello che io gli pareva tutto cambiato; potrebbe egli essere che io avessi nulla? Disse Buffalmacco: - Sì, potrestu aver cavelle, non che nulla: tu par mezzo morto. A Calandrino pareva già aver la febbre. Ed ecco Bruno sopravvenne, e prima che altro dicesse, disse: - Calandrino, che viso è quello? E'par che tu sia morto: che ti senti tu? Calandrino, udendo ciascun di costor così dire, per certissimo ebbe seco medesimo d'esser malato; e tutto sgomentato gli domandò: - Che fo? Disse Bruno: - A me pare che tu te ne torni a casa a vaditene in su 'l letto e facciti ben coprire, e che tu mandi il segnal tuo al maestro Simone, che è così nostra cosa come tu sai. Egli ti dirà incontanente ciò che tu avrai a fare, e noi ne verrem teco, e se bisognerà far cosa niuna, noi la faremo. E con loro aggiuntosi Nello, con Calandrino se ne tornarono a casa sua, ed egli entratosene tutto affati-cato nella camera, disse alla moglie: - Vieni e cuoprimi bene, ché io mi sento un gran male. Essendo adunque a giacer posto, il suo segnale per una fanticella mandò al maestro Simone, il quale allora a bottega stava in Mercato Vecchio alla 'nsegna del mellone. E Bruno disse a' compagni: - Voi vi rimarrete qui con lui, e io voglio andare a sapere che il medico dirà; e, se bisogno sarà, a menarloci. Calandrino allora disse: - Deh! sì, compagno mio, vavvi e sappimi ridire come il fatto sta, ché io mi sento non so che dentro. Bruno, andatosene al maestro Simone, vi fu prima che la fanticella che il segno portava, ed ebbe infor-mato maestro Simone del fatto. Per che, venuta la fanticella e il maestro veduto il segno, disse alla fanticella: - Vattene, e di' a Calandrino che egli si tenga ben caldo, e io verrò a lui incontanente e dirogli ciò che egli ha, e ciò che egli avrà a fare. La fanticella così rapportò: né stette guari che il maestro e Brun vennero, e postoglisi il medico a sedere allato, gli 'ncominciò a toccare il polso, e dopo alquanto, essendo ivi presente la moglie, disse: - Vedi, Ca-landrino, a parlarti come ad amico, tu non hai altro male se non che tu se'pregno. Come Calandrino udì questo, dolorosamente cominciò a gridare e a dire: - Ohimè! Tessa, questo m'hai fatto tu, che non vuogli stare altro che di sopra: io il ti diceva bene. La donna, che assai onesta persona era, udendo così dire al marito, tutta di vergogna arrossò, e abbas-sata la fronte, senza risponder parola s'uscì della camera. Calandrino, continuando il suo ramarichio, diceva: - Ohimè, tristo me! Come farò io? Come partorirò io questo figliuolo? Onde uscirà egli? Ben veggo che io son morto per la rabbia di questa mia moglie, che tan-to la faccia Iddio trista quanto io voglio esser lieto; ma, così foss'io sano come io non sono, ché io mi leverei e dare'le tante busse, che io la romperei tutta, avvegna che egli mi stea molto bene, ché io non la doveva mai lasciar salir di sopra; ma per certo, se io scampo di questa, ella se ne potrà ben prima morir di voglia. Bruno e Buffalmacco e Nello avevan sì gran voglia di ridere che scoppiavano, udendo le parole di Calan-drino, ma pur se ne tenevano; ma il maestro Scimmione rideva sì squaccheratamente, che tutti i denti gli si sarebber potuti trarre. Ma pure al lungo andare, raccomandandosi Calandrino al medico e pregandolo che in questo gli dovesse dar consiglio e aiuto, gli disse il maestro: - Calandrino, io non voglio che tu ti sgomenti, ché, lodato sia Iddio, noi ci siamo sì tosto accorti del fatto, che con poca fatica e in pochi dì ti dilibererò; ma conviensi un poco spendere. Disse Calandrino: - Ohimè! maestro mio, sì per l'amor di Dio. Io ho qui dugento lire di che io voleva comperare un podere; se tutti bisognano, tutti gli togliete, purché io non abbia a partorire, ché io non so come io mi facessi, ché io odo fare alle femine un sì gran romore quando son per partorire, con tutto che elle abbian buon cotal grande donde farlo, che io credo, se io avessi quel dolore, che io mi morrei prima che io partorissi. Disse il medico: - Non aver pensiero. Io ti farò fare una certa bevanda stillata molto buona e molto pia-cevole. a bere, che in tre mattine risolverà ogni cosa, e rimarrai più sano che pesce; ma farai che tu sii po-scia savio e più non incappi in queste sciocchezze. Ora ci bisogna per quella acqua tre paia di buon capponi e grossi, e per altre cose che bisognano darai ad un di costoro cinque lire di piccioli, che le comperi, e fa-ra'mi ogni cosa recare alla bottega, e io al nome di Dio domattina ti manderò di quel beveraggio stillato, e comincera' ne a bere un buon bicchiere grande per volta. Calandrino, udito questo, disse: - Maestro mio, ciò siane in voi -; e date cinque lire a Bruno e denari per tre paia di capponi, il pregò che in suo servigio in queste cose durasse fatica. Il medico, partitosi, gli fece fare un poco di chiarea e mandogliele. Bruno, comperati i capponi e altre cose necessarie al godere, insieme col medico e co'compagni suoi se li mangiò. Calandrino bevve tre mattine della chiarea, e il medico venne a lui, e i suoi compagni, e toccatogli il pol-so gli disse: - Calandrino, tu se' guerito senza fallo; e però sicuramente oggimai va a fare ogni tuo fatto, né per questo star più in casa. Calandrino lieto levatosi s'andò a fare i fatti suoi, lodando molto, ovunque con persona a parlar s'avve-niva, la bella cura che di lui il maestro Simone aveva fatta, d'averlo fatto in tre dì senza pena alcuna spre-gnare. E Bruno e Buffalmacco e Nello rimaser contenti d'aver con ingegni saputo schernire l'avarizia di Ca-landrino, quantunque monna Tessa, avvedendosene, molto col marito ne brontolasse. Novella quinta Calandrino s'innamora d'una giovane, al quale Bruno fa un brieve, col quale come egli la tocca, ella va con lui, e dalla moglie trovato, ha gravissima e noiosa quistione Finita la non lunga novella di Neifile, senza troppo rider ne o parlarne passatasene la brigata, la reina verso la Fiammetta rivolta, che ella seguitasse le comandò, la quale tutta lieta rispose che volentieri, e co-minciò: Gentilissime donne, sì come io credo che voi sappiate, niuna cosa è di cui tanto si parli, che sempre più non piaccia; dove il tempo e il luogo che quella cotal cosa richiede si sappi per colui, che parlar ne vuole, debitamente eleggere. E per ciò, se io riguardo quello per che noi siam qui (ché per aver festa e buon tempo, e non per altro, ci siamo) stimo che ogni cosa che festa e piacer possa porgere qui abbia e luogo e tempo debito; e benché mille volte ragionato ne fosse, altro che dilettar non debbia altrettanto parlandone. Per la qual cosa, posto che assai volte de'fatti di Calandrino detto si sia tra noi, riguardando, sì come poco avanti disse Filostrato, che essi son tutti piacevoli, ardirò, oltre alle dette, di dirvene una novella, la quale, se io dalla verità del fatto mi fossi scostare voluta o volessi, avrei ben saputo e saprei sotto altri nomi comporla e raccontarla; ma per ciò che il partirsi dalla verità delle cose state nel novellare è gran diminuire di diletto negli 'ntendenti, in propia forma, dalla ragion di sopra detta aiutata, la vi dirò. Niccolò Cornacchini fu nostro cittadino e ricco uomo, e tra l'altre sue possessioni una bella n'ebbe in Camerata, sopra la quale fece fare uno orrevole e bello casamento, e con Bruno e con Buffalmacco che tutto gliele dipignessero si convenne; li quali, per ciò che il lavorio era molto, seco aggiunsero e Nello e Calandrino, e cominciarono a lavorare. Dove, benché alcuna camera fornita di letto e dell'altre co se opportune fosse, e una fante vecchia dimorasse sì come guardiana del luogo, per ciò che altra famiglia non v'era, era usato un figliuolo del detto Niccolò, che avea nome Filippo, sì come giovane e senza moglie, di menar talvolta alcuna femina a suo diletto, e tenervela un dì o due e poscia mandarla via. Ora tra l'altre volte avvenne che egli ve ne menò una, che aveva nome la Niccolosa, la quale un tristo, che era chiamato il Mangione, a sua posta tenendola in una casa a Camaldoli, prestava a vettura. Aveva costei bella persona ed era ben vestita, e, secondo sua pari, assai costumata e ben parlante. Ed essendo ella un dì di meriggio della camera uscita in un guarnello bianco e co'capelli ravvolti al capo, e ad un pozzo che nella corte era del casamento lavandosi le mani e 'viso, avvenne che Calandrino quivi venne per acqua, e dimesticamente la salutò. Ella, rispostogli, il cominciò a guatare, più perché Calandrino le pareva un nuovo uomo che per altra vaghezza. Calandrino cominciò a guatar lei, e parendogli bella, cominciò a trovar sue cagioni, e non tornava a'compagni con l'acqua; ma, non conoscendola, niuna cosa ardiva di dirle. Ella, che avveduta s'era del guatar di costui, per uccellarlo alcuna volta guatava lui, alcun sospiretto gittando; per la qual cosa Calandrino subitamente di lei s'imbardò, né prima si partì della corte che ella fu da Filippo nella camera richiamata. Calandrino, tornato a lavorare, altro che soffiare non faceva; di che Bruno accortosi, per ciò che molto gli poneva mente alle mani, sì come quegli che gran diletto prendeva de'fatti suoi, disse: - Che diavolo hai tu, sozio Calandrino? Tu non fai altro che soffiare. A cui Calandrino disse: - Sozio, se io avessi chi m'aiutassi, io starei bene. - Come? - disse Bruno. A cui Calandrino disse: - E'non si vuol dire a persona: egli è una giovane quaggiù, che è più bella che una lammia, la quale è sì forte innamorata di me, che ti parrebbe un gran fatto; io me n'avvidi testé quando io andai per l'acqua. - Ohimè! - disse Bruno - guarda che ella non sia la moglie di Filippo. Disse Calandrino: - Io il credo, per ciò che egli la chiamò, ed ella se n'andò a lui nella camera; ma che vuol per ciò dir questo? Io la fregherei a Cristo di così fatte cose, non che a Filippo. Io ti vo'dire il vero, sozio: ella mi piace tanto, che io nol ti potrei dire. Disse allora Bruno: - Sozio, io ti spierò chi ella è; e se ella è la moglie di Filippo, io acconcierò i fatti tuoi in due parole, per ciò che ella è molto mia domestica. Ma come farem noi che Buffalmacco nol sappia? Io non le posso mai favellare ch'e'non sia meco. Disse Calandrino: - Di Buffalmacco non mi curo io, ma guardianci di Nello, ché egli è parente della Tessa e guasterebbeci ogni cosa. Disse Bruno: - Ben di'. Or sapeva Bruno chi costei era, sì come colui che veduta l'avea venire, e anche Filippo gliele aveva detto. Per che, essendosi Calandrino un poco dal lavorio partito e andato per vederla, Bruno disse ogni cosa a Nello e a Buffalmacco, e insieme tacitamente ordinarono quello che fare gli dovessero di questo suo innamoramento. E come egli ritornato fu, disse Bruno pianamente: - Vedestila? Rispose Calandrino: - Ohimè! sì, ella m'ha morto. Disse Bruno: - Io voglio andare a vedere se ella è quella che io credo; e se così sarà, lascia poscia far me. Sceso adunque Bruno giuso, e trovato Filippo e costei, ordinatamente disse loro chi era Calandrino, e quello che egli aveva lor detto, e con loro ordinò quello che ciascun di loro dovesse fare e dire, per avere festa e piacere dello innamoramento di Calandrino. E a Calandrino tornatosene disse: - Bene è dessa; e per ciò si vuol questa cosa molto saviamente fare, per ciò che, se Filippo se ne avvedesse, tutta l'acqua d'Arno non ci laverebbe. Ma che vuo'tu che io le dica da tua parte, se egli avvien che io le favelli? Rispose Calandrino: - Gnaffe! tu le dirai imprima imprima che io le voglio mille moggia di quel buon bene da impregnare; e poscia, che io son suo servigiale, e se ella vuol nulla; ha'mi bene inteso? Disse Bruno: - Sì, lascia far me. Venuta l'ora della cena, e costoro avendo lasciata opera e giù nella corte discesi, essendovi Filippo e la Niccolosa, alquanto in servigio di Calandrino ivi si posero a stare. Dove Calandrino incominciò a guardare la Niccolosa e a fare i più nuovi atti del mondo, tali e tanti che se ne sarebbe avveduto un cieco. Ella d'altra parte ogni cosa faceva per la quale credesse bene accenderlo, e secondo la informazione avuta da Bruno, il miglior tempo del mondo prendendo de'modi di Calandrino; Filippo con Buffalmacco e con gli altri faceva vista di ragionare e di non avvedersi di questo fatto. Ma pur dopo alquanto, con grandissima noia di Calandrino, si partirono; e venendosene verso Firenze, disse Bruno a Calandrino: - Ben ti dico che tu la fai struggere come ghiaccio al sole; per lo corpo di Dio, se tu ci rechi la ribeba tua e canti un poco con essa di quelle tue canzoni innamorate, tu la farai gittare a terra delle finestre per venire a te. Disse Calandrino: - Parti, sozio? Parti che io la rechi? - Sì, - rispose Bruno. A cui Calandrino disse: - Tu non mi credevi oggi, quando io il ti diceva; per certo, sozio, io m'avveggio che io so meglio che altro uomo far ciò che io voglio. Chi avrebbe saputo, altri che io, far così tosto innamo-rare una così fatta donna come è costei? A buona otta l'avrebber saputo fare questi giovani di tromba ma-rina, che tutto 'l dì vanno in giù e in su, e in mille anni non saprebbero accozzare tre man di noccioli. Ora io vorrò che tu mi vegghi un poco con la ribeba; vedrai bel giuoco! E intendi sanamente che io non son vec-chio come io ti paio, ella se n'è bene accorta ella; ma altramenti ne la farò io accorgere se io le pongo la branca addosso; per lo verace corpo di Cristo, che io le farò giuoco, che ella mi verrà dietro come va la paz-za al figliuolo. - Oh, - disse Bruno - tu te la griferai: e' mi par pur vederti morderle con cotesti tuoi denti fatti a bischeri quella sua bocca vermigliuzza e quelle sue gote che paion due rose, e poscia manicarlati tutta quanta. Calandrino, udendo queste parole, gli pareva essere a' fatti, e andava cantando e saltando tanto lieto, che non capeva nel cuoio. Ma l'altro dì recata la ribeba, con gran diletto di tutta la brigata cantò più canzoni con essa. E in brieve in tanta sista entrò dello spesso veder costei, che egli non lavorava punto, ma mille volte il dì ora alla finestra, ora alla porta e ora nella corte correa per veder costei; la quale astutamente se-condo l'ammaestramento di Bruno adoperando, molto bene ne gli dava cagione. Bruno d'altra parte gli ri-spondeva alle sue ambasciate e da parte di lei ne gli faceva talvolte; quando ella non v'era, che era il più del tempo, gli faceva venir lettere da lei, nelle quali esso gli dava grande speranza de'desideri suoi, mostrando che ella fosse a casa di suoi parenti là dove egli allora non la poteva vedere. E in questa guisa Bruno e Buffalmacco, che tenevano mano al fatto, traevano de'fatti di Calandrino il maggior piacer del mondo, faccendosi talvolta dare, sì come domandato dalla sua donna, quando un pettine d'avorio e quando una borsa e quando un coltellino e cotali ciance, allo 'ncontro recandogli cotali anelletti contraffatti di niun valore, de'quali Calandrino faceva maravigliosa festa. E oltre a questo n'avevan da lui di buone merende e d'altri onoretti, acciò che solliciti fossero a'fatti suoi. Ora, avendol tenuto costoro ben due mesi in questa forma senza più aver fatto, vedendo Calandrino che il lavorio si veniva finendo, e avvisando che, se egli non recasse ad effetto il suo amore prima che finito fosse il lavorio, mai più fatto non gli potesse venire, cominciò molto a strignere e a sollicitare Bruno. Per la qual cosa, essendovi la giovane venuta, avendo Bruno prima con Filippo e con lei ordinato quello che fosse da fare, disse a Calandrino: - Vedi, sozio, questa donna m'ha ben mille volte promesso di dover far ciò che tu vorrai, e poscia non ne fa nulla, e parmi che ella ci meni per lo naso; e per ciò, poscia che ella nol fa come ella promette, noi gliele farem fare o voglia ella o no, se tu vorrai. Rispose Calandrino: - Deh! sì, per l'amor di Dio, facciasi tosto. Disse Bruno: - Daratti egli il cuore di toccarla con un brieve che io ti darò? Disse Calandrino: - Sì bene. - Adunque,- disse Bruno - fa che tu mi rechi un poco di carta non nata e un vispistrello vivo e tre granella d'incenso e una candela benedetta, e lascia far me. Calandrino stette tutta la sera vegnente con suoi artifici per pigliare un vispistrello, e alla fine presolo, con l'altre cose il portò a Bruno. Il quale, tiratosi in una camera, scrisse in su quella carta certe sue frasche con alquante cateratte, e portogliele e disse: Calandrino, sappi che se tu la toccherai con questa scritta, ella ti verrà incontanente dietro e farà quello che tu vorrai. E però, se Filippo va oggi in niun luogo, accostaleti in qualche modo e toccala, e vattene nella casa della paglia ch'è qui dallato, che è il miglior luogo che ci sia, per ciò che non vi bazzica mai persona; tu vedrai che ella vi verrà; quando ella v'è, tu sai ben ciò che tu t'hai a fare. Calandrino fu il più lieto uomo del mondo, e presa la scritta, disse: - Sozio, lascia far me. Nello, da cui Calandrino si guardava, avea di questa cosa quel diletto che gli altri, e con loro insieme te-neva mano a beffarlo; e per ciò, sì come Bruno gli aveva ordinato, se n'andò a Firenze alla moglie di Calan-drino, e dissele: - Tessa, tu sai quante busse Calandrino ti diè senza ragione il dì che egli ci tornò con le pie-tre di Mugnone, e per ciò io intendo che tu te ne vendichi, e se tu nol fai, non m'aver mai né per parente né per amico. Egli si s'è innamorato d'una donna colassù, ed ella è tanto trista che ella si va rinchiudendo assai spesso con essolui: e poco fa si dieder la posta d'essere insieme via via, e per ciò io voglio che tu vi venga e vegghilo e castighil bene. Come la donna udì questo, non le parve giuoco, ma levatasi in piè cominciò a dire: - Ohimè! ladro piuvi-co, fa'mi tu questo? Alla croce di Dio, ella non andrà così, che io non te ne paghi. E preso suo mantello e una feminetta in compagnia, vie più che di passo insieme con Nello lassù n'andò. La qual come Bruno vide venire di lontano, disse a Filippo: -Ecco l'amico nostro. Per la qual cosa Filippo andato colà dove Calandrino e gli altri lavoravano, disse: - Maestri, a me convie-ne andare testé a Firenze: lavorate di forza. - E partitosi, s'andò a nascondere in parte che egli poteva, senza esser veduto, veder ciò che facesse Calandrino. Calandrino, come credette che Filippo alquanto dilungato fosse, così se ne scese nella corte, dove egli trovò sola la Niccolosa, ed entrato con lei in novelle, ed ella, che sapeva ben ciò che a fare aveva, accosta-taglisi, un poco di più dimestichezza che usata non era gli fece. Donde Calandrino la toccò con la scritta; e come tocca l'ebbe, senza dir nulla volse i passi ver so la casa della paglia, dove la Niccolosa gli andò dietro; e, come dentro fu, chiuso l'uscio, abbracciò Calandrino, e in su la paglia che era ivi in terra il gittò, e saligli addosso a cavalcione, e tenendogli le mani in su gli omeri, senza lasciarlosi appressare al viso, quasi come un suo gran disidero il guardava dicendo: - O Calandrino mio dolce, cuor del corpo mio, anima mia, ben mi-o, riposo mio, quanto tempo ho io desiderato d'averti e di poterti tenere a mio senno! Tu m'hai con la pia-cevolezza tua tratto il filo della camicia; tu m'hai aggratigliato il cuore colla tua ribeba; può egli esser vero che io ti tenga? Calandrino, appena potendosi muover, diceva: - Deh! anima mia dolce, lasciamiti baciare. La Niccolosa diceva: - O tu hai la gran fretta! lasciamiti prima vedere a mio senno; lasciami saziar gli occhi di questo tuo viso dolce! Bruno e Buffalmacco n'erano andati da Filippo, e tutti e tre vedevano e udivano questo fatto. Ed essendo già Calandrino per voler pur la Niccolosa baciare, ed ecco giugner Nello con monna Tessa, il quale come giunse, disse: - Io fo boto a Dio che sono insieme -; e all'uscio della casa pervenuti, la donna, che arrabbiava, datovi delle mani, il mandò oltre, ed entrata dentro vide la Niccolosa addosso a Calandrino; la quale, come la donna vide, subitamente levatasi, fuggì via e andossene là dove era Filippo. Monna Tessa corse con l'unghie nel viso a Calandrino, che ancora levato non era, e tutto gliele graffiò e presolo per li capelli, e in qua e in là tirandolo, cominciò a dire: - Sozzo can vituperato, dunque mi fai tu questo? Vecchio impazzato, che maladetto sia il ben che io t'ho voluto; dunque non ti pare avere tanto a fare a casa tua, che ti vai innamorando per l'altrui? Ecco bello innamorato! Or non ti conosci tu, tristo? Non ti conosci tu, dolente, che premenloti tutto, non uscirebbe tanto sugo che bastasse ad una salsa? Alla fè di Dio, egli non era ora la Tessa quella che ti 'mpregnava, che Dio la faccia trista chiunque ella è, che ella dee ben sicuramente esser cattiva cosa ad aver vaghezza di così bella gioia come tu se'. Calandrino, vedendo venir la moglie, non rimase né morto né vivo, né ebbe ardire di far contro di lei difesa alcuna; ma pur così graffiato e tutto pelato e rabbuffato, ricolto il cappuccio suo e levatosi, cominciò umilmente a pregar la moglie che non gridasse, se ella non volesse che egli fosse tagliato tutto a pezzi, per ciò che colei che con lui era, era moglie del signor della casa. La donna disse: - Sia, che Iddio le dea il mal anno. Bruno e Buffalmacco, che con Filippo e con la Niccolosa avevan di questa cosa riso a lor senno, quasi al romor venendo, colà trassero, e dopo molte novelle rappacificata la donna, dieron per consiglio a Calandrino che a Firenze se n'andasse e più non vi tornasse, acciò che Filippo, se niente di questa cosa sentisse, non gli facesse male. Così adunque Calandrino tristo e cattivo, tutto pelato e tutto graffiato a Firenze tornatosene, più colassù non avendo ardir d'andare, il dì e la notte molestato e afflitto dai rimbrotti della moglie, al suo fervente amor pose fine, avendo molto dato da ridere a' suoi compagni e alla Niccolosa e a Filippo. Novella settima Talano d'Imolese sogna che uno lupo squarcia tutta la gola e 'l viso alla moglie; dicele che se ne guardi; ella nol fa, e avvienle. Essendo la novella di Panfilo finita e l'avvedimento della donna commendato da tutti, la reina a Pampi-nea disse che dicesse la sua, la quale allora cominciò: Altra volta, piacevoli donne, delle verità dimostrate da'sogni, le quali molte scherniscono, s'è fra noi ra-gionato; e però, come che detto ne sia, non lascerò io che con una novelletta assai brieve io non vi narri quello che ad una mia vicina, non è ancor guari, addivenne, per non crederne uno di lei dal marito veduto. Io non so se voi vi conosceste Talano d'Imolese, uomo assai onorevole. Costui, avendo una giovane chiamata Margarita, bella tra tutte l'altre, per moglie presa, ma sopra ogni altra bizzarra, spiacevole e ritro-sa, intanto che a senno di niuna persona voleva fare alcuna cosa, né altri far la poteva a suo; il che quan-tunque gravissimo fosse a comportare a Talano, non potendo altro fare, se 'l sofferiva. Ora avvenne una notte, essendo Talano con questa sua Margarita in contado ad una lor possessione, dormendo egli, gli parve in sogno vedere la donna sua andar per un bosco assai bello, il quale essi non guari lontano alla lor casa avevano; e mentre così andar la vedeva, gli parve che d'una parte del bosco uscisse un grande e fiero lupo, il quale prestamente s'avventava alla gola di costei e tiravala in terra, e lei gridante aiuto si sforzava di tirar via, e poi di bocca uscitagli, tutta la gola e 'l viso pareva l'avesse guasto. Il quale, la mattina appresso levatosi, disse alla moglie: - Donna, ancora che la tua ritrosia non abbia mai sofferto che io abbia potuto avere un buon dì con teco, pur sarei dolente quando mal t'avvenisse; e per ciò, se tu crederrai al mio consiglio, tu non uscirai oggi di casa -; e domandato da lei del perché, ordinatamente le contò il sogno suo. La donna, crollando il capo, disse: - Chi mal ti vuol, mal ti sogna; tu ti fai molto di me pietoso, ma tu so-gni di me quello che tu vorresti vedere; e per certo io me ne guarderò e oggi e sempre di non farti né di questo né d'altro mio male mai allegro. Disse allora Talano: - Io sapeva bene che tu dovevi dir così, per ciò che tal grado ha chi tigna pettina; ma credi che ti piace; io per me il dico per bene, e ancora da capo te ne consiglio, che tu oggi ti stea in casa o almeno ti guardi d'andare nel nostro bosco. La donna disse: - Bene, io il farò -; e poi seco stessa cominciò a dire: - Hai veduto come costui malizio-samente si crede avermi messa paura d'andare oggi al bosco nostro? là dove egli per certo dee aver data posta a qualche cattiva, e non vuol che io il vi truovi. Oh, egli avrebbe buon manicar co'ciechi, e io sarei be-ne sciocca se io nol conoscessi e se io il credessi! Ma per certo e'non gli verrà fatto: e'convien pur che io vegga, se io vi dovessi star tutto dì, che mercatantia debba esser questa che egli oggi far vuole -. E come questo ebbe detto, uscito il marito da una parte della casa, ed ella uscì dall'altra, e come più na-scosamente poté, senza alcuno indugio, se n'andò nel bosco, e in quello nella più folta parte che v'era si nascose, stando attenta e guardando or qua or là, se alcuna persona venir vedesse. E mentre in questa guisa stava senza alcun sospetto di lupo, ed ecco vicino a lei uscir d'una macchia folta un lupo grande e terribile, né poté ella, poi che veduto l'ebbe, appena dire - Domine, aiutami -, che il lupo le si fu avventato alla gola, e presala forte, la cominciò a portar via come se stata fosse un piccolo agnelletto. Essa non poteva gridare, sì aveva la gola stretta, né in altra maniera aiutarsi; per che, portandosenela il lupo, senza fallo strangolata l'avrebbe, se in certi pastori non si fosse scontrato, li quali sgridandolo a la-sciarla il costrinsero; ed essa misera e cattiva, da'pastori riconosciuta e a casa portatane, dopo lungo studio da'medici fu guarita, ma non sì, che tutta la gola e una parte del viso non avesse per sì fatta maniera guasta, che, dove prima era bella, non paresse poi sempre sozzissima e contraffatta. Laonde ella, vergognandosi d'apparire dove veduta fosse, assai volte miseramente pianse la sua ritrosia e il non avere, in quello che niente le costava, al vero sogno del marito voluto dar fede. Novella ottava Biondello fa una beffa a Ciacco d'un desinare, della quale Ciacco cautamente si vendica, faccendo lui scon-ciamente battere. Universalmente ciascuno della lieta compagnia disse quello che Talano veduto avea dormendo non es-sere stato sogno ma visione, sì appunto, senza alcuna cosa mancarne, era avvenuto. Ma, tacendo ciascuno, impose la reina alla Lauretta che seguitasse, la qual disse: Come costoro, soavissime donne, che oggi davanti a me hanno parlato, quasi tutti da alcuna cosa già detta mossi sono stati a ragionare, così me muove la rigida vendetta ieri raccontata da Pampinea, che fe'lo scolare, a dover dire d'una assai grave a colui che la sostenne, quantunque non fosse per ciò tanto fiera. E per ciò dico che, essendo in Firenze uno da tutti chiamato Ciacco, uomo ghiottissimo quanto alcun altro fosse giammai, e non possendo la sua possibilità sostenere le spese che la sua ghiottornia richiedea, essendo per altro assai costumato e tutto pieno di belli e di piacevoli motti, si diede ad essere, non del tutto uom di corte, ma morditore, e ad usare con coloro che ricchi erano e di mangiare delle buone cose si dilettavano; e con questi a desinare e a cena, ancor che chiamato non fosse ogni volta, andava assai sovente. Era similmente in quei tempi in Firenze uno, il quale era chiamato Biondello, piccoletto della persona, leggiadro molto e più pulito che una mosca, con sua cuffia in capo, con una zazzerina bionda e per punto senza un capel torto avervi, il quale quel medesimo mestiere usava che Ciacco. Il quale essendo una mattina di quaresima andato là do ve il pesce si vende, e comperando due grossissime lamprede per messer Vieri de' Cerchi, fu veduto da Ciacco; il quale, avvicinatosi a Biondello, disse: - Che vuol dir questo? A cui Biondello rispose: - Iersera ne furono mandate tre altre, troppo più belle che queste non sono e uno storione a messer Corso Donati, le quali non bastandogli per voler dar mangiare a certi gentili uomini, m'ha fatte comperare quest'altre due: non vi verrai tu? Rispose Ciacco: - Ben sai che io vi verrò. E quando tempo gli parve, a casa messer Corso se n'andò, e trovollo con alcuni suoi vicini che ancora non era andato a desinare. A quale egli, essendo da lui domandato che andasse faccendo, rispose: - Messere, io vengo a desinar con voi e con la vostra brigata. A cui messer Corso disse: - Tu sie 'l ben venuto, e per ciò che egli è tempo, andianne. Postisi dunque a tavola, primieramente ebbero del cece e della sorra, e appresso del pesce d'Arno fritto, senza più Ciacco, accortosi dello 'nganno di Biondello e in sé non poco turbatosene, propose di dovernel pagare; né passar molti dì che egli in lui si scontrò, il qual già molti aveva fatti ridere di questa beffa. Biondello, vedutolo, il salutò, e ridendo il domandò chenti la fosser state le lamprede di messer Corso; a cui Ciacco rispondendo disse: - Avanti che otto giorni passino tu il saprai molto meglio dir di me. E senza mettere indugio al fatto, partitosi da Biondello, con un saccente barattiere si convenne del prezzo, e datogli un bottaccio di vetro, il menò vicino della loggia de'Cavicciuli, e mostrogli in quella un cavaliere chiamato messer Filippo Argenti, uomo grande e nerboruto e forte, sdegnoso, iracundo e bizzarro più che altro, e dissegli: - Tu te ne andrai a lui con questo fiasco in mano, e dira'gli così: - Messere, a voi mi manda Biondello, e mandavi pregando che vi piaccia d'arrubinargli questo fiasco del vostro buon vin vermiglio, ch'e'si vuole alquanto sollazzar con suoi zanzeri -; e sta bene accorto che egli non ti ponesse le mani addosso, per ciò che egli ti darebbe il mal dì, e avresti guasti i fatti miei. Disse il barattiere: - Ho io a dire altro? Disse Ciacco: - No; va pure; e come tu hai questo detto, torna qui a me col fiasco, e io ti pagherò. Mossosi adunque il barattiere, fece a messer Filippo l'ambasciata. Messer Filippo, udito costui, come colui che piccola levatura avea, avvisando che Biondello, il quale egli conosceva, si facesse beffe di lui, tutto tinto nel viso, dicendo: Che "arrubinatemi" e che "zanzeri" son questi? Che nel mal anno metta Iddio te e lui -, si levò in piè e distese il braccio per pigliar con la mano il barattiere; ma il barattiere, come colui che attento stava, fu presto e fuggì via, e per altra parte ritornò a Ciacco, il quale ogni cosa veduta avea, e dissegli ciò che messer Filippo aveva detto. Ciacco contento pagò il barattiere, e non riposò mai ch'egli ebbe ritrovato Biondello, al quale egli disse: - Fostu a questa pezza dalla loggia de'Cavicciuli? Rispose Biondello: - Mai no; perché me ne domandi tu? Disse Ciacco: - Per ciò che io ti so dire che messer Filippo ti fa cercare, non so quel ch'e'si vuole. Disse allora Biondello: - Bene, io vo verso là, io gli farò motto. Partitosi Biondello, Ciacco gli andò appresso per vedere come il fatto andasse. Messer Filippo, non avendo potuto giugnere il barattiere, era rimaso fieramente turbato e tutto in sé medesimo si rodea, non potendo dalle parole dette dal barattiere cosa del mondo trarre altro, se non che Biondello, ad instanzia di cui che sia, si facesse beffe di lui. E in questo che egli così si rodeva, e Biondel venne. Il quale come egli vide, fattoglisi incontro, gli diè nel viso un gran punzone. - Ohimè! messer, - disse Biondel - che è questo? Messer Filippo, presolo per li capelli e stracciatagli la cuffia in capo e gittato il cappuccio per terra e dandogli tuttavia forte, diceva: - Traditore, tu il vedrai bene ciò che questo è. Che "arrubinatemi" e che "zanzeri" mi mandi tu dicendo a me? Paiot'io fanciullo da dovere essere uccellato? E così dicendo, con le pugna, le quali aveva che parevan di ferro, tutto il viso gli ruppe, né gli lasciò in capo capello che ben gli volesse, e convoltolo per lo fango, tutti i panni in dosso gli stracciò; e sì a questo fatto si studiava, che pure una volta dalla prima innanzi non gli potè Biondello dire una parola, né doman-dar perché questo gli facesse. Aveva egli bene inteso dello "arrubinatemi" e de' "zanzeri", ma non sapeva che ciò si volesse dire. Alla fine, avendol messer Filippo ben battuto, ed essendogli molti dintorno, alla maggior fatica del mondo gliele trasser di mano così rabbuffato e malconcio come era; e dissergli perché messer Filippo questo avea fatto, riprendendolo di ciò che mandato gli avea dicendo, e dicendogli ch'egli doveva bene oggimai cognoscer messer Filippo e che egli non era uomo da motteggiar con lui. Biondello piagnendo si scusava e diceva che mai a messer Filippo non aveva mandato per vino. Ma poi che un poco si fu rimesso in assetto, tristo e dolente se ne tornò a casa, avvisando questa essere stata opera di Ciacco. E poi che dopo molti dì, partiti i lividori del viso, cominciò di casa ad uscire, avvenne che Ciacco il trovò, e ridendo il domandò: - Biondello, chente ti parve il vino di messer Filippo? Rispose Biondello: - Tali fosser parute a te le lamprede di messer Corso! Allora disse Ciacco: - A te sta oramai: qualora tu mi vuogli così ben dare da mangiar come facesti, io darò a te così ben da bere come avesti. Biondello, che conoscea che contro a Ciacco egli poteva più aver mala voglia che opera, pregò Iddio del-la pace sua, e da indi innanzi si guardò di mai più non beffarlo. Novella decima Donno Gianni ad istanzia di compar Pietro fa lo 'ncantesimo per far diventar la moglie una cavalla; e quan-do viene ad appiccar la coda, compar Pietro, dicendo che non vi voleva coda, guasta tutto lo 'ncantamento. Questa novella dalla reina detta diede un poco da mormorare alle donne e da ridere a'giovani; ma poi che ristate furono, Dioneo così cominciò a parlare. Leggiadre donne, infra molte bianche colombe aggiugne più di bellezza uno nero corvo, che non farebbe un candido cigno; e così tra molti savi alcuna volta un men savio è non solamente un accrescere splendore e bellezza alla lor maturità, ma ancora diletto e sollazzo. Per la qual cosa, essendo voi tutte discretissime e moderate, io, il qual sento anzi dello scemo che no, faccendo la vostra virtù più lucente col mio difetto, più vi debbo esser caro che se con più valore quella facessi divenir più oscura; e per conseguente più largo arbitrio debbo avere in dimostrarmi tal qual io sono, e più pazientemente dee da voi esser sostenuto che non dovrebbe se io più savio fossi, quel dicendo che io dirò. Dirovvi adunque una novella non troppo lunga, nella quale comprenderete quanto diligentemente si convengano osservare le cose imposte da coloro che alcuna cosa per forza d'incantamento fanno, e quanto piccol fallo in quelle commesso ogni cosa guasti dallo incantator fatta. L'altr'anno fu a Barletta un prete, chiamato donno Gianni di Barolo, il qual, per ciò che povera chiesa a-vea, per sostentar la vita sua, con una cavalla cominciò a portar mercatantia in qua e in là per le fiere di Pu-glia e a comperare e a vendere. E così andando, prese stretta dimestichezza con uno che si chiamava Pietro da Tresanti, che quello medesimo mestiere con uno suo asino faceva, e in segno d'amorevolezza e d'amistà, alla guisa pugliese, nol chiamava se non compar Pietro; e quante volte in Barletta arrivava, sempre alla chiesa sua nel menava, e quivi il teneva seco ad albergo, e come poteva l'onorava. Compar Pietro d'altra parte, essendo poverissimo e avendo una piccola casetta in Tresanti, appena bastevole a lui e ad una sua giovane e bella moglie e all'asino suo, quante volte donno Gianni in Tresanti capitava tante sel menava a casa, e come poteva, in riconoscimento dell'onor che da lui in Barletta riceveva, l'onorava. Ma pure, al fatto dello albergo, non avendo compar Pietro se non un piccol letticello, nel quale con la sua bella moglie dormiva, onorar nol poteva come voleva, ma conveniva che, essendo in una sua stalletta allato all'asino suo allogata la cavalla di donno Gianni, che egli allato a lei sopra alquanto di paglia si giacesse. La donna, sappiendo l'onor che il prete al marito faceva a Barletta, era più volte, quando il prete vi veniva, volutasene andare a dormire con una sua vicina, che avea nome zita Carapresa di Giudice Leo, acciò che il prete col marito dormisse nel letto, e avevalo molte volte al prete detto, ma egli non aveva mai voluto. E tra l'altre volte, una le disse: - Comar Gemmata, non ti tribolar di me, ché io sto, bene, per ciò che quando mi piace io fo questa mia cavalla diventare una bella zitella e stommi con essa, e poi quando voglio la fo diventar cavalla, e perciò da lei non mi partirei. La giovane si maravigliò e credettelo, e al marito il disse, aggiugnendo: - Se egli è così tuo come tu di', ché non ti fai tu insegnare quello incantesimo, ché tu possa far cavalla di me e fare i fatti tuoi con l'asino e con la cavalla, e guadagneremo due cotanti, e quando a casa fossimo tornati, mi potresti rifar femina come io sono. Compar Pietro, che era anzi grossetto uom che no, credette questo fatto e accordossi al consiglio, e co-me meglio seppe, cominciò a sollicitar donno Gianni, che questa cosa gli dovesse insegnare. Donno Gianni s'ingegnò assai di trarre costui di questa sciocchezza, ma pur non potendo, disse: - Ecco, poi che voi pur volete, domattina ci leveremo, come noi sogliamo, anzi dì, e io vi mosterrò come si fa. E' il vero che quello che più è malagevole in questa cosa si è l'appiccar la coda, come tu vedrai. Compar Pietro e comar Gemmata, appena avendo la notte dormito (con tanto desidero questo fatto aspettavano), come vicino a dì fu, si levarono e chiamarono donno Gianni, il quale, in camicia levatosi, venne nella cameretta di compar Pietro e disse: - Io non so al mondo persona a cui io questo facessi, se non a voi, e per ciò, poi che vi pur piace, io il farò; vero è che far vi conviene quello che io vi dirò, se voi volete che venga fatto. Costoro dissero di far ciò che egli dicesse. Per che donno Gianni, preso un lume, il pose in mano a com-par Pietro e dissegli: - Guata ben come io farò, e che tu tenghi bene a mente come io dirò, e guardati, quanto tu hai caro di non guastare ogni cosa, che per cosa che tu oda o veggia, tu non dica una parola sola; e priega Iddio che la coda s'appicchi bene. Compar Pietro, preso il lume, disse che ben lo farebbe. Appresso donno Gianni fece spogliare ignuda nata comar Gemmata, e fecela stare con le mani e co' piedi in terra, a guisa che stanno le cavalle, ammaestrandola similmente che di cosa che avvenisse motto non facesse; e con le mani cominciandole a toccare il viso e la testa, cominciò a dire: - Questa sia bella testa di cavalla -; e toccandole i capelli, disse: - Questi sieno belli crini di cavalla -; e poi toccandole le braccia, disse: - E queste sieno belle gambe e belli piedi di cavalla -; poi toccandole il petto e trovandolo sodo e tondo, risvegliandosi tale che non era chiamato e su levandosi, disse: - E questo sia bel petto di cavalla -; e così fece alla schiena e al ventre e alle groppe e alle coscie e alle gambe. E ultimamente, niuna cosa restandogli a fare se non la coda, levata la camicia e preso il piuolo col quale egli piantava gli uomini e prestamente nel solco per ciò fatto messolo, disse: - E questa sia bella coda di cavalla. Compar Pietro, che attentamente infino allora aveva ogni cosa guardata, veggendo questa ultima e non parendonegli bene, disse: - O donno Gianni, io non vi voglio coda, io non vi voglio coda. Era già l'umido radicale, per lo quale tutte le piante s'appiccano, venuto, quando donno Gianni tiratolo indietro, disse: - Ohimè, compar Pietro, che hai tu fatto? Non ti diss'io, che tu non facessi motto di cosa che tu vedessi? La cavalla era per esser fatta, ma tu favellando hai guasto ogni cosa, né più ci ha modo di poterla rifare oggimai. Compar Pietro disse: - Bene sta, io non vi voleva quella coda io. Perché non diciavate voi a me - Falla tu -? E anche l'appiccavate troppo bassa. Disse donno Gianni: - Perché tu non l'avresti per la prima volta saputa appiccar sì com'io. La giovane, queste parole udendo, levatasi in piè, di buona fè disse al marito: - Deh, bestia che tu se', perché hai tu guasti li tuoi fatti e' miei? Qual cavalla vedestu mai senza coda? Se m'aiuti Iddio, tu se' pove-ro, ma egli sarebbe ragione che tu fossi molto più. Non avendo adunque più modo a dover fare della giovane cavalla, per le parole che dette avea compar Pietro, ella dolente e malinconosa si rivestì, e compar Pietro con uno asino, come usato era, attese a fare il suo mestiere antico, e con donno Gianni insieme n'andò alla fiera di Bitonto, né mai più di tal servigio il ri-chiese. Conclusione Quanto di questa novella si ridesse, meglio dalle donne intesa che Dioneo non voleva, colei sel pensi che ancora ne riderà. Ma, essendo le novelle finite e il sole già cominciando ad intiepidire, e la reina, conoscendo il fine della sua signoria esser venuto, in piè levatasi e trattasi la corona, quella in capo mise a Panfilo, il quale solo di così fatto onore restava ad onorare; e sorridendo disse: - Signor mio, gran carico ti resta, sì come è l'avere il mio difetto e degli altri che il luogo hanno tenuto che tu tieni, essendo tu l'ultimo, ad ammendare, di che Iddio ti presti grazia, come a me l'ha prestata di farti re. Panfilo, lietamente l'onor ricevuto, rispose: - La vostra virtù e degli altri miei sudditi farà sì che io, come gli altri sono stati, sarò da lodare -. E secondo il costume de'suoi predecessori col siniscalco delle cose op-portune avendo disposto, alle donne aspettanti si rivolse e disse: - Innamorate donne, la discrezion d'Emi-lia, nostra reina stata questo giorno, per dare alcun riposo alle vostre forze, arbitrio vi diè di ragionare quel che più vi piacesse. Per che, già riposati essendo, giudico che sia da ritornare alla legge usata; e per ciò vo-glio che domane ciascuna di voi pensi di ragionare sopra questo, cioè: di chi liberalmente ovvero magnifi-camente alcuna cosa operasse intorno a'fatti d'amore o d'altra cosa. Queste cose e dicendo e udendo, senza dubbio niuno gli animi vostri ben disposti a valorosamente adoperare accenderà; ché la vita nostra, che altro che brieve esser non puote nel mortal corpo, si perpetuerà nella laudevole fama; il che ciascuno che al ventre solamente, a guisa che le bestie fanno, non serve, dee, non solamente desiderare, ma con ogni studio cercare e operare. La tema piacque alla lieta brigata, la quale con licenzia del nuovo re tutta levatasi da sedere, agli usati di letti si diede, ciascuno secondo quello a che più dal desidero era tirato; e così fecero insino all'ora della ce-na. Alla quale con festa venuti, e serviti diligentemente e con ordine, dopo la fine di quella si levarono a'balli costumati, e forse mille canzonette più sollazzevoli di parole che di canto maestrevoli, avendo cantate, comandò il re a Neifile che una ne cantasse a suo nome. La quale, con voce chiara e lieta, così piacevolmente e senza indugio incominciò: Io mi son giovinetta, e volentieri m'allegro e canto en la stagion novella, merzé d'amore e de'dolci pensieri. Io vo pe'verdi prati riguardando i bianchi fiori e' gialli e i vermigli le rose in su le spine e i bianchi gigli e tutti quanti gli vo somigliando al viso di colui che me, amando, ha presa e terrà sempre, come quella ch'altro non ha in disio ch'e' suoi piaceri. De' quai quand'io ne truovo alcun che sia, al mio parer, ben simile di lui, il colgo e bacio e parlomi con lui, e com'io so, così l'anima mia tutta gli apro, e ciò che 'l cor disia; quindi con altri il metto in ghirlandella legato co'miei crin biondi e leggieri. E quel piacer, che di natura il fiore agli occhi porge, quel simil mel dona che s'io vedessi la propia persona che m'ha accesa del suo dolce amore, quel che mi faccia più il suo odore esprimer nol potrei con la favella, ma i sospir ne son testimon veri. Li quai non escon già mai del mio petto, come dell'altre donne, aspri né gravi, ma se ne vengon fuor caldi e soavi, e al mio amor sen vanno nel cospetto, il qual come gli sente, a dar diletto di sé a me si muove e viene in quella ch'i'son per dir: Deh vien, ch'i'non disperi Assai fu e dal re e da tutte le donne commendata la canzonetta di Neifile; appresso alla quale, per ciò che già molta notte andata n'era, comandò il re che ciascuno per infino al giorno s'andasse a riposare. Finisce la nona giornata del Decameron.

mercoledì 8 novembre 2017

Decameron - Ottava giornata

Ottava giornata Introduzione Comincia l'ottava giornata, nella quale, sotto il reggimento di Lauretta, si ragiona di quelle beffe che tutto il giorno o donna ad uomo, o uomo a donna, o l'uno uomo all'altro si fanno. Già nella sommità de' più alti monti apparivano la domenica mattina i raggi della surgente luce e, ogni ombra partitasi, manifestamente le cose si conosceano, quando la reina levatasi con la sua compagnia, primieramente alquanto su per le rugiadose erbette andarono, e poi in su la mezza terza una chiesetta lor vicina visitata, in quella il divino officio ascoltarono; e a casa tornatisene, poi che con letizia e con festa eb-ber mangiato, cantarono e danzarono alquanto, e appresso, licenziati dalla reina, chi volle andare a riposarsi potè. Ma, avendo il sol già passato il cerchio di meriggio, come alla reina piacque, al novellare usato tutti appresso la bella fontana a seder posti, per comandamento della reina così Neifile cominciò. Novella prima Gulfardo prende da Guasparruolo denari in prestanza, e con la moglie di lui accordato di dover giacer con lei per quegli, sì gliele dà, e poi in presenzia di lei a Guasparruolo dice che a lei gli diede, ed ella dice che è il vero. Se così ha disposto Iddio che io debba alla presente giornata dare con la mia novella cominciamento, ed el mi piace. E per ciò, amorose donne, con ciò sia cosa che molto detto si sia delle beffe fatte dalle donne agli uomini, una fattane da uno uomo ad una donna mi piace di raccontarne, non già perché io intenda in quella di biasimare ciò che l'uom fece o di dire che alla donna non fosse bene investito, anzi per commen-dar l'uomo e biasimare la donna, e per mostrare che anche gli uomini sanno beffare chi crede loro, come essi da cui egli credono son beffati; avvegna che, chi volesse più propriamente parlare, quello che io dir debbo non si direbbe beffa, anzi si direbbe merito; per ciò che, con ciò sia cosa che ciascuna donna debba essere onestissima e la sua castità come la sua vita guardare, né per alcuna cagione a contaminarla condu-cersi; e questo non potendosi così appieno tuttavia, come si converrebbe, per la fragilità nostra; affermo colei esser degna del fuoco la quale a ciò per prezzo si conduce; dove chi per amore, conoscendo le sue forze grandissime, perviene, da giudice non troppo rigido merita perdono, come, pochi dì son passati, ne mostrò Filostrato essere stato in madonna Filippa osservato in Prato. Fu adunque già in Melano un tedesco al soldo, il cui nome fu Gulfardo, pro'della persona e assai leale a coloro ne'cui servigi si mettea, il che rade volte suole de' tedeschi a venire; e per ciò che egli era nelle pre-stanze de' denari che fatte gli erano lealissimo renditore, assai mercatanti avrebbe trovati che per piccolo utile ogni quantità di denari gli avrebber prestata. Pose costui, in Melan dimorando, l'amor suo in una don-na assai bella, chiamata madonna Ambruogia, moglie d'un ricco mercatante, che aveva nome Guasparruol Cagastraccio, il quale era assai suo conoscente e amico; e amandola assai discretamente, senza avvedersene il marito né altri, le mandò un giorno a parlare, pregandola che le dovesse piacere d'essergli del suo amor cortese, e che egli era dalla sua parte presto a dover far ciò che ella gli comandasse. La donna, dopo molte novelle, venne a questa conclusione, che ella era presta di far ciò che a Gulfardo piacesse, dove due cose ne dovesser seguire: l'una, che questo non dovesse mai per lui esser manifestato ad alcuna persona; l'altra, che, con ciò fosse cosa che ella avesse per alcuna sua cosa bisogno di fiorini dugento d'oro, voleva che egli, che ricco uomo era, gliele donasse, e appresso sempre sarebbe al suo servigio. Gulfardo, udendo la 'ngordigia di costei, sdegnato per la viltà di lei, la quale egli credeva che fosse una valente donna, quasi in odio trasmutò il fervente amore, e pensò di doverla beffare, e mandolle dicendo che molto volentieri e quello e ogn'altra cosa, che egli potesse, che le piacesse; e per ciò mandassegli pure a dire quando ella volesse che egli andasse a lei, ché egli gliele porterebbe, né che mai di questa cosa alcun sentirebbe, se non un suo compagno di cui egli si fidava molto e che sempre in sua compagnia andava in ciò che faceva. La donna, anzi cattiva femina, udendo questo, fu contenta, e mandogli dicendo che Guasparruolo suo marito doveva ivi a pochi dì per sue bisogne andare infino a Genova, e allora ella gliele farebbe assapere e manderebbe per lui. Gulfardo, quando tempo gli parve, se n'andò a Guasparruolo e sì gli disse: - Io son per fare un mio fatto, per lo quale mi bisognano fiorini dugento d'oro, li quali io voglio che tu mi presti con quello utile che tu mi suogli prestare degli altri -. Guasparruolo disse che volentieri, e di presente gli annoverò i denari. Ivi a pochi giorni Guasparruolo andò a Genova, come la donna aveva detto; per la qual cosa la donna mandò a Gulfardo che a lei dovesse venire e recare li dugento fiorin d'oro. Gulfardo, preso il compagno suo, se n'andò a casa della donna, e trovatala che l'aspettava, la prima cosa che fece, le mise in mano questi dugento fiorin d'oro, veggente il suo compagno, e sì le disse: - Madonna, tenete questi denari, e daretegli a vostro marito quando serà tornato. La donna gli prese, e non s'avvide perché Gulfardo dicesse così; ma si credette che egli il facesse, acciò che 'l compagno suo non s'accorgesse che egli a lei per via di prezzo gli desse. Per che ella disse: - Io il farò volentieri, ma io voglio vedere quanti sono - ; e versatigli sopra una tavola e trovatigli esser dugento, seco forte contenta, gli ripose, e tornò a Gulfardo, e lui nella sua camera menato, non solamente quella volta, ma molte altre, avanti che 'l marito tornasse da Genova, della sua persona gli sodisfece. Tornato Guasparruolo da Genova, di presente Gulfardo, avendo appostato che insieme con la moglie era, se n'andò a lui, e in presenza di lei disse: - Guasparruolo, i denari, cioè li dugento fiorin d'oro che l'altrier mi prestasti, non m'ebber luogo, per ciò che io non pote' fornir la bisogna per la quale gli presi; e per ciò io gli recai qui di presente alla donna tua, e sì gliele diedi; e per ciò dannerai la mia ragione. Guasparruolo, volto alla moglie, la domandò se avuti gli avea. Ella, che quivi vedeva il testimonio, nol seppe negare, ma disse: - Mai sì che io gli ebbi, né me n'era ancora ricordata di dirloti. Disse allora Guasparruolo: - Gulfardo, io son contento; andatevi pur con Dio, che io acconcerò bene la vostra ragione. Gulfardo partitosi, e la donna rimasa scornata diede al marito il disonesto prezzo della sua cattività; e così il sagace amante senza costo godé della sua avara donna. Novella seconda Il Prete da Varlungo si giace con monna Belcolore; lasciale pegno un suo tabarro; e accattato da lei un mor-taio, il rimanda e fa domandare il tabarro lasciato per ricordanza; rendelo proverbiando la buona donna Commendavano igualmente e gli uomini e le donne ciò che Gulfardo fatto aveva alla 'ngorda melanese, quando la reina a Panfilo voltatasi, sorridendo gl'impose ch'el seguitasse; per la qual cosa Panfilo incominciò: Belle donne, a me occorre di dire una novelletta contro a coloro li quali continuamente n'offendono senza poter da noi del pari essere offesi, cioè contro a' preti, li quali sopra le nostre mogli hanno bandita la croce, e par loro non altramenti aver guadagnato il perdono di colpa e di pena, quando una se ne possono metter sotto, che se d'Alessandria avessero il soldano menato legato a Vignone. Il che i secolari cattivelli non possono a lor fare; come che nelle madri, nelle sirocchie, nell'amiche e nelle figliuole con non meno ardore, che essi le lor mogli assaliscano, vendichino l'ire loro. E per ciò io intendo raccontarvi uno amorazzo contadino, più da ridere per la conclusione che lungo di parole, del quale ancora potrete per frutto cogliere che a' preti non sia sempre ogni cosa da credere. Dico adunque che a Varlungo, villa assai vicina di qui, come ciascuna di voi o sa o puote avere udito, fu un valente prete e gagliardo della persona ne'servigi delle donne, il quale, come che legger non sapesse troppo, pur con molte buone e sante parolozze la domenica a piè dell'olmo ricreava i suoi popolani; e me-glio le lor donne, quando essi in alcuna parte andavano, che altro prete che prima vi fosse stato, visitava, portando loro della festa e dell'acqua benedetta e alcun moccolo di candela talvolta infino a casa, dando loro la sua benedizione. Ora avvenne che, tra l'altre sue popolane che prima gli eran piaciute, una sopra tutte ne gli piacque, che aveva nome monna Belcolore, moglie d'un lavoratore che si facea chiamare Bentivegna del Mazzo, la qual nel vero era pure una piacevole e fresca foresozza, brunazza e ben tarchiata, e atta a meglio saper macinare che alcuna altra. E oltre a ciò era quella che meglio sapeva sonare il cembalo e cantare: L'acqua corre la borrana, e menare la ridda e il ballonchio, quando bisogno faceva, che vicina che ella avesse, con bel moccichino e gentile in mano. Per le quali cose messer lo prete ne 'nvaghì sì forte, che egli ne menava smanie; e tutto 'l dì andava aiato per poterla vedere; e quando la domenica mattina la sentiva in chiesa, diceva un Kyrie e un Sanctus sforzandosi ben di mostrarsi un gran maestro di canto, che pareva uno asino che ragghiasse, dove, quando non la vi vedeva, si passava assai leggermente; ma pure sapeva sì fare che Bentivegna del Mazzo non se ne avvedeva, né ancora vicino che egli avesse. E per potere più avere la dimestichezza di monna Belcolore, a otta a otta la presentava, e quando le mandava un mazzuol d'agli freschi, che egli aveva i più belli della contrada in un suo orto che egli lavorava a sue mani, e quando un canestruccio di baccelli, e talora un mazzuol di cipolle maligie o di scalogni; e, quando si vedeva tempo, guatatala un poco in cagnesco, per amorevolezza la rimorchiava, ed ella cotal salvatichetta, faccendo vista di non avvedersene, andava pure oltre in contegno; per che messer lo prete non ne poteva venire a capo. Ora avvenne un dì che, andando il prete di fitto meriggio per la contrada or qua or là zazzeato, scontrò Bentivegna del Mazzo con uno asino pien di cose innanzi; e fattogli motto, il domandò dov'egli andava. A cui Bentivegna rispose: - Gnaffe, sere, in buona verità io vo infino a città per alcuna mia vicenda, e porto queste cose a ser Bonaccorri da Ginestreto, che m'aiuti di non so che m'ha fatto richiedere per una comparigione del parentorio per lo pericolator suo il giudice del dificio. Il prete lieto disse: - Ben fai, figliuolo; or va con la mia benedizione, e torna tosto; e ti venisse veduto Lapuccio o Naldino, non t'esca di mente di dir lor che mi rechino quelle combine per li coreggiati miei. Bentivegna disse che sarebbe fatto; e venendosene verso Firenze, si pensò il prete che ora era tempo d'andare alla Belcolore e di provare sua ventura; e messasi la via tra' piedi, non ristette sì fu a casa di lei, ed entrato dentro disse: - Dio ci mandi bene, chi è di qua? La Belcolore, ch'era andata in balco, udendol disse: - O sere, voi siate il ben venuto; che andate voi zac-conato per questo caldo? Il prete rispose: - Se Dio mi dea bene, che io mi vengo a star con teco un pezzo, per ciò che io trovai l'uom tuo che andava a città. La Belcolore, scesa giù, si pose a sedere, e cominciò nettar sementa di cavolini, che il marito avea poco innanzi trebbiati. Il prete le cominciò a dire: - Bene, Belcolore, de' mi tu far sempre mai morire questo modo? La Belcolore cominciò a ridere e a dire: - O che ve fo io? Disse il prete: - Non mi fai nulla, ma tu non mi lasci fare a te quel ch'io vorrei e che Iddio comandò. Disse la Belcolore: - Deh! andate, andate: o fanno i preti così fatte cose? Il prete rispose: - Sì facciam noi meglio che gli altri uomini; o perché no? E dicoti più, che noi facciamo vie miglior lavorio; e sai perché? Perché noi maciniamo a raccolta; ma in verità bene a tuo uopo, se tu stai che-ta e lascimi fare. Disse la Belcolore: - O che bene a mio uopo potrebbe esser questo, ché siete tutti quanti più scarsi che 'l fistolo? Allora il prete disse: - Io non so, chiedi pur tu: o vuogli un paio di scarpette, o vuogli un frenello, o vuogli una bella fetta di stame, o ciò che tu vuogli. Disse la Belcolore: - Frate, bene sta! Io me n'ho di coteste cose; ma se voi mi volete cotanto bene, ché non mi fate voi un servigio, e io farò ciò che voi vorrete? Allora disse il prete: - Di' ciò che tu vuogli, e io il farò volentieri. La Belcolore allora disse: - Egli mi conviene andar sabato a Firenze a render lana che io ho filata e a far racconciare il filatoio mio; e se voi mi prestate cinque lire, che so che l'avete, io ricoglierò dall'usuraio la gonnella mia del perso e lo scaggiale dai dì delle feste, che io recai a marito, ché vedete che non ci posso andare a santo né in niun buon luogo, perché io non l'ho; e io sempre mai poscia farò ciò che voi vorrete. Rispose il prete: - Se Dio mi dea il buono anno, io non gli ho allato; ma credimi che, prima che sabato sia, io farò che tu gli avrai molto volentieri. - Sì,- disse la Belcolore - tutti siete così gran promettitori, e poscia non attenete altrui nulla; credete voi fare a me come voi faceste alla Biliuzza, che se n'andò col ceteratoio? Alla fè di Dio non farete, ché ella n'è divenuta femina di mondo pur per ciò; se voi non gli avete, e voi andate per essi. - Deh! - disse il prete - non mi fare ora andare infino a casa; ché vedi che ho così ritta la ventura testè che non c'è persona, e forse quand'io tornassi ci sarebbe chi che sia che c'impaccerebbe; e io non so quando e' mi si venga così ben fatto come ora. Ed ella disse: - Bene sta; se voi volete andar, sì andate; se non, sì ve ne durate. Il prete, veggendo che ella non era acconcia a far cosa che gli piacesse, se non a salvum me fac, ed egli volea fare sine custodia, disse: - Ecco, tu non mi credi che io te gli rechi; acciò che tu mi creda, io ti lascerò pegno questo mio tabarro di sbiavato. La Belcolore levò alto il viso e disse: - Sì, cotesto tabarro, o che vale egli? Disse il prete: - Come, che vale? Io voglio che tu sappi che egli è di duagio infino in treagio, e hacci di quegli nel popolo nostro che il tengon di quattragio, e non è ancora quindici dì che mi costò da Lotto rigat-tiere delle lire ben sette, ed ebbine buon mercato de soldi ben cinque, per quel che mi dice Buglietto d'Al-berto, che sai che si conosce così bene di questi panni sbiavati. - O, sié? - disse la Belcolore - se Dio m'aiuti, io non l'averei mai creduto; ma datemelo in prima. Messer lo prete, ch'aveva carica la balestra, trattosi il tabarro, gliele diede; ed ella, poi che riposto l'eb-be, disse: - Sere, andiancene qua nella capanna, che non vi vien mai persona - ; e così fecero. E quivi il prete, dandole i più dolci baciozzi del mondo e faccendola parente di messer Domenedio, con lei una gran pezza si sollazzò; poscia, partitosi in gonnella, che pareva che venisse da servire a nozze, se ne tornò al santo. Quivi, pensando che quanti moccoli ricoglieva in tutto l'anno d'offerta non valevan la metà di cinque lire, gli parve aver mal fatto, e pentessi d'aver lasciato il tabarro e cominciò a pensare in che modo riavere lo potesse senza costo. E per ciò che alquanto era maliziosetto, s'avvisò troppo bene come dovesse fare a riaverlo, e vennegli fatto; per ciò che il dì seguente, essendo festa, egli mandò un fanciul d'un suo vicino in casa questa monna Belcolore, e mandolla pregando che le piacesse di prestargli il mortaio suo della pietra, però che desinava la mattina con lui Binguccio dal Poggio e Nuto Buglietti, sì che egli voleva far della salsa. La Belcolore gliele mandò. E come fu in su l'ora del desinare, e 'l prete appostò quando Bentivegna del Mazzo e la Belcolor manicassero, e chiamato il chierico suo, gli disse: - Togli quel mortaio e riportalo alla Belcolore, e di': - Dice il sere che gran mercè, e che voi gli rimandiate il tabarro che 'l fanciullo vi lasciò per ricordanza -. Il cherico andò a casa della Belcolore con questo mortaio e trovolla insieme con Bentivegna a desco che desinavano. Quivi, posto giù il mortaio, fece l'ambasciata del prete. La Belcolore, udendosi richiedere il tabarro, volle rispondere; ma Bentivegna con un mal viso disse: - Dunque toi tu ricordanza al sere? Fo boto a Cristo, che mi vien voglia di darti un gran sergozzone; va, rendigliel tosto, che canciola te nasca; e guarda che di cosa che voglia mai, io dico s'e' volesse l'asino nostro, non ch'altro, non gli sia detto di no. La Belcolore brontolando si levò, e andatasene al soppidiano, ne trasse il tabarro e diello al cherico e disse: - Dirai così al sere da mia parte: - La Belcolore dice che fa prego a Dio che voi non pesterete mai più salsa in suo mortaio, non l'avete voi sì bello onor fatto di questa - . Il cherico se n'andò col tabarro e fece l'ambasciata al sere, a cui il prete ridendo disse: - Dira' le, quando tu la vedrai, che s'ella non ci presterà il mortaio, io non presterrò a lei il pestello; vada l'un per l'altro -. Bentivegna si credeva che la moglie quelle parole dicesse perché egli l'aveva garrita, e non se ne curò. Ma la Belcolore, rimasa scornata, venne in iscrezio col sere, e tennegli favella insino a vendemmia; poscia, avendola minacciata il prete di farnela andare in bocca del Lucifero maggiore, per bella paura entro, col mosto e con le castagne calde si rappattumò con lui, e più volte insieme fecer poi gozzoviglia. E in iscambio delle cinque lire le fece il prete rincartare il cembal suo e appiccarvi un sonagliuzzo, ed ella fu contenta. Novella terza Calandrino, Bruno e Buffalmacco giù per lo Mugnone vanno cercando di trovar l'elitropia, e Calandrino se la crede aver trovata; tornasi a casa carico di pietre; la moglie il proverbia, ed egli turbato la batte, e a'suoi compagni racconta ciò che essi sanno meglio di lui. Finita la novella di Panfilo, della quale le donne avevano tanto riso che ancor ridono, la reina ad Elissa commise che seguitasse, la quale ancora ridendo incominciò: Io non so, piacevoli donne, se egli mi si verrà fatto di farvi con una mia novelletta, non men vera che piacevole, tanto ridere quanto ha fatto Panfilo con la sua, ma io me ne 'ngegnerò. Nella nostra città, la qual sempre di varie maniere e di nuove genti è stata abondevole, fu, ancora non è gran tempo, un dipintore chiamato Calandrino, uom semplice e di nuovi costumi, il quale il più del tempo con due altri dipintori usava, chiamati l'un Bruno e l'altro Buffalmacco, uomini sollazzevoli molto, ma per altro avveduti e sagaci, li quali con Calandrino usavan per ciò che de'modi suoi e della sua simplicità soven-te gran festa prendevano. Era similmente allora in Firenze un giovane di maravigliosa piacevolezza, in cia-scuna cosa che far voleva astuto e avvenevole, chiamato Maso del Saggio; il quale, udendo alcune cose della simplicità di Calandrino, propose di voler prender diletto de'fatti suoi col fargli alcuna beffa, o fargli credere alcuna nuova cosa. E per avventura trovandolo un dì nella chiesa di San Giovanni, e vedendolo stare attento a riguardar le dipinture e gl'intagli del tabernacolo il quale è sopra l'altare della detta chiesa, non molto tempo davanti postovi, pensò essergli dato luogo e tempo alla sua intenzione; e informato un suo compagno di ciò che fare intendeva, insieme s'accostarono là dove Calandrino solo si sedeva, e faccendo vista di non vederlo, insieme cominciarono a ragionare delle virtù di diverse pietre, delle quali Maso così efficacemente parlava come se stato fosse un solenne e gran lapidario. A' quali ragionamenti Calandrino posto orecchie, e dopo alquanto levatosi in piè, sentendo che non era credenza, si congiunse con loro; il che forte piacque a Maso; il quale, seguendo le sue parole, fu da Calan-drin domandato dove queste pietre così virtuose si trovassero. Maso rispose che le più si trovavano in Berlinzone, terra de'Baschi, in una contrada che si chiamava Bengodi, nella quale si legano le vigne con le salsicce, e avevasi un'oca a denaio e un papero giunta, ed eravi una montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa facevan che far maccheroni e raviuoli, e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavan quindi giù, e chi più ne pigliava più se n'aveva; e ivi presso correva un fiumicel di vernaccia, della migliore che mai si bevve, senza avervi entro gocciol d'acqua. - Oh, - disse Calandrino - cotesto è buon paese; ma dimmi, che si fa de'capponi che cuocon coloro? Rispose Maso: - Mangiansegli i Baschi tutti. Disse allora Calandrino: - Fostivi tu mai? A cui Maso rispose: - Di'tu se io vi fu' mai? Sì vi sono stato così una volta come mille. Disse allora Calandrino: - E quante miglia ci ha? Maso rispose: - Haccene più di millanta, che tutta notte canta. Disse Calandrino: - Dunque dee egli essere più là che Abruzzi. - Sì bene, - rispose Maso - si è cavelle. Calandrino semplice, veggendo Maso dir queste parole con un viso fermo e senza ridere, quella fede vi dava che dar si può a qualunque verità più manifesta, e così l'aveva per vere, e disse: - Troppo ci è di lungi a' fatti miei, ma se più presso ci fosse, ben ti dico che io vi verrei una volta con essoteco, pur per veder fare il tomo a quei maccheroni, e tormene una satolla. Ma dimmi, che lieto sie tu, in queste contrade non se ne truova niuna di queste pietre così virtuose? A cui Maso rispose: - Sì, due maniere di pietre ci si truovano di grandissima virtù: l'una sono i macigni da Settignano e da Montici, per virtù de' quali, quando son macine fatti, se ne fa la farina; e per ciò si dice egli in que' paesi di là, che da Dio vengono le grazie e da Montici le macine; ma ecci di questi macigni sì gran quantità, che appo noi è poco prezzata, come appo loro gli smeraldi, de'quali v'ha maggior montagne che monte Morello che rilucon di mezza notte vatti con Dio. E sappi che chi facesse le macine belle e fatte legare in anella, prima che elle si forassero, e portassele al soldano, n'avrebbe ciò che volesse. L'altra si è una pietra, la quale noi altri lapidari appelliamo elitropia, pietra di troppo gran virtù, per ciò che qualunque persona la porta sopra di sè, mentre la tiene, non è da alcuna altra persona veduto dove non è. Allora Calandrin disse: - Gran virtù son queste; ma questa seconda dove si truova? A cui Maso rispose, che nel Mugnone se ne solevan trovare. Disse Calandrino: - Di che grossezza è questa pietra? O che colore è il suo? Rispose Maso: - Ella è di varie grossezze, ché alcuna n'è più e alcuna meno, ma tutte son di colore quasi come nero. Calandrino, avendo tutte queste cose seco notate, fatto sembiante d'avere altro a fare, si partì da Maso, e seco propose di voler cercare di questa pietra; ma diliberò di non volerlo fare senza saputa di Bruno e di Buffalmacco, li quali spezialissimamente amava. Diessi adunque a cercar di costoro, acciò che senza indugio e prima che alcuno altro n'andassero a cercare, e tutto il rimanente di quella mattina consumò in cercargli. Ultimamente, essendo già l'ora della nona passata, ricordandosi egli che essi lavoravano nel monistero delle donne di Faenza, quantunque il caldo fosse grandissimo, lasciata ogni altra sua faccenda, quasi cor-rendo n'andò a costoro, e chiamatigli, così disse loro: - Compagni, quando voi vogliate credermi, noi pos-siamo divenire i più ricchi uomini di Firenze, per ciò che io ho inteso da uomo degno di fede che in Mugno-ne si truova una pietra, la qual chi la porta sopra non è veduto da niun'altra persona; per che a me parreb-be che noi senza alcuno indugio, prima che altra persona v'andasse, v'andassimo a cercare. Noi la trovere-mo per certo, per ciò che io la conosco; e trovata che noi l'avremo, che avrem noi a fare altro se non met-tercela nella scarsella e andare alle tavole de'cambiatori, le quali sapete che stanno sempre cariche di grossi e di fiorini, e torcene quanti noi ne vorremo? Niuno ci vedrà; e così potremo arricchire subitamente, senza avere tutto dì a schiccherare le mura a modo che fa la lumaca. Bruno e Buffalmacco, udendo costui, fra sé medesimi cominciarono a ridere, e guatando l'un verso l'altro fecer sembianti di maravigliarsi forte, e lodarono il consiglio di Calandrino; ma domandò Buffalmacco, come questa pietra avesse nome. A Calandrino, che era di grossa pasta, era già il nome uscito di mente, per che egli rispose: - Che abbiam noi a far del nome, poi che noi sappiam la virtù? A me parrebbe che noi andassimo a cercare senza star più. - Or ben, - disse Bruno - come è ella fatta? Calandrin disse: - Egli ne son d'ogni fatta, ma tutte son quasi nere; per che a me pare che noi abbiamo a ricogliere tutte quelle che noi vederem nere, tanto che noi ci abbattiamo ad essa; e per ciò non perdiamo tempo, andiamo. A cui Brun disse: - Or t'aspetta; - e volto a Buffalmacco disse: - A me pare che Calandrino dica bene; ma non mi pare che questa sia ora da ciò, per ciò che il sole è alto e dà per lo Mugnone entro e ha tutte le pie-tre rasciutte, per che tali paion testé bianche delle pietre che vi sono, che la mattina, anzi che il sole l'abbia rasciutte, paion nere; e oltre a ciò molta gente per diverse cagioni è oggi, che è dì di lavorare, per lo Mu-gnone, li quali vedendoci si potrebbono indovinare quello che noi andassimo faccendo, e forse farlo essi altressì, e potrebbe venire alle mani a loro, e noi avremmo perduto il trotto per l'ambiadura. A me pare, se pare a voi, che questa sia opera da dover fare da mattina, che si conoscon meglio le nere dalle bianche, e in dì di festa, che non vi sarà persona che ci vegga. Buffalmacco lodò il consiglio di Bruno, e Calandrino vi s'accordò, e ordinarono che la domenica mattina vegnente tutti e tre fossero insieme a cercar di questa pietra; ma sopra ogn'altra cosa gli pregò Calandrino che essi non dovesser questa cosa con persona del mondo ragionare, per ciò che a lui era stata posta in credenza. E ragionato questo, disse loro ciò che udito avea della contrada di Bengodi, con saramenti affer-mando che così era. Partito Calandrino da loro, essi quello che intorno a questo avessero a fare ordinarono fra sé medesimi. Calandrino con disidero aspettò la domenica mattina; la qual venuta, in sul far del dì si levò, e chiamati i compagni, per la porta a San Gallo usciti e nel Mugnon discesi, cominciarono ad andare in giù, della pietra cercando. Calandrino andava, come più volenteroso, avanti, e prestamente or qua e or là saltando, dovunque alcuna pietra nera vedeva, si gittava, e quella ricogliendo si metteva in seno. I compagni andavano appresso, e quando una e quando un'altra ne ricoglievano; ma Calandrino non fu guari di via andato, che egli il seno se n'ebbe pieno; per che, alzandosi i gheroni della gonnella, che all'analda non era, e faccendo di quegli ampio greé, e similmente, dopo alquanto spazio, fatto del mantello grembo, quello di pietre empiè. Per che, veggendo Buffalmacco e Bruno che Calandrino era carico e l'ora del mangiare s'avvicinava, se-condo l'ordine da sé posto, disse Bruno a Buffalmacco: - Calandrino dove è? Buffalmacco, che ivi presso sel vedeva, volgendosi intorno e or qua e or là riguardando, rispose: - Io non so, ma egli era pur poco fa qui dinanzi da noi. Disse Bruno: - Ben che fa poco! a me par egli esser certo che egli è ora a casa a desinare, e noi ha lasciati nel farnetico d'andar cercando le pietre nere giù per lo Mugnone. - Deh come egli ha ben fatto, - disse allora Buffalmacco - d'averci beffati e lasciati qui, poscia che noi fummo sì sciocchi che noi gli credemmo. Sappi! chi sarebbe stato sì stolto che avesse creduto che in Mu-gnone si dovesse trovare una così virtuosa pietra, altri che noi? Calandrino, queste parole udendo, imaginò che quella pietra alle mani gli fosse venuta e che per la virtù d'essa coloro, ancor che lor fosse presente, nol vedessero. Lieto adunque oltre modo di tal ventura, senza dir loro alcuna cosa, pensò di tornarsi a casa; e volti i passi indietro, se ne cominciò a venire. Vedendo ciò, Buffalmacco disse a Bruno: - Noi che faremo? Ché non ce ne andiam noi? A cui Bruno rispose: - Andianne; ma io giuro a Dio che mai Calandrino non me ne farà più niuna; e se io gli fossi presso, come stato sono tutta mattina, io gli darei tale di questo ciotto nelle calcagna, che egli si ricorderebbe forse un mese di questa beffa - ; e il dir le parole e l'aprirsi e '1 dar del ciotto nel calcagna a Calandrino fu tutto uno. Calandrino, sentendo il duolo, levò alto il piè e cominciò a soffiare, ma pur si tacque e andò oltre. Buffalmacco, recatosi in mano uno de'ciottoli che raccolti avea, disse a Bruno: - Deh! vedi bel codolo, così giugnesse egli testé nelle reni a Calandrino! - e lasciato andare, gli diè con esso nelle reni una gran percossa. E in brieve in cotal guisa or con una parola, e or con una altra su per lo Mugnone infino alla porta a San Gallo il vennero lapidando. Quindi, in terra gittate le pietre che ricolte aveano, alquanto con le guardie de'gabellieri si ristettero; le quali, prima da loro informate, faccendo vista di non vedere, lasciarono andar Calandrino con le maggior risa del mondo. Il quale senza arrestarsi se ne venne a casa sua, la quale era vicina al Canto alla Macina; e in tanto fu la fortuna piacevole alla beffa, che, mentre Calandrino per lo fiume ne venne e poi per la città, niuna persona gli fece motto, come che pochi ne scontrasse, per ciò che quasi a desinare era ciascuno. Entrossene adunque Calandrino così carico in casa sua. Era per avventura la moglie di lui, la quale ebbe nome monna Tessa, bella e valente donna, in capo della scala; e alquanto turbata della sua lunga dimora, veggendol venire, cominciò proverbiando a dire: - Mai, frate, il diavol ti ci reca! ogni gente ha già desinato quando tu torni a desinare. Il che udendo Calandrino, e veggendo che veduto era, pieno di cruccio e di dolore cominciò a gridare: - Ohimè, malvagia femina, o eri tu costì? Tu m'hai diserto; ma in fè di Dio io te ne pagherò - ; e salito in una sua saletta e quivi scaricate le molte pietre che recate avea, niquitoso corse verso la moglie, e presala per le treccie la si gittò a'piedi, e quivi, quanto egli poté menar le braccia e'piedi, tanto le diè per tutta la persona pugna e calci, senza lasciarle in capo capello o osso addosso che macero non fosse, niuna cosa valendole il chieder mercé con le mani in croce. Buffalmacco e Bruno, poi che co'guardiani della porta ebbero alquanto riso, con lento passo cominciaro-no alquanto lontani a seguitar Calandrino, e giunti a piè dell'uscio di lui, sentirono la fiera battitura la quale alla moglie dava, e faccendo vista di giugnere pure allora, il chiamarono. Calandrino tutto sudato, rosso e affannato si fece alla finestra, e pregogli che suso a lui dovessero andare. Essi, mostrandosi alquanto turbati, andaron suso e videro la sala piena di pietre, e nell'un de'canti la donna scapigliata, stracciata, tutta livida e rotta nel viso dolorosamente piagnere, e d'altra parte Calandrino scinto e ansando a guisa d'uom lasso sedersi. Dove come alquanto ebbero riguardato, dissero: - Che è questo, Calandrino? Vuoi tu murare, che noi veggiamo qui tante pietre? - E oltre a questo soggiunsero: - E monna Tessa che ha? E'par che tu l'abbi bat-tuta; che novelle son queste? Calandrino, faticato dal peso delle pietre e dalla rabbia con la quale la donna aveva battuta, e dal dolore della ventura la quale perduta gli pareva avere, non poteva raccogliere lo spirito a formare intera la parola alla risposta. Per che soprastando, Buffalmacco ricominciò: - Calandrino, se tu aveva altra ira, tu non ci do-vevi perciò straziare come fatto hai; ché, poi sodotti ci avesti a cercar teco della pietra preziosa, senza dirci a Dio né a diavolo, a guisa di due becconi nel Mugnon ci lasciasti, e venistitene, il che noi abbiamo forte per male; ma per certo questa fia la sezzaia che tu ci farai mai. A queste parole Calandrino sforzandosi rispose: - Compagni, non vi turbate, l'opera sta altramenti che voi non pensate. Io, sventurato! avea quella pietra trovata; e volete udire se io dico il vero? Quando voi primieramente di me domandaste l'un l'altro, io v'era presso a men di diece braccia; e veggendo che voi ve ne venavate e non mi vedavate, v'entrai innanzi, e continuamente poco innanzi a voi me ne son venuto. E, cominciandosi dall'un de'capi, infino la fine raccontò loro ciò che essi fatto e detto aveano, e mostrò loro il dosso e le calcagna come i ciotti conci gliel'avessero, e poi seguitò: - E dicovi che, entrando alla porta con tutte queste pietre in seno che voi vedete qui, niuna cosa mi fu detta, ché sapete quanto esser sogliano spiacevoli e noiosi que'guardiani a volere ogni cosa vedere; e oltre a questo ho trovati per la via più miei compari e amici, li quali sempre mi soglion far motto e invitarmi a bere, né alcun fu che parola mi dicesse né mezza, sì come quegli che non mi vedeano. Alla fine, giunto qui a casa, questo diavolo di questa femina maladetta mi si parò dinanzi ed ebbemi veduto, per ciò che, come voi sapete, le femine fanno perder la virtù ad ogni cosa: di che io, che mi poteva dire il più avventurato uom di Firenze, sono rimaso il più sventurato; e per questo l'ho tanto battuta quant'io ho potuto menar le mani, e non so a quello che io mi tengo che io non le sego le veni; che maladetta sia l'ora che io prima la vidi e quand'ella mi venne in questa casa! E raccesosi nell'ira, si voleva levar. per tornare a batterla da capo. Buffalmacco e Bruno, queste cose udendo, facevan vista di maravigliarsi forte e spesso affermavano quello che Calandrino diceva, e avevano sì gran voglia di ridere che quasi scoppiavano; ma, vedendolo fu-rioso levare per battere un'altra volta la moglie, levatiglisi allo 'ncontro il ritennero, dicendo di queste cose niuna colpa aver la donna, ma egli che sapeva che le femine facevano perdere la virtù alle cose e non le aveva detto che ella si guardasse d'apparirgli innanzi quel giorno: il quale avvedimento Iddio gli aveva tolto o per ciò che la ventura non doveva esser sua, o perch'egli aveva in animo d'ingannare i suoi compagni, a'quali, come s'avvedeva d'averla trovata, il doveva palesare. E dopo molte parole, non senza gran fatica, la dolente donna riconciliata con essolui, e lasciandol malin-conoso colla casa piena di pietre, si partirono. Novella quinta Tre giovani traggono le brache ad un giudice marchigiano in Firenze, mentre che egli, essendo al banco, teneva ragione. Fatto aveva Emilia fine al suo ragionamento, essendo stata la vedova donna commendata da tutti, quando la reina, a Filostrato guardando, disse: - A te viene ora il dover dire -. Per la qual cosa egli presta-mente rispose sè essere apparecchiato, e cominciò: Dilettose donne, il giovane che Elissa poco avanti nominò, cioè Maso del Saggio, mi farà lasciare stare una novella la quale io di dire intendeva, per dirne una di lui e d'alcuni suoi compagni, la quale ancora che disonesta non sia, per ciò che vocaboli in essa s'usano che voi d'usar vi vergognate, nondimeno è ella tanto da ridere, che io la pur dirò. Come voi tutte potete avere udito, nella nostra città vengono molto spesso rettori marchigiani, li quali generalmente sono uomini di povero cuore e di vita tanto strema e tanto misera, che altro non pare ogni lor fatto che una pidocchieria; e per questa loro innata miseria e avarizia, menan seco e giudici e notai, che paion uomini levati più tosto dallo aratro o tratti dalla calzoleria, che delle scuole delle leggi. Ora, essendo-vene venuto uno per podestà, tra gli altri molti giudici che seco menò, ne menò uno il quale si facea chia-mare messer Niccola da San Lepidio, il qual pareva più tosto un magnano che altro a vedere, e fu posto co-stui tra gli altri giudici ad udire le quistion criminali. E come spesso avviene che, bene che i cittadini non ab-biano a fare cosa del mondo a Palagio, pur talvolta vi vanno, avvenne che Maso del Saggio una mattina, cercando d'un suo amico, v'andò; e venutogli guardato là dove questo messer Niccola sedeva, parendogli che fosse un nuovo uccellone, tutto il venne considerando. E, come che egli gli vedesse il vaio tutto affumicato in capo e un pennaiuolo a cintola, e più lunga la gonnella che la guarnacca, e assai altre cose tutte strane da ordinato e costumato uomo, tra queste una, ch'è più notabile che alcuna dell'altre, al parer suo, ne gli vide, e ciò fu un paio di brache, le quali, sedendo egli e i panni per istrettezza standogli aperti dinanzi, vide che il fondo loro in fino a mezza gamba gli aggiugnea. Per che, senza star troppo a guardarle, lasciato quello che andava cercando, incominciò a far cerca nuo-va, e trovò due suoi compagni, de'quali l'uno aveva nome Ribi e l'altro Matteuzzo, uomini ciascun di loro non meno sollazzevoli che Maso, e disse loro: - Se vi cal di me, venite meco infino a Palagio, ché io vi voglio mostrare il più nuovo squasimodeo che voi vedeste mai. E con loro andatosene in Palagio, mostrò loro questo giudice e le brache sue. Costoro dalla lungi comin-ciarono a ridere di questo fatto, e fattisi più vicini alle panche sopra le quali messer lo giudice stava, vider che sotto quelle panche molto leggiermente si poteva andare, e oltre a ciò videro rotta l'asse sopra la quale messer lo giudicio teneva i piedi, tanto che a grand'agio vi si poteva mettere la mano e '1 braccio. E allora Maso disse a'compagni: - Io voglio che noi gli traiamo quelle brache del tutto, per ciò che si può troppo bene. Aveva già ciascun de'compagni veduto come: per che, fra sè ordinato che dovessero fare e dire, la se-guente mattina vi ritornarono; ed essendo la corte molto piena d'uomini, Matteuzzo, che persona non se ne avvide, entrò sotto il banco e andossene appunto sotto il luogo dove il giudice teneva i piedi. Maso dall'un de'lati accostatosi a messer lo giudice, il prese per lo lembo della guarnacca, e Ribi accostatosi dall'altro e fatto il simigliante, incominciò Maso a dire: - Messer, o messere; io vi priego per Dio, che, innanzi che cotesto ladroncello, che v'è costì dallato, vada altrove, che voi mi facciate rendere un mio paio d'uose le quali egli m'ha imbolate, e dice pur di no, e io il vidi, non è ancora un mese, che le faceva risolare. Ribi dall'altra parte gridava forte: - Messere, non gli credete, ché egli è un ghiottoncello, e perché egli sa che io son venuto a richiamarmi di lui d'una valigia la quale egli m'ha imbolata, ed egli è testè venuto e dice dell'uose, che io m'aveva in casa infin vie l'altrieri, e se voi non mi credeste, io vi posso dare per testimonia la trecca mia dallato, e la Grassa ventraiuola, e un che va raccogliendo la spazzatura da Santa Maria a Ver-zaia, che '1 vide quando egli tornava di villa. Maso d'altra parte non lasciava dire a Ribi, anzi gridava, e Ribi gridava ancora. E mentre che il giudice stava ritto e loro più vicino per intendergli meglio, Matteuzzo, preso tempo, mise la mano per lo rotto dell'asse, e pigliò il fondo delle brache del giudice, e tirò giù forte. Le brache ne venner giuso incontanente, per ciò che il giudice era magro e sgroppato. Il quale, questo fatto sentendo e non sappiendo che ciò si fosse, volendosi tirare i panni dinanzi e ricoprirsi e porsi a sedere, Maso dall'un lato e Ribi dall'altro pur tenendolo e gridando forte: - Messer, voi fate villania a non farmi ragione, e non volermi udire, e volervene andare altrove; di così piccola cosa, come questa è, non si dà libello in questa terra - ; e tanto in queste parole il tennero per li panni, che quanti nella corte n'erano s'accorsero essergli state tratte le brache. Ma Matteuzzo, poi che alquanto tenute l'ebbe, lasciatele, se n'uscì fuori e andossene senza esser veduto. Ribi, parendogli di aver assai fatto, disse: - Io fo boto a Dio d'aiutarmene al sindacato. E Maso dall'altra parte, lasciatagli la guarnacca disse: - No, io ci pur verrò tante volte, che io vi troverrò così impacciato come voi siete paruto stamane - ; e l'uno in qua e l'altro in là, come più tosto poterono, si partirono. Messer lo giudice, tirate in su le brache in presenza d'ogni uomo, come se da dormir si levasse accorgendosi pure allora del fatto, domandò dove fossero andati quegli che dell'uose e della valigia avevan quistione; ma, non ritrovandosi, cominciò a giurare per le budella di Dio che e'gli conveniva cognoscere e saper se egli s'usava a Firenze di trarre le brache a'giudici, quando sedevano al banco della ragione. Il podestà d'altra parte, sentitolo, fece un grande schiamazzio; poi per suoi amici mostratogli che questo non gli era fatto se non per mostrargli che i fiorentini conoscevano che, dove egli doveva aver menati giudici, egli aveva menati becconi per averne miglior mercato, per lo miglior si tacque, né più avanti andò la cosa per quella volta. Novella sesta Bruno e Buffalmacco imbolano un porco a Calandrino; fannogli fare la sperienzia da ritrovarlo con galle di gengiovo e con vernaccia, e a lui ne danno due, l'una dopo l'altra, di quelle del cane confettate in aloè, e pare che l'abbia avuto egli stesso; fannolo ricomperare, se egli non vuole che alla moglie il dicano. Non ebbe prima la novella di Filostrato fine, della quale molto si rise, che la reina a Filomena impose che seguitando dicesse; la quale incominciò: Graziose donne, come Filostrato fu dal nome di Maso tirato a dover dire la novella la quale da lui udita avete, così né più né men son tirata io da quello di Calandrino e de'compagni suoi a dirne un'altra di loro, la qual, sì come io credo, vi piacerà. Chi Calandrino, Bruno e Buffalmacco fossero non bisogna che io vi mostri, ché assai l'avete di sopra udi-to; e per ciò, più avanti faccendomi, dico che Calandrino aveva un suo poderetto non guari lontano da Fi-renze, che in dote aveva avuto della moglie, del quale tra l'altre cose che su vi ricoglieva, n'aveva ogn'anno un porco, ed era sua usanza sempre colà di dicembre d'andarsene la moglie ed egli in villa, e ucciderlo e quivi farlo salare. Ora avvenne una volta tra l'altre che, non essendo la moglie ben sana, Calandrino andò egli solo ad ucci-dere il porco; la qual cosa sentendo Bruno e Buffalmacco, e sappiendo che la moglie di lui non v'andava, se n'andarono ad un prete loro grandissimo amico, vicino di Calandrino, a starsi con lui alcun dì. Aveva Calan-drino, la mattina che costor giunsero il dì, ucciso il porco, e vedendogli col prete, gli chiamò e disse: - Voi siate i ben venuti. Io voglio che voi veggiate che massaio io sono; e menatigli in casa, mostrò loro questo porco. Videro costoro il porco esser bellissimo, e da Calandrino intesero che per la famiglia sua il voleva salare. A cui Brun disse: - Deh! come tu se'grosso! Vendilo, e godianci i denari; e a mogliata dì che ti sia stato imbolato. Calandrino disse: - No, ella nol crederrebbe, e caccerebbemi fuor di casa; non v'impacciate, ché io nol farei mai. Le parole furono assai, ma niente montarono. Calandrino gl'invitò a cena cotale alla trista, sì che costoro non vi vollon cenare, e partirsi da lui. Disse Bruno a Buffalmacco: - Vogliangli noi imbolare stanotte quel porco? Disse Buffalmacco: - O come potremmo noi? Disse Bruno: - Il come ho io ben veduto, se egli nol muta di là ove egli era testé. - Adunque,- disse Buffalmacco - faccianlo; perché nol faremo noi? E poscia cel goderemo qui insieme col domine. Il prete disse che gli era molto caro. Disse allora Bruno: - Qui si vuole usare un poco d'arte: tu sai, Buf-falmacco, come Calandrino è avaro e come egli bee volentieri quando altri paga; andiamo e meniallo alla taverna, e quivi il prete faccia vista di pagare tutto per onorarci e non lasci pagare a lui nulla; egli si ciurme-rà, e verracci troppo ben fatto poi, per ciò che egli è solo in casa. Come Brun disse, così fecero. Calandrino, veggendo che il prete nol lasciava pagare, si diede in sul bere, e benché non ne gli bisognasse troppo, pur si caricò bene; ed essendo già buona ora di notte quando dalla taverna si partì, senza volere altramenti cenare, se n'entrò in casa, e credendosi aver serrato l'uscio, il lasciò aperto e andossi al letto. Buffalmacco e Bruno se n'andarono a cenare col prete, e, come cenato ebbero, presi loro argomenti per entrare in casa Calandrino là onde Bruno aveva divisato, là chetamente n'andarono; ma, trovando aperto l'uscio, entrarono dentro, e ispiccato il porco, via a casa del prete nel portarono, e ripostolo, se n'andarono a dormire. Calandrino, essendogli il vino uscito del capo, si levò la mattina, e, come scese giù, guardò e non vide il porco suo, e vide l'uscio aperto; per che, domandato questo e quell'altro se sapessero chi il porco s'avesse avuto, e non trovandolo, incominciò a fare il romore grande: ohisé, dolente sé, che il porco gli era stato imbolato. Bruno e Buffalmacco levatisi, se n'andarono verso Calandrino, per udir ciò che egli del porco dicesse. Il qual, come gli vide, quasi piagnendo chiamatigli, disse: - Ohimè, compagni miei, che il porco mio m'è stato imbolato. Bruno, accostatoglisi, pianamente gli disse: - Maraviglia, che se'stato savio una volta. - Ohimè,- disse Calandrino - ché io dico da dovero. - Così di',- diceva Bruno - grida forte sì, che paia bene che sia stato così. Calandrino gridava allora più forte e diceva: - Al corpo di Dio, che io dico da dovero che egli m'è stato imbolato. E Bruno diceva: - Ben dì, ben dì: e' si vuol ben dir così, grida forte fatti ben sentire, sì che egli paia vero. Disse Calandrino: - Tu mi faresti dar l'anima al nimico. Io dico che tu non mi credi, se io non sia impiccato per la gola, che egli m'è stato imbolato. Disse allora Bruno: - Deh! come dee potere esser questo? Io il vidi pure ieri costì. Credimi tu far credere che egli sia volato? Disse Calandrino: - Egli è come io ti dico. - Deh! - disse Bruno - può egli essere? - Per certo,- disse Calandrino - egli è così, di che io son diserto e non so come io mi torni a casa: moglie-ma nol mi crederà, e se ella il mi pur crede, io non avrò uguanno pace con lei. Disse allora Bruno: - Se Dio mi salvi, questo è mal fatto, se vero è; ma tu sai, Calandrino, che ieri io t'insegnai dir così: io non vorrei che tu ad un'ora ti facessi beffe di moglieta e di noi. Calandrino incominciò a gridare e a dire: - Deh perché mi farete disperare e bestemmiare Iddio e'santi e ciò che v'è? Io vi dico che il porco m'è stato sta notte imbolato. Disse allora Buffalmacco: - Se egli è pur così, vuolsi veder via, se noi sappiamo, di riaverlo. - E che via - disse Calandrino - potrem noi trovare? Disse allora Buffalmacco: - Per certo egli non c'è venuto d'India niuno a torti il porco; alcuno di questi tuoi vicini dee essere stato; e per ciò, se tu gli potessi ragunare, io so fare la esperienza del pane e del formaggio e vederemmo di botto chi l'ha avuto. - Sì,- disse Bruno ben farai con pane e con formaggio a certi gentilotti che ci ha dattorno, ché son certo che alcun di loro l'ha avuto, e avvederebbesi del fatto, e non ci vorrebber venire. - Come è dunque da fare? - disse Buffalmacco. Rispose Bruno: - Vorrebbesi fare con belle galle di gengiovo e con bella vernaccia, e invitargli a bere. Essi non sel penserebbono e verrebbono; e così si possono benedire le galle del gengiovo, come il pane e 'l cacio. Disse Buffalmacco: - Per certo tu di' il vero; e tu, Calandrino, che di'? Vogliallo fare? Disse Calandrino: - Anzi ve ne priego io per l'amor di Dio; ché, se io sapessi pur chi l'ha avuto, sì mi par-rebbe esser mezzo consolato. - Or via, - disse Bruno - io sono acconcio d'andare infino a Firenze per quelle cose in tuo servigio, se tu mi dai i denari. Aveva Calandrino forse quaranta soldi, li quali egli gli diede. Bruno, andatosene a Firenze ad un suo ami-co speziale, comperò una libbra di belle galle di gengiovo, e fecene far due di quelle del cane, le quali egli fece confettare in uno aloè patico fresco; poscia fece dar loro le coverte del zucchero, come avevan l'altre, e per non ismarrirle o scambiarle, fece lor fare un certo segnaluzzo per lo quale egli molto bene le conoscea, e comperato un fiasco d'una buona vernaccia, se ne tornò in villa a Calandrino e dissegli: - Farai che tu inviti domattina a ber con teco tutti coloro di cui tu hai sospetto; egli è festa, ciascun verrà volentieri, e io farò stanotte insieme con Buffalmacco la 'ncantagione sopra le galle, e recherolleti domattina a casa, e per tuo amore io stesso le darò, e farò e dirò ciò che fia da dire e da fare. Calandrino così fece. Ragunata adunque una buona brigata tra di giovani fiorentini, che per la villa erano, e di lavoratori, la mattina vegnente, dinanzi alla chiesa intorno all'olmo, Bruno e Buffalmacco vennono con una scatola di galle e col fiasco del vino, e fatti stare costoro in cerchio, disse Bruno: - Signori, e'mi vi convien dir la cagione per che voi siete qui, acciò che, se altro avvenisse che non vi piacesse, voi non v'abbiate a ramaricar di me. A Calandrino, che qui è, fu ier notte tolto un suo bel porco, né sa trovare chi avuto se l'abbia; e per ciò che altri che alcun di noi che qui siamo non gliele dee potere aver tolto, esso, per ritrovar chi avuto l'ha, vi dà a mangiar queste galle una per uno, e bere. E infino da ora sappiate che chi avuto avrà il porco, non potrà mandar giù la galla, anzi gli parrà più amara che veleno, e sputeralla; e per ciò, anzi che questa vergogna gli sia fatta in presenza di tanti, è forse il meglio che quel cotale che avuto l'avesse, in penitenzia il dica al sere, e io mi rimarrò di questo fatto. Ciascun che v'era disse che ne voleva volentier mangiare; per che Bruno, ordinatigli e messo Calandrino tra loro, cominciatosi all'un de'capi, cominciò a dare a ciascun la sua, e, come fu per mei Calandrino, presa una delle canine, gliele pose in mano. Calandrino prestamente la si gittò in bocca e cominciò a masticare; ma sì tosto come la lingua sentì l'aloè, così Calandrino, non potendo l'amaritudine sostenere, la sputò fuori. Quivi ciascun guatava nel viso l'uno all'altro, perveder chi la sua sputasse; e non avendo Bruno ancora compiuto di darle, non faccendo sembianti d'intendere a ciò, s'udì dir dietro: - Eja, Calandrino, che vuol dir questo? - per che prestamente rivolto, e veduto che Calandrino la sua aveva sputata, disse: - Aspettati, forse che alcuna altra cosa gliele fece sputare: tenne un'altra -; e presa la seconda, gliele mise in bocca, e fornì di dare l'altre che a dare aveva. Calandrino, se la prima gli era paruta amara, questa gli parve amarissima; ma pur vergognandosi di spu-tarla, alquanto masticandola la tenne in bocca, e tenendola cominciò a gittar le lagrime che parevan noc-ciuole, sì eran grosse; e ultimamente, non potendo più, la gittò fuori come la prima aveva fatto. Buffalmacco faceva dar bere alla brigata, e Bruno; li quali, insieme con gli altri questo vedendo, tutti dissero che per certo Calandrino se l'aveva imbolato egli stesso; e furonvene di quegli che aspramente il ripresono. Ma pur, poi che partiti si furono, rimasi Bruno e Buffalmacco con Calandrino, gl'incominciò Buffalmacco a dire: - Io l'aveva per lo certo tuttavia che tu te l'avevi avuto tu, e a noi volevi mostrare che ti fosse stato imbolato, per non darci una volta bere de' denari che tu n'avesti. Calandrino, il quale ancora non aveva sputata l'amaritudine dello aloè, incominciò a giurare che egli avu-to non l'avea. Disse Buffalmacco: - Ma che n'avesti, sozio, alla buona fè? Avestine sei? Calandrino, udendo questo, s'incominciò a disperare. A cui Brun disse: - Intendi sanamente, Calandrino, che egli fu tale nella brigata che con noi mangiò e bevve, che mi disse che tu avevi quinci su una giovinetta che tu tenevi a tua posta, e davile ciò che tu potevi rimedire, e che egli aveva per certo che tu l'avevi man-dato questo porco. Tu sì hai apparato ad esser beffardo! Tu ci menasti una volta giù per lo Mugnone rico-gliendo pietre nere, e quando tu ci avesti messo in galea senza biscotto, e tu te ne venisti; e poscia ci volevi far credere che tu l'avessi trovata; e ora similmente ti credi co'tuoi giuramenti far credere altressì che il porco, che tu hai donato o ver venduto, ti sia stato imbolato. Noi sì siamo usi delle tue beffe e conoscialle; tu non ce ne potresti far più; e per ciò, a dirti il vero, noi ci abbiamo durata fatica in far l'arte, per che noi intendiamo che tu ci doni due paia di capponi, se non che noi diremo a monna Tessa ogni cosa. Calandrino, vedendo che creduto non gli era, parendogli avere assai dolore, non volendo anche il riscal-damento della moglie, diede a costoro due paia di capponi. Li quali, avendo essi salato il porco, portatisene a Firenze, lasciaron Calandrino col danno e con le beffe. Novella ottava Due usano insieme; l'uno con la moglie dell'altro si giace; l'altro, avvedutosene, fa con la sua moglie che l'uno è serrato in una cassa, sopra la quale, standovi l'un dentro, l'altro con la moglie dell'un si giace. Gravi e noiosi erano stati i casi d'Elena ad ascoltare alle donne; ma per ciò che in parte giustamente av-venutigli gli estimavano, con più moderata compassion gli avean trapassati, quantunque rigido e costante fieramente, anzi crudele, riputassero lo scolare. Ma essendo Pampinea venutane alla fine, la reina alla Fiammetta impose che seguitasse, la quale, d'ubidire disiderosa, disse: Piacevoli donne, per ciò che mi pare che alquanto trafitto v'abbia la severità dello offeso scolare, estimo che convenevole sia con alcuna cosa più dilettevole rammorbidire gl'innacerbiti spiriti; e per ciò intendo di dirvi una novelletta d'un giovane, il quale con più mansueto animo una ingiuria ricevette, e quella con più moderata operazion vendicò. Per la quale potrete comprendere che assai dee bastare a ciascuno, se quale asino dà in parete tal riceve, senza volere, soprabondando oltre la convenevoleza della vendetta, ingiuriare, dove l'uomo si mette alla ricevuta ingiuria vendicare. Dovete adunque sapere che in Siena, sì come io intesi già, furon due giovani assai agiati e di buone famiglie popolane, de' quali l'uno ebbe nome Spinelloccio Tavena e l'altro ebbe nome Zeppa di Mino, e amenduni eran vicini a casa in Cammollia. Questi due giovani sempre usavano insieme, e per quello che mostrassono, così s'amavano, o più, come se stati fosser fratelli, e ciascun di loro avea per moglie una donna assai bella. Ora avvenne che Spinelloccio, usando molto in casa del Zeppa, ed essendovi il Zeppa e non essendovi, per sì fatta maniera con la moglie del Zeppa si dimesticò, che egli incominciò a giacersi con essolei; e in questo continuarono una buona pezza avanti che persona se n'avvedesse. Pure al lungo andare, essendo un giorno il Zeppa in casa e non sappiendolo la donna, Spinelloccio venne a chiamarlo. La donna disse che egli non era in casa; di che Spinelloccio prestamente andato su e trovata la donna nella sala, e veggendo che altri non v'era, abbracciatala la cominciò a baciare, ed ella lui. Il Zeppa, che questo vide, non fece motto, ma nascoso si stette a veder quello a che il giuoco dovesse riuscire; e brievemente egli vide la sua moglie e Spinelloccio così abbracciati andarsene in camera e in quella serrarsi, di che egli si turbò forte. Ma conoscendo che per far romore né per altro la sua ingiuria non diveniva minore, anzi ne cresceva la vergogna, si diede a pensar che vendetta di questa cosa dovesse fare, che, senza sapersi dattorno, l'animo suo rimanesse contento; e dopo lungo pensiero, parendogli aver trovato il modo, tanto stette nascoso quanto Spinelloccio stette con la donna. Il quale come andato se ne fu, così egli nella camera se n'entrò, dove trovò la donna che ancora non s'e-ra compiuta di racconciare i veli in capo, li quali scherzando Spinelloccio fatti l'aveva cadere, e disse: - Don-na, che fai tu? A cui la donna rispose: - Nol vedi tu? Disse il Zeppa: - Sì bene, sì, ho io veduto anche altro che io non vorrei - ; e con lei delle cose state entrò in parole, ed essa con grandissima paura dopo molte novelle quello avendogli confessato che acconciamente della sua dimestichezza con Ispinelloccio negar non potea, piagnendo gl'incominciò a chieder perdono. Alla quale il Zeppa disse: - Vedi, donna, tu hai fatto male, il quale se tu vuogli che io ti perdoni, pensa di fare compiutamente quello che io t'imporrò, il che è questo. Io voglio che tu dichi a Spinelloccio che domattina in su l'ora della terza egli truovi qualche cagione di partirsi da me e venirsene qui a te; e quando egli ci sarà, io tornerò, e come tu mi senti, cosi il fa entrare in questa cassa e serracel dentro; poi, quando questo fatto avrai, e io ti dirò il rimanente che a fare avrai; e di far questo non aver dottanza niuna, ché io ti prometto che io non gli farò male alcuno. La donna, per sodisfargli, disse di farlo, e così fece. Venuto il dì seguente, essendo il Zeppa e Spinelloccio insieme in su la terza, Spinelloccio, che promesso aveva alla donna d'andare a lei a quella ora, disse al Zeppa: - Io debbo stamane desinare con alcuno amico, al quale io non mi voglio fare aspettare, e per ciò fatti con Dio. Disse il Zeppa: - Egli non è ora di desinare di questa pezza. Spinelloccio disse: - Non fa forza; io ho altressì a parlar seco d'un mio fatto, sì che egli mi vi convien pure essere a buona ora. Partitosi adunque Spinelloccio dal Zeppa, data una sua volta, fu in casa con la moglie di lui; ed essendo-sene entrati in camera, non stette guari che il Zeppa tornò; il quale come la donna sentì, mostratasi paurosa molto, lui fece ricoverare in quella cassa che il marito detto l'avea e serrollovi entro, e uscì della camera. Il Zeppa, giunto suso, disse: - Donna, è egli otta di desinare? La donna rispose: - Sì, oggimai. Disse allora il Zeppa: - Spinelloccio è andato a desinare stamane con un suo amico e ha la donna sua la-sciata sola; fatti alla finestra e chiamala, e dì che venga a desinar con essonoi. La donna, di sé stessa temendo e per ciò molto ubbidiente divenuta, fece quello che il marito le 'mpose. La moglie di Spinelloccio, pregata molto dalla moglie del Zeppa, vi venne, udendo che il marito non vi doveva desinare. E quando ella venuta fu, il Zeppa, faccendole le carezze grandi e presala dimesticamente per mano, co-mandò pianamente alla moglie che in cucina n'andasse, e quella seco ne menò in camera, nella quale come fu, voltatosi addietro, serrò la camera dentro. Quando la donna vide serrar la camera dentro, disse: - Ohimè, Zeppa, che vuol dire questo? Dunque mi ci avete voi fatta venir per questo? Ora, è questo l'amor che voi portate a Spinelloccio e la leale compagnia che voi gli fate? Alla quale il Zeppa, accostatosi alla cassa dove serrato era il marito di lei e tenendola bene, disse: - Don-na, imprima che tu ti ramarichi, ascolta ciò che io ti vo' dire: io ho amato e amo Spinelloccio come fratello, e ieri, come che egli nol sappia, io trovai che la fidanza la quale io ho di lui avuta era pervenuta a questo, che egli con la mia donna così si giace come con teco; ora, per ciò che io l'amo, non intendo di voler di lui piglia-re altra vendetta, se non quale è stata l'offesa: egli ha la mia donna avuta, e io intendo d'aver te. Dove tu non vogli, per certo egli converrà che io il ci colga, e per ciò che io non intendo di lasciare questa ingiuria impunita, io gli farò giuoco che né tu né egli sarete mai lieti. La donna, udendo questo e dopo molte riconfermazioni fattelene dal Zeppa, credendol, disse: - Zeppa mio, poi che sopra me dee cadere questa vendetta, e io son contenta, sì veramente che tu mi facci, di questo che far dobbiamo, rimanere in pace con la tua donna, come io, non ostante quello che ella m'ha fatto, intendo di rimaner con lei. A cui il Zeppa rispose: - Sicuramente io il farò; e oltre a questo ti donerò un così caro e bello gioiello, co-me niun altro che tu n'abbi;- e così detto, abbracciatala e cominciatala a baciare, la distese sopra la cassa, nella quale era il marito di lei serrato e quivi su, quanto gli piacque, con lei si sollazzò, ed ella con lui. Spinelloccio, che nella cassa era e udite aveva tutte le parole dal Zeppa dette e la risposta della sua mo-glie, e poi aveva sentita la danza trivigiana che sopra il capo fatta gli era, una grandissima pezza sentì tal dolore che parea che morisse; e se non fosse che egli temeva del Zeppa, egli avrebbe detta alla moglie una gran villania così rinchiuso come era. Poi, pur ripensandosi che da lui era la villania incominciata e che il Zeppa aveva ragione di far ciò che egli faceva, e che verso di lui umanamente e come compagno s'era por-tato, seco stesso disse di volere esser più che mai amico del Zeppa, quando volesse. Il Zeppa, stato con la donna quanto gli piacque, scese della cassa, e domandando la donna il gioiello promesso, aperta la camera fece venir la moglie, la quale niun'altra cosa disse, se non: - Madonna, voi m'avete renduto pan per focaccia -; e questo disse ridendo. Alla quale il Zeppa disse: - Apri questa cassa -; ed ella il fece; nella quale il Zeppa mostrò alla donna il suo Spinelloccio. E lungo sarebbe a dire qual più di lor due si vergognò, o Spinelloccio vedendo il Zeppa e sappiendo che egli sapeva ciò che fatto aveva, o la donna vedendo il suo marito e conoscendo che egli aveva e udito e sentito ciò che ella sopra il capo fatto gli aveva. Alla quale il Zeppa disse: - Ecco il gioiello il quale io ti dono. Spinelloccio, uscito della cassa, senza far troppe novelle, disse: - Zeppa, noi siam pari pari; e per ciò è buono, come tu dicevi dianzi alla mia donna, che noi siamo amici come solavamo; e non essendo tra noi due niun'altra cosa che le mogli divisa, che noi quelle ancora comunichiamo. Il Zeppa fu contento; e nella miglior pace del mondo tutti e quattro desinarono insieme. E da indi innanzi ciascuna di quelle donne ebbe due mariti, e ciascun di loro ebbe due mogli, senza alcuna quistione o zuffa mai per quello insieme averne. Novella nona Maestro Simone medico, da Bruno e da Buffalmacco, per esser fatto d'una brigata che va in corso, fatto andar di notte in alcun luogo, è da Buffalmacco gittato in una fossa di bruttura e lasciatovi. Poi che le donne alquanto ebber cianciato dello accomunar le mogli fatto da'due sanesi, la reina, alla qual sola restava a dire, per non fare ingiuria a Dioneo, incominciò: Assai bene, amorose donne, si guadagnò Spinelloccio la beffa che fatta gli fu dal Zeppa; per la qual cosa non mi pare che agramente sia da riprendere, come Pampinea volle poco innanzi mostrare, chi fa beffa alcuna a colui che la va cercando o che la si guadagna. Spinelloccio la si guadagnò; e io intendo di dirvi d'uno che se l'andò cercando; estimando che quegli che gliele fecero, non da biasimare ma da com mendar sieno. E fu colui a cui fu fatta un medico, che a Firenze da Bologna, essendo una pecora, tornò tutto coperto di pelli di vai. Sì come noi veggiamo tutto il dì i nostri cittadini da Bologna ci tornano qual giudice e qual medico e qual notaio, co' panni lunghi e larghi, e con gli scarlatti e co'vai, e con altre assai apparenze grandissime, alle quali come gli effetti succedano anche veggiamo tutto giorno. Tra' quali un maestro Simone da Villa, più ricco di ben paterni che di scienza, non ha gran tempo, vestito di scarlatto e con un gran batalo, dottor di medicine, secondo che egli medesimo diceva, ci ritornò, e prese casa nella via la quale noi oggi chiamiamo la Via del Cocomero. Questo maestro Simone novellamente tornato, sì come è detto, tra gli altri suoi co-stumi notabili aveva in costume di domandare chi con lui era chi fosse qualunque uomo veduto avesse per via passare; e quasi degli atti degli uomini dovesse le medicine che dar doveva a'suoi infermi comporre, a tutti poneva mente e raccoglievali. E intra gli altri, alli quali con più efficacia gli vennero gli occhi addosso posti, furono due dipintori dei quali s'è oggi qui due volte ragionato, Bruno e Buffalmacco, la compagnia de' quali era continua, ed eran suoi vicini. E parendogli che costoro meno che alcuni altri del mondo curassero e più lieti vivessero, sì come essi facevano, più persone domandò di lor condizione; e udendo da tutti costoro essere poveri uomini e dipintori, gli entrò nel capo non dover potere essere che essi dovessero così lietamente vivere della lor povertà, ma s'avvisò, per ciò che udito avea, che astuti uomini erano, che d'alcuna altra parte non saputa da gli uomini dovesser trarre profitti grandissimi; e per ciò gli venne in disidero di volersi, se esso potesse con amenduni, o con l'uno almeno, dimesticare; e vennegli fatto di prendere dimestichezza con Bruno. E Bruno, conoscendo, in poche di volte che con lui stato era, questo medico essere uno animale, cominciò di lui ad avere il più bel tempo del mondo con sue nuove novelle, e il medico similmente cominciò di lui a prendere maraviglioso piacere. E avendolo alcuna volta seco invitato a desinare e per questo credendosi dimesticamente con lui poter ragionare, gli disse la maraviglia che egli si faceva di lui e di Buffalmacco, che, essendo poveri uomini, così lietamente viveano; e pregollo che gli 'nsegnasse come facevano. Bruno, udendo il medico, e parendogli la domanda dell'altre sue sciocche e dissipite, cominciò a ridere, e pensò di rispondergli secondo che alla sua pecoraggine si convenia, e disse: - Maestro, io nol direi a molte persone come noi facciamo, ma di dirlo a voi, perché siete amico e so che ad altrui nol direte, non mi guarderò. Egli è il vero che il mio compagno e io viviamo così lietamente e così bene come vi pare e più; né di nostra arte né d'altro frutto, che noi d'alcune possessioni traiamo, avremmo da poter pagar pur l'acqua che noi logoriamo; né voglio per ciò che voi crediate che noi andiamo ad imbolare, ma noi andiamo in corso, e di questo ogni cosa che a noi è di diletto o di bisogno, senza alcun danno d'altrui, tutto traiamo, e da questo viene il nostro viver lieto che voi vedete. Il medico udendo questo e, senza saper che si fosse, credendolo, si maravigliò molto; e subitamente entrò in disidero caldissimo di sapere che cosa fosse l'andare in corso; e con grande instanzia il pregò che gliel dicesse, affermandogli che per certo mai a niuna persona il direbbe. - Ohmè! - disse Bruno - maestro, che mi domandate voi? Egli è troppo gran segreto quello che voi volete sapere, ed è cosa da disfarmi e da cacciarmi del mondo; anzi da farmi mettere in bocca del Lucifero da San Gallo, se altri il risapesse; ma sì è grande l'amor che io porto alla vostra qualitativa mellonaggine da Legnaia, e la fidanza la quale ho in voi, che io non posso negarvi cosa che voi vogliate; e per ciò io il vi dirò con questo patto, che voi per la croce a Montesone mi giurerete che mai, come promesso avete, a niuno il direte. Il maestro affermò che non farebbe. - Dovete adunque, - disse Bruno - maestro mio dolciato, sapere che egli non è ancora guari che in questa città fu un gran maestro in nigromantia, il quale ebbe nome Michele Scotto, per ciò che di Scozia era, e da molti gentili uomini, de'quali pochi oggi son vivi, ricevette grandissimo onore; e volendosi di qui partire, ad istanzia de'prieghi loro ci lasciò due suoi soffficienti discepoli, a' quali impose che ad ogni piacere di questi cotali gentili uomini, che onorato l'aveano, fossero sempre presti. Costoro adunque servivano i predetti gentili uomini di certi loro innamoramenti e d'altre cosette liberamente; poi, piacendo lor la città e i costumi degli uomini, ci si disposero a voler sempre stare, e preserci di grandi e di strette amistà con alcuni, senza guardare chi essi fossero, più gentili che non gentili, o più ricchi che poveri, solamente che uomini fossero conformi a' lor costumi. E per compiacere a questi così fatti loro amici ordinarono una brigata forse di venticinque uomini, li quali due volte almeno il mese insieme si dovessero ritrovare in alcun luogo da loro ordinato; e qui vi essendo, ciascuno a costoro il suo disidero dice, ed essi prestamente per quella notte il forniscono. Co'quali due avendo Buffalmacco e io singulare amistà e dimestichezza, da loro in cotal brigata fummo messi, e siamo. E dicovi così che, qualora egli avvien che noi insieme ci raccogliamo, è maravigliosa cosa a vedere i capoletti intorno alla sala dove mangiamo, e le tavole messe alla reale, e la quantità de' nobili e belli servidori, così femine come maschi, al piacer di ciascuno che è di tal compagnia, e i bacini, gli urciuoli, i fiaschi e le coppe e l'altro vasellamento d'oro e d'argento, ne'quali noi mangiamo e beiamo; e oltre a questo le molte e varie vivande, secondo che ciascun disidera, che recate ci sono davanti ciascheduna a suo tempo. Io non vi potrei mai divisare chenti e quanti sieno i dolci suoni d'infiniti istrumenti e i canti pieni di melodia che vi s'odono; né vi potrei dire quanta sia la cera che vi s'arde a queste cene, né quanti sieno i confetti che vi si con sumano e come sieno preziosi i vini che vi si beono. E non vorrei, zucca mia da sale, che voi credeste che noi stessimo là in questo abito o con questi panni che ci vedete: egli non ve n'è niuno sì cattivo che non vi paresse uno imperadore, sì siamo di cari vestimenti e di belle cose ornati. Ma sopra tutti gli altri piaceri che vi sono, si è quello delle belle donne, le quali subitamente, purché l'uom voglia, di tumo il mondo vi son recate. Voi vedreste quivi la donna dei Barbanicchi, la reina de'Baschi, la moglie del soldano, la imperadrice d'Osbech, la ciancianfera di Norrueca, la semistante di Berlinzone e la scalpedra di Narsia. Che vivo io annoverando? E'vi sono tutte le reine del mondo, io dico infino alla schinchimurra del Presto Giovanni, che ha per me' '1 culo le corna: or vedete oggimai voi! Dove, poi che hanno bevuto e confettato, fatta una danza o due, ciascuna con colui a cui stanzia v'è fatta venire se ne va nel la sua camera. E sappiate che quelle camere paiono un paradiso a veder, tanto son belle; e sono non meno odorifere che sieno i bossoli delle spezie della bottega vostra, quando voi fate pestare il comino, e havvi letti che vi parrebber più belli che quello del doge di Vinegia, e in quegli a riposar se ne vanno. Or che menar di calcole e di tirar le casse a sè per fare il panno serrato faccian le tessitrici, lascerò io pensare pure a voi! Ma tra gli altri che meglio stanno, secondo il parer mio, siam Buffalmacco e io, per ciò che Buffalmacco le più delle volte vi fa venir per sè la reina di Francia, e io per me quella d'Inghilterra, le quali son due pur le più belle donne del mondo; e sì abbiamo saputo fare che elle non hanno altro occhio in capo che noi. Per che da voi medesimo pensar potete se noi possiamo e dobbiamo vivere e andare più che gli altri uomini lieti, pensando che noi abbiamo l'amor di due così fatte reine; senza che, quando noi vogliamo un mille o un dumilia fiorini da loro, noi non gli abbiamo prestamente. E questa cosa chiamiam noi vulgarmente l'andare in corso; per ciò che sì come i corsari tolgono la roba d'ogn'uomo, e così facciam noi; se non che di tanto siam differenti da loro, che eglino mai non la rendono, e noi la rendiamo come adoperata l'abbiamo. Ora avete, maestro mio da bene, inteso ciò che noi diciamo l'andare in corso; ma quanto questo voglia esser segreto voi il vi potete vedere, e per ciò più nol vi dico né ve ne priego. Il maestro, la cui scienzia non si stendeva forse più oltre che il medicare i fanciulli del lattime, diede tanta fede alle parole di Bruno quanta si saria convenuta a qualunque verità; e in tanto disiderio s'accese di volere essere in questa brigata ricevuto, quanto di qualunque altra cosa più disiderabile si potesse essere acceso. Per la qual cosa a Bruno rispose che fermamente maraviglia non era se lieti andavano; e a gran pena si temperò in riservarsi di richiederlo che essere il vi facesse, infino a tanto che, con più onor fattogli, gli potesse con più fidanza porgere i prieghi suoi. Avendoselo adunque riservato, cominciò più a continuare con lui l'usanza e ad averlo da sera e da mattina a mangiar seco e a mostrargli smisurato amore; ed era sì grande e sì continua questa loro usanza, che non parea che senza Bruno il maestro potesse né sapesse vivere. Bruno, parendogli star bene, acciò che ingrato non paresse di questo onor fattogli dal medico, gli aveva dipinto nella sala sua la quaresima e uno agnus dei all'entrar della camera e sopra l'uscio della via uno ori-nale, acciò che coloro che avessero del suo consiglio bisogno il sapessero riconoscere dagli altri; e in una sua loggetta gli aveva dipinta la battaglia dei topi e delle gatte, la quale troppo bella cosa pareva al medico. E oltre a questo diceva alcuna volta al maestro, quando con lui non avea cenato: - Stanotte fu'io alla briga-ta, ed essendomi un poco la reina d'Inghilterra rincresciuta, mi feci venire la gumedra del gran Can d'Altari-si. Diceva il maestro: - Che vuol dire gumedra? Io non gli intendo questi nomi. - O maestro mio,- diceva Bruno - io non me ne maraviglio, ché io ho bene udito dire che Porcograsso e Vannaccena non ne dicon nulla. Disse il maestro: - Tu vuoi dire Ipocrasso e Avicenna. Disse Bruno: - Gnaffe! io non so; io m'intendo così male de' vostri nomi come voi de' miei; ma la gume-dra in quella lingua del gran Cane vuol tanto dire quanto imperadrice nella nostra. O ella vi parrebbe la bel-la feminaccia! Ben vi so dire che ella vi farebbe dimenticare le medicine e gli argomenti e ogni impiastro. E così dicendogli alcuna volta per più accenderlo, avvenne che, parendo a messer lo maestro una sera a vegghiare, parte che il lume teneva a Bruno che la battaglia de' topi e delle gatte dipignea, bene averlo co' suoi onori preso, che egli si dispose d'aprirgli l'animo suo; e soli essendo, gli disse: - Bruno, come Iddio sa, egli non vive oggi alcuna persona per cui io facessi ogni cosa come io farei per te; e per poco, se tu mi dicessi che io andassi di qui a Peretola, io credo che io v'andrei; e per ciò non voglio che tu ti maravigli se io te dimesticamente e a fidanza richiederò. Come tu sai, egli non è guari che tu mi ragionasti de'modi della vostra lieta brigata, di che sì gran diside-rio d'esserne m'è venuto, che mai niuna altra cosa si disiderò tanto. E. questo non è senza cagione, come tu vedrai se mai avviene che io ne sia; ché infino ad ora voglio io che tu ti facci beffe di me se io non vi fo venire la più bella fante che tu vedessi già è buona pezza, che io vidi pur l'altr'anno a Cacavincigli, a cui io voglio tutto il mio bene; e per lo corpo di Cristo che io le volli dare dieci bolognini grossi, ed ella mi s'acconsentisse, e non volle. E però quanto più posso ti priego che m'insegni quello che io abbia a fare per dovervi potere essere, e che tu ancora facci e adoperi che io vi sia; e nel vero voi avrete di me buono e fedel compagno e orrevole. Tu vedi innanzi innanzi come io sono bello uomo e come mi stanno bene le gambe in su la persona, e ho un viso che pare una rosa, e oltre a ciò son dottore di medicine, che non credo che voi ve n'abbiate niuno; e so di molte belle cose e di belle canzonette, e vo' tene dire una - ; e di botto incominciò a cantare. Bruno aveva sì gran voglia di ridere che egli in sè medesimo non capeva; ma pur si tenne. E finita la can-zone, e '1 maestro disse: - Che te ne pare? Disse Bruno: - Per certo con voi perderieno le cetere de'sagginali, sì artagoticamente stracantate. Disse il maestro: - Io dico che tu non l'avresti mai creduto, se tu non m'avessi udito. - Per certo voi dite vero,- disse Bruno. Disse il maestro: - Io so bene anche dell'altre, ma lasciamo ora star questo. Così fatto come tu mi vedi, mio padre fu gentile uomo, benché egli stesse in contado, e io altressì son nato per madre di quegli da Vallecchio; e, come tu hai potuto vedere, io ho pure i più be'libri e le più belle robe che medico di Firenze. In fè di Dio, io ho roba che costò, contata ogni cosa, delle lire presso a cento di bagattini, già è degli anni più di dieci. Per che quanto più posso ti priego che facci che io ne sia; e in fè di Dio, se tu il fai, sie pure infermo se tu sai, che mai di mio mestiere io non ti torrò un denaio. Bruno, udendo costui, e parendogli, sì come altre volte assai paruto gli era, un lavaceci, disse: - Maestro, fate un poco il lume più qua, e non v'incresca infin tanto che io abbia fatte le code a questi topi, e poi vi risponderò. Fornite le code, e Bruno faccendo vista che forte la petizion gli gravasse, disse: - Maestro mio, gran cose son quelle che per me fareste, e io il conosco; ma tuttavia quella che a me addimandate, quantunque alla grandezza del vostro cervello sia piccola, pure è a me grandissima, né so alcuna persona del mondo per cui io potendo la mi facessi, se io non la facessi per voi, sì perché v'amo quanto si conviene, e sì per le parole vostre le quali son condite di tanto senno che trarrebbono le pinzochere degli usatti, non che me del mio proponimento; e quanto più uso con voi, più mi parete savio. E dicovi ancora così, che se altro non mi vi facesse voler bene, sì vi vo'bene perché veggio che innamorato siete di così bella cosa come diceste. Ma tanto vi vo'dire: io non posso in queste cose quello che voi avvisate, e per questo non posso per voi quello che bisognerebbe adoperare; ma, ove voi mi promettiate sopra la vostra grande e calterita fede di tenerlomi credenza, io vi darò il modo che a tenere avrete; e parmi esser certo che, avendo voi così be'libri e l'altre cose che di sopra dette m'avete, che egli vi verrà fatto. A cui il mastro disse: - Sicuramente di': io veggio che tu non mi conosci bene e non sai ancora come io so tenere segreto. Egli erano poche cose che messer Guasparruolo da Saliceto facesse, quando egli era giudice della podestà di Forlimpopoli, che egli non me le mandasse a dire, perché mi trovava così buon segretaro. E vuoi vedere se io dico vero? Io fui il primaio uomo a cui egli dicesse che egli era per isposare la Bergamina: vedi oggimai tu! - Or bene sta dunque,- disse Bruno - se cotestui se ne fidava, ben me ne posso fidare io. Il modo che voi avrete a tener fia questo. Noi sì abbiamo a questa nostra brigata un capitano con due consiglieri, li quali di sei in sei mesi si mutano; e senza fallo a calendi sarà capitano Buffalmacco e io consigliere, e così è fermato; e chi è capitano può molto in mettervi e far che messo vi sia chi egli vuole; e per ciò a me parrebbe che voi, in quanto voi poteste, prendeste la dimestichezza di Buffalmacco e facestegli onore. Egli è uomo che, veggendovi così savio, s'innamorerà di voi incontanente, e quando voi l'avrete col senno vostro e con queste buone cose che avete un poco dimesticato, voi il potrete richiedere: egli non vi saprà dir di no. Io gli ho già ragionato di voi, e vuolvi il meglio del mondo; e quando voi avrete fatto così, lasciate far me con lui. Allora disse il maestro: - Troppo mi piace ciò che tu ragioni; e se egli è uomo che si diletti de'savi uomini, e favellami pure un poco, io farò ben che egli m'andrà sempre cercando, per ciò che io n'ho tanto del sen-no, che io ne potrei fornire una Città, e rimarrei savissimo. Ordinato questo, Bruno disse ogni cosa a Buffalmacco per ordine; di che a Buffalmacco parea mille anni di dovere essere a far quello che questo maestro Scipa andava cercando.Il medico che oltre modo disiderava d'andare in corso, non mollò mai che egli divenne amico di Buffalmacco, il che agevolmente gli venne fatto;- e cominciogli a dare le più belle cene e i più belli desinari del mondo, e a Bruno con lui- altressì; ed essi si carapinavano,. come que'signori, li quali sentendogli bonissimi vini e di grossi capponi ed altre buone cose assai, gli si tenevano assai di presso, e senza troppi inviti, dicendo sempre che con uno altro ciò non farebbono, si rimanevan con lui. Ma pure, quando tempo parve al maestro, sì come Bruno aveva fatto, così Buffalmacco richiese. Di che Buffalmacco si mostrò molto turbato e fece a Bruno un gran romore in testa, dicendo: - Io fo boto all'alto Dio da Passignano che io mi tengo a poco che lo non ti do tale in su la testa, che il naso ti caschi nelle calca-gna traditor che tu se', ché altri che tu non ha queste cose manifestate al maestro. Ma il maestro lo scusava forte, dicendo e giurando sè averlo d'altra parte saputo; e dopo molte delle sue savie parole pure il paceficò. Buffalmacco rivolto al maestro disse: - Maestro mio, egli si par bene che voi siete stato a Bologna, e che voi infino in questa terra abbiate recata la bocca chiusa; e ancora vi dico più, che voi non apparaste miga l'abbiccì in su la mela, come molti sciocconi voglion fare, anzi l'apparaste bene in sul mellone, ch'è così lun-go; e se io non m'inganno, voi foste battezzato in domenica. E come che Bruno m'abbia detto che voi stu-diaste là in medicine, a me pare che voi studiaste in apparare a pigliar uomini; il che voi, meglio che altro uomo che io vidi mai, sapete fare con vostro senno e con vostre novelle. Il medico, rompendogli la parola in bocca, verso Brun disse: - Che cosa è a favellare e ad usare co'savi! Chi avrebbe così tosto ogni particularità compresa del mio sentimento, come ha questo valente uomo? Tu non te ne avvedesti miga così tosto tu di quel che io valeva, come ha fatto egli; ma di'almeno quello che io ti dissi quando tu mi dicesti che Buffalmacco si dilettava de'savi uomini: parti che io l'abbia fatto? Disse Bruno: - Meglio. Allora il maestro disse a Buffalmacco: - Altro avresti detto se tu m'avessi veduto a Bologna, dove non era niuno grande né piccolo, né dottore né scolare, che non mi volesse il meglio del mondo, sì tutti gli sapeva appagare col mio ragionare e col senno mio. E dirotti più, che io. non vi dissi mai parola che io non facessi ridere ogn'uomo, sì forte piaceva loro; e quando io me ne partii, fecero tutti il maggior pianto del mondo, e volevano tutti che io vi pur rimanessi; e fu a tanto la cosa perch'io vi stessi, che vollono lasciare a me solo che io leggessi, a quanti scolari v'aveva, le medicine; ma io non volli, ché io era pur disposto a venir qua a grandissime eredità che io ci ho, state sempre di quei di casa mia, e così feci. Disse allora Bruno a Buffalmacco: - Che ti pare? Tu nol mi credevi, quando io il ti diceva. Alle guagnele! Egli non ha in questa terra medico che s'intenda d'orina d'asino a petto a costui, e fermamente tu non ne troverresti un altro di qui alle porti di Parigi de' così fatti. Va, tienti oggimai tu di non fare ciò ch'e' vuole! Disse il medico: - Brun dice il vero, ma io non ci sono conosciuto. Voi siete anzi gente grossa che no; ma io vorrei che voi mi vedeste tra' dottori, come io soglio stare. Allora disse Buffalmacco: - Veramente, mae-stro, voi le sapete troppo più che io non avrei mai creduto; di che io, parlandovi come si vuole parlare a'savi come voi siete, frastagliatamente vi dico che io procaccerò senza fallo che voi di nostra brigata sarete. Gli onori dal medico fatti a costoro appresso questa promessa multiplicarono; laonde essi, godendo, gli facevan cavalcar la capra delle maggiori sciocchezze del mondo, e impromisongli di dargli per donna la con-tessa di Civillari, la quale era la più bella cosa che si trovasse in tutto il culattario dell'umana generazione. Domandò il medico chi fosse questa contessa; al quale Buffalmacco disse: - Pinca mia da seme, ella è una troppo gran donna, e poche case ha per lo mondo, nelle quali ella non abbia alcuna giurisdizione; e non che altri, ma i frati minori a suon di nacchere le rendon tributo. E sovvi dire, che quando ella va dattorno, ella si fa ben sentire, benché ella stea il più rinchiusa; ma non ha per ciò molto che ella vi passò innanzi all'uscio, una notte che andava ad Arno a lavarsi i piedi e per pigliare un poco d'aria; ma la sua più continua dimora è in Laterina. Ben vanno per ciò de' suoi sergenti spesso dattorno, e tutti a dimostrazion della maggioranza di lei portano la verga e '1 piombino. De' suoi baron si veggon per tutto assai, sì come è il Tamagnin del la porta, don Meta, Manico di Scopa, lo Squacchera e altri, li quali vostri dimestici credo che sieno, ma ora non ve ne ricordate. A così gran donna adunque, lasciata star quella da Cacavincigli, se '1 pensier non c'inganna, vi metteremo nelle dolci braccia. Il medico, che a Bologna nato e cresciuto era, non intendeva i vocaboli di costoro, per che egli della don-na si chiamò per contento. Nè guari dopo queste novelle gli recarono i dipintori che egli era per ricevuto. E venuto il dì che la notte seguente si dovean ragunare, il maestro gli ebbe amenduni a desinare, e desinato ch'egli ebbero, gli domandò che modo gli conveniva tenere a venire a questa brigata. Al quale Buffalmacco disse: - Vedete, maestro, a voi conviene esser molto sicuro, per ciò che, se voi non foste molto sicuro, voi potreste ricevere impedimento e fare a noi grandissimo danno; e quello a che egli vi conviene esser molto sicuro, voi l'udirete. A voi si convien trovar modo che voi siate stasera in sul primo sonno in su uno di quegli avelli rilevati che poco tempo ha si fecero di fuori a Santa Maria Novella, con una delle più belle vostre robe in dosso, acciò che voi per la prima volta compariate orrevole dinanzi alla brigata, e sì ancora per ciò che (per quello che detto ne fosse, ché non vi fummo noi poi), per ciò che voi siete gentile uomo, la contessa intende di farvi cavaliere bagnato alle sue spese; e quivi v'aspettate tanto, che per voi venga colui che noi manderemo. E acciò che voi siate d'ogni cosa informato, egli verrà per voi una bestia nera e cornuta, non molto grande, e andrà faccendo per la piazza dinanzi da voi un gran sufolare e un gran saltare per ispaventarvi; ma poi, quando vedrà che voi non vi spaventiate, ella vi s'accosterà pianamente; quando accostata vi si sarà, e voi allora senza alcuna paura scendete giù dello avello, e, senza ricordare o Iddio o'santi, vi salite suso, e come suso vi siete acconcio, così, a modo che se steste cortese, vi recate le mani al petto, senza più toccar la bestia. Ella allora soavemente si moverà e recherravverle a noi; ma infino ad ora, se voi ricordaste o Iddio o'santi, o aveste paura, vi dich'io che ella vi potrebbe gittare o percuotere in parte che vi putirebbe; e per ciò, se non vi dà il cuore d'esser ben sicuro, non vi venite, ché voi fareste danno a voi, senza fare a noi pro veruno. Allora il medico disse: - Voi non mi conoscete ancora; voi guardate forse perché io porto i guanti in mano e' panni lunghi. Se voi sapeste quello che io ho già fatto di notte a Bologna, quando io andava talvolta co' miei compagni alle femine, voi vi maravigliereste. In fè di Dio egli fu tal notte che, non volendone una venir con noi (ed era una tristanzuola, ch'è peggio, che non era alta un sommesso), io le diedi in prima di molte pugna, poscia, presala di peso, credo che io la portassi presso ad una balestrata, e pur convenne, sì feci, che ella ne venisse con noi. E un'altra volta mi ricorda che io, senza esser meco altri che un mio fante, colà un poco dopo l'avemaria passai allato al cimitero de' frati minori, ed eravi il dì stesso stata sotterrata una femina, e non ebbi paura niuna; e per ciò di questo non vi sfidate; ché sicuro e gagliardo son io troppo. E dicovi che io, per venirvi bene orrevole, mi metterò la roba mia dello scarlatto con la quale io fui conventato, e vedrete se la brigata si rallegrerà quando mi vedrà, e se io sarò fatto a mano a man capitano. Vedrete pure come l'opera andrà quando io vi sarò stato, da che, non avendomi ancor quella contessa veduto, ella s'è sì innamorata di me che ella mi vol fare cavalier bagnato; e forse che la cavalleria mi starà così male, e saprolla così mal mantenere o pur bene? Lascerete pur far me! Buffalmacco disse: - Troppo dite bene, ma guardate che voi non ci faceste la beffa, e non vi veniste o non vi foste trovato quando per voi manderemo; e questo dico per ciò che egli fa freddo, e voi signor medici ve ne guardate molto. - Non piaccia a Dio,- disse il medico - io non sono di questi assiderati; io non curo freddo; poche volte è mai che io mi levi la notte così per bisogno del corpo, come l'uom fa talvolta, che io mi metta altro che il pil-liccione mio sopra il farsetto; e per ciò io vi sarò fermamente. Partitisi adunque costoro, come notte si venne faccendo, il maestro trovò sue scuse in casa con la mo-glie, e trattane celatamente la sua bella roba, come tempo gli parve, messalasi in dosso, se n'andò sopra uno de' detti avelli; e sopra quegli marmi ristrettosi, essendo il freddo grande, cominciò ad aspettar la be-stia. Buffalmacco, il quale era grande e atante della persona, ordinò d'avere una di queste maschere che usare si soleano a certi giuochi li quali oggi non si fanno, e messosi in dosso un pilliccion nero a rovescio, in quello s'acconciò in guisa che pareva pure uno orso; se non che la maschera aveva viso di diavolo ed era cornuta. E così acconcio, venendoli Bruno appresso per vedere come l'opera andasse, se n'andò nella piazza nuova di Santa Maria Novella. E come egli si fu accorto che messer lo maestro v'era, così cominciò a saltabellare e a fare un nabissare grandissimo su per la piazza, e a sufolare e ad urlare e a stridere a guisa che se imperversato fosse. Il quale come il maestro sentì e vide, così tutti i peli gli s'arricciarono addosso, e tutto cominciò a tremare, come colui che era più che una femina pauroso; e fu ora che egli vorrebbe essere stato innanzi a casa sua che quivi. Ma non per tanto pur, poi che andato v'era, si sforzò d'assicurar si, tanto il vinceva il disidero di giugnere a vedere le maraviglie dettegli da costoro. Ma poi che Buffalmacco ebbe alquanto imperversato, come è detto, faccendo sembianti di rappacificarsi, s'accostò allo avello sopra il quale era il maestro, e stette fermo. Il maestro, sì come quegli che tutto tremava di paura, non sapeva che farsi, se su vi salisse o se si stesse. Ultimamente, temendo non gli facesse male se su non vi salisse, con la seconda paura cacciò la prima, e sceso dello avello, pianamente dicendo, - Iddio m'aiuti -, su vi salì, e acconciossi molto bene, e sempre tremando tutto si recò con le mani a star cortese, come detto gli era stato. Allora Buffalmacco pianamente s'incominciò a dirizzare verso Santa Maria della Scala, e andando carpone infin presso le donne di Ripole il condusse. Erano allora per quella contrada fosse, nelle quali i lavoratori di que' campi facevan votare la contessa di Civillari, per ingrassare i campi loro. Alle quali come Buffalmacco fu vicino, accostatosi alla proda d'una e preso tempo, messa la mano sotto all'un de' piedi del medico e con essa sospintolsi da dosso, di netto col capo innanzi il gittò in essa, e cominciò a ringhiare forte e a saltare e ad imperversare e ad andarsene lungo Santa Maria della Scala verso il prato d'Ognissanti, dove ritrovò Bruno che per non poter tener le risa fuggito s'era; e amenduni festa faccendosi, di lontano si misero a veder quello che il medico impastato facesse. Messer lo medico, sentendosi in questo luogo così abominevole, si sforzò di rilevare e di volersi aiutare per uscirne, e ora in qua e ora in là ricadendo, tutto dal capo al piè impastato, dolente e cattivo, avendone alquante dramme ingozzate, pur n'uscì fuori e lasciovvi il cappuccio; e, spastandosi con le mani come poteva il meglio, non sappiendo che altro consiglio pigliarsi, se ne tornò a casa sua, e picchiò tanto che aperto gli fu. Nè prima, essendo egli entrato dentro così putente, fu l'uscio riserrato, che Bruno e Buffalmacco furono ivi, per udire come il maestro fosse dalla sua donna raccolto. Li quali stando ad udir, sentirono alla donna dirgli la maggior villania che mai si dicesse a niun tristo, dicendo: - Deh, come ben ti sta! Tu eri ito a qualche altra femina, e volevi comparire molto orrevole con. la roba dello scarlatto. Or non ti bastava io? Frate, io sarei sofficiente ad un popolo, non che a te. Deh, or t'avessono essi affogato, come essi ti gittarono là dove tu eri degno d'esser gittato. Ecco medico onorato, aver moglie e andar la notte alle femine altrui! E con queste e con altre assai parole, faccendosi il medico tutto lavare, infino alla mezza notte non rifinò la donna di tormentarlo. Poi la mattina vegnente Bruno e Buffalmacco, avendosi tutte le carni dipinte soppanno di lividori a guisa che far sogliono le battiture, se ne vennero a casa del medico, e trovaron lui già levato; ed entrati dentro a lui, sentirono ogni cosa putirvi; ché ancora non s'era sì ogni cosa potuta nettare, che non vi putisse. E sen-tendo il medico costor venire a lui, si fece loro incontro, dicendo che Iddio desse loro il buon dì. Al quale Bruno e Buffalmacco, sì come proposto aveano, risposero con turbato viso: - Questo non diciam noi a voi, anzi preghiamo Iddio che vi dea tanti malanni che voi siate morto a ghiado, sì come il più disleale e il mag-gior traditor che viva; per ciò che egli non è rimaso per voi, ingegnandoci noi di farvi onore e piacere, che noi non siamo stati morti come cani. E per la vostra dislealtà abbiamo stanotte avute tante busse, che di meno andrebbe uno asino a Roma; senza che noi siamo stati a pericolo d'essere stati cacciati della compa-gnia nella quale noi avavamo ordinato di farvi ricevere. E se voi non ci credete, ponete mente le carni no-stre come elle stanno.- E ad un cotal barlume apertisi i panni dinanzi, gli mostrarono i petti loro tutti dipinti, e richiusongli senza indugio. Il medico si volea scusare e dir delle sue sciagure, e come e dove egli era stato gittato. Al quale Buffal-macco disse: - Io vorrei che egli v'avesse gittato dal ponte in Arno: perché ricordavate voi o Dio o' santi? Non vi fu egli detto dinanzi? Disse il medico: - In fè di Dio non ricordava. - Come,- disse Buffalmacco- non ricordavate! Voi ve ne ricordate molto, ché ne disse il messo nostro che voi tremavate come verga, e non sapavate dove voi vi foste. Or voi ce l'avete ben fatta; ma mai più persona non la ci farà, e a voi ne faremo ancora quello onore che vi se ne conviene. Il medico cominciò a chieder perdono, e a pregargli per Dio che nol dovessero vituperare; e con le mi-glior parole che egli potè, s'ingegnò di pacificargli. E per paura che essi questo suo vitupero non palesasse-ro, se da indi a dietro onorati gli avea, molto più gli onorò e careggiò con conviti e altre cose da indi innanzi. Così adunque, come udito avete, senno s'insegna a chi tanto non n'apparò a Bologna. Novella decima Una ciciliana maestrevolmente toglie ad un mercatante ciò che in Palermo ha portato; il quale, sembiante faccendo d'esservi tornato con molta più mercatantia che prima, da lei accattati denari, le lascia acqua e capecchio. Quanto la novella della reina in diversi luoghi facesse le donne ridere, non è da domandare: niuna ve n'era a cui per soperchio riso non fossero dodici volte le lagrime venute in su gli occhi. Ma poi che ella ebbe fine, Dioneo, che sapeva che a lui toccava la volta, disse: Graziose donne, manifesta cosa è tanto più l'arti piacere, quanto più sottile artefice è per quelle artifi-ciosamente beffato. E per ciò, quantunque bellissime cose tutte raccontate abbiate, io intendo dl raccon-tarne una? tanto più che alcuna altra dettane da dovervi aggradire, quanto colei che beffata fu era maggior maestra di beffare altrui, che alcuno altro beffato fosse di quegli o di quelle che avete contate. Soleva essere, e forse che ancora oggi è, una usanza in tutte le terre marine che hanno porto, così fatta, che tutti i mercatanti che in quelle con mercatantie capitano, faccendole scaricare, tutte in un fondaco il quale in molti luoghi è chiamato dogana, tenuta per lo comune o per lo signor della terra, le portano. E quivi, dando a coloro che sopra ciò sono per iscritto tutta la mercatantia e il pregio di quella, è dato per li detti al mercatante un magazzino, nel quale esso la sua mercatantia ripone e serralo con la chiave; e li detti doganieri poi scrivono in sul libro della dogana a ragione del mercatante tutta la sua mercatantia, faccendosi poi del lor diritto pagare al mercatante, o per tutta o per parte della mercatantia che egli della dogana traesse. E da questo libro della dogana assai volte s'informano i sensali e delle qualità e delle quantità delle mercatantie che vi sono, e ancora chi sieno i mercatanti che l'hanno, con li quali poi essi, secondo che lor cade per mano, ragionano di cambi, di baratti e di vendite e d'altri spacci. La quale usanza, sì come in molti altri luoghi, era in Palermo in Cicilia, dove similmente erano e ancor sono assai femine del corpo bellissime, ma nimiche della onestà; le quali, da chi non le conosce, sarebbono e son tenute grandi e onestissime donne. Ed essendo, non a radere, ma a scorticare uomini date del tutto, come un mercatante forestiere riveggono, così dal libro della dogana s'informano di ciò che egli v'ha e di quanto può fare; e appresso con lor piacevoli e amorosi atti e con parole dolcissime questi cotali mercatanti s'ingegnano d'adescare e di trarre nel loro amore; e già molti ve n'hanno tratti, a'quali buona parte della lor mercatantia hanno delle mani tratta, e d'assai tutta; e di quelli vi sono stati che la mercatantia e 'navilio e le polpe e l'ossa lasciate v'hanno, sì ha soavemente la barbiera saputo menare il rasoio. Ora, non è ancora molto tempo, avvenne che quivi, da'suoi maestri mandato, arrivò un giovane nostro fiorentino detto Nicolò da Cignano, come che Salabaetto fosse chiamato, con tanti pannilani che alla fiera di Salerno gli erano avanzati, che potevan valere un cinquecento fiorin d'oro; e dato il legaggio di quegli a'doganieri, gli mise in un magazzino, e senza mostrar troppo gran fretta dello spaccio, s'incominciò ad an-dare alcuna volta a sollazzo per la terra. Ed essendo egli bianco e biondo e leggiadro molto, e standogli ben la vita, avvenne che una di queste barbiere, che si faceva chiamare madonna Jancofiore, avendo alcuna cosa sentita de'fatti suoi, gli pose l'occhio addosso. Di che egli accorgendosi, estimando che ella fosse una gran donna, s'avvisò che per la sua bellezza le piacesse, e pensossi di volere molto cautamente menar questo amore; e senza dirne cosa alcuna a persona, incominciò a far le passate dinanzi alla casa di costei. La quale accortasene, poi che alquanti dì l'ebbe ben con gli occhi acceso, mostrando ella di consumarsi per lui, segretamente gli mandò una sua femina la quale ottimamente l'arte sapeva del ruffianesimo. La quale, quasi con le lagrime in su gli occhi, dopo molte novelle, gli disse che egli con la bellezza e con la piacevolezza sua aveva sì la sua donna presa, che ella non trovava luogo né dì né notte; e per ciò, quando a lui piacesse, ella disiderava più che altra cosa di potersi con lui ad un bagno segretamente trovare; e appresso questo, trattosi uno anello dì borsa, da parte della sua donna gliele donò. Salabaetto, udendo questo, fu il più lieto uomo che mai fosse, e preso l'anello e fregatoselo agli occhi e poi baciatolo sel mise in dito, e rispose alla buona femina che, se madonna Jancofiore l'amava, che ella n'era ben cambiata, per ciò che egli amava più lei che la sua propia vita, e che egli era disposto d'andare dovunque a lei fosse a grado, e ad ogn'ora. Tornata adunque la messaggiera alla sua donna con questa risposta, a Salabaetto fu a mano a man det-to a qual bagno il dì seguente passato vespro la dovesse aspettare. Il quale, senza dirne cosa del mondo a persona, prestamente all'ora impostagli v'andò, e trovò il bagno per la donna esser preso. Dove egli non stette guari che due schiave venner cariche: l'una aveva un materasso di bambagia bello e grande in capo, e l'altra un grandissimo paniere pien di cose; e steso questo materasso in una camera del bagno sopra una lettiera, vi miser su un paio di lenzuola sottilissime listate di seta, e poi una coltre di bucherame cipriana bianchissima con due origlieri lavorati a maraviglie. E appresso questo spogliatesi ed entrate nel bagno, quello tutto lavarono e spazzarono ottima mente. Né stette guari che la donna con due sue altre schiave appresso al bagno venne; dove ella, come prima ebbe agio, fece a Salabaetto grandissima festa; e dopo i maggiori sospiri del mondo, poi che molto e abbracciato e baciato l'ebbe, gli disse: - Non so chi mi s'avesse a questo potuto conducere, altro che tu; tu m'hai miso lo foco all'arma, toscano acanino. Appresso questo, come a lei piacque, ignudi amenduni se n'entrarono nel bagno, e con loro due delle schiave. Quivi, senza lasciargli por mano addosso ad altrui,. ella medesima con sapone moscoleato e con garofanato maravigliosamente e bene tutto lavò Salabaetto; e appresso sé fece e lavare e strapicciare alle schiave. E fatto questo, recaron le schiave de lenzuoli bianchissimi e sottili, de'quali veniva sì grande odor di rose che ciò che v'era pareva rose; e l'una inviluppò nell'uno Salabaetto e l'altra nell'altro la donna, e in collo levatigli, amenduni nel letto fatto ne gli portarono. E quivi, poi che di sudare furono restati, dalle schiave fuor di que'lenzuoli tratti, rimasono ignudi negli altri. E tratti del paniere oricanni d'ariento bellissimi e pieni qual d'acqua rosa, qual d'acqua di fior d'aranci, qual d'acqua di fior di gelsomino e qual d'acqua nanfa, tutti costoro di queste acque spruzzano; e appresso tratte fuori scatole di confetti e preziosissimi vini, alquanto si confortarono. A Salabaetto pareva essere in paradiso, e mille volte aveva riguardata costei, la quale era per certo bellissima, e cento anni gli pareva ciascuna ora che queste schiave se n'andassero e che egli nelle braccia di costei si ritrovasse. Le quali poi che per comandamento della donna, lasciato un torchietto acceso nella camera, andate se ne furono fuori, costei abbracciò Salabaetto ed egli lei, e con grandissimo piacer di Salabaetto, al quale pareva che costei tutta si struggesse per suo amore, dimorarono una lunga ora. Ma poi che tempo parve di levarsi alla donna, fatte venire le schiave, si vestirono, e un'altra volta be-vendo e confettando si riconfortarono alquanto, e il viso e le mani di quelle acque odorifere lavatisi e vo-lendosi partire, disse la donna a Salabaetto: - Quando a te fosse a grado, a me sarebbe grandissima grazia che questa sera te ne venissi a cenare e ad albergo meco. Salabaetto, il qual già e dalla bellezza e dalla artificiosa piacevolezza di costei era preso, credendosi fermamente da lei essere come il cuor del corpo amato, rispose: - Madonna, ogni vostro piacere m'è som-mamente a grado, e per ciò e istasera e sempre intendo di far quello che vi piacerà e che per voi mi fia co-mandato. Tornatasene adunque la donna a casa, e fatta bene di sue robe e di suoi arnesi ornar la camera sua, e fatto splendidamente far da cena, aspettò Salabaetto. Il quale, come alquanto fu fatto oscuro, là se n'andò, e lietamente ricevuto, con gran festa e ben servito cenò. Poi, nella camera entratisene, sentì quivi maraviglioso odore di legno aloè, e d'uccelletti cipriani vide il letto ricchissimo, e molte belle robe su per le stanghe. Le quali cose tutte insieme, e ciascuna per sé, gli fecero stimare costei dovere essere una grande e ricca donna. E quantunque in contrario avesse della vita di lei udito bucinare, per cosa del mondo nol voleva credere; e se pure alquanto ne credeva lei già alcuno aver beffato, per cosa del mondo non poteva credere questo dovere a lui intervenire. Egli giacque con grandissimo suo piacere la notte con essolei, sempre più accendendosi. Venuta la mattina, ella gli cinse una bella e leggiadra cinturetta d'argento con una bella bora, e sì gli dis-se: - Salabaetto mio dolce, io mi ti raccomando; e così come la mia persona è al piacer tuio, così è ciò che ci è e ciò che per me si può è allo comando tuio. Salabaetto lieto abbracciatala e baciatala, s'uscì di casa costei e vennesene là dove usavano gli altri mercatanti. E usando una volta e altra con costei senza costargli cosa del mondo, e ogni ora più invescan-dosi, avvenne che egli vendé i panni suoi a contanti e guadagnonne bene; il che la buona donna non da lui, ma da altrui sentì incontanente. Ed essendo Salabaetto da lei andato una sera, costei incominciò a cianciare e a ruzzare con lui, a baciarlo e abbracciarlo, mostrandosi sì forte di lui infiammata, che pareva che ella gli volesse d'amor morir nelle braccia; e volevagli pur donare due bellissimi nappi d'argento che ella aveva, li quali Salabaetto non voleva torre, sì come colui che da lei tra una volta e altra aveva avuto quello che valeva ben trenta fiorin d'oro, senza aver potuto fare che ella da lui prendesse tanto che valesse un grosso. Alla fine, avendol costei bene acceso col mostrar sé accesa e liberale, una delle sue schiave, sì come ella aveva ordinato, la chiamò; per che ella, uscita della camera e stata alquanto, tornò dentro piagnendo, e sopra il letto gittatasi boccone, cominciò a fare il più doloroso lamento che mai facesse femina. Salabaetto, maravigliandosi, la si recò in braccio, e cominciò a piagner con lei e a dire: - Deh, cuor del corpo mio, che avete voi così subitamente? Che è la cagione di questo dolore? Deh! ditemelo, anima mia. Poi che la donna s'ebbe assai fatta pregare, ed ella disse: - Ohimè, signor mio dolce, io non so né che mi far né che mi dire: io ho testé ricevute lettere da Messina, e scrivemi mio fratello, che, se io dovessi vendere e impegnare ciò che ci è, che senza alcun fallo io gli abbia fra qui e otto dì mandati mille fiorin d'oro, se non che gli sarà tagliata la testa; e io non so quello che io mi debba fare, che io gli possa così prestamente avere; ché, se io avessi spazio pur quindici dì, io troverrei modo d'accivirne d'alcun luogo donde io ne debbo avere molti più, o io venderei alcuna delle nostre possessioni; ma, non potendo, io vorrei esser morta prima che quella mala novella mi venisse -; e detto questo, forte mostrandosi tribolata, non restava di piagnere. Salabaetto, al quale l'amorose fiamme avevan gran parte del debito conoscimento tolto, credendo quelle verissime lagrime e le parole ancor più vere, disse: - Madonna, io non vi potrei servire di mille, ma di cinquecento fiorin d'oro sì bene, dove voi crediate potermegli rendere di qui a quindici dì; e questa è vostra ventura che pure ieri mi vennero venduti i panni miei, ché, se così non fosse, io non vi potrei prestare un grosso. - Ohimè! - disse la donna - dunque hai tu patito disagio di denari? O perché non me ne richiedevi tu? Perché io non n'abbia mille, io ne aveva ben cento e anche dugento da darti; tu m'hai tolta tutta la baldanza da dovere da te ricevere il servigio che tu mi profferi. Salabaetto, vie più che preso da queste parole, disse: - Madonna, per questo non voglio io che voi la-sciate; ché, se fosse così bisogno a me come egli fa a voi, io v'avrei ben richiesta. - Ohimè! - disse la donna- Salabaetto mio, ben conosco che il tuo è vero e perfetto amore verso di me, quando, senza aspettar d'esser richiesto di così gran quantità di moneta, in così fatto bisogno liberamente mi sovvieni. E per certo io era tutta tua senza questo, e con questo sarò molto maggior mente; né sarà mai che io non riconosca da te la testa di mio fratello. Ma sallo Iddio che io mal volentier gli prendo, considerando che tu se'mercatante, e i mercatanti fanno co'denari tutti i fatti loro; ma per ciò che il bisogno mi strigne e ho ferma speranza di tosto rendergliti, io gli pur prenderò, e per l'avanzo, se più presta via non troverrò, impegnerò tutte queste mie cose- ; e così detto lagrimando, sopra il viso di Salabaetto si lasciò cadere. Salabaetto la cominciò a confortare; e stato la notte con lei, per mostrarsi bene liberalissimo suo servi-dore, senza alcuna richiesta di lei aspettare, le portò cinquecento be'fiorin d'oro, li quali ella, ridendo col cuore e piagnendo con gli occhi, prese, attenendosene Salabaetto alla sua semplice promessione. Come la donna ebbe i denari, così s'incominciarono le 'ndizioni a mutare; e dove prima era libera l'an-data alla donna ogni volta che a Salabaetto era in piacere, così incominciaron poi a sopravvenire delle ca-gioni, per le quali non gli veniva delle sette volte l'una fatto il potervi entrare, né quel viso né quelle carezze né quelle feste più gli eran fatte che prima. E passato d'un mese e di due il termine, non che venuto, al quale i suoi danari riaver dovea, richiedendogli, gli eran date parole in pagamento. Laonde, avvedendosi Salabaetto dell'arte della malvagia femina e del suo poco senno, e conoscendo che di lei niuna cosa più che le si piacesse di questo poteva dire, sì come colui che di ciò non aveva né scritta né testimonio, e vergognandosi di ramarricarsene con alcuno, sì perché n'era stato fatto avveduto dinanzi, e sì per le beffe le quali meritamente della sua bestialità n'aspettava, dolente oltre modo, seco medesimo la sua sciocchezza piagnea. E avendo da' suoi maestri più lettere avute che egli quegli denari cambiasse e mandassegli loro; acciò che, non faccendolo egli, quivi non fosse il suo difetto scoperto, diliberò di partirsi; e in su un legnetto montato, non a Pisa, come dovea, ma a Napoli se ne venne. Era quivi in quei tempi nostro compar Pietro dello Canigiano, tresorier di madama la 'mperatrice di Co-stantinopoli, uomo di grande intelletto e di sottile ingegno, grandissimo amico e di Salabaetto e de'suoi; col quale, sì come con discretissimo uomo, dopo alcuno giorno Salabaetto dolendosi, raccontò ciò che fatto aveva e il suo misero accidente, e domandogli aiuto e consiglio in fare che esso quivi potesse sostentar la sua vita, affermando che mai a Firenze non intendeva di ritornare. Canigiano, dolente di queste cose, disse: - Male hai fatto; mal ti se' portato; male hai i tuoi maestri ub-biditi; troppi denari ad un tratto hai spesi in dolcitudine; ma che? fatto è, vuolsi vedere altro. E, sì come avveduto uomo, prestamente ebbe pensato quello che era da fare, e a Salabaetto il disse; al quale piacendo il fatto, si mise in avventura di volerlo seguire. E avendo alcun denaio, e il Canigiano avendonegli alquanti prestati, fece molte balle ben legate e ben magliate, e comperate da venti botti da olio ed empiutele, e caricato ogni cosa, se ne tornò in Palermo; e il legaggio delle balle dato a` doganieri e similmente il costo delle botti, e fatto ogni cosa scrivere a sua ragione, quelle mise ne' magazzini, dicendo che, infino che altra mercatantia la quale egli aspettava non veniva, quelle non voleva toccare. Jancofiore, avendo sentito questo e udendo che ben duemilia fiorin d'oro valeva o più quello che al presente aveva recato, senza quello che egli aspettava, che valeva più di tre milia, parendole aver tirato a pochi, pensò di restituirgli i cinquecento, per potere avere la maggior parte de' cinque milia, e mandò per lui. Salabaetto divenuto malizioso v'andò. Al quale ella faccendo vista di niente sapere di ciò che recato s'avesse, fece maravigliosa festa e disse: - Ecco, se tu fossi crucciato meco perché io non ti rende' così al termine i tuoi denari... Salabaetto cominciò a ridere e disse: - Madonna, nel vero egli mi dispiacque bene un poco sì come a colui che mi trarrei il cuor per darlovi, se io credessi piacervene; ma io voglio che voi udiate come io son crucciato con voi. Egli è tanto e tale l'amor che io vi porto, che io ho fatto vendere la maggior parte delle mie possessioni, e ho al presente recata qui tanta mercatantia che vale oltre a duomilia fiorini, e aspettone di ponente tanta che varrà oltre a tremilia, e intendo di fare in questa terra un fondaco e di starmi qui, per esservi sempre presso, parendomi meglio stare del vostro amore che io creda che stia alcuno innamorato del suo. A cui la donna disse: - Vedi, Salabaetto, ogni tuo acconcio mi piace forte, sì come di quello di colui il quale io amo più che la vita mia, e piacemi forte che tu con intendimento di starci tornato ci sii, però che spero d'avere ancora assai di buon tempo con teco; ma io mi ti voglio un poco scusare ch'e, di quei tempi che tu te n'andasti, alcune volte ci volesti venire e non potesti, e alcune ci venisti e non fosti così lietamente veduto come solevi; e oltre a questo, di ciò che io al termine promesso non ti rende' i tuoi denari. Tu dei sapere che io era allora in grandissimo dolore e in grandissima afflizione, e chi è in così fatta disposizione, quantunque egli ami molto altrui, non gli può far così buon viso né attendere tuttavia a lui come colui vorrebbe; e appresso dei sapere ch'egli è molto malagevole ad una donna il poter trovar mille fiorin d'oro, e sonci tutto il dì dette delle bugie e non c'è attenuto quello che ci è promesso, e per questo conviene che noi altressì mentiamo altrui; e di quinci venne, e non da altro difetto, che io i tuoi denari non ti rendei; ma io gli ebbi poco appresso la tua partita, e se io avessi saputo dove mandargliti, abbi per certo che io te gli avrei mandati; ma perché saputo non l'ho, gli t'ho guardati. E fattasi venire una borsa dove erano quegli medesimi che esso portati l'avea, gliele pose in mano e disse: - Annovera se son cinquecento. Salabaetto non fu mai sì lieto, e annoveratigli e trovatigli cinquecento e ripostigli, disse: - Madonna, io conosco che voi dite vero, ma voi n'avete fatto assai; e dicovi che per questo e per lo amore che io vi porto, voi non ne vorreste da me per niun vostro bisogno quella quantità che io potessi fare, che io non ve ne servissi; e come io ci sarò acconcio, voi ne potrete essere alla pruova. E in questa guisa reintegrato con lei l'amore in parole, rincominciò Salabaetto vezzatamente ad usar con lei, ed ella a fargli i maggiori piaceri e i maggiori onori del mondo, e a mostrargli il maggiore amore. Ma Salabaetto, volendo col suo inganno punire lo 'nganno di lei, avendogli ella il dì mandato che egli a cena e ad albergo con lei andasse, v'andò tanto malinconoso e tanto tristo, che egli pareva che volesse morire. Jancofiore, abbracciandolo e baciandolo, lo 'ncominciò a domandare perché egli questa malinconia avea. Egli, poi che una buona pezza s'ebbe fatto pregare, disse: - Io son diserto per ciò che il legno, sopra il quale e la mercatantia che io aspettava, è stato preso da' corsari di Monaco e riscattasi diecimilia fiorin d'oro, de' quali ne tocca a pagare a me mille, e io non ho un denaio, per ciò che li cinquecento che mi rendesti incon-tanente mandai a Napoli ad investire in tele per far venir qui; e se io vorrò al presente vendere la mercatantia la quale ho qui, per ciò che non è tempo, appena che io abbia delle due derrate un denaio, e io non ci sono sì ancora conosciuto che io ci trovassi chi di questo mi sovvenisse, e per ciò io non so che mi fare né che mi dire; e se io non mando tosto i denari, la mercatantia ne fia portata a Monaco; e non ne riavrò mai nulla. La donna, forte crucciosa di questo, sì come colei alla quale tutto il pareva perdere, avvisando che mo-do ella dovesse tenere acciò che a Monaco non andasse, disse: - Dio il sa che ben me ne incresce per tuo amore; ma che giova il tribolarsene tanto? Se io avessi questi denari, sallo Iddio che io gli ti presterrei in-contanente; ma io non gli ho. E il vero che egli ci è alcuna persona, il quale l'altrieri mi servì de' cinquecento che mi mancavano, ma grossa usura ne vuole; ché egli non ne vuol meno che a ragion di trenta per centinaio; se da questa cotal persona tu gli volessi, converrebbesi far sicuro di buon pegno, e io per me sono acconcia d'impegnar per te tutte queste robe e la persona per tanto quanto egli ci vorrà su prestare, per poterti servire, ma del rimanente come il sicurerai tu? Conobbe Salabaetto la cagione che moveva costei a fargli questo servigio, e accorsesi che di lei dovevan essere i denari prestati; il che piacendogli, prima la ringraziò, e appresso disse che già per pregio ingordo non lascerebbe, strignendolo il bisogno; e poi disse che egli il sicurerebbe della mercatantia la quale aveva in dogana, faccendola scrivere in colui che i denar gli prestasse; ma che egli voleva guardar la chiave de' magazzini, sì per poter mostrar la sua mercatantia, se richiesta gli fosse, e sì acciò che niuna cosa gli potesse esser tocca o tramutata o scambiata. La donna disse che questo era ben detto, ed era assai buona sicurtà. E per ciò, come il dì fu venuto, ella mandò per un sensale di cui ella si confidava molto, e ragionato con lui questo fatto, gli diè mille fiorin d'oro li quali il sensale prestò a Salabaetto, e fece in suo nome scrivere alla dogana ciò che Salabaetto dentro v'avea; e fattesi loro scritte e contrascritte insieme, e in concordia rimasi, attesero a' loro altri fatti. Salabaetto, come più tosto potè, montato in su un legnetto con mille cinquecento fiorin d'oro, a Pietro dello Canigiano se ne tornò a Napoli, e di quindi buona e intera ragione rimandò a Firenze a' suoi maestri che co' panni l'avevan mandato; e pagato Pietro e ogni altro a cui alcuna cosa doveva, più di col Canigiano si diè buon tempo dello inganno fatto alla ciciliana. Poi di quindi, non volendo più mercatante essere, se ne venne a Ferrara. Jancofiore, non trovandosi Salabaetto in Palermo, s'incominciò a maravigliare e divenne sospettosa; e poi che ben due mesi aspettato l'ebbe, veggendo che non veniva, fece che 'l sensale fece schiavare i magazzini. E primieramente tastate le botti, che si credeva che piene d'olio fossero, trovò quelle esser piene d'acqua marina, avendo in ciascuna forse un barile d'olio di sopra vicino al cocchiume. Poi, sciogliendo le balle, tutte, fuor che due che panni erano, piene le trovò di capecchio; e in brieve, tra ciò che v'era, non valeva oltre a dugento fiorini. Di che Jancofiore tenendosi scornata, lungamente pianse i cinquecento renduti e troppo più i mille prestati, spesse volte dicendo: - Chi ha a far con tosco, non vuole esser losco -. E così, rimasasi col danno e colle beffe, trovò che tanto seppe altri quanto altri. Conclusione Come Dioneo ebbe la sua novella finita, così Lauretta, conoscendo il termine esser venuto oltre al quale più regnar non dovea, commendato il consiglio di Pietro Canigiano che apparve dal suo effetto buono, e la sagacità di Salabaetto che non fu minore a mandarlo ad esecuzione, levatasi la laurea di capo, in testa ad Emilia la pose, donnescamente dicendo: - Madonna, io non so come piacevole reina noi avrem di voi, ma bella la pure avrem noi; fate adunque che alle vostre bellezze l'opere sien rispondenti- ; e tornossi a sedere. Emilia, non tanto dell'esser reina fatta, quanto dell'udirsi così in pubblico commendare di ciò che le donne sogliono essere più vaghe, un pochetto si vergognò, e tal nel viso divenne qual in su l'aurora son le novelle rose. Ma pur, poi che avendo alquanto gli occhi tenuti bassi ebbe il rossore dato luogo, avendo col suo siniscalco de'fatti pertinenti alla brigata ordinato, così cominciò a parlare: - Dilettose donne, assai manifestamente veggiamo che, poi che i buoi per alcuna parte del giorno hanno faticato sotto il giogo ristretti, quegli esser dal giogo alleviati e disciolti, e liberamente, dove lor più piace, per li boschi lasciati sono andare alla pastura; e veggiamo ancora non esser men belli, ma molto più, i giardini di varie piante fronzuti, che i boschi ne'quali solamente querce veggiamo; per le quali cose io estimo, avendo riguardo quanti giorni sotto certa legge ristretti ragionato abbiamo, che, sì come a bisognosi, di vagare alquanto, e vagando riprender forze a rientrar sotto il giogo, non sola mente sia utile ma opportuno. E per ciò quello che domane, seguendo il vostro dilettevole ragionare, sia da dire, non intendo di ristrigneni sotto alcuna spezialità, ma voglio che ciascun secondo che gli piace ragioni, fermamente tenendo che la varietà delle cose che si diranno non meno graziosa ne fia che l'avrete pur d'una parlato; e così avendo fatto, chi appresso di me nel reame verrà, sì come più forti, con maggior sicurtà ne potrà nelle usate leggi ristrignere. E detto questo, infino all'ora della cena libertà concedette a ciascuno. Commendò ciascun la reina delle cose dette, sì come savia; e in piè drizzatisi, chi ad un diletto e chi ad un altro si diede: le donne a far ghirlande e a trastullarsi, i giovani a giucare e a cantare, e così infino all'ora della cena passarono; la quale venuta, intorno alla bella fontana con festa e con piacer cenarono; e dopo la cena al modo usato cantando e ballando un gran pezzo si trastullarono. Alla fine la reina, per seguire de'suoi predecessori lo stilo, non ostanti quelle che volontariamente da più di loro erano state dette, comandò a Panfilo che una ne dovesse cantare. Il quale così liberamente cominciò: Tanto è, Amore, il bene ch'io per te sento e l'allegrezza e 'l gioco ch'io son felice ardendo nel tuo foco. L'abbondante allegrezza ch'è nel core dell'alta gioia e cara, nella qual m'ha'recato, non potendo capervi, esce di fore, e nella faccia chiara mostra'l mio lieto stato; ché essendo innamorato in così alto e ragguardevol loco, lieve mi fa lo star dov'io mi coco. Io non so col mio canto dimostrare, né disegnar col dito, Amore, il ben ch'io sento; e s'io sapessi, me'l convien celare; ché s'el fosse sentito, torneria in tormento; ma io son sì contento ch'ogni parlar sarebbe corto e fioco, pria n'avessi mostrato pure un poco. Chi potrebbe estimar che le mie braccia aggiugnesser giammai là dov'io l'ho tenute, e ch'io dovessi giunger la mia faccia là dov'io l'accostai per grazia e per salute? Non mi sarien credute le mie fortune; ond'io tutto m'infoco, quel nascondendo ond'io m'allegro e gioco. La canzone di Panfilo aveva fine, alla quale quantunque per tutti fosse compiutamente risposto, niun ve n'ebbe che, con più attenta sollecitudine che a lui non apparteneva, non notasse le parole di quella, ingegnandosi di quello volersi indovinare che egli di convenirgli tener nascoso cantava. E quantunque vari varie cose andassero imaginando, niun per ciò alla verità del fatto pervenne. Ma la reina, poi che vide la canzone di Panfilo finita, e le giovani donne e gli uomini volentier riposarsi, comandò che ciascuno se n'andasse a dormire. Finisce l'ottava giornata del Decameron.